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Posts Tagged ‘andrea camilleri’

la rivoluzione della luna_andrea camilleri

Si vede che il nome Eleonora porta bene alle donne che nella sventurata storia degli uomini si sono trovate ad avere un qualche ruolo politico sempre migliorando le cose: è il caso di Eleonora d’Aquitania, madre di Riccardo Cuor di Leone e Giovanni Senza Terra e figlia di Guglielmo X il Tolosano (e sarebbe interessante sul filo dei trovatori collegare e raccontare le loro vicende in relazione all’unica vera spada nella roccia medievale, quella della Rotonda di San Galgano nella campagna senese) o di Eleonora d’Arborea, figura splendida della storia sarda, esempio di coraggio e virtù civili che andrebbe studiata in tutte le scuole italiane.

Non conoscevo invece Eleonora di Mora, nobile spagnola vedova di don Angel de Guzmán, che alla morte del marito per lascito testamentario si trovò a governare la Sicilia nel 1677, sebbene per soli ventisette giorni, giusto il tempo di una rivoluzione lunare (da cui il titolo del romanzo di Camilleri La rivoluzione della luna, appunto) sufficienti però a portare una serie di benefici, di piccole rivoluzioni a quella bellissima e così spesso maltrattata terra: calmierò e abbassò il prezzo del pane, istituì il Magistrato del Commercio per mettere ordine nelle maestranze palermitane, si occupò delle ragazze senza dote, delle orfane e di quelle costrette a prostituirsi o non più in grado di farlo, oltre a ridurre il “numero dei figli per ottenere i benefici concessi ai «padri onusti»”[1].

Venne sostituita solo per un cavillo legale trovato dal vescovo di Palermo (a sua detta “perseguitato” da donna Eleonora), ovvero la carica di Viceré siciliano assommava alla sua figura anche quella di Legato nato del Papa, cosa impossibile da attribuire a una donna.

Andrea Camilleri (Porto Empedocle, 1925)

Andrea Camilleri (Porto Empedocle, 1925)

Andrea Camilleri, da quel mago della narrazione che a tutti gli effetti è (e a mio modesto parere nei romanzi storici e civili, come nel capolavoro Il re di Girgenti o nei coinvolgenti e divertenti La concessione del telefono, La stagione della caccia, Il birraio di Preston e tanti altri, è sempre un passo avanti ai Montalbano, specie a quelli degli ultimi anni), prende spunto dalle scarne notizie su questo personaggio e ci costruisce uno dei suoi racconti più belli di sempre, essendo un elogio all’intelligenza, all’onestà e alla giustizia femminile, parole-virtù femminili anche nel genere.

Morto il Viceré don Angel durante una riunione, i sei titolati e corrotti Consiglieri siciliani anziché annunciarne il decesso, anzi in presenza dello stesso defunto, pensano di fare il comodo loro più che mai, cominciando ad approvare nefandezze varie.

Ma non hanno fatto i conti con le ultime volontà vicereali che assegnano il potere a Donna Eleonora, sua sposa. A nulla valgono i sotterfugi, le astuzie, i tiri bassi dei sei che pensano di unirsi in un fronte comune di disonestà per farsi forza e sconfiggerla. Non solo lei resisterà, ma circondandosi di amici fidati (e innamorati, perché fra le altre qualità, Eleonora è bella da togliere il fiato) come il suo medico personale, e inducendo alle dimissioni i suoi nemici, li sostituirà con altrettanti galantuomini sempre siciliani (perché, parabola moderna, di uomini giusti e desiderosi di fare il bene del popolo e della propria terra ce n’è sempre stati: spesso manca la volontà politica di servirsene), i quali a loro volta incrimineranno i loro predecessori riducendoli in carcere e sul lastrico (e non c’è peggior cosa per un ricco malfattore della povertà), sino alla strenua lotta col peggiore di tutti, il diabolico vescovo, assassino e pedofilo, corrotto e corruttore, mafioso ante litteram, una delle figure più sulfuree della fantasia camilleriana, ma che alla fine dovrà cedere, battuto da Eleonora, perché come insegna la saggezza popolare solo le donne ne sanno una più del diavolo.

Senza alcuna piaggeria da quote rosa, come sarebbe bello, anzi necessario avere oggi molte più donne nei punti chiave della politica e dell’economia a contrastare con la loro identità, col loro operato e con le squadre di lavoro da loro scelte i tantissimi diavoli che le e ci circondano.

E che tristezza, che sconforto, che pena ascoltare gli insulti rivolti al neo ministro per l’integrazione Cécile Kyenge in quanto donna e per il colore della sua pelle (ma davvero gli italiani sono razzisti? Non siamo ancora usciti dai tragici fasti di Rodolfo Graziani delle nostre campagne coloniali? Dalle parti di Affile, provincia di Roma, pare proprio di no: come se in Germania costruissero un mausoleo per uno dei peggiori gerarchi nazisti, cosa peraltro lì impensabile), oltre che per la proposta legittima e intelligente fra le altre di dare cittadinanza immediata ai bimbi nati in Italia benché da genitori stranieri. Non è solo questione di diritti, umanità, integrazione, ma di normale e banale buon senso. Dunque un’impresa in questo Paese.

Sellerio – La rivoluzione della luna

www.andreacamilleri.net


[1] Andrea Camilleri, Nota a La rivoluzione della luna, pg.275, Sellerio, Palermo 2013.

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Filippo De Pisis, Parigi, 1931

Filippo De Pisis, Parigi, 1931

Tre anni fa, il 21 marzo 2010, cominciava l’avventura di questo blog e il 26 marzo 1913 nasceva a Luino Piero Chiara (1913-1986): due date quest’anno coincidenti nella stessa settimana. Desidero ricordarle attraverso le parole del grande scrittore, uno di quei narratori dotati per natura della capacità di raccontare, anzi di affabulare, di incantare scrivendo come se il cantastorie di cui ognuno necessita fosse esattamente lì, accanto a noi, come un lume, una consolazione, un fuoco inestinguibile nei molti inverni cui il quotidiano ci sottopone.

Quest’incredibile facilità di parola che ti obbliga a rallentare la lettura per non consumare troppo presto il piacere non è cosa così comune ma propria di John Fante, Maupassant, Čechov, Simenon, Camilleri, Alan Bennett, Mordecai Richler, Calvino, Philip Roth e pochi altri (come in altri ambiti un Mozart o un  Buñuel), sino al padre di tutti, Giovanni Boccaccio, altro nato proprio settecento anni fa, nel 1313.

E ora la parola a Chiara, che con la sua leggerezza malinconica mi ricorda le vedute parigine di De Pisis: solo un immigrato di provincia poteva vedere così la Ville Lumière, con in più in Chiara un senso di ironia che solo Tognazzi e Dorelli hanno saputo restituire perfettamente in alcuni film tratti da sue opere. Certe atmosfere umide, in un lampo di minuti, solo in alcune perle di Paolo Conte.

Nello scaffale di Maurice avevo trovato sei volumetti di poesie di Verlaine con le sovraccoperte illustrate da schizzi tratteggiati a penna e con qualche tocco leggero di colore.

In uno di quei disegni si vedeva il pont au Change: un uomo camminava rasente al parapetto lungo il fiume con l’ombrello aperto, grandi alberi neri sorgevano dalla banchina sottostante nascondendo quasi tutto il ponte del quale apparivano solo due archi, con la grande N in rilievo sopra il pilone. Una carrozza, passato il ponte, traversava il quai de la Corse.

Il secondo disegno offriva la vista d’un altro lungosenna sotto la pioggia, con i cassoni verdastri dei librai chiusi dai loro coperchi di lamiera. Sul fondo si vedeva il Pont-Neuf con la statua equestre di Enrico IV che in lontananza sembrava una formica. Alcuni alberi spogli diramavano nel cielo e in primo piano camminavano affiancati un uomo e una donna con l’ombrello aperto, spinti dal vento che li prendeva di spalle. La donna aveva una lunga gonna rossa che rifletteva uno sprazzo di colore sul marciapiede bagnato.

Descrissi le due copertine a Valentine, sempre sostenendo di averle viste sopra il banco d’un libraio. Non le dissi che quei due disegni mi avevano aiutato più di lei a capire Parigi, mostrandomi la città nella sua luce giusta, sotto le piogge invernali, con la Senna incupita a tratti dal vento, i palazzi color piombo tra larghe zone di nero lucido, con sopra squarci di cieli biancheggianti. Nell’abito invernale, un po’ luttuoso ma carico, come il corpo di una bella vedova, di segreti splendori, Parigi mi appariva ben disposta a lasciarsi conquistare anche da me, ultimo venuto in quella Mecca alla quale ogni uomo dovrebbe andare pellegrino almeno una volta nella vita.

Piero Chiara, da Il cappotto di astrakan, Milano 1978

Il Festival del Racconto – Premio Chiara

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Tutt’ad un tratto, una botta di retorica?

No, sono sincero: buon compleanno Italia! E non per dimostrare il valore storico dello stato unito in polemica coi leghismi, coi pericolosi secessionismi nordisti o i ridicoli neoborbonici, etc., etc.

Un augurio schietto, di cuore e non dovuto, o avrei parlato d’altro. È bello essere, sentirsi italiano almeno una volta ogni 150 anni! Ma sono felice d’esserlo ogni giorno, nonostante… gli italiani, o almeno certi italiani… scherzo, ma non troppo.

Leggere i libri inchiesta di Rizzo e Stella, come l’ultimo, Vandali (Milano 2011), sul disastro in atto contro il nostro patrimonio culturale, di cui la “bondeide” col suo totale disinteresse e passività non è che il capitolo più recente di uno sfascio pluridecennale (e probabilmente il seguito sarà l’agghiacciante Galan), o La colata (Milano, 2010) di Ferruccio Sansa, Andrea Garibaldi, Antonio Massari, Marco Preve e Giuseppe Salvaggiulo, edito da Chiarelettere, casa editrice benemerita, coraggiosamente specializzata nelle denunce di ogni scempio italico, in questo caso sullo stupro paesaggistico e ambientale inaudito che, ad esempio, fra il 1990 e il 2005 ha portato alla cementificazione di 3,5 milioni di ettari, una superficie superiore a Lazio e Abruzzo, leggere certe cose dicevo, provoca uno sconforto (ma siamo davvero così indegni del nostro grande Paese, così privi di amore per Esso?), un attacco di bile e una rabbia tali che… meglio soprassedere per oggi. Tacere mai.

Non scriverò sulla storia della bandiera, né farò l’apologo dell’inno nazionale, non citerò nessun articolo della nostra pur bellissima Costituzione repubblicana, né i pensieri di Gramsci o Calamandrei, di moda ultimamente, ma almeno sono ricordati com’è giusto che sia, né racconterò aneddoti sui padri della patria, Cavour, Cattaneo, Mazzini, Garibaldi o altri eroi anche anonimi (non ultimi quei poveri cristi dimenticati delle trincee del ’15-’18, o, con le dovute proporzioni, quanti oggi pagano le tasse, fanno il loro dovere, qui studiano o rischiano realizzando onestamente un’impresa sul territorio o da dipendenti tengono in piedi famiglie o se stessi e sono sottopagati, sottostimati, precari, in cerca di lavoro, cassaintegrati, ma resistono e affrontano ogni giorno le trincee della vita senza mollare, alla fine), né vi comunicherò le ragioni numerose del mio disprezzo per i Savoia, incluso Vittorio Emanuele II, che galantuomo non fu affatto (salverei giusto l’ultimo sfortunato re d’Italia, Umberto II, ma i suoi eredi…): mi limito a constatare che quand’ero bambino, venti-venticinque anni fa (al momento ne ho trentadue), sarebbe stato impensabile dir male di alcuno di loro, erano una sorta di santi laici, sicuramente con un eccesso di piaggeria storica… oggi (ma i primi pamphlets circolavano già da metà anni ’90, poi il diluvio) si è scaduti nell’esagerazione opposta, addirittura coi fantocci di Garibaldi bruciati fuori dalle discoteche: proprio non se lo merita. Ci credeva, lui.

Fortunatamente ci sono libri per il grande pubblico, pochi ma buoni, che rivalutano senza incensare e con equilibrio il Risorgimento, a cura di giornalisti attenti come Massimo Gramellini (La patria, bene o male. Almanacco essenziale dell’Italia unita, Milano 2010, scritto col grande Carlo Fruttero) o Aldo Cazzullo (Viva l’Italia! Risorgimento e Resistenza: perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra storia, Milano 2010).

A ben vedere, la nostra unità poteva essere fatta meglio, ma è andata così: sta a noi raccoglierne l’eredità storica (che a livello identitario comincia ben prima dell’’800, coi grandi di ogni tempo e ambito che tuttora fanno l’orgoglio d’Italia nel mondo), raddrizzarla, farla fruttare, anche con un federalismo purché condiviso, che responsabilizzi le Regioni e ne rispetti le differenze, i dialetti ad esempio, ma non solo, senza scendere nella coglioneria più ottusa, al capo opposto ed equivalente del fascismo che voleva la traduzione, l’italianizzazione di ogni parola estera e la messa al bando di ogni localismo: per la gioia dei lettori consiglio Gran Circo Taddei (Palermo 2011), l’ultimo Camilleri, in particolare il racconto che dà il titolo al libro, o uno qualsiasi dei testi ripubblicati di Gian Carlo Fusco, ad esempio Le rose del ventennio (Palermo 2000).

Oggi, 17 marzo 2011 per la prima volta esporrò il tricolore alla finestra: mi va. E andrò a procurarmi la nuova edizione del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani di Giacomo Leopardi, edita quest’anno da Bollati Boringhieri, coi Pensieri di un italiano d’oggi di Franco Cordero.

Infine, essendo un genetliaco importante e simbolico, desidero dedicare una canzone alla diretta interessata: già, ma quale? Un’aria classica del povero Beppino Verdi, ormai appannaggio delle capre celtico-padane, o l’ufficialità (almeno in origine) commossa di Mameli-Novaro (magari nella versione femminile dello spot Calzedonia 2009 che tante polemiche, fastidiose e inutili come sempre, ha suscitato e che io ho trovato bellissimo)? Meglio le note cantautorali ed accorate di De Gregori, Gaetano, Battiato, Gaber e Tricarico o quelle nazionalpopolari di Cutugno e Reitano?

Il mio sentire spingerebbe verso due gioielli recentissimi che sono anche fotografie esatte dell’Italia d’oggi: Precario è il mondo di Daniele Silvestri e AAA Cercasi di Carmen Consoli (di cui senza pudore confesso di essere innamorato: mia moglie spero mi perdonerà!).

Ma credo sarebbe brutto presentarsi al compleanno di qualcuno e dire: sì, tanti auguri alla vecchia, ma è zoppa, cieca, pure un poco sorda… povera Italia! Che poi vecchia non è, ma giovanissima e forse proprio per questo si presenta così ai suoi primi centocinquanta, in preda a furori adolescenziali…

Oggi è festa: le dedico Meraviglioso del grandissimo Modugno.

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