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Dino Risi (1916-2008)

Dino Risi (Milano, 1916 – Roma, 2008) è fra i padri nobili della commedia all’italiana, insieme a Comencini, Germi, Lattuada, Salce, Zampa, Nanni Loy, Steno, De Sica, alla Wertmüller, al grandissimo Monicelli e ad altri giganti di questo genere stupendo, che abbracciando una gamma infinita di caratteri e di toni, dal comico al drammatico al grottesco (il segreto dell’immortalità di Shakespeare: rispecchiare la vita che è loro mescita continua), è riuscito a cogliere l’altrettanto infinita gamma del tirare a campa’ italico, talché, fra cento o anche meno anni, varrà più una rassegna di certe pellicole rispetto a tanti trattati storici per descrivere l’identità e il costume nazionale di una dato periodo.

Poveri ma belli (1956), Il vedovo (1959), Il mattatore (1960), Una vita difficile (1961), Il sorpasso (1962), La marcia su Roma (1962), I mostri (1963), Operazione San Gennaro (1966), Straziami, ma di baci saziami (1968), La moglie del prete (1970), In nome del popolo italiano (1971), Sessomatto (1973), Profumo di donna (1974), La stanza del vescovo (1977), Fantasma d’amore (1981), sono alcune delle perle di Risi, nella cui carriera si evidenziano il periodo d’oro, gli anni ’60, e l’attore-feticcio-amico-alter ego Vittorio Gassman, pur avendo egli lavorato coi più grandi di sempre, Tognazzi, Sordi, la Valeri, Mastroianni, la Vitti, Manfredi, la Loren, per citarne alcuni.

Gli ultimi decenni di una carriera tanto spettacolare (anche letteralmente), sono avari di film validi e vedono un declino progressivo del regista sino al ritiro completo con gli anni 2000, quando si cumulano riconoscimenti e celebrazioni.

Tuttavia Risi, dopo un tempo brevissimo, in gioventù, da psichiatra (tale doveva essere la sua carriera per i genitori), per il resto della vita, da milanese trapiantato a Roma, ha esercitato nel modo più creativo la sua professione e il suo sguardo clinico, mostrandoci come siamo, per quel che siamo (cinico lui o cinici noi?), beffardamente, con disincanto e senza sconti, ma anche con un’attenzione particolare al lato comico d’ogni situazione, irridendo le non poche miserie di questo Paese e dei suoi abitanti.

Nella fase finale, aveva ancora in serbo dei péchés de vieillesse notevoli, sebbene letterari: a parte l’autobiografia I miei mostri (Milano, 2004), si segnalano le raccolte Versetti sardonici ((Roma, 1995) e Vorrei una ragazza. Epigrammi e aforismi (Milano, 2001), che per intelligenza, humour, ritmo, stile pungente e messa a fuoco di dettagli, tali da delineare con pochissime parole storie ed esistenze intere (anche meglio dell’ideatore del genere Romanzi in tre righe, il dandy Félix Fénéon, recentemente ripubblicato da Adelphi), e una lucidità giocata tra (finto-vero) cinismo, talvolta lirismo, commozione e forse, anche un po’ di noia esistenziale (quasi da sopravvissuto), ricordano in pillole il grande cinema degli anni passati, oltre a raggiungere in campo epigrammatico ed aforistico alcuni dei vertici di sempre. Nei prossimi giorni se ne darà testimonianza.

Ps. Nota a margine su Suso Cecchi d’Amico (Roma, 1914-2010), grandissima signora del cinema e sceneggiatrice italiana che ci ha lasciati quasi un mese fa, la più grande insieme ad Age (Agenore Incrocci, Brescia, 1919 – Roma, 2005) e Scarpelli (Furio Scarpelli, Roma, 1919-2010), anch’essi partiti non molto tempo prima per altri luoghi dove continuare, litigando, a scrivere commedie uniche e dialoghi formidabili.

Non mi risulta che la d’Amico avesse mai collaborato con Risi, o almeno non a progetti noti e poi concretizzati. Chissà perché. In comune giusto un luogo, Castiglioncello (LI), dove Risi girò alcune scene de Il sorpasso e la d’Amico soggiornava d’estate, e un libro di Mario Tobino, Il deserto della Libia, che ha ispirato due loro distinte sceneggiature, Scemo di Guerra (1985), diretto da Risi e scritto insieme ad Age e Scarpelli e, vent’anni dopo, nel 2006, Le rose del deserto di Monicelli, scritto appunto con la d’Amico.

Cosa dedicare a questi e agli altri benefattori (non saprei definirli in altro modo) che ho sopra citato e ad altri ancora, viventi e non, registi, interpreti (protagonisti o le altrettanto fondamentali spalle, senza scordare tanti caratteristi strepitosi) e scrittori di cinema, di cui il poco spazio o la memoria non mi hanno permesso di accennare (ma vogliamo anche solo citare Giannini e la Melato wertmülleriani, gli esordi folli e graffianti di Benigni, Verdone, Pozzetto e Villaggio/Fantozzi, o le glorie storiche, Fabrizi e la Magnani, Fernandel e Gino Cervi, Totò, Peppino e i De Filippo tutti, Nino Taranto, i Giuffré, Tina Pica e Troisi, tanto per stare dalle parti di Napoli, o, ancora, fra gli sceneggiatori, Luciano Vincenzoni, Benvenuti e De Bernardi, Ugo Pirro o il vulcanico Zavattini, etc., etc.)?

Forse per tutti basta un solo grazie, senza malinconia ma di cuore, col sorriso del cuore, vero come una risata, e tanta riconoscenza infinita, per chi ha saputo e tuttora continua a rendere felice per lo spazio immenso di 90, 100 o 110 e più minuti, qualsiasi pubblico, mai un pubblico qualsiasi. Grazie.

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