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Posts Tagged ‘andrea del sarto’

Premessa: saluto followers e lettori occasionali con questo post goloso (ma non troppo), augurando a tutti buone feste. Ci rivediamo verso metà gennaio.

Giuseppe Arcimboldo, Vertumno (ritratto di Rodolfo II d'Asburgo), 1590 ca., olio su tavola, Skokloster Slott, Balsta, Svezia

Giuseppe Arcimboldo, Vertumno (ritratto di Rodolfo II d’Asburgo), 1590 ca., olio su tavola, Skokloster Slott, Balsta, Svezia

Le immagini, l’abilità e la fantasia di Giuseppe Arcimboldo (Milano, 1526-1593) sono universalmente note: le serie diverse e allegoriche delle quattro stagioni, i quattro elementi naturali, alcuni ritratti di mestieri (il bibliotecario, il giurista) talvolta in ceste reversibili (l’ortolano, il cuoco), probabilmente personaggi della corte imperiale di Rodolfo II d’Asburgo nella Praga magica del secondo ‘500 meravigliosamente analizzata dall’acume del poeta e slavista Angelo Maria Ripellino nell’omonimo saggio del 1973, di cui Skira ha ripubblicato nel 2011 un estratto significativo dal titolo Arcimboldo e il re malinconico.

Nelle opere di questo pittore, scrive Ripellino, “un volto, un volto di pezzi diversi è un oggetto, un oggetto adorno. L’uomo diventa inventario e addizione dei propri strumenti abituali, un fantoccio composto degli arnesi del suo mestiere. Del corpo non v’è sentore nelle immagini dell’Arcimboldo, ma si presume rigido e marionettesco. Tutto l’umore viene riassunto dal capo che è un rompicapo, un puzzle di oggetti incastrati l’uno nell’altro, di vegetali che allignano insieme in un’apparente concordia, come le viti con gli olmi e le ulive con le mortelle, di bestie riunite per mansuetudine.

Giuseppe Arcimboldo, Acqua, 1566, olio su legno di ontano, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Giuseppe Arcimboldo, Acqua, 1566, olio su legno di ontano, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Giuseppe Arcimboldo. Terra, 1566 ca., olio su tavola, Coll. privata, Austria

Giuseppe Arcimboldo. Terra, 1566 ca., olio su tavola, Coll. privata, Austria

Alla vita si sostituisce il rappezzo inerte, l’insieme di molti congegni (…). La fantoccesca ricucitura di attrezzi e di volatili e di frutti indica il decadimento della bellezza del Volto, che, rinunziando ad essere sembianza di Dio, si fa laido e morchioso, e si riduce a compendio e dispensa di oggetti, perché l’uomo è schiavo degli arnesi che si illude di manovrare e che lo divorano invece, sino a invadere le sue fattezze.

La serialità di queste facce composite contiene due opposti aspetti: da un lato esse suggeriscono un’ammiccante vuotaggine, un Menetekel di orrore, un lugubre senso di disfacimento e di morte, dall’altro hanno qualcosa di ironico e farsesco, una lächerliche Anatomie da baraccone, gli attributi di un mondo carnevalesco e scurrile, un modo da Celionati.”

Giuseppe Arcimboldo, L'ortolano, 1588-1590 ca., olio su tavola, Museo Civico Ala Ponzone, Cremona

Giuseppe Arcimboldo, L’ortolano, 1588-1590 ca., olio su tavola, Museo Civico Ala Ponzone, Cremona

Giuseppe Arcimboldo, Il cuoco, 1570 ca., olio su tavola, Nationalmuseum, Stoccolma

Giuseppe Arcimboldo, Il cuoco, 1570 ca., olio su tavola, Nationalmuseum, Stoccolma

Ora, a proposito di attenzione per l’animo umano sin nelle sue pieghe difformi e caricaturali, l’esempio principe e in principio del ‘500 è Leonardo. Fra gli altri egli influenzò anche lo scultore Giovan Francesco Rustici (Firenze, 1475 – Tours 1554), protagonista del manierismo italiano e francese, le cui vicende biografiche sono narrate nella seconda e definitiva edizione delle Vite del Vasari (1568).

Leggendo si viene così a sapere che Rustici, uomo “piacevole e capriccioso” come nessun altro, aveva fondato a Firenze la cosiddetta “Compagnia del Paiuolo”, composta da numerosi artisti suoi amici coi quali si riuniva per organizzare cene stravaganti e divertenti, piene di invenzioni culinarie (e non solo) cui ciascuno doveva contribuire con assoluta originalità, pena la punizione da parte del “signore” della serata di volta in volta eletto fra i commensali.

Lo stesso nome della Compagnia derivava dalla volta in cui Rustici aveva sistemato i suoi ospiti in “un grandissimo paiolo fatto d’un tino” decorato con tele e pitture, mentre fra le portate aveva pensato “una caldaia fatta di pasticcio, dentro alla quale Ulisse tuffava il padre per farlo ringiovanire”, essendo le due figure “capponi lessi che avevano forma d’uomini” peraltro buoni da mangiare.

Giuseppe Arcimboldo, Il giurista, 1566, olio su tela, Castello di Gripsholm, Mariefred, Svezia

Giuseppe Arcimboldo, Il giurista, 1566, olio su tela, Castello di Gripsholm, Mariefred, Svezia

Altra cena altra invenzione, stavolta del celebre pittore Andrea del Sarto, che preparò un tempio “simile a quello di San Giovanni”, salvo il suo esser fatto di gelatine di vari colori a imitare un mosaico pavimentale, con delle colonne in salsiccia e capitelli e basi di parmigiano, cornicioni in pasta di zucchero e la tribuna in marzapane. Per non dire del leggìo in mezzo al coro “fatto di vitella fredda con un libro di lasagne che aveva le lettere e le note da cantare di granella di pepe; e quelli che cantavano al leggìo erano tordi cotti col becco aperto e ritti, con certe camiciole a uso di cotte fatte di rete di porco sottile; e dietro a questi, per contrabbasso, erano due piccioni grossi, con sei ortolani che facevano il soprano.”

Giuseppe Arcimboldo, La cantina, 1574, olio su tavola, Coll. privata, Londra

Giuseppe Arcimboldo, La cantina, 1574, olio su tavola, Coll. privata, Londra

Su esempio del Paiolo, nel 1512, sempre a Firenze, nacque un’altra Compagnia detta della Cazzuola e assai simile all’altra in quanto a foggia dei piatti preparati e ad artisti partecipanti, fra cui l’immancabile Rustici, ma qui si doveva anche venir vestiti a tema e prendere parte a vere e proprie azioni teatrali (happening ante litteram?) con finale, ovviamente, mangereccio. Per saperne di più, a parte la fonte vasariana, si consiglia l’ultimo saggio del medievista e storico dell’alimentazione Massimo Montanari I racconti della tavola (Laterza 2014), che, oltre a essere lettura piacevolissima, è come sempre ricco di particolari storico-letterari e implicazioni antropologiche che solo un’osservazione attenta della cultura del cibo può dare.

Giuseppe Arcimboldo, Estate, 1573, olio su tela, Musée du Louvre, Parigi

Giuseppe Arcimboldo, Estate, 1573, olio su tela, Musée du Louvre, Parigi

In finale di battuta, viene da associare queste Compagnie rinascimentali ad altre cinematografiche e novecentesche come gli Amici miei di Monicelli (si ricordi che il progetto del film era di un altro grande, Pietro Germi, purtroppo scomparso prima di poterlo girare) o il quartetto de La grande bouffe di Ferreri: proprio la carica malinconica di questi ensemble, con l’associazione fra cibo e thanatos dichiarata in Ferreri, riporta alle parole di Ripellino su Arcimboldo, alla serialità mortifera dei suoi elenchi-ritratto sospesi fra l’horror vacui della farsa carnescialesca e la messa in scena di manichini privi d’anima in forma d’oggetti e cibi d’uso umano e quotidiano.

Giuseppe Arcimboldo, Autunno, 1573, olio su tela, Musée du Louvre, Parigi

Giuseppe Arcimboldo, Autunno, 1573, olio su tela, Musée du Louvre, Parigi

Per quanto l’atteggiamento di Rustici e dei suoi sodali fosse evidentemente goliardico (si potrebbe poi strologare se tutto ciò non celasse un tentativo di sfuggire al tedium vitae tanto comune ai Nati sotto Saturno di wittkoweriana memoria), non è poi così ardito pensare che l’ormai quarantenne Arcimboldo avesse letto delle imprese gastronomiche dello scultore fiorentino e forse ne avesse tratto qualche spunto da mettere, sia pur con altra intenzione, non più in tavola con spezie e olio, ma su tavola (o tela) con olio di pittura.

Giuseppe Arcimboldo, Il bibliotecario, 1562 ca., olio su tela, Castello di Skokloster, Svezia

Giuseppe Arcimboldo, Il bibliotecario, 1562 ca., olio su tela, Castello di Skokloster, Svezia

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Pontormo, Visitazione (particolare), 1528-29 ca., Pieve di San Michele Arcangelo, Carmignano (PO)

Pontormo, Visitazione (particolare), 1528-29 ca., Pieve di San Michele Arcangelo, Carmignano (PO)

 

Nel giro di pochi decenni la Firenze rinascimentale visse tempi politici assai travagliati, dalla cacciata nel 1494 dell’imbelle Piero de’ Medici a causa della discesa coeva di Carlo VIII di Francia, alla restaurata repubblica del Comune medievale, prima sotto le prediche infuocate del Savonarola (finito egli stesso sul rogo nel 1498), poi sotto la guida del più moderato Pier Soderini e del celebre segretario Niccolò Machiavelli, sino al ritorno mediceo nel 1512. Quindi un’ultima fiammata repubblicana nella primavera del 1527, non a caso approfittando della crisi fra papa Clemente VII (Giulio de’ Medici) e l’imperatore Carlo V che avrebbe portato al devastante Sacco di Roma nel maggio dello stesso anno. Ma la città già dal 1530 tornò saldamente e stavolta definitivamente nelle mani medicee.

Pontormo (Jacopo Carucci, Pontorme, 1494 – Firenze, 1557) e Rosso (Giovan Battista di Jacopo, Firenze, 1494 – Fontainebleau, 1540), nati nello stesso anno e allievi del medesimo maestro, Andrea del Sarto detto “senza errori” per la sua pittura pulita, squisitamente e altamente accademica, che in parallelo all’altro maestro cittadino di inizio ‘500, il solidissimo Fra’ Bartolomeo, tentò di dare stabilità e chiarezza al proprio linguaggio, Pontormo e Rosso, si diceva, furono artisti affatto diversi tra loro e lontani anche dagli insegnamenti ricevuti nella loro prima formazione. Da ciò il sottotitolo dell’ottima mostra tuttora in corso sino al prossimo 20 luglio a Palazzo Strozzi, Divergenti vie della “maniera”, curata da Carlo Falciani e Antonio Natali, capaci nell’impresa non semplice di radunare una cinquantina di capolavori primari di questi due protagonisti (quasi tutto il loro superstite catalogo), accanto a un’altra trentina di opere di loro contemporanei.

Pontormo, “uomo fantastico e solitario” secondo Vasari, che mai gli perdonò lo stravolgimento del verbo michelangiolesco, fu effettivamente un introverso ai limiti della misantropia, omosessuale, meteoropatico e con una serie di manie abitudinarie anche alimentari annotate nel suo Diario della maturità (1554 – 1556), in cui accanto ai progressi negli affreschi (oggi perduti) in San Lorenzo, sono documentati con minuzia i pasti e i malanni da essi derivanti, come dalle fasi lunari o dal cambiamento del tempo, incluse le deiezioni più o meno malsane, con un’attenzione precisa alle miserie del (proprio) corpo umano. Politicamente fu pittore ufficiale dei Medici e visse stabilmente a Firenze, ma al contrario di quanto possa far pensare la sua natura chiusa, come artista fu sempre e decisamente eclettico, riuscendo a combinare in un linguaggio del tutto originale pensoso personale nervoso e tormentato, ma sempre colto e in una parola intellettuale, elementi di Michelangelo (cangiantismo, plasticismo, etc.), Dürer (giochi geometrici e figure allucinate), sino al recupero di aspetti espressivamente ellenistici e altri, all’inverso, del classicismo sartiano.

 

Rosso Fiorentino, Madonna col Bambino e quattro santi (Pala dello Spedalingo), 1518, Galleria degli Uffizi, Firenze

Rosso Fiorentino, Madonna col Bambino e quattro santi (Pala dello Spedalingo), 1518, Galleria degli Uffizi, Firenze

 

Anche Rosso, così detto per il colore dei capelli, fu pittore intellettuale e coltissimo, ma tutto rivolto alla tradizione fiorentina, masaccesca e donatelliana, benché rivisitata e spiritata, genialmente, in chiave moderna, di uomo in crisi del primo ‘500. Lavorò a Firenze e a Roma, ma lasciò nel suo girare l’Italia Centrale segni importantissimi anche in provincia, come le Deposizioni del 1521 a Volterra e del 1527-28 a San Sepolcro. All’opposto del suo coetaneo fu estroverso e repubblicano e repubblicani, quindi alfine perdenti, furono i committenti suoi. Lo stesso recupero di certa tradizione artistica, del resto, andò nella direzione coerente dei valori repubblicani e quando l’ultimo scampolo di repubblica cadde nel 1530, Rosso finì nella Francia di Francesco I quale ideatore raffinatissimo del sogno italiano del re, ovvero il castello di Fontainebleau, poi continuato dal Primaticcio causa la sua morte improvvisa.

Questa mostra è certamente un’operazione di profilo assai alto, che ha consentito anche il restauro di diverse tele per l’occasione e che si inserisce nel novero prezioso delle mostre di Palazzo Strozzi degli ultimi anni, basti pensare a La Primavera del Rinascimento. La scultura e le arti a Firenze 1400-1460  (2013) o al Bronzino. Pittore e poeta alla corte dei Medici (2010). Da visitare dunque, acquistando il relativo catalogo.

 

http://www.palazzostrozzi.com/pontormoerosso

 

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