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Posts Tagged ‘anna marasco’

Eric Gill (1882-1940), The Soul and the Bridegroom, 1927

 

Ps. Grazie a Anna M. per questa pagina.

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Gabriel García Márquez (Aracataca, 1927 - Città del Messico, 2014)

Gabriel García Márquez (Aracataca, 1927 – Città del Messico, 2014)

Ad Anna M., amica de mi corazón

Quasi un mese fa scompariva Gabo, Gabriel García Márquez (Aracataca, Colombia, 6 marzo 1927 – Città del Messico, 17 aprile 2014), maestro riconosciuto del realismo magico e autore di capolavori come L’amore ai tempi del colera, L’autunno del patriarca, Cronaca di una morte annunciata e sopra a tutti Cent’anni di solitudine.

Tanti anni fa, avrò avuto 17 anni, ospite di un’amica all’Argentario, conobbi un ragazzo del luogo, Federico, che mi fece dono di una copia proprio di quest’ultimo libro e me ne comunicò una passione irresistibile.

Per la verità non lo lessi subito, aspettai. Quando lo aprii fu un lento ma inarrestabile vortice, Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio, uno degli incipit più belli della letteratura universale e il resto, una danza cui era impossibile resistere, di cui senza che me ne accorgessi diventai prigioniero, confuso fra tutte quelle generazioni di Buendía dagli stessi nomi, affascinato e avviluppato dalle storie assurde eppure naturali che s’andavano accumulando nella mia mente.

Quello di Macondo, il villaggio immaginario di Cent’anni di solitudine, è un mondo assai distante dalla razionalità europea: tutto è ottimamente descritto, solo che è altro dalla nostra mentalità. Questo credo sia il cuore del cosiddetto realismo magico.

Un giorno, ad esempio, scoppia un’epidemia di insonnia: nel vecchio continente cosa avremmo fatto? Chiamato gli specialisti migliori, cercato le cause, i rimedi possibili, analisi e controanalisi per arginare e risolvere il problema di questa sorta di Alzheimer collettivo.

A Macondo la prima reazione di José Arcadio Buendía è: “Se non dormiremo, tanto meglio (…) così, la vita ci renderà di più”. Ed effettivamente questa prontezza ad accettare la fatalità, anche la più strana, da non confondere con semplice indolenza, torna più volte nel libro poiché è parte dell’anima dei suoi protagonisti, della loro stessa terra. Tanto che sulle copertine dei romanzi di Márquez spesso ci sono dipinti di Henri Rousseau il Doganiere, poiché sembra di entrare in una delle sue foreste fatte di attese e mistero dove però tutto è noto e nulla pauroso.

Tornando all’insonnia, un effetto collaterale però c’è: mano a mano che la malattia si propaga nel paese e si prolunga nel tempo, porta con sé la perdita della memoria, non solo dei ricordi, ma anche delle singole parole. Quale rimedio, quanto meno parziale? È il caso a suggerirlo a uno dei Buendía.

A proposito, è da pagine come queste che si capisce come Gabo sia stato uno dei benefattori dell’umanità. Buona lettura.

Henri Rousseau, Il sogno, 1910, MoMA, New York

Henri Rousseau, Il sogno, 1910, MoMA, New York

“Fu Aureliano che concepì la formula che li avrebbe difesi per parecchi mesi dalle evasioni della memoria. La scoprì per caso. Insonne esperto, per esserlo stato tra i primi, aveva imparato a perfezionare l’arte dell’oreficeria. Un giorno stava cercando la piccola incudine di cui si serviva per laminare i metalli, e non si ricordò del suo nome. Suo padre glielo disse: “tasso”. Aureliano scrisse il nome su un pezzo di carta che appiccicò con la colla sul piede dell’incudine: tasso. Così fu sicuro di non dimenticarlo in futuro. Non gli venne in mente che quella poteva essere la prima manifestazione della perdita della memoria, perché l’oggetto aveva un nome difficile da ricordare. Ma pochi giorni dopo scoprì che faceva fatica a ricordarsi di quasi tutte le cose del laboratorio. Allora le segnò col nome rispettivo, di modo che gli bastava leggere l’iscrizione per riconoscerle. Quando suo padre gli rivelò la sua preoccupazione per essersi dimenticato perfino dei fatti più impressionanti della sua infanzia, Aureliano gli spiegò il suo metodo, e José Arcadio Buendía lo mise in pratica in tutta la casa e più tardi lo impose a tutto il paese. Con uno stecco inchiostrato segnò ogni cosa col suo nome: tavolo, sedia, orologio, porta, muro, letto, casseruola. Andò in cortile e segnò gli animali e le piante: vacca, capro, porco, gallina, manioca, malanga, banano. A poco a poco, studiando le infinite possibilità di dimenticare, si accorse che poteva arrivare un giorno in cui si sarebbero individuate le cose dalle loro iscrizioni, ma non se ne sarebbe ricordata l’utilità. Allora fu più esplicito. Il cartello che appese alla nuca della vacca era un modello esemplare del modo in cui gli abitanti di Macondo erano disposti a lottare conto la perdita della memoria: Questa è la vacca, bisogna mungerla tutte le mattine in modo che produca il latte e il latte bisogna farlo bollire per aggiungerlo al caffè e fare il caffelatte. Così cominciarono a vivere in una realtà sdrucciolosa, momentaneamente catturata dalle parole, ma che sarebbe sfuggita senza rimedio quando avessero dimenticato i valori delle lettere scritte.

Sull’entrata della strada della palude avevano messo un cartello su cui era scritto Macondo e un altro più grande nella strada centrale che diceva Dio esiste. (…)

Era riuscito a scrivere circa quattordicimila schede, quando apparve sulla strada della palude un vecchio bizzarro con la triste campanella dei dormienti, che trascinava una valigia rigonfia legata con funi e un carrettino coperto di stracci neri. Andò direttamente nella casa di José Arcadio Buendía. (…)

Era un uomo decrepito. Anche se perfino la sua voce era rotta dall’incertezza e le sue mani sembravano dubitare dell’esistenza delle cose, era evidente che veniva dal mondo dove gli uomini potevano ancora dormire e ricordare. José Arcadio Buendía lo trovò seduto nel salotto, intento a farsi vento con un cappello rattoppato e a leggere con compassionevole attenzione i cartelli appesi alle pareti. Lo salutò con ampie mostre di affetto, temendo di averlo conosciuto in altri tempi e di non riconoscerlo ora. Ma il visitatore si rese conto della sua falsità. Si sentì dimenticato, non con la dimenticanza rimediabile del cuore, ma con altra dimenticanza più crudele e irrevocabile che egli conosceva assai bene, perché era la dimenticanza della morte. Allora comprese. Aprì la valigia zeppa di oggetti indecifrabili, e tra quelli prese una valigetta con parecchi flaconi. Diede da bere a José Arcadio Buendía una sostanza di colore gradevole, e la luce si fece nella sua memoria. Gli occhi gli si inumidirono di pianto, prima di veder se stesso in un salotto assurdo dove gli oggetti erano etichettati, e prima di vergognarsi delle solenni baggianate scritte sulle pareti, e prima di riconoscere il nuovo venuto in un abbagliante fulgore di gioia. Era Melquíades.”

Gabriel García Márquez, da Cent’anni di solitudine (ed. orig. 1967, trad. di E. Cicogna, Milano 1987)

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Emilio Villa (1914-2003)

“Riuscendo a fare il vuoto interno, a creare in sé uno spazio di digiuno, isolando il testo poetico mentalmente da tutto lo si percorre meglio nei suoi meandri.” (Guido Ceronetti)

Emilio Villa (Affori, Milano, 1914 – Rieti, 2003): la sua traduzione dell’Odissea (Parma, 1964) e L’arte dell’uomo primordiale, scritto negli anni ’60 e uscito postumo (Milano, 2005) con l’importante postfazione di Aldo Tagliaferri, il suo maggior studioso, sono stati i miei veicoli per l’incontro con questo genio, parola come si sa abusata, da centellinare, anche se, e senza pentimenti, è in questo caso più che opportuna.

Villa, ex seminarista, traduttore di lingue morte per lui vive, caratteri sumeri, ebraici, greci e latini, con i quali talvolta scriveva, alternandoli e mescendoli ai moderni francese (come al provenzale antico), inglese, portoghese, spagnolo, oltre che al milanese natio e all’italiano, al suo italiano, un code-switching/code-mixing scritto, originale e altro da Pound, Villa poeta e critico d’arte illuminato e illuminante per intuizioni e ponti solo a lui possibili, attraverso differenze di stili e di tempi degli argomenti e degli artisti scelti, dalla preistoria alla contemporaneità più stringente, inventore di cultura tout court nonché di riviste e plaquettes rarissime già all’atto di nascita, croce e delizia di bibliofili e bibliofolli, come fra le altre cose narra Giampiero Mughini in alcune pagine commoventi del bellissimo La collezione (pag. 258-264, Torino, 2009),  fece della parola il centro del suo laboratorio sperimentale, dandole, più che poté, spazio e linfa novissimi: “siamo ancora due solitarie sparsae sibille, io e te, che si/ specchiano in faccia, in feccia, in furia, in fauci inficiate/ come due angeli stupidi e assorti, angeli mutuae faciei./ In realtà non sappiamo dire cosa sia il dire,/ quid sit dicere.

Eppure Emilio Villa resta un mistero: conosciuto da tutti negli ambienti culturali, probabilmente invidiato e per certo isolato da questi, ma anche outsider per scelta, per natura direi: alla muffa ipocrita di tanta intellighenzia italiana, accademica, partitica e non, preferì sempre e sempre fu preferito dagli artisti, coloro che fanno senza necessariamente bisogno di parole, cui pensò lui nel fondamentale e plurilinguistico Attributi dell’arte odierna 1947-1967 (Milano,1970), il capolavoro.

È piuttosto raro trovare Villa in commercio, pur avendo prodotto una quantità considerevole di testi, almeno fino al 1986, data della paralisi, oltre la quale il silenzio.

Emilio Villa, pagina autografa

Certo è che lo stesso Villa faceva spesso uscire cose sue in numeri limitatissimi e serie semiclandestine, quasi sempre impreziosite da disegni e opere grafiche dei suoi amici artisti: Fontana, Manzoni, Castellani, Burri, Mirko, Novelli, Turcato, etc. Moltissimo poi è rimasto allo stato di manoscritto o dattiloscritto, come il progetto incompiuto di una vita, le parti tradotte della Bibbia, conservate insieme a numerose altre carte nel Fondo Villa presso la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, una delle motivazioni della mostra qui dedicatagli nel 2008, nell’ex Chiesa di San Giorgio, a cura di Claudio Parmiggiani (catalogo Mazzotta, Milano, 2008).

Quando si parla di critica nell’attività di Villa, non è da intendersi nell’accezione comune, ma come fatto d’arte sull’arte, ovviamente anni luce distante, anzi proprio cosa altra dal dannunzianesimo longhiano imperante all’epoca e in seguito attraverso la fungaia epigona.

Un’amica di questo blog (e splendida fotografa), Anna Marasco, laureatasi con una tesi dal titolo Emilio Villa e la ricerca dell’assoluto, mi disse: “Poche parole perché Villa non necessita di nessuno che parli per lui. Un genio. Probabilmente l’ultimo genio d’Italia. Un inclassificabile rabdomante nauseato dall’Italia e dalla sua classe accademica. Era troppo avanti, dunque inesorabilmente destinato all’oblio”.

Cara Anna, hai ragione quando dici che a Villa basta Villa, da cui l’imbarazzo iniziale anche mio per un semplice post, e hai ragione nel dire che era troppo avanti, ma sull’oblio voluto dall’ufficialità, perdura laddove è naturale che sia: Villa resterà, è già, specie per chiunque sia stato toccato dalla sua conoscenza, anche pochissimi, non importa, come dimostrano Il clandestino, la biografia dedicatagli da Tagliaferri (Roma, 2004) e il ricordo del poeta Nanni Cagnone su Le Milieu.

"Tutto è cominciato qui ma tutto finisce altrove, in qualche porzione di millennio", pannello a mosaico da alcuni versi di Emilio Villa, realizzato nel 1986 a cura dell'Istituto Statale d'Arte per il Mosaico G. Severini di Ravenna, attualmente collocato presso il MAR, Museo d'Arte della città di Ravenna


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Anna Marasco, Die Brücke, Hamburg, 2007

Non so che numero di scarpe indossi Anna Marasco (Napoli, 1977): i piedi sono la prima cura del viaggiatore e Anna lo è. La seconda, nel suo caso, sono una Leica MP e una Nikon D200, macchine e compagne di strada, con cui scrivere lettere in pellicola e cartoline in digitale senza altro ingombro: le pagine del suo moleskine.

Anna Marasco, Trompe l’œil, Rotterdam, 2007

Anna Marasco, DNA-Turning Torso, Malmö, 2008

Il grande geografo Franco Farinelli ha detto che da Ulisse a Marco Polo tutti i viaggiatori antichi percorrevano senza fretta il proprio cammino, senza l’assillo del tempo del ritorno, attraverso vie curve, naturali, luoghi da conoscere e da vivere: il viaggio di Polo durò 24 anni. Da Colombo in poi le rotte si fecero sempre più dritte, veloci, precise, punti di un sistema reticolato: paradossalmente, la modernità ridusse la terra da tonda ad una tavola geografica piatta.

Anna Marasco, Porthole, Utrecht, 2007

Quando Anna parte, sa che tornerà, ma si estranea dal tempo meccanico delle lancette e cammina con lentezza, esplorando: acquista spazio il senso di un altro tempo, più antico, più umano, con cui alimenta il suo sguardo, che sa “porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere.” (Henri Cartier Bresson)

Anna Marasco, Human steps #2, Lisbona, 2008

Anna Marasco, Human steps #3, Lisbona, 2008

Anna passa e scatta: la messa in scena, senza prove né artifici, di vita fra persone, murales, visi dipinti e architetture come dipinti, ovunque si posi quel suo occhio colto e sognante, sinceramente incuriosito e pulito. Questo sono le sue foto: parti del suo vedere, parti della sua pelle. Cos’altro volere dall’anima di un fotografo?

Anna Marasco, Whispers, Gay Pride, Amsterdam, 2007

Anna Marasco, L’hédonisme, Amsterdam, 2007

Ma Anna non si contenta di registrare il mondo, essendo capace di mettere in discussione l’oggettività presunta della realtà col mezzo fotografico, per cui ciò che coglie fa assumere al dato empirico aspetti inattesi e talvolta ironici, sia nella presa in esame di frammenti architettonici (il Turning Torso di Calatrava a Malmö diviene segmento di DNA, gli Human Steps di un passaggio pedonale a Lisbona, rivelano la simmetria casuale delle formiche umane su una sorta di tela alla Giorgio Griffa) sia nella visione di interi (l’apparire di una gigantesca giraffa pubblicitaria su un grattacielo nel centro moderno di Rotterdam).

Anna Marasco, Legàmi n.2, Mosca, 2008

Anna Marasco, En attendant, Rotterdam, 2007

Nelle sue immagini c’è sempre un sorriso di nonsense beckettiano di fondo, di partecipazione però, non di distacco dai suoi soggetti, poiché la Marasco sa cogliere nel piccolo teatro dell’assurdo che è il quotidiano comune a tutti, una persistenza dell’essere nonostante la grandezza del nulla: nella forma delle cose, come nei volti felici o dolenti dei suoi personaggi, quasi sempre rivolti altrove, ad una vertigine momentanea data da un Gay Pride o dal Summer Carnival olandese, da un momento di memoria emerso durante l’attesa, infinitamente ripetuta, di un’anziana alla finestra o dai legami ostinati di due tubi già spezzati nella periferia russa o, ancora, dal fare la fotografia di una fotografia altrui, mentre il click a pochi metri di distanza sta per essere premuto.

Contatti: anna.marasco@gmail.com (attualmente vive e lavora a Berlino).

Anna Marasco, Fotografia di fotografia, Sergiev Posad, 2008

 

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Premessa

Tempo fa un’amica mi scrive: “Apri un blog, Luca. Uno di quelli seri, non seriosi, in cui si scrive per riflettere e nel quale le domande siano più preziose delle risposte. Un salotto cibernetico in cui passare a prendere un tè filosofico, senza la spocchia pretenziosa di chi si dà l’aria da intellettuale. Un tempo c’erano il ginnasio, il caffè letterario, circoli apolitici e aconfessionali dov’era dato diritto di parola e replica a chiunque. Un blog, in tal senso, avrebbe grosse potenzialità e il pregio di arrivare ovunque e a chiunque. E tu saresti un perfetto padrone di casa. Pensaci.”

Cara Anna, questo il nome dell’amica fotografa, detto fatto. E non poteva esserci presentazione migliore, anche perché involontaria, delle sue parole. Sarà uno spazio dedicato all’arte e all’attualità, ma dalla curiosità onnivora, in cui accanto alla segnalazione permanente delle mie attività di guida turistica e consulenza critica per artisti e collezionisti, ogni settimana compariranno articoli commentabili, alcuni scritti appositamente per il blog, altri, riedizioni di vecchi, mi auguro non troppo invecchiati, pezzi. Vado dunque a cominciare e benvenuti nel mio orto, il 21 a primavera.

Hasegawa Tohaku (1539-1610), La fioritura dei ciliegi

PS. Ringrazio i ragazzi di CaCO3, di cui avrò modo di parlare prossimamente: il particolare del mosaico d’oro che apre la testata di questo blog, viene da una delle loro bellissime opere (Movimento n.7, 2008).

Infine, un ringraziamento particolare all’amico Christian, mago del pc: in assenza delle sue illuminazioni informatiche, starei ancora navigando al buio.

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