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Alighiero Boetti (Torino, 1940 - Roma, 1994), foto di P. Mussat Sartor

Alighiero Boetti (Torino, 1940 – Roma, 1994), foto di Paolo Mussat Sartor

Vorrei parlare del vento: questa forza che rende le cose leggere, che movimenta e trasporta, che rende leggere anche le cose pesanti. Il vento è un attimo di grazia. Le forme create dal vento sono sempre delle forme di energia, di movimento. Il vento, inoltre, rende le cose provvisorie, e dà anche la dimensione del tempo, perché realizza nelle forme la successione di istante dopo istante dopo istante… Un colpo di vento è anche un colpo via al passato, alle tracce del passato. Il vento trasforma continuamente le forme: lo si può vedere nella neve, nella polvere, nella sabbia. È una vera forza viva, reale, come i raggi del sole, ma più leggera, anche se la sua energia può essere talvolta violentissima. Ma la sua immagine resta quella della leggerezza, anche mentalmente: le parole leggere, ventilate… È proprio sul concetto e sulla parola vento che ho voluto lavorare insieme al calligrafo giapponese (Enomoto, ndr.). Insieme abbiamo fatto dei quadri sulla parola vento. (…)

Alighiero Boetti

Alighiero Boetti

Alighiero Boetti, Oggi il primo giorno, 1988

Alighiero Boetti, Oggi il primo giorno, 1988

Vorrei tornare in Giappone la prossima primavera. Questo perché vorrei vedere la fioritura dei giardini. Inoltre, perché la scorsa volta sono andato in autunno. L’autunno è la stagione prediletta dai giapponesi, forse perché ha quel tocco di nostalgia, di tristezza, data dall’infiammarsi degli alberi, che a loro piace in modo particolare: i rossi, i gialli forti… L’autunno rappresenta molto bene la tendenza caratteriale di quel popolo, che lo sente e  lo apprezza – credo – perché vi riconosce una propria inclinazione se non proprio al negativo, almeno al fascino della morte, del dolore, di certi rituali del tramonto e della fine.

Così mi sembra giusto fare il prossimo viaggio in primavera, quando il paese offrirà tutt’altro aspetto. Tra l’altro non bisogna dimenticare che tra autunno e primavera corre la stessa differenza  di atmosfera che c’è tra il solstizio d’inverno  e quello d’estate. Mentre infatti il solstizio d’inverno, che dovrebbe essere il giorno più triste dell’anno in quanto quello con meno sole, meno luce, etc., è in realtà il giorno più bello, il giorno della vita, perché è da allora che tutto comincia a risalire; quello dell’estate, che dovrebbe rappresentare un momento di grande gioia, costituisce invece l’inizio della decadenza.

Alighiero Boetti, Gemelli (Twins), 1968

Alighiero Boetti, Gemelli (Twins), 1968

Ecco che mi ritrovo a parlare sempre di questo concetto del doppio, che è poi un soggetto che, come dicono i critici, percorre tutto il mio lavoro. Il fatto è che ci troviamo di fronte ad una realtà naturale: è incontrovertibile che una cellula si diva in due, poi in quattro e così via; che noi abbiamo due gambe, due braccia e due occhi e così via; che lo specchio raddoppi le immagini; che l’uomo abbia fondato tutta la sua esistenza su una serie di modelli binari, compresi i computer, che il linguaggio proceda per coppie di termini contrapposti, come quelli che citavo sopra: ordine e disordine, segno e disegno, etc. È evidente che questo concetto della coppia è uno degli elementi archetipi fondamentali della nostra cultura, e l’atto di prendere un foglio e di strapparlo in due creando così una coppia, in apparenza così semplice, è pur sempre un fatto abbastanza miracoloso, in definitiva.

Alighiero Boetti (Torino, 1940 – Roma, 1994), Dall’oggi al domani, a cura di Sandro Lombardi, Ravenna 2008.

Archivio Alighiero Boetti

Fondazione Alighiero e Boetti

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Premessa: ho scritto il testo che segue per la seconda edizione di After After inaugurata a Ravenna sabato 7 aprile 2012 presso la niArt Gallery.

Chi volesse scaricare gratuitamente l’intero catalogo incluse le immagini delle opere in mostra può cliccare il link: http://afterafter2012.tumblr.com/

Alighiero Boetti, Tutto, 1988-89

Più o meno tutto

Un mosaico è un mosaico è un mosaico”, after Gertrude Stein

Aneddoto:

Pare che la serie Tutto di Alighiero Boetti sia nata così: un giorno l’artista dice ai suoi collaboratori: «Andate a comperare delle riviste», «Quali?» chiede uno di loro, «Tutte» risponde lui. Tornati in studio:«Bene, ora cominciate a ritagliare le figure», «Quali?», «Tutte»[1].

Come in molte altre sue intuizioni, l’artista shaman showman ha anticipato il nostro tempo, in cui c’è bisogno di tutto per capire una parte anche minima dei prodotti umani (non solo artistici), perché la realtà è qualcosa di devastantemente complesso: la realtà è tutto.

Elenco 1: la realtà

Le azioni meccaniche che fai al tuo risveglio sono reali, ma lo sono anche i sogni di cui hai o non hai più memoria nonostante siano di qualche ora fa.

Le ambizioni, le umiliazioni, i successi, i morti in battaglia e i soldatini dei bambini, gli studi geologici sul nucleo della Terra, ma anche il Viaggio di Jules Verne. La fisica, la metafisica e la patafisica. Dio e la sua assenza. Il caso. La malattia. Il tempo e la filosofia. Gli specchi. La prospettiva. Il vuoto. Il buono e il cattivo senso che ti fanno agire ogni giorno e la ricerca del senno perduto di Orlando da parte di Astolfo sulla Luna: tutto reale è. Ridere. L’illusione dolcissima della letteratura. La musica. La malinconia. L’immaginazione sia essa realizzata o solo, va da sé, immaginata, non lo è meno del pane che hai addentato prima o della sigaretta che accenderai più tardi, in pausa, mentre starai pensando a come risolvere quella pratica, a quando fare la spesa, a quando rivedrai tuo figlio e tua moglie o il tuo compagno stasera, alle vacanze, sì, le vacanze.

Le liti e l’amore. La solitudine e la compagnia. Il calore e il gelo. Le differenze. Il maschile e il femminile e ciò che sta in mezzo. I problemi sono reali e le ipotesi di soluzione sono tutte altrettanto reali per il solo fatto di essere state pensate. Il passato da cui non c’è scampo e la partita del futuro, sempre aperta. Le bollette, le multe, lo spread, la povertà, le ruberie e il desiderio di fuga. La forza di restare. Reali sono le idee e con buona pace di Platone anche i corpi che, maldestramente a detta sua, ne rivestono le forme. L’imperfezione e l’incompletezza sono reali. Come i loro opposti. Esistono solo nella mente? Appunto, esistono.

Senza soluzione di continuità, teoria e pratica, anima e corpo, come nei tratti biro di Boetti, come nelle trame dei suoi arazzi, come nelle dimensioni parallele alla nostra (undici a quanto pare), già pensate all’infinito dal vecchio Borges. In alcune di queste, le variazioni rispetto a quanto sta accadendo ora e qui sono minime, in altre sono agli antipodi e si realizzano le opportunità scartate sino a giungere alla nostra scomparsa, al noi mai esistito, almeno in una di esse. E lo stesso continueremmo ad essere reali. Sì, perché talvolta l’affermazione di qualcosa passa anche attraverso la sua negazione.

Di fronte a questa babele che pure è in tutti noi, è tutti noi e i noi paralleli, che fare? Scegliere un punto di appoggio, di vista che ci assomigli e cominciare a osservare. A capire. A collegare.

Space Invader, (making of) Florence Rey portrait, 2005

Elenco 2: il mosaico

Un puzzle, una combinazione, una sequenza, un insieme frammentato e ricomposto del reale (e il reale è nell’Elenco 1, incluso ciò che non c’è): i lego e i sassi, i quadratini colorati del cubo di Rubik, le cellule e le costellazioni, la progressione dei secondi e l’incastro dei flashback, le forme dei frattali e qui mi fermo, elenco breve. Perché tutto, davvero tutto e senza paradosso, può diventare mosaico, essere visto e risolto come mosaico. Sta all’autore decidere: nella sua intenzione è il discrimine[2].

Disgregare e ricostruire, insomma (se questo è un suo specifico possibile). Rielaborando per tornare o non tornare al punto di partenza. Puoi costruire un sasso tridimensionale “mosaicando” sassi (e Ceci n’est pas une pipe che fine fa?). O farne un gatto o qualcosa di astratto. Luce e colore, vetri e smalti. A proposito, un mosaico puoi farlo di pietra di vetro di carta di metalli di parole di danza di matita di cera di legni di scarti di musica di tessuti di video di pixel di materia organica e inorganica di ciò che vuoi[3]. È qualcosa di pensato, di controllato alla fine, sebbene le combinazioni si realizzino in fieri.

Fa parte e non fa parte del mondo dell’arte, tale e quale la pittura, la scultura, la fotografia e tutte le altre voci espressive che in sé, fra l’altro, sono categorie vuote, spettando agli uomini divenirne facitori e testimoni nel (proprio) tempo[4]. C’è chi le definisce tecniche (ma diversi sono i modi di fare un mosaico, un dipinto, etc.) e chi, più correttamente, linguaggi. Non è facile afferrarne la natura, a volte sembra di dover lottare con Nereo senza essere Ercole.

Arte è desiderio, scienza, scoperta, identità, confronto, battaglia, rito, forma, percezione, superficie, fenomenologia, commozione, provocazione, potere, necessità ma è vero anche che non serve a nulla, non deve servire a nulla. O no?

Tanto vale fermarsi prima di infilarsi nell’orrida ridda delle definizioni.

Se è vero che il “il medium è il messaggio” (©McLuhan), intervistando alcuni dei ragazzi presenti in questa seconda edizione di After After ho avuto conferma di una tendenza sinaptica del mosaico, anzi scusate dell’arte, perché alla fine di questo si tratta: in realtà la ricerca di collegamento (fra l’artista e il proprio passato, fra l’artista e la storia dell’arte, fra i materiali usati dall’artista, fra l’artista e la società, fra l’artista e l’evento cui sta partecipando, …continuate voi) fa parte del bagaglio identitario del comunicare con l’arte. E non solo: “i ponti” sono nella natura del cervello umano: “neurons that fire together wire togheter”, diceva il neuroscienziato canadese Donald Olding Hebb già nel ’49. E su questa scorta si potrebbe continuare con le recentissime scoperte inerenti il funzionamento della nostra memoria, grazie alle molecole a “fagiolo” dei peraltro assai eleganti microtubuli sinaptici[5].

Jack Tuszynski, Modello informatico del funzionamento dei microtubuli sinaptici, 2012

In accordo si direbbe naturale con tutto questo, qui si assiste ad una volontà precisa, quasi una necessità (in controtempo rispetto alla nostra epoca liquido-proteiforme) di connettere frammenti di realtà (nel senso dell’Elenco 1) e dare loro, per quanto si possa (in termini anche di durata effimera talvolta), una solidità autentica. Per fare questo il medium mosaico viene da molti apparentemente nascosto o meglio ibridato con ciò da cui ognuno degli artisti presenti proviene o sente come humus proprio: il design, la scultura, la pittura, la poesia, la videoarte, la composizione musicale o il mosaico stesso, perché no[6]? La realtà è declinata secondo la visione musiva che più si avvicina a ciò che si è[7]. Per sé, anzitutto. Così il mosaico, liberato da se stesso e dai discorsi in difesa di esso, sembra scomparire[8]. Per essere, finalmente.

Ps. Questa pagina è un piccolo omaggio al grande Georges Perec (1936-1982), nel trentennale della scomparsa. In finale cito una sua riflessione riguardante i puzzle, ma che potrebbe estendersi, non senza inquietudine, a tutte le nostre esistenze, incluse quelle parallele, a quelle che, coscienti e consenzienti o meno, sono le nostre realtà: “Se ne potrà dedurre quella che è probabilmente la verità ultima del puzzle: malgrado le apparenze, non si tratta di un gioco solitario: ogni gesto che compie l’attore del puzzle, il suo autore lo ha compiuto prima di lui; ogni pezzo che prende e riprende, esamina, accarezza, ogni combinazione che prova e prova ancora, ogni suo brancolare, intuire, sperare, tutti i suoi scoramenti, sono già stati decisi, calcolati, studiati dall’altro”[9].

Georges Perec (1936-1982)


[1] Cfr. Corrado Levi nel dialogo con Giacinto Di Pietrantonio in Alighiero Boetti – Quasi tutto, Milano 2004.

[2] La “texture” della materia stessa può apparire come uno (pseudo)continuum in equilibrio danzante – in sé, a livello subatomico e fra corpo e corpo, e con la luce – , tale da realizzare la percezione della stabilità: molecole attimi atomi sembrano effettivamente uniti fra loro, ma non privi di “interstizi” – in sé, a livello subatomico e fra corpo e corpo, e con la luce -. E persino dai buchi neri, regioni più dense della velocità della luce, “fuggono” particelle, secondo la radiazione di Bekenstein-Hawking.

[3] Libertà creativa già dichiarata da Felice Nittolo riguardo l’Aritmismo in Esprimersi col mosaico è possibile, Ravenna, 1984: “…propongo un movimento Artistico che abbia all’origine la “tessera” come veicolo per esprimere un’idea. Tessera di qualsiasi materiale, di qualsiasi forma, di qualsiasi dimensione; accostata e allontanata improvvisamente, costante e disomogenea nello stesso tempo-spazio. Creare, generare, “dipingere” con la tessera che ha in sé il potere naturale di vivere per secoli. (…) Il movimento non è necessariamente musivo, parte dal musivo (tessera) ma vuole coinvolgere l’Arte in senso generale: Artista unico ideatore-esecutore del risultato, senza intermediari.”

[4] Ogni opera, ogni artista, informa di sé il proprio linguaggio nel proprio tempo. Infatti l’occhio allenato del connoisseur riconosce i falsi dai particolari errati rispetto all’epoca cui dovrebbero riferirsi, cfr. Federico Zeri, Il falsario in calcinaccio in Diari di lavoro 1, Bergamo 1971.

[5] Il riferimento è all’articolo apparso l’8 marzo 2012 sulla rivista scientifica internazionale PLoS Computational Biology a firma dei fisici canadesi Travis Craddock e Jack Tuszynski (Università di Alberta) e del neuroscienziato americano Stuart Hamenoff (Università dell’Arizona).

[6] A proposito, è il mosaico che diventa pittura, scultura, etc., o viceversa?

[7] Ogni artista resta intimamente legato alla propria visione nonostante possa usare mezzi diversi per esprimerla: esempio noto, Michelangelo è scultore anche quando si trova a dipingere, come Giacometti, quanto Mondrian o Piero della Francesca sono strettamente connessi all’architettura, pur avendo sempre e solo usato i pennelli, a quanto se ne sa. Non solo: l’operare artistico è elaborazione continua di sé. Celebre, in questo senso, l’aforisma di Cocteau (sulla scorta di Wilde, di Montaigne): che si ritragga un paesaggio o una natura morta, si finisce sempre col fare un autoritratto.

[8] Ricordate? Negare per affermare.

[9] Georges Perec, La vita istruzioni per l’uso, Milano 1984 (ed. originale, 1978).

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Ier sera, un critico ravennate voleva convincermi di come oggi l’arte sia in piena decadenza, solo spot e trovate, mentre Burri o Arman, sì che erano maestri. In particolare ce l’aveva con l’arte povera, il concettuale tutto e la triade Hirst, Cattelan e Koons.

Inutile tentare la difesa di Boetti, Kounellis o De Dominicis, o della nuova scuola romana (Tirelli, Nunzio, Pizzi Cannella, etc.): tutto a ramengo o nel migliore dei casi déjà vu. Per non dire della fotografia, puah!

Che in giro ci sia molta paccottiglia è vero, ma è sempre stato così: semplicemente, il discrimine del tempo non ha ancora avuto tempo di agire. Che la triade piaccia poco e nulla anche al sottoscritto altrettanto, non perché sia di moda sparare su chi abbia successo, ma perché da anni hanno smesso di fare ricerca (qualcuno non ha mai neanche cominciato) diventando manieristi di se stessi. Costosissimi, bontà del marketing proprio e dei loro galleristi.

Ma da qui a trincerarsi dietro l’altrettanto stantìo “ai miei tempi era meglio”, ne passa, roba da far venire le verruche a  Omero.  Non fosse altro perché, assai banalmente, finché sarà l’uomo, sarà anche l’arte. Estinto l’uno, via anche l’altra. E, come sempre, buttare nel bidone grano e pula è la vera operazione maldestra e trita, fatta di parole vuote.

Tutta questa retorica mi ha fatto venire in mente una sequenza stracult: a proposito di avanguardia, ecco il mitico Albertone con Buzzicona (Anna Longhi) alla Biennale del ’78 (episodio Le vacanza intelligenti, dal film Dove vai in vacanza?, 1978).

Sito ufficiale dedicato ad Alberto Sordi (Roma, 1920-2003)


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