Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘andrea zanzotto’

sovrimpressioni ninapi ravenna

Sovrimpressioni

di Luca Maggio

“Un gioco con problemi seri; questa è l’arte.” Kurt Schwitters

Cosa accomuna personalità, ovvero modus operandi, così differenti come le tre oggi qui riunite? L’accumulo di eredità più o meno in-consapevoli post novecentesche (incluso il loro rifiuto), che è via fruttuosa in quest’inizio di caos nuovo secolare a fare al di fuori dall’altrimenti palude inevitabile del già visto, riferito, citato: impossibile non richiamare una, anzi più tradizioni non tradizionali per fare (e fare di mano non solo di testa con la generosità dell’esperienza) qualcosa che sappia di personale: “arte solitaria di trascinar parole/ verso i doni di molte domande/ mentre all’estremo siamo circondati”[1].

Dunque costruire col sovrapporre, conglomerare, stratificare con la grazia del caso, del non stabilito a priori, Cage dixit, ma sapendo che se si è dentro la macchina creatifera, non si va da una parte qualsiasi, ché una non vale un’altra e alla fine le scelte fatte, per quanto credute automatiche, vanno cavalcate e non sviate, certo a sorprendere chi per primo le batte (in arte chiamato artista, si può ancora dire).

Ed ecco i nostri tre, sotto il segno d’una titolazione mutuata da Zanzotto, altro pezzo verbale buono per il Tempo nostro nuovo: “Difficile e violento è realmente cogliere/ i procedimenti di entrata e ritorni di questi eventi/ come la divinità e varietà delle chine/ e del dolce vuoto, delle beanze tra i dossi, / chine da sé e in sé sorgive con i loro intervuoti”[2].

Si propongono queste tre visioni, ChiariniLanzoniLuschi, da muro a muro, specchi involontariamente riflettenti parti particolari dell’altro negli scheletri o moduli architettonici e angolari filati da Silvia, profilati da Giovanni nei di-segni delle condutture elettriche o nei manufatti inverosimili di falegnameria che tornano in minuzia di legnetti da lego cesellati da Simone, e invitano anche a entrare in sé, in loro, in quel modo-mondo-mondi paralleli che l’artefare loro fa alterando il reale con altra realtà, di-la-tan-do-la, rendendo evidente ciò che la scienza ultima pare confermi (ma ben prima il Borges dei sentieri che si biforcano), il cosiddetto multiuniverso o teoria degli universi paralleli[3].

Silvia Chiarini, Cervo in piazza, 2014, acrilico, tempera e ricamo su tela

Silvia Chiarini, Cervo in piazza, 2014, acrilico, tempera e ricamo su tela

Silvia Chiarini, Triangoli su palme, 2012, acrilico, olio, matita e ricamo su tela

Silvia Chiarini, Triangoli su palme, 2012, acrilico, olio, matita e ricamo su tela

Silvia Chiarini, Los Angeles, 2015, acrilico, tempera e ricamo su tela

Silvia Chiarini, Los Angeles, 2015, acrilico, tempera e ricamo su tela

Così Silvia Chiarini veste in chiaro linee rette e curve, strutture, archisognature, lanci di prospettive, paesaggi in passaggi di colore e tecniche successive, cilindri, macchie, punte, finestre, accenni di, alberi, palmizi e pizzi floriformi, scacchiere e bestie sospese tra fluttuazioni metarinascimentali (da Paolo Uccello a Casorati, da De Chirico al cervo del Sant’Eustachio di Pisanello, il tempo in arte è sempre circolare, attuale) e cromie leggere, chimere vaghe d’eleganza soffiata a fresco da Masolino a Castiglione Olona, ma in visioni che appartengono all’oggi collettivo.

Giovanni Lanzoni, White House Museum, 2012, collage su carta

Giovanni Lanzoni, White House Museum, 2012, collage su carta

Giovanni Lanzoni, La bottega dei tracobetti, 2015, collage su carta

Giovanni Lanzoni, La bottega dei tracobetti, 2015, collage su carta

Giovanni Lanzoni, Anonimous performance, 2014, collage su carta

Giovanni Lanzoni, Anonimous performance, 2014, collage su carta

 

Mentre Giovanni Lanzoni ci prende in giro tutti, il ragazzo, includendosi, ignoto e consapevole, nel gioco. E lo fa malinconicamente come ogni degno Calvero del mestiere, inventandosi uno zoo pop unico, ritagliando teste, pittando a collage mura di carta come cartoline e cartoline come murales e tappeti kitsch, tanto tutto è superficie, inganno, accumulo di frammenti giustapposti, equilibri sghembi di piramidi di sedie e tavolini e asimmetrie volute, fili di bandierine colorate alla Calder (ma recisi a ben vedere), navi di folli, gallerie di ritratti in eco d’un Basquiat in miniatura, a ricordare quanto possa significare il disordine nel cosmo-vita quotidiano, ammesso che Lanzoni parli di quotidiano, saltimbanco dell’anima sua-nostra, lasciatelo divertire ché, amaramente, “gli uomini non dimandano/ più nulla dai poeti”[4].

Simone Luschi, Senza titolo, 2015, legno

Simone Luschi, Senza titolo, 2015, legno

Simone Luschi, Senza titolo, 2015, legno

Simone Luschi, Senza titolo, 2015, legno

Simone Luschi, Senza titolo, 2015, legno

Simone Luschi, Senza titolo, 2015, legno

Simone Luschi, invece, abbandona in apparenza le “sculture teste. Teste, non volti. Fisse ieratiche”[5], esposte sino al mese scorso a Fusignano, per andare in direzione altra. Eppure.

Effettivamente ne abbandona colori e disegni, le distrazioni insomma. Intatta è la via ieratica, anzi indagata in essenza: di quelle teste composte è come se avesse scelto le forme di singoli frammenti da cui partire, certo ora puliti, nudi e poveri in compensato, ragionamenti in chiarità di beige di strutture progressive minime, linee alla LeWitt nei lavori più piccoli e isolati o, in quelli più grandi, di Merzbau schwittersiani che, mentre paiono scivolare, si autogenerano da espansioni di solidi, come le teste generavano i complementi e i completamenti di se stesse, e possono essere abitati dalle strutture più piccole appoggiate dall’artefice in equilibri precarimpossibili quanto finissimi, a un passo dal cadere, come sulle scale, richiamo forse inconscio a Escher, che non portano a nulla, ma bastano a sé, bastano al sé.

Simone Luschi, Senza titolo, 2015, legno

Simone Luschi, Senza titolo, 2015, legno

Simone Luschi, Senza titolo, 2015, legno

Simone Luschi, Senza titolo, 2015, legno

Simone Luschi, Senza titolo (particolare), 2015, legno

Simone Luschi, Senza titolo (particolare), 2015, legno

E sono anche belle queste cose loro, belle sì, detto come un dato accessorio ma non insignificante: l’arte non ha bisogno di bellezza per essere, questo uno dei lasciti più liberatori del ‘900, essendo l’arte analisi consapevole (voluta, desiderata da chi la compie) e coagulata in epifania dell’oggetto più o meno rispondente all’intenzione. In tutto questo “la bellezza è un’opzione per l’arte e non una condizione necessaria. Ma non è un’opzione per la vita. È una condizione necessaria per la vita così come vorremmo viverla (…) è un valore (…), non semplicemente un valore tra gli altri,  (…) ma uno dei valori che definiscono cosa significhi la vita umana nella sua completezza”[6].

Fra i ritagli e le attaccature di un Lanzoni, quelle maschere-omini, quella sua umanità, le cuciture d’una Chiarini a riannodare la superficie altra del quadro alla nostra sensibile (il filo è ponte, fragile, ma è), le archifatture d’angoli nascondigli di Luschi, improbabili e perciò possibili geometrie della mente, ci sei anche tu.

Ravenna, 24 e 28.V.2015

ascoltando Ravel (le Tzigane), Schlippenbach o chi gradite

Sovrimpressioni, Galleria Ninapì, Ravenna 30 maggio - 20 giugno 2015

Sovrimpressioni, Galleria Ninapì, Ravenna 30 maggio – 20 giugno 2015

Sovrimpressioni, Galleria Ninapì, Ravenna 30 maggio - 20 giugno 2015

Sovrimpressioni, Galleria Ninapì, Ravenna 30 maggio – 20 giugno 2015

Sovrimpressioni, Galleria Ninapì, Ravenna 30 maggio - 20 giugno 2015

Sovrimpressioni, Galleria Ninapì, Ravenna 30 maggio – 20 giugno 2015

Sovrimpressioni, Galleria Ninapì, Ravenna 30 maggio - 20 giugno 2015

Sovrimpressioni, Galleria Ninapì, Ravenna 30 maggio – 20 giugno 2015

 

[1] N. Cagnone, Il popolo delle cose, Milano 1998, p. 86.

[2] A. Zanzotto, da Avventure metamorfiche del feudo in Sovrimpressioni, Milano 2001, p.120.

[3] M.J.W. Hall, D.-A. Deckert, H.M. Wiseman, Quantum Phenomena Modeled by Interactions between Many Classical Worlds, in Physical Review X 4, 041013, October 23rd 2014.

[4] A. Palazzeschi, Lasciatemi divertire, in L’incendiario, Milano 1910, p.185.

[5] M. Fabbri, L’uomo ragno e l’esplosione del compensato, 2015.

[6]  A. Danto, L’abuso della bellezza. Da Kant alla Brillo Box, Milano 2008 (ed. orig. Chicago 2003), p.37 e p.179.

 

SOVRIMPRESSIONI

a cura di Luca Maggio e Chiara Fuschini

SILVIA CHIARINI

GIOVANNI LANZONI

SIMONE LUSCHI

Inaugurazione Sabato 30 Maggio ore 18.00

Galleria Ninapì via Pascoli 31 Ravenna 

Dal 31 Maggio al 20 Giugno

Venerdì e Sabato dalle 17 alle 19

Per appuntamento 3471202754 – 3391706194

 

Annunci

Read Full Post »

Jorge Guillén (Valladolid, 1893 – Malaga, 1984)

Jorge Guillén (Valladolid, 1893 – Malaga, 1984)

La vida, más feroz que toda muerte, J. Guillén

Y elementales fondos de planeta/ Fortifican un ámbito completo:/ Noche con nieve, luna y mi estupor, J. Guillén

A proposito di quanto scritto la settimana scorsa sull’importanza del tradurre-tradire poesia da parte dei poeti, caso emblematico è quello di Jorge Guillén (Valladolid, 1893 – Malaga, 1984), da noi purtroppo meno noto rispetto ai compatrioti Machado, García Lorca o all’amico Salinas.

Poeta per poeti è stato detto, quasi a volerlo confinare in una nicchia d’élite. Ma la poesia vuole essere letta, ha bisogno dei nostri occhi, di mani che la sfoglino, non esclude (il lusso è esclusivo, infatti “luxus” etimologicamente indica una sregolatezza, una stortura dal naturale corso delle cose, da cui lussazione, lussuria etc.), la poesia è anzi inclusiva e totalizzante, specie se il rapporto è a due, fra chi leggeascolta e la pagina leggera, solcata da versi più che stampati posati su essa, senza riempirla mai. La poesia non teme l’horror vacui.

E Guillén, poeta innamorato della vita, quand’anche dolente, ha sempre presente d’essere granello biologico fra miliardi di altri granelli vivi dell’istante esistente, sia pur’esso fatto di sassi o gas stellari.

Dunque poeta per poeti è accettabile solo se lo s’intende come nel bellissimo volume Amici così, per grazia di lettura (Donzelli, Roma 2013) curato da Camilla Zapponi, che ha qui riunito accanto ai testi originali (e come tali insuperabili) le rispettive traduzioni fatte da alcuni degli amici italiani di Guillén: Eugenio Montale, Leone Traverso, Margherita Guidacci, Piero Bigongiari, Mario Luzi, Nelo Risi, Andrea Zanzotto.

Questa raccolta invita all’incanto. Sedetevi. È tempo dedicato a voi stessi.

Jorge Guillén (Valladolid, 1893 – Malaga, 1984)

Jorge Guillén (Valladolid, 1893 – Malaga, 1984)

I giardini

Tempo in profondo; scende sui giardini.

Guarda come si posa. Ora s’affonda,

è tua l’anima sua. Che trasparenza

di sere unite insieme per l’eterno!

La tua infanzia, sì, favola di fonti.

 

Jorge Guillén (trad. di E. Montale), da Amici così, per grazia di lettura (Roma 2013)

////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////

da Presagio

(…) Le stelle insigni di lassù non guardano

la nostra notte che non ha segreti.

Resta tranquillo quel profondo buio.

 

L’oscura eternità non è già un drago

celeste! Le nostre anime conquistano

non viste una presenza tra le cose.

Jorge Guillén (trad. di E. Montale), da Amici così, per grazia di lettura (Roma 2013)

////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////

Notte planetaria

 

Silenzio. Di tenebra?

 

In queste ore lentissime

solo nella notte rimane

a vibrare, un vuoto,

appena di esistenza

per chi, non riuscendo a prender sonno,

dal suo letto alla cieca

tasta l’oscurità

come intorno

polverosa pullulasse:

assedia l’udito

il suo sussurro al limite

della notte, della

sua nebbia di realtà

ora più che mai lieve

quando il fondo più fondo del deserto

si risolve in possibile

materia d’Infinito

e già quasi risuona

d’un nulla che gli è tutto.

 

Silenzio

             di pianeta

Jorge Guillén (trad. di P. Bigongiari), da Amici così, per grazia di lettura (Roma 2013)

////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////

Tregua dell’inquietudine

 

Innamorati, dormono essi a pari

sopra le notti e notti d’abbandono

totale a quel destino che li lega.

 

Dormono. Ecco due sonni. In armonia.

Tessono quel silenzio serio a tono

con le stelle. Destino, e non domandano.

Jorge Guillén (trad. di L. Traverso), da Amici così, per grazia di lettura (Roma 2013)

////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////

da Vuoto

(…) Il tempo fugge via con altre nubi

Che si disfanno, torpide vaghezze

Di niente.

Ascoltami. Reggi al suo attrarre.

Jorge Guillén (trad. di N. Risi), da Amici così, per grazia di lettura (Roma 2013)

Read Full Post »

Giuseppe Maestri, La tenda di Teodorico, acquaforte e acquatinta, anni'80

Penso che un sogno così non ritorni mai più/ mi dipingevo le mani e la faccia di blu”, Modugno-Migliacci, 1958.

Giuseppe Maestri (Sant’Alberto, Ravenna, 1929 – Ravenna, 2009) è parte della storia bella di Ravenna: incisore, stampatore e artista. Dal giorno della sua scomparsa, il 18 ottobre di due anni fa, penso che il Comune senza esitazione dovrebbe dedicargli una via, tanto è stato culturalmente e umanamente prezioso per chiunque lo abbia conosciuto e per la comunità civica in generale.

In città l’avventura cominciò nel dicembre del ’65, quando con la moglie Angela Tienghi inaugurò la galleria-laboratorio La Bottega in via Baccarini, di fronte alla storica Biblioteca Classense e all’allora Accademia di Belle Arti, prima che questa venisse spostata presso la Loggetta Lombardesca, attuale MAR, e poi definitivamente decentralizzata e, aggiungo, penalizzata nell’odierna sede periferica, poco distante dal cimitero.

La Bottega, nacque con entusiasmo nella Ravenna di oltre 40 anni fa da un’idea di Alberto Martini, condirettore della mitica collana I maestri del colore della Fabbri Editori, e non fu solo uno spazio espositivo importante per il panorama cittadino di allora aprendo ad artisti di livello nazionale (cosa di cui beneficiarono anzitutto gli artisti locali), ma divenne insieme luogo di incontro e scontro fra menti creative diverse e valenti, talvolta con discussioni accese e polemiche, talaltra con condivisione di ideali, e sempre con circolo, freschezza e scambio continuo di idee.

Si cominciò con l’esposizione di Aligi Sassu, cui seguirono, e con coraggio nella Ravenna rossa dell’epoca ma pensando solo al dato artistico, le retrospettive su Carrà e Sironi, in cui intervennero i figli degli artisti scomparsi da poco tempo. Poi, fra gli altri, Treccani, Guttuso, Calabria, Moreni, Giò Pomodoro, oltre ai locali Ruffini, Guberti, Folli, Giangrandi, nonché le visite prolifiche dei maestri del Gruppo Mosaicisti di scuola ravennate, che allora aveva sede nel medesimo quartiere.

La scomparsa o la mutazione in tempi recenti di questi luoghi frequentati dagli artisti (penso a ciò che doveva essere nei medesimi anni ’50 e ’60 il Bar Jamaica di Milano anche dal racconto che me ne fece l’artista bergamasco Rino Carrara), ovvero spazi liberi in quanto partecipati, per citare Gaber, e non solo vetrine asettiche di gallerie griffate, è una delle cose più tristi degli ultimi decenni. Fortunatamente nuove rinascenze associative insieme alle potenzialità del web già in atto fanno vedere un presente e sperare in un prossimo futuro migliori poiché realmente condivisi e aperti.

Per quanto riguarda i locali della ex La Bottega, dal dicembre 2010 l’artista Mario Arnaldi li ha riaperti come luogo espositivo ma anche di incontro, chiamando la nuova galleria AMArte, nel solco dello spirito che li ha animati per così tanto tempo.

Nonostante i tempi economicamente cupi benché artisticamente prolifici, come in ogni crisi, bisogna continuare a recuperare e innovare in questa direzione e col supporto dei nuovi media questo tipo di ambienti per evitare anche in ambito creativo soliloqui privi del beneficio della discussione, preoccupazioni queste, condivise da artisti differenti anche per età, come ho potuto constatare in conversazioni di qualche anno fa ad esempio con Claudio Olivieri e Francesco Bocchini.

Olivieri fa ancora parte di quelle generazioni che si impegnavano con pamphlet e scritti pepati, se necessario, proprio come Mattia Moreni, uno dei protagonisti della Bottega, come mi raccontava Maestri, che ne curò tutte le 5 o 6 serie di incisioni, cosa che del resto faceva spesso con molti degli artisti da lui ospitati o con collaborazioni esterne, fra le quali vale la pena ricordare Tono Zancanaro, Carlo Zauli, Trude Waehner, Rudolf Calonder e Angela Wejersberg, sino ai più giovani Nicola Samorì, Ilze Kalniete e Roberta Zamboni.

Moreni, è noto, non aveva carattere facile, ma a differenza di numerosi dibattiti feroci con i più, nutriva un rispetto vero, profondo, verso Maestri, a cominciare dal suo saper fare un mestiere antico con abilità unica. Altro illustre testimone di tanta stima fu l’amico Raffaele De Grada, il quale divenne direttore dell’Accademia di Belle Arti ravennate nei primi anni’70 anche in forza dell’affetto nutrito per Giuseppe e sua moglie, i quali a loro volta lo consigliarono di  accettare senza esitazione. E fino all’ultimo, nell’antologica di Maestri L’onirica navigazione (Chiesa del Pio Suffragio, Bagnacavallo, Ravenna, maggio 2008), il grande critico ormai novantenne, volle essere presente per omaggiare l’amico mai dimenticato.

È stato in quell’occasione, proprio attraverso quella mostra segnalatami da un giovane amico pittore, che anch’io ho avuto la fortuna di conoscere l’opera e la persona di Giuseppe Maestri, maestro d’arte e di vita, anche se lui mai lo avrebbe ammesso e quasi schermendosi mi avrebbe citato un verso di uno dei poeti romagnoli tanto amati.

Era così: umile, generoso, affabile oltre che tecnicamente insuperabile e sempre dotato di una poesia profonda, intimamente chagalliana, semplice e lirica, in ciò che faceva, in ciò che diceva, in come lo diceva: quanti giorni in cui fluiva il discorso sulle molte vicende della Bottega, per poi narrarmi i segreti incisori di Marco Dente, suo illustre predecessore ravennate nella Roma raffaellesca del primo ‘500, e passare infine alle finezze pittoriche e di incisione di Dürer, apprese a sua volta grazie al bulino e all’arte orafa del padre, il tutto mentre con estrema naturalezza e semplicità, col suo inconfondibile sorriso, Giuseppe continuava a lavorare al torchio, come fosse la cosa più naturale del mondo.

Giuseppe Maestri al lavoro nella sua "Bottega", settembre 2008

E pure avendolo visto all’opera tante volte, non saprei spiegare come riuscisse a realizzare vere e proprie alchimie cromatiche ben oltre le normali possibilità di incisione, mescolando, come solo lui sapeva, acquaforte, acquatinta, ceramolle, collage, ritocchi all’acquerello, e usando qualsiasi tipo di lastra con risultati di volta in volta più incantevoli, talché le sue erano vere e proprie opere uniche, spesso con tiratura bassissima o appunto unica. Mi confidò che gli sarebbe piaciuto andare oltre la manualità di cui era padrone assoluto e unire la sua arte, la sua tecnica, alle nuove potenzialità grafiche del computer, se solo avesse trovato il tempo e la persona giusta con cui lavorare: Giuseppe guardava sempre al futuro, con la forza del suo candore.

Quale privilegio è stato conoscerlo, frequentarlo in quell’ultimo anno e mezzo della sua ricchissima vicenda umana e artistica.

Ed è stato in uno di quegli incontri che gli ho chiesto l’intervista qui riportata: era il settembre 2008.

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Intervista a Giuseppe Maestri, a cura di Luca Maggio, Ravenna, Galleria La Bottega, settembre 2008.

Grazie ad un giovane artista ravennate, Luca Mandorlini, ho fatto conoscenza della tua opera, restandone altrettanto affascinato. In queste pitture ed incisioni, hai saputo inventare un mondo di sogno, una Ravenna che non c’è, eppure potrebbe essere, dietro alle stesse case e monumenti che sono quotidianamente sotto i nostri occhi forse un po’ distratti o abituati. È come se ne avessi colto, con poesia, il fantasma buono, niente a che fare con gli incubi, anzi: penso ai tuoi blu notte, alle porte, muri, finestre coloratissimi, al Mausoleo di Teoderico che lascia l’imponenza della pietra e viene da te trasformato, magia vera, nella tenda d’assedio del re mossa dal vento. E ancora file di case, non c’è direzione unica in questo mondo, sopra e sotto eventuali orizzonti, tutto resta sospeso, incantato…

È una Ravenna fantastica, è vero, che sta sulle dune, sono racconti per immagini, perché talvolta attraverso le immagini le cose si spiegano meglio: è un mondo interno che viene fuori, poi, certo, può ricordare qualcosa di quello esterno, ma non la storia ufficiale, troppo difficile, a parte giusto un riferimento all’assedio di Ravenna, che in effetti ci fu e per ben tre anni ad opera del re Teodorico, solo che ho immaginato la tenda che terminava con la cupola del Mausoleo… I colori illuminano i miei lavori, come quelli dei bambini, si potrebbe dire che non sono mai maturato… pensa che un artista giovane con cui ho collaborato di recente, Nicola Samorì, guardando le mie cose, ha detto che davvero gli sono sembrato più giovane di lui! Ma i colori sono anche una forma di protesta personale: perché arrendersi al grigiore del mondo?


Ho notato che da queste visioni di città sono pressoché assenti le figure umane: sono le architetture le protagoniste animate, fluttuanti, a galleggiare sospese su “acquecielo”, come le isole della Ravenna antica, dove però coesistono più lune insieme, mezze o piene, anch’esse appese a fili invisibili, galleggianti in “cielimare” con pesci a posto delle stelle e vele, vele di barche e case come vele…

Già, sarà perché sono nato vicino ad un fiume, a Sant’Alberto, e vedevo sempre le barche: in fondo le navi sono un simbolo, di arrivo e partenze. Ravenna e Bisanzio poi erano due importanti porti antichi collegati fra loro e i bordi di certe incisioni, come vedi, sono decorati un po’ all’orientale, con figure varie, galleggianti… Poi sarà che nella Bottega in tanti anni ho conosciuto tanti “matti”, che forse un po’ di quella follia l’ho ereditata anch’io…


E tecnicamente?

Per me l’incisione è un linguaggio legato sia alla pittura che alla scultura. Le mie incisioni non sono proprio ortodosse, alla Morandi, per fare un esempio: sono miste, non si tratta solo di preparare la lastra e disegnarla: in queste acquetinte, ceremolli, c’è il colore, per me importante, e la casualità che gioca nel contesto di preparazione del lavoro. Poi il risultato può piacermi e avvicinarsi o meno a ciò che voglio, ma, ed ecco il paradosso, nel momento in cui si accetta il caso a cooperare, non c’è più l’elemento casuale…


So che La Bottega è stata frequentata anche da poeti importanti come Luzi, Zanzotto e Guerra soprattutto, con cui spesso hai collaborato e tuttora, ritraducendo con approvazione, componimenti dal suo al tuo dialetto, il santalbertese. Del resto, come si diceva una volta, sei anche un fine dicitore di versi, specie in dialetto, cosa che ti ha portato, talvolta collaborando con l’attore Marescotti o in recital solistici, a far conoscere Tonino Guerra appunto, Nino Pedretti, Raffaello Baldini, Tolmino Baldassari, ultimamente Nevio Spadoni, oltre al classico di sempre, Olindo Guerrini alias Lorenzo Stecchetti e molti altri anche in italiano, non escluso Dante. 

Sai, il rapporto con la parola e la poesia per me è sempre stato importante, specie con la lingua del dialetto: è la mia lingua madre, quella con cui penso, quella con cui la mia generazione è cresciuta, la lingua di un mondo che voi ragazzi potete capire, ma non sentire fino in fondo. Ecco queste parole hanno un colore, che non può essere capito fino in fondo.

 
Grazie di tutto, Giuseppe.

Giuseppe Maestri (Sant'Alberto, Ravenna, 1929 - Ravenna, 2009)

Giuseppe Maestri: Ravenna senza tempo – Le incisioni: mostra attualmente in corso sino al 23 dicembre 2011, presso la Biblioteca Classense – Manica Lunga, Ravenna.

Read Full Post »

Andrea Zanzotto (Pieve di Soligo, 1921 - Conegliano, 2011)

Monti mirabili, quali perdite

in voi celate, quali depredamenti

abissali?

E quanto d’essi, per inattese

folgorazioni voi ci rendete, o improvvisi mancamenti,

moltiplicato nell’infinito

così come infinite

sono le ombre e le luci che vi reggono

che vi tessono?

Anche le nostre ombre

o le nostre labili radianze

da voi ci vengono, e gl’instabili moti,

e gl’impulsi fedeli

verso il dire o l’estendere

e il graffire o il ridare in colori,

con nostri infantili strumenti,

paci o battaglie di forme…

E guarderemo e custodiremo

l’assenza dei monti

e ciò che è stato nostro in rutilanti

o povere carte: lieti di capire o fors’anche

di stravedere, ma con intatto semplice, ansioso, tic

di connivente amore

di sacre omertà.

Andrea Zanzotto, 1993, da Ascoltando dal prato – Divagazioni e ricordi – a cura di Giovanna Ioli, Interlinea Edizioni, Novara, 2011.

Ps. Per quale motivo ho scelto proprio questi versi fra i tanti stupendi lasciati dal grandissimo Andrea Zanzotto (Pieve di Soligo, 1921 – Conegliano, 2011), a mio avviso il più importante poeta del secondo ‘900 italiano?

Tre settimane fa ho conosciuto a Sesto San Giovanni uno dei protagonisti della fotografia italiana contemporanea, Luca Andreoni, che, oltre ad essere l’eccezionale artista che è, si è dimostrato persona a dir poco squisita, riconfermando una volta di più una regola non scritta ma che dovrebbe essere matematizzata tanto si rivela esatta ogni volta: chi davvero è grande non si dà arie, non ne ha certo bisogno. Sono gli altri, i minuscoli, a farla cadere dall’alto. E ciò vale in ogni ambito, ve lo garantisco.

Conversando, Andreoni mi ha mostrato alcuni suoi inediti strepitosi sui boschi appenninici fra Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia e Toscana.

Sul treno del ritorno decido di cominciare Ascoltando dal prato, un libretto su Andrea Zanzotto comperato il giorno prima. Facendo mia una battuta dell’Amleto, nel caso, come nella follia, c’è del metodo: così la pagina s’apre, per caso ma forse non a caso, sui versi sopra riportati: miglior commento alle immagini di Andreoni non avrei saputo trovare e l’omaggio al poeta è venuto da sé.

Grazie maestro Zanzotto.

Andrea Zanzotto – Rai Educational

Read Full Post »

Guariento da Arpo (notizie dal 1338 1l 1367), Schiera di angeli armati (Arcangeli?), Musei Civici, Museo Bottacin, Padova

Bella giornata mercoledì scorso per visitare la doppia mostra padovana sul tempo dei da Carrara, signori cittadini del XIV secolo (Civici Musei agli Eremitani e Palazzo Zuckermann), e sul Guariento (Palazzo del Monte), pittore che nel rispondere alle loro esigenze diede stile ad una corte e a un’epoca in terra veneta, nel tentativo riuscito di andare oltre il dettato giottesco e radicale degli Scrovegni di inizio ‘300 (espressività dei volti, massa dei corpi, prospettiva intuita, eredità che, toccando poco più che nulla la vicina Serenissima per il tramite di Paolo Veneziano, sarà appieno e per primo colta dal toscano Masaccio cent’anni dopo), eseguendo personaggi bizantineggianti ma dalle linee sempre più eleganti, sinuose e allungate nel tempo, e così anticipando il gusto cortese e fiabesco definito in tempi moderni “gotico internazionale” poiché diffuso in tutte le più raffinate corti europee tra la fine del ‘300 e la metà del ‘400 e oltre in più di qualche caso.

Antonio Vivarini e Giovanni d'Alemagna, Incoronazione della Vergine, 1444, Chiesa di San Pantalon , Venezia

Chi può si affretti a visitare queste due intelligenti ben curate e interconnesse esposizioni ormai in chiusura (il 31 luglio!), non solo per la riscoperta piacevolissima di un autore medievale null’affatto minore ma protagonista vero del suo tempo (a proposito, di Guariento da Arpo si hanno notizie dal 1338 al 1367 circa, con l’ultima grande commissione nota, il Paradiso di Palazzo Ducale a Venezia, sostituito da quello del Tintoretto dopo l’incendio del 1577), qui messo a confronto con altri grandi che lo precedettero, ne furono contemporanei o ne presero il lascito (da Giotto ai riminesi Pietro e Giuliano all’espressionista bolognese Vitale, da Giusto de’ Menabuoi ad Altichiero, dai veneziani Pietro e Lorenzo sino alla sontuosa Incoronazione della Vergine di Antonio Vivarini  e Giovanni d’Alemagna), ma anche per le sezioni ricche di codici miniati e disegni, vasi e sculture, avori, oreficerie religiose, monete, armi e ricostruzioni urbane ottocentesche e odierne dedicate appunto al contesto in cui molti di quegli artisti fiorirono, ovvero l’età carrarese di Padova, dal 1318 al 1405, date dell’ascesa e della caduta di questa famiglia fra gli artigli della Repubblica di San Marco, con relativa incarcerazione e uccisione violenta, per strangolamento, degli ultimi sfortunati da Carrara, Francesco Novello e figli.

Cronaca Carrarese, Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia

Questi signori, come del resto Petrarca che aveva casa a due passi da qui, ad Arquà, e che probabilmente ispirò gli affreschi perduti di alcune sale della loro reggia, furono vero e proprio esempio di intelligenza e avanguardia protorinascimentale, capendo che nel rendere davvero grande la città di cui, sebbene per breve tempo, ressero le sorti, di riflesso anche la loro dinastia, la loro immagine e il loro ricordo ne avrebbero beneficiato per sempre (passatemi l’avverbio, in realtà assai relativo riguardando cose umane): commissionarono architetture e affreschi religiosi e civili, potenziarono l’università e la ricerca, specie gli studi scientifici e un aristotelismo indipendente dai dettami rigidi della Chiesa (indipendenza mantenuta anche sotto Venezia, come si legge nel motto universitario “universa universis patavina libertas”/“la libertà di Padova è totale per tutti”), in generale fecero prosperare l’economia e la cultura, costituendo anche una delle biblioteche più preziose del tempo, poi dispersa: Padova visse un’età d’oro e divenne uno dei centri più illustri e attivi dell’Europa di allora, oltre che incubatrice del tempo a venire, da Donatello al giovane Mantegna, sino a Galilei.

Giovanni Dondi, astrario, sec. XIV (ricostruzione moderna)

E di fatto, dopo sei secoli dalla scomparsa dei carraresi, non solo gli studiosi, ma l’intera città li celebra e ne riconosce i meriti, comuni anche ad altre signorie di cui anticiparono il modello: Medici, Farnese, Gonzaga, Sforza, etc., usurai, tagliagole, predoni ripuliti ma tutti dotati di gusto eccezionale, senza il minimo dubbio sì sul potere dell’immagine, ma anche sull’amore autentico per le proprie terre, che tuttora continuano a risplendere proprio grazie ai loro antichi domini.

Si rifletteva su queste cose con Andrea Picco, l’amico fraterno, quello vero di una vita, che anche in questa passeggiata m’ha accompagnato, e si concludeva su come quella gente, talvolta illetterata ma non rozza o comunque spesso più ferrata di cavalli e guerra che di pennini e inchiostri e con mezzi economici e tecnici infinitamente minori rispetto agli attuali, abbia voluto e saputo lasciare segno indelebile di sé cambiando in bene urbano le proprie scorribande, peraltro figlie delle loro epoche feroci, senza mai dubitare del fatto che economia e potere abbiano il dovere di produrre cultura nuova, altro che svilirla, sentirla estranea o dichiarare che non rendendo moneta sia cosa inutile, anzi sentendola come bene personale e collettivo, sino a far identificare il proprio nome con essa, traccia del presente e via per il futuro, e non caso circondandosi, anzi, contendendosi i migliori talenti d’ogni ambito, senza gerarchie… il paragone col nostro presente è talmente impietoso che conviene fermarsi qui.

Senza pensare di cosa parleranno i cosiddetti posteri, quelli dell’ardua sentenza, in riferimento all’oggi fra sei o sette secoli, in finale di battuta faccio solo notare come l’occhio possa abituarsi alla bellezza delle nostre città e paesaggi, dandola quasi per scontata: errore! Essa è frutto di secoli e di più congiunture fortunate e bastano pochi dissennati anni e qualche criminale politico e cementifero per distruggerla in un lampo.

Palazzo della Ragione, XIII-XV sec., Padova

A Padova, come in tante altre località dal cento storico quasi intatto, è il tessuto connettivo a commuovere, non il singolo benché straordinario monumento, ma l’infilata di strade, case, logge, porticati, piazze, muri medievali, rinascimentali, settecenteschi, che fanno l’armonia diffusa pur nella diversità di stili, epoche ed in assenza totale di piani regolatori (e lo stesso si potrebbe dire dello straordinario paesaggio italiano, coltivato, collinare, boschivo, etc., con villaggi o cascine da presepe, in equilibrio perfetto ma delicato): a questo proposito, passata Piazza delle Erbe col meraviglioso Palazzo della Ragione e infilandoci nel ghetto antico, benché assorbiti dal nostro chiacchierare, sia io che Andrea siamo subito rimasti male nel vedere una discontinuità palese causata da una palazzina anni ’60, con intonaco d’un giallastro tipo maionese scaduta, crepato e con tanto di luminaria natalizia ancora attaccata con babbo natale, si suppone perenne, come l’orrore che causa tale visione.

Cosa può aver spinto a costruire in un luogo così un cesso (anche in senso etimologico, essendo posto indietro rispetto alle abitazioni adiacenti) di tal fatta? Cosa spinge tanti imprenditori veneti (e non ultimi i Marzotto, come mi è stato confermato) a cementificare a “capannonizzare” una campagna bellissima, ora palladiana ora selvatica, a quanto pare inutilmente difesa da fior di poeti, non ultimo il grandissimo Zanzotto?

La sete di denaro, si dirà… forse però la differenza fra i signori spietati del passato e quelli attuali non è nella brama di ricchezze, comune ad entrambi, ma è nel sentirsi davvero e profondamente parte di un territorio, amarlo non solo come cosa da sfruttare, vendere e dimenticare, ma essendone depositari e responsabili: di là si viene, da lì partiranno anche i discendenti: meglio che lo trovino al meglio. Così, semplicemente, dovevano ragionare in tempi andati, spero non del tutto perduti in favore di un disamore e di un disinteresse apparentemente verso ciò che non è nostro possesso, in realtà verso la vita tout court, poiché si è sempre parte di un contesto, per quanto grande è bello ci si illuda possa essere il nostro giardino chiuso con villone annesso.

Omar Galliani, Blu Oltremare, 1995 (foto Luca Trascinelli)

Meglio consolarsi col finale di mostra, in Piazza Duomo: dopo le tavole angeliche del Guariento al Monte di Pietà, già parte della decorazione della cappella privata nella reggia dei da Carrara, tempere su tavola che mi hanno indotto a rileggere con piacere il paragrafo dedicato da Chiara Frugoni alle nove schiere angeliche descritte dallo pseudo-Dionigi l’Aeropagita nel suo bellissimo e recente La voce delle immagini. Pillole iconografiche dal Medioevo (Torino 2010), si è proceduti verso l’antistante Museo Diocesano, dove, sempre in tema d’angeli, nello splendido Salone dei Vescovi è l’omaggio al Guariento di Omar Galliani, grazia preraffaellita e delicatezze ora in punta di grafite ora di blu, come il primo angelo al book-shop, colore che, ricordano gli antichi, è quello del sogno, dell’oltremondo, degli dei: se appare essi ti vogliono parlare.

A questo proposito, non si può che concludere con l’immagine paradisiaca della cupola del vicinissimo Battistero, altra commissione carrarese e capolavoro totale del fiorentino Giusto de’ Menabuoi (1376-78), vero e proprio mandala cristiano, vortice di colore, ali e nimbi verso l’assoluto aperto, il Cristo col libro su cui è scritto: “Ego sum ΑΩ”.

Ps. Caro Andrea, va da sé, questo post è dedicato a te.

Giusto de' Menabuoi, Cupola del Battistero, 1376-78, Padova

Guariento e la Padova Carrarese – sito ufficiale

Read Full Post »