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Posts Tagged ‘antonella perazza’

Caro lettore, bentrovato!

Prima di invitarti alla mostra di sabato, ti comunico un paio di novità: dopo anni le mie pubblicazioni non saranno più tutti i lunedì, anzi non ci sarà un giorno fisso. Fra un pezzo e l’altro potranno pertanto passare due giorni come due settimane e anche più.

Perché?

Per gli altri miei impegni anzitutto e per riacquistare una certa freschezza e libertà e divertimento di scrittura. Se il blog, questo blog almeno, diviene un obbligo lavorativo con scadenza, meglio farne a meno.

Sicché, avendo sempre voglia di scrivere (la parola, vizio antico), scriverò quando vorrò, quando riterrò di avere una curiosità o qualcosa da dire, più che altro in ambito culturale.

A questo proposito, rispolvererò alcune rubriche da tempo trascurate e altre più pepate ne tirerò fuori dal cassetto, o meglio dalle scarpe come certi fastidiosi sassolini da scuotere via e dimenticare per strada…

Buone cose e alla prossima!

Luca

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RAM 2015

Pedagogia dello sguardo

a cura di Elettra Stamboulis

dal 12 al 27 settembre
Inaugurazione sabato 12 settembre ore 18 MAR

Ravenna, via di Roma, 13 – ingresso gratuito

Il Museo d’Arte della città di Ravenna ospita come ormai da tradizione la mostra biennale del premio R.A.M. di Ravenna e Provincia: inaugura infatti sabato 12 settembre alle ore 18 la mostra con i lavori dei vincitori della selezione RAM 2014/15. Il concorso biennale, giunto alla decima edizione, si consolida come la più importante e continuativa esperienza di valorizzazione dei giovani artisti visivi della nostra Provincia. Realizzato dal 1999 da Associazione Mirada per conto dell’Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune di Ravenna, RAM ha costituito il trampolino di lancio per la nuova leva di artisti e creativi del nostro territorio, diventando ormai l’appuntamento più significativo per conoscere gli emergenti del territorio.

La commissione, composta quest’anno da Maria Rita Bentini, Gianluca Costantini, Sabina Ghinassi, Elettra Stamboulis e Antonella Perazza, ha individuato 7 vincitori i cui lavori saranno esposti nelle stanze al piano terra del MAR. Gli artisti in mostra sono:

Mosaico Sara Vasini (a cura di Luca Maggio)
Fotografia Nicola Baldazzi (a cura di di Maria Rita Bentini)
Scultura Victor Fotso Nyie (a cura di di Elettra Stamboulis)
Videoarte Miriam Dessì (a cura di di Daniele Torcellini)
Pittura DissensoCognitivo (a cura di di Claudio Musso)
Istallazione Caterina Morigi (a cura di di Sabina Ghinassi)
Istallazione UkiYo-E alias Silvia Bigi e Luca Maria Baldini (a cura di di Antonella Perazza)

Il tema individuato quest’anno anno è la pedagogia. Che cos’è l’arte se non anche una pedagogia dello sguardo? Partendo dall’esperienza montessoriana, che fa dell’uso del grafismo uno dei suo principali strumenti pedagogici ed educativi, attraversando le indagini narrative di Truffaut e del suo Ragazzo selvaggio, approdando ma solo per poco sulle rive del Teatro dell’Oppresso, gli artisti hanno dialogato con i curatori intercettando poi la loro personale pedagogia dello sguardo. Senza per questo dimenticare come le esperienze pedagogiche costituiscano un’eredità immateriale importante del nostro territorio.
Le opere saranno accompagnate da un testo critico specifico per ogni lavoro che verrà poi pubblicato sul catalogo collettivo di RAM in doppia versione: free press e catalogo.
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Benjamin Murphy, Earthly Powers

Benjamin Murphy, Earthly Powers

È ancora aperta sino al 30 maggio presso la Galleria Mirada di Ravenna la personale del giovane e talentuoso artista britannico Benjamin Murphy Deaths and Entrances – Morti e Ingressi, curata con la consueta dovizia e originalità da Antonella Perazza.

Sono pertanto lieto di ospitarne il testo critico, rinnovando i complimenti a lei, all’artista e alla Galleria Mirada. 

Benjamin Murphy, Futility

Benjamin Murphy, Futility

Benjamin Murphy – Deaths and Entrances

di Antonella Perazza

Il mondo che conosci attraverso i sensi, in particolare i tuoi occhi, è a colori. La tua esperienza visiva di tutti i giorni è filtrata attraverso lo spettro della luce, ma Benjamin ti vuole accompagnare in un posto altro, lontano da qui. Ed è così lontano e diverso dalla normale percezione, da essere in bianco e nero. Lo spazio della Galleria Mirada, che hai avuto modo di guardare in altre occasioni, è conquistato e rivoluzionato dall’artista, venato di scotch isolante dal segno lirico e persuasivo per renderlo intimo, empatico. La tua capacità di memorizzare gli spazi è stata annullata.

Se hai creduto di riconoscerti in uno dei suoi ritratti, non è un abbaglio o un’allucinazione. I volti dei suoi personaggi sono basati sulle foto che la gente gli spedisce, e questa familiarità è importante, ti introduce nel suo immaginario. Non preoccuparti però se gli occhi sono bianchi e senza pupille, è solo un modo per tagliare i ponti con la realtà. Gli occhi sono lo specchio dell’anima e senza questo specchio, sarai obbligato a non farti ingannare dal tuo stesso riflesso e dovrai gettare le tue emozioni dentro il quadro.

Benjamin Murphy, Skull Hugger

Benjamin Murphy, Skull Hugger

Nei frames intravedi l’interno di una stanza, alcuni mobili o altri oggetti ma non lasciarti distrarre: è sul personaggio che devi concentrarti. Di solito è una donna, idea perfetta nella carne della vita, ed è nuda perché tu non possa distrarti pensandola vestita con gli abiti di un’epoca in particolare. Il tempo si è fermato, fermati anche tu.

Ma questo è solo l’inizio di Deaths and Entrances, perché qui nulla finisce. Benjamin Murphy vuole mostrarti un racconto che tu stesso puoi continuare a costruire stanotte, rientrando a casa e prendendo in mano la raccolta di poesie di Dylan Thomas. C’è un’affinità particolare, infatti, tra il poeta e l’artista che non si limita alla loro provenienza. Dice Thomas a proposito dei defunti:

benché impazziscano saranno sani di mente,

benché sprofondino in mare risaliranno a galla,

benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo

E la morte non avrà più dominio.

Amore, fragilità e innocenza, oscenità e bellezza, vizio, caos e vanità. Strumenti di tortura, armi, chiavi, ossa, uccelli intagliati minuziosamente in pezzetti di nastro adesivo. Nelle sue opere anche la vita e la morte convivono in pace senza antagonismi e in un dolce abbandono, manifestazioni differenti della stessa forza universale. Silenziose, come entrate e uscite di scena.

www.mirada.it

www.benjaminmurphy.info

Benjamin Murphy, Deaths and Entrances, Galleria Mirada, Ravenna maggio 2015

Benjamin Murphy, Deaths and Entrances, Galleria Mirada, Ravenna maggio 2015

Benjamin Murphy, Deaths and Entrances, Galleria Mirada, Ravenna maggio 2015

Benjamin Murphy, Deaths and Entrances, Galleria Mirada, Ravenna maggio 2015

Benjamin Murphy, Deaths and Entrances, Galleria Mirada, Ravenna maggio 2015

Benjamin Murphy, Deaths and Entrances, Galleria Mirada, Ravenna maggio 2015

Benjamin Murphy, Deaths and Entrances, Galleria Mirada, Ravenna maggio 2015

Benjamin Murphy, Deaths and Entrances, Galleria Mirada, Ravenna maggio 2015

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SeaCreative, VisionePeriferica 2013, Mosciano Sant'Angelo (TE)

SeaCreative, VisionePeriferica 2013, Mosciano Sant’Angelo (TE)

Antonella Perazza (Giulianova, TE, 1981): ho avuto il piacere di conoscerti un anno fa quando abbiamo curato il Premio Tesi 2013 in collaborazione con Maria Rita Bentini per conto dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna e prima ancora per la vincita di RAM 2013, sempre come curatori. In entrambi i casi si trattava di opere e mostre inerenti il mosaico, ma so che tu vieni dalla Street Art. A questo proposito ti chiedo: come ci sei arrivata e cosa te ne ha fatto innamorare?

La Street Art è così: quando fa centro c’è poco da fare, non smetti più di scovarla tra le strade. Basta alzare gli occhi o semplicemente non abbassare mai lo sguardo per rendersi conto che non si è mai soli. Immagini, scritte, poster, sticker, bombardano di messaggi intere città ma anche le periferie.

Ma fare centro non è sempre così immediato. O almeno per me non lo è stato. Quando qualche anno fa giravo per Berlino, le immagini di Blu impresse sui palazzi mi incuriosivano e insospettivano nello stesso tempo. Poi ho iniziato a documentarmi. Ho comprato libri, ho girato per il web alla ricerca di artisti che non conoscevo. Nel giro di qualche anno anche il mio compagno ha iniziato a fare lavori di questo tipo ed è stato il modo più veloce per catapultarmi dentro quel mondo senza nessuna possibilità di uscirne. I lavori degli artisti mi appassionavano e potevo rimanere delle ore seduta sull’asfalto a vedere i loro work in progress.

Mp5, VisionePeriferica 2014, Mosciano Sant'Angelo (TE)

Mp5, VisionePeriferica 2014, Mosciano Sant’Angelo (TE)

Negli ultimi anni non mi bastava più osservare passivamente ma sentivo la necessità di vivere in prima persona questa realtà e il modo più attivo per farlo, non essendo un’artista, era organizzare un festival. Ho girato l’Italia per conoscere gli artisti e più li conoscevo e più mi convincevo che le immagini che scaturivano dalle loro opere erano totalizzanti, rappresentavano l’estetica della rivolta, la poesia di chi odia l’inganno e le false ideologie. Le sensazioni che percepivo erano talmente complesse che a un certo punto ho pensato: “Beh, ma in Abruzzo? Non è possibile che in pochi conoscano questo linguaggio artistico”. E allora ho provato a unirmi con persone che più o meno avevano un interesse comune al mio e siamo riusciti, con budget limitatissimi, a mettere su un’associazione, DimensioniBastarde, e un primo festival, in collaborazione con la ProLoco locale. Oggi il mio interesse per la Street Art è totale. Ho addirittura un gatto che si chiama Sea (come SeaCreative) e aspetto di averne un altro che chiamerò Opi (da Opiemme). A ogni chiusura di festival la mancanza di questi artisti è tale da doverla riempire con degli animali. A 40 anni avrò una fattoria!

Gio Pistone, Avere Fame, tecnica mista su carta, 2014

Gio Pistone, Avere Fame, tecnica mista su carta, 2014

Dunque in questo ambito, a dire il vero fertilissimo di nuovi talenti, sei attivissima: hai curato diverse cose tra cui, lo citavi prima, un vero e proprio festival in Abruzzo, sino alla personale Is Animas di Gio Pistone proprio il mese scorso presso la galleria Mirada di Ravenna: come hai conosciuto questa artista e come è nata e si è sviluppata la vostra collaborazione?

Sì, esatto, come ti dicevo, il festival Visione Periferica è stato un po’ il nostro primo grande progetto ed effettivamente è una cosa che mi sta veramente a cuore. Ed è stato anche il motivo per cui ho conosciuto Gio. L’ho contattata lo scorso anno per chiederle di parteciparvi, ma lei era già impegnata in un altro progetto. Quest’anno ci ho riprovato e la cosa è andata in porto due volte. Prima è stata ospite del festival abruzzese, regalando al paese un bellissimo murales con un cavaliere-astronomo in atto di domare un cavallo. Poi abbiamo lavorato per alcuni mesi alla mostra che ho curato da Mirada, Is Animas. La cosa interessante è che per quanto possa essere diverso l’impatto fra una parete grande e un foglio di carta, l’emozione regalata è la stessa. I suoi disegni mi hanno innescato una serie di ricordi, scavando nelle mie emozioni più profonde, e ne è venuta fuori una bella collaborazione. Ho un’ammirazione fortissima per Gio e per tutte le StreetArtist donne che molto spesso passano in secondo piano ma che meriterebbero molta più attenzione. Per esempio quando parlo di Gio o presento la sua mostra, molti credono che sia un uomo. La StreetArt è anche al femminile e le nostre ragazze sono tra le migliori. È bello che questo si sappia.

VisionePeriferica 2014, work in progress di Gio Pistone e Alleg (a sinistra), Giulio Vesprini (a destra)

VisionePeriferica 2014, work in progress di Gio Pistone e Alleg (a sinistra), Giulio Vesprini (a destra) 

La mostra di Gio Pistone è inserita all’interno di Subsidenze – Street Art Festival ravennate del settembre 2014, che alla fine lascerà diversi lavori murali in città: puoi parlarne? Pensi sia un esempio esportabile?

Sì, penso che lo sia, anche se in realtà noi non abbiamo inventato nulla. In Italia ogni anno c’è un proliferare di festival di cui esempi lampanti sono quelli di Memorie Urbane e Frontier, che hanno regalato una visibilità fortissima ai loro territori.

Subsidenze, il festival organizzato con l’Associazione Indastria, è nato principalmente per la nostra passione comune verso i murales. Io amo definire affettuosamente il nostro presidente, Marco Miccoli, “lo stalker degli streets”. Qualsiasi informazioni su questi artisti è reperibile contattandolo.

Lo abbiamo conosciuto, in effetti, proprio per questo motivo e ci siamo trovati diverse volte a parlare di festival e artisti. A un certo punto eravamo diventati talmente ripetitivi che ci è venuto in mente di concretizzare qualcosa a Ravenna, mettendo a disposizione della città le nostre conoscenze in questo settore. L’assessora Valentina Morigi e le Politiche Giovanili hanno subito appoggiato l’idea del primo festival di Street Art a Ravenna. D’altronde già l’ex dirigente Raffaella Sutter aveva spinto per portare avanti un discorso di riqualificazione urbana attraverso l’arte.

Dopo mesi di riunioni e centinaia di e-mail ce l’abbiamo fatta e a settembre è partita la prima edizione di Subsidenze. Dico la prima perché credo realmente che ce ne saranno molte altre, rinnovate nella formula per non correre il rischio di cadere in festival fotocopia. Noi ce la mettiamo tutta. Ma come ti dicevo prima con la Street Art si corre sempre il rischio di cadere nelle polemiche, anche se fortunatamente sono più gli apprezzamenti. 

DissensoCognitivo, Subsidenze 2014, Ravenna

DissensoCognitivo, Subsidenze 2014, Ravenna

Infine, tuoi progetti futuri?

Tanti, troppi. Mille idee che mi frullano per la testa e che spero si realizzino. Sicuramente punteremo a una terza edizione di VisioniPeriferiche, allargando i confini fuori da Mosciano Sant’Angelo, il paese dove sono cresciuta e dove si sono tenute le edizioni precedenti. A Ravenna stiamo già lavorando per la seconda edizione di Subsidenze che sarà molto ricca di eventi collaterali.

Per quanto riguarda il mio percorso individuale, invece, proseguirò la collaborazione con Mirada curando una serie di mostre legate alla Street Art.

Ho anche due progetti a Bologna ma fin quando non si concretizzano preferisco non parlarne…

Spero anche di continuare con qualche supplenza di storia dell’arte a scuola (con questa classe di concorso è sempre un terno a lotto essere chiamati), portando le mie esperienze anche tra i giovanissimi che meritano un assaggio di contemporaneità. Mi piace pensare che proprio a partire dai più giovani sia importante sviluppare un senso critico che non li limiti a giudicare senza capire. E la Street Art merita di essere portata anche nelle scuole. Chissà se facendo così tra qualche decennio non saremo bombardati di immagini ovunque, come auspica Banksy: “Immagina una città dove i graffiti non siano illegali, una città dove ognuno possa disegnare ovunque gli piaccia. Dove ogni strada sia inondata da milioni di colori e piccole frasi. Dove stare alla fermata dell’autobus non sia mai noioso. Una città che sembri un essere vivente, una cosa che appartenga a tutti, non solo agli agenti immobiliari e ai magnati della finanza. Immagina una città come quella e smetti di appoggiarti contro il muro – è fresco di vernice.”

Zedone, Subsidenze 2014, Ravenna

Zedone, Subsidenze 2014, Ravenna

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Si propone la seconda e ultima parte dei testi critici (qui la prima parte) nel catalogo di Orientamenti – Premio Tesi 2013, a cura mia e di Antonella Perazza, fra cui quello del vincitore del Premio, Sergio Policicchio.

Al termine di questo bellissimo percorso si ringraziano tutti gli organizzatori che lo hanno permesso,  l’Accademia di Belle Arti di Ravenna, in particolare nella persona di Maria Rita Bentini, e il Comune di Ravenna, nonché la Fondazione Akhmetov di Mosca, sponsor della residenza d’artista trimestrale assegnata al vincitore. E a tutti e quattro questi capaci artisti, Raffaella Ceccarossi, Naghmeh Farahvash, Sergio Policicchio e Sara Vasini, l’augurio di una mente sempre fertile e pronta alla bellezza dell’inatteso.

Si ricorda infine che la mostra resterà aperta e con ingresso gratuito sino al 24 novembre 2013 presso il chiostro della Biblioteca Oriani di Ravenna.

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Sul pensiero di perdersi di Antonella Perazza

Sergio Policicchio, Sul pensiero di perdersi, micromosaico su stampa fotografica, 50x70 cm, 2013

Sergio Policicchio, Sul pensiero di perdersi, micromosaico su stampa fotografica, 50×70 cm, 2013

Sergio Policicchio inizia a lavorare al suo ciclo di opere Sul pensiero di perdersi nel 2012, anno in cui si imbatte in una raccolta di fotografie sulla popolazione autoctona della Tierra del Fuego.

Questo incontro fortuito innesca un imprinting tra l’artista e quei volti provenienti dall’estremità del continente che si risolve in uno smarrimento emozionale dato dalla frontalità disarmante di quelle immagini.

Sergio le analizza ma non si ferma alla sola fisiognomica. Attraverso la presenza materiale delle microtessere tenta di porre delle domande per mettersi in discussione, per cercare di diventare altro da sé e aprirsi agli altri. Crea nuovi segni tribali che non si limitano a una popolazione specifica ma identificano l’intera tribù umana, al di là di ogni linguaggio. Le metamorfosi che ne derivano innestano l’uomo nell’animale e generano una rincorsa di espressioni sovrapposte. Lo scarto tra la superficie patinata del medium fotografico e la texture delle tessere e micro frammenti, crea un’epidermide sensoriale in cui i tratti somatici diventano geologici, le mimiche facciali vengono ri-calcate dall’intervento plastico.

Il viso si trasforma allora in territorio e quei tratti trascinano l’immaginario di una terra che diventa paesaggio interiore, un labirinto da percorrere senza seguire nessun filo, lasciandosi perdere nella profondità di quegli sguardi.

Negli occhi dei cinque soggetti si apre una questione umana che, seguendo a ritroso la scia delle lacrime dello sguardo che le ha generate, diventa idioma comune oltre il tempo e gli uomini, sempre attuale e parlante perché comunica con l’emozione.

BIO artista: Sergio Policicchio, nato a Buenos Aires nel 1985, si diploma nel 2013 presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna.  Nel 2011 è finalista al premio GAEM. Espone durante il Festival Internazionale del Mosaico (2010, 2011). Tra gli altri lavori: In tensione verso (2011, installazione), Erma (2011, installazione), La quiescenza (2012), Accademie eventuali (2012), Fuoco bianco (2013), Mundus, paesaggio sonoro (2013). Ha partecipato come performer a diversi progetti di compagnie teatrali.

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Nasso di Luca Maggio

Sara Vasini, Nasso-Arcipelago di Nasso, quercus petrae (rovere), 7x130 cm, 2013 (foto di Filippo Tonni)

Sara Vasini, Nasso-Arcipelago di Nasso, quercus petrae (rovere), 7×130 cm, 2013 (foto di Filippo Tonni)

Nasso metafora d’una vita dunque d’un gioco bloccati, impossibili da condurre.

Sara Vasini torna sul mito dell’isola dell’abbandono, dell’amoredoloreamore di Arianna per Teseo e Dioniso, qui interpretato in forma di torri jenga, isole-monadi prive di comunicazione fra loro e in se stesse, costruite con tessere realizzate dall’artista, tutte diverse come vere tessere musive e in legno di quercia, lo stesso delle botti di vino, quale omaggio al dio oscuro dell’ebrezza.

Ora in forma di torre verticale, ora cubica, le tante Nasso qui poste fra giardino e chiostro trovano dialogo con quest’hortus non conclusus, piuttosto aperto e mozzo, come mozzata è la possibilità di giocare con le tessere, causa ora la loro dimensione ora la saturazione delle torri, che tuttavia, impedendo il jenga, dunque creando un disequilibrio d’identità, permettono la stabilità architettonica delle singole costruzioni.

Ma un gioco che non è più un gioco, ossia un metalinguaggio (G. Bateson), col fascino-delirio-piacere delle regole entro cui si accetta rigorosamente di stare (J. Baudrillard), che senso ha?

“È un gioco celibe” dice l’artista che, aiutata dall’ossessione calligrafica cui porta la minuzia del lavorare per concetti musivi, indica la risposta al cortocircuito in un’unica parola: follia. Qui priva però dell’enthousiasmós dionisiaco e dunque nichilista, bruciata e sola come i palcoscenici beckettiani, quelli delle tante Nasso nostre quotidiane.

BIO artista: Sara Vasini, nata a Cesena nel 1986, si diploma presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna nel 2013. Nel 2008 partecipa a Arte Fiera, Forlì. Nel 2009 Nouvelle Vague 2, Russi; Ravenna Mosaico, sezione Opere dal Mondo, Ravenna. Nel 2010 Les languages de Blue, Saint Germaine en Lay, Francia. Nel 2011 Avvistamenti, Ravenna. Nel 2013 Noi qui un mosaico, Bologna; Torre nord della fortezza, San Leo, Rimini.

Read Full Post »

ravennamosaico_topAll’interno delle mostre inaugurate sabato 12 ottobre in occasione del III Festival Internazionale del Mosaico e della notte d’oro di Ravenna, ho avuto modo di occuparmi insieme ad Antonella Perazza della curatela di Orientamenti – Premio Tesi 2013, organizzato dall’Accademia di Belle arti di Ravenna e dalla Fondazione Akhmetov di Mosca.

Il tema specifico individuato da noi curatori ha tenuto conto della storia e dell’architettura del chiostro della ravennate biblioteca Oriani, luogo espositivo assegnatoci: la riflessione chiesta ai quattro artisti precedentemente selezionati (giugno 2013) ha riguardato sia la figura del chiostro come labirinto interrotto, essendo qui presenti solo due lati della costruzione originale risalente al XVI secolo, sia il cambiamento d’identità della sua funzione da religiosa a civile.

Si è inoltre tenuto conto dei colori e della luce del sito per sviluppare un collegamento ulteriore fra artisti e ambiente: se Naghmeh Farahvash ha giocato su trasparenze e opacità dei vetri e del pluriball, materiale da lei usato, Sara Vasini e Raffaella Ceccarossi hanno studiato percorsi rispettivamente impossibili e dissolventi intorno alla geometria spezzata del labirinto, usando legni e marmi e cercando un dialogo fra interno ed esterno. Viceversa Sergio Policicchio invita lo sguardo a un viaggio dentro labirinti interiori, partendo dai ritratti di abitanti della Terra del Fuoco.

“Orientamenti”, il titolo scelto, è volutamente polisemico, riferendosi sia ai percorsi post laurea  artistici e umani che attendono i quattro ragazzi, sia all’orientamento che ognuno di loro ha deciso rispetto al tema-labirinto assegnato, sia alla radice comune delle parole orientamento e oriente, ricordando che tra i quattro è stato scelto il vincitore della borsa di studio trimestrale a Mosca, offerta da Solo Mosaico-Ismail Akhmetov Foundation, in questo caso toccata a Sergio Policicchio.

Si ricorda che la mostra resterà aperta e con ingresso gratuito sino al 24 novembre 2013.

Luca Maggio (Bergamo, 1978), vive e lavora a Ravenna. E-mail: lucamaggio78@libero.it ; sito: https://lucamaggio.wordpress.com/

Antonella Perazza (Giulianova – TE, 1981), vive e lavora a Ravenna. E-mail: learmid@gmail.com

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Identity crisis di Antonella Perazza

Raffaella Ceccarossi, Identity crisis, marmo e plexiglas, 45x45 cm, 2013

Raffaella Ceccarossi, Identity crisis, marmo e plexiglas, 45×45 cm, 2013

Modificazione, scomposizione e rarefazione sono i temi su cui si centra l’opera di Raffaella Ceccarossi, artista abruzzese che riflette sulla storia del luogo espositivo, analizzandone il processo di cambiamento.

Partendo dall’attuale collocazione in situ, ne percorre a ritroso la storia fatta di numerosi spostamenti, cercando di capire cosa è andato perduto e cosa è rimasto in questi passaggi.

Con il suo intervento musivo, attraverso una successione di mappe aeree fatte di tessere, frammenti e polveri impercettibili, architetta nuovi confini, e di volta in volta, di mappa in mappa, compie mutilazioni che portano alla negazione del chiostro stesso. I limiti architettonici, originariamente simboli di raccoglimento, di meditazione e conoscenza di sé, risultano persi, dissolti. La geometria spezzata del labirinto che si è formato diventa indagine di una spiritualità che è svaporata come un liquido lasciato al logorio degli elementi. Il rapporto originario con Dio è compromesso così come il reticolo di marmo che, gradualmente meno fitto, tende all’evanescenza e all’azzeramento.

L’artista compie una delicata operazione chirurgica che rivela l’interiorità di un’architettura destinata a scomparire. Il luogo sacro smette allora di essere tale e, vittima dello scorrere del tempo, diventa per Raffaella un recipiente vuoto che è pronto ad essere riempito, perdendo la sua funzionalità originaria e cancellandone ogni traccia riconoscibile.

BIO artista: Raffaella Ceccarossi, nata a Lanciano (Ch) nel 1978, completa la sua formazione artistica con il Biennio Specialistico in Mosaico presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna nel 2013. Nel 2011 in occasione del II Festival Internazionale del Mosaico espone alla mostra Frammentamenti (Palazzo Rasponi, Ravenna). Nel 2012 partecipa a After After (NiArt Gallery, Ravenna), L’arte del mosaico (Nazzano, Roma) e Gioielli in micromosaico (MAR, Ravenna).

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Un’iconostasi laica di Luca Maggio

Naghmeh Farahvash, Il cammino verso la libertà, tempera, colla vinilica, pluriball, 500x39 cm, 2013

Naghmeh Farahvash, Il cammino verso la libertà, tempera, colla vinilica, pluriball, 500×39 cm, 2013

“Caduto il fiore/ resiste l’immagine/ della peonia”, Yosa Buson.

Con la grazia degli haiku si presentano le opere di Naghmeh Farahvash, catturano per  l’evidenza d’una semplicità iconica ch’è difficile scordare, sia quand’è trasparente sia con l’immissione di colori nelle bolle, alcune nell’insieme della partitura lasciate vuote “come un mosaico i cui pezzi si sono sparsi”, dice l’autrice, per creare un’armonia finale, un giardino essenziale di delizie sospeso fra gli incanti d’un Monet autunnale, qui analiticamente campionati, e le geometrie regolari delle colonne di Inanna a Uruk.

Eppure si tratta di pluriball: è dunque un’operazione di ready-made (a circa cent’anni dai primi esperimenti dada), che ridà vita e identità a qualcosa nato per proteggere e essere scartato subito dopo, senza che il minimo sguardo sia a esso dedicato.

Su queste superfici vagano invece gli occhi intrappolati dalla malìa lillipuziana di cellule plastiche parate dinanzi come una serie di file-ricordo vuoti-pieni che ci osservano, iati e micro-specchi senza uscita, come il deserto di Borges.

Tali cellule prigione d’una ghiandola pineale spenta perché paradossalmente sostanziata dalla luce che la blocca, creano l’iconostasi laica di quest’artista, sintesi pittorico-musiva e lago indistinto di vetro plastica e luce ormai coincidenti.

BIO artista: Naghmeh Farahvash, nata a Teheran nel 1981, si laurea in Grafica presso l’Università Azad di Teheran, in Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e nel biennio di mosaico presso l’Accademia di Ravenna. Diverse le mostre con l’Accademia bolognese, fra cui Arte senza frontiere (Trento). Selezionata fra 2011 e 2013 per il premio GAEM e per la II e III edizione del Festival Internazionale di Mosaico Contemporaneo a Ravenna, sempre nel 2013 vince il concorso RAM, sezione mosaico.

 

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Premessa: dall’8 al 22 settembre presso il MAR sarà aperta con ingresso gratuito la mostra “R.A.M. 2013 – giovani artisti a Ravenna”“R.A.M. 2013 – giovani artisti a Ravenna” a cura di Elettra Stamboulis e Gianluca Costantini – Associazione Mirada, quest’anno dedicata al tema nomade del “Trasumanar e organizzar”.

In esposizione le opere di Alessandro Camorani (fotografia), Naghmeh Farahvash (mosaico), Maria Ghetti (installazione), Fabiana Guerrini (scultura), Samantha Holmes (mosaico), Giovanni Lanzoni (pittura) e Stefano Pezzi (fotografia), coi testi critici rispettivamente di Linda Chiaramonte, Antonella Perazza, Elettra Stamboulis, Sabina Ghinassi, Luca Maggio, Massimiliano Fabbri e Maria Rita Bentini.

Di seguito la mia presentazione in catalogo (Giuda edizioni) dell’opera Home di Samantha Holmes.

Associazione Mirada – R.A.M. 2013

R.A.M. 2013 – foto allestimento di Stefano Pezzi

MAR – Mostra R.A.M. 2013 – Trasumanar e organizzar

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Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Home

di Luca Maggio

“Di solito si dice che bisogna avere radici. Ma io son convinto che le uniche creature che le radici ce l’hanno, gli alberi, preferirebbero tanto farne a meno: così potrebbero anche loro prendere il volo con l’aeroplano.” Bertolt Brecht, Dialoghi di profughi

Vista dall’alto una città coi suoi bagliori somiglia a una sequenza musiva coi suoi accenti d’oro e rimandi di luce necessari all’occhio per ordinare la frammentarietà apparente dell’insieme proprio attraverso quegli elementi-tessera che, distinguendosi, marcano le differenze coi loro analoghi dando senso e continuità all’altrimenti indistinto.

Poiché quest’operazione di interpretazione coinvolge direttamente lo spettatore, è a te che mi rivolgo, tu che leggi. Dunque riduci lo sguardo su un quartiere di quella mappa, anzi su una singola abitazione, isolata. Va’ oltre, concentrati sui muri, sui mattoni.

È così che nasce Home: trasferire su carta una sezione di muro d’una vecchia casa ravennate, portarla a New York, svuotarla delle tessere-mattoni e rispedirla in Italia affinché sia sotto il tuo occhio, ora, qui.

Samantha Holmes, l’autrice, ti sta dicendo di riflettere sull’identità: delle cose, di te stesso.

È da tempo che lei lo fa, spesso usando la carta[1], quel biancore cui gli uomini affidano parte del loro mistero perché si tramandi: avvertendo la propria finitudine di fenomeno che passa come e più del circostante, è a lei, alla carta, che essi consegnano i rigurgiti della propria memoria.

Ma qui nulla è scritto e tutto è da guardare. Dunque gira attorno alle quattro mura e annota cosa vedi: assenza e sospensione.

Prosegue Samantha nel suo riflettere sullo svuotamento delle cose[2], meglio percepibile se attorno è aria, se il manufatto è calato dall’alto e non tocca terra[3] come un interrogativo che s’apre a dubbi ulteriori fluttuando all’altezza del tuo sguardo, coi suoi nei tuoi occhi: è fatto di vento, anche, alito del mondo, che Carver sente “soffiare lieve in faccia e nelle orecchie/ (…) più delicato, pare,/ delle dita di una donna”[4], e dentro entra e ramifica impalpabile, lui senza radici, nella tua mente. E cosa vedi?

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Sequenze vuote di mattoni, malta-carta di contorno a sostenere una struttura altrimenti evanescente, una casa che è l’opposto della solidità che questo nome evoca. Eppure.

Non t’inganni la forma: non è lezione d’architettura. Va’ piuttosto al ritaglio: esso è dettagliato, ogni segmento diverso perché tutti vengono da mattoni reali e mai eguali, frammenti di realtà seguiti nella loro autentica imperfezione, benché composti nello stereotipo, il disegno della casa degli schizzi d’infanzia, qui però fluttuante e aperto, valenza metaforica dell’io, perché come ricorda Montaigne negli Essais “io non posso fermare il mio soggetto. Esso va ondeggiante e tremolante, per una naturale ebbrezza. (…) Non dipingo l’essere: descrivo il passaggio.”[5]

Essere e passaggio qui coincidenti. Perché l’io-casa è mutevole, è tenda nomade, è della famiglia dei paradossi moderni come il silenzio-musica di Cage. E attraverso il tutto aperto che questa casa è, chi vedi?

L’altro, te stesso. Perché questo è il punto: l’uomo è straniero errante (colui che vaga, colui che sbaglia) sulla terra, ospite di un mondo altro da sé che egli abita ma non deve forzare, pena l’odierno scempio cementifero[6] e l’orrore “onnipolitano” di cui profetizza Paul Virilio.[7]

Dai Veda ai Salmi veterotestamentari ai Canti dei nativi d’America, altri e più antichi uomini ricordano la nostra natura di forestieri non già padroni del suolo che pretendiamo di sfruttare senza ritegno, il cui unico proprietario è semmai la divinità: “Nessuna terra sarà alienata irrevocabilmente, perché la terra è mia e voi siete presso di me come stranieri e inquilini.”[8]

Vacuo credersi possessori d’alcunché, a parte gli affetti, i ricordi, il proprio tempo, in una casa così aperta che neanche le pareti sono fra esse legate, eppure parti indissolubili, corrispondenti, dello stesso edificio, fatto di andamenti di mattoni-tessera differenti quanti e quali sono i momenti di una vita, delle vite che s’incontrano per costruire la propria, e invisibili poiché nell’assenza si ritrova l’essenza: nel deserto del mondo estraneo alla pelle dell’uomo “nessuno si può chiudere in se stesso: l’umanità dell’uomo, la soggettività, è responsabilità per gli altri, estrema vulnerabilità.”[9]

La casa, lo vedi, se non vola, è comunque sospesa, non per dare un’idea irraggiungibile di sé (di te), giacché la Laputa di Swift è tanto dotta quanto inutile[10] e la Bersabea calviniana delle Città invisibili[11] capovolge ciò che vorrebbe essere, quella Gerusalemme celeste che, avverte Agostino, non da manichei si raggiunge, ma equilibrando anima e corpo.[12]

E il tuo corpo, i tuoi occhi sono la chiave dell’esperienza, per Levinas “delegati dell’Essere”[13] che è qualcosa di estremamente concreto: è la tua storia di umano che qui si offre nuda, davanti all’immagine reale di mattoni assenti di una casa priva di distrazioni cromatiche quale quesito e specchio di ciò che di più puro e buio alberga in te.

Puoi comprendere e accettare o dissipare: che l’uomo si avvicini all’uomo, questa la lunga speranza.

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm


[1] S. Holmes, Unspoken 10.22.10 – 07.07.11, 2011 (Premio G.A.E.M., Ravenna, 2011)

[2] S. Holmes, Absence (Moscow), 2012 (Ti desidero, Musivum Gallery, Mosca, 2012). Un’eco possibile di questo tipo di ricerca giocata sulla scomparsa e l’epifania di tracce musive si può ravvisare nella serie Vestigia di Felice Nittolo (anni 2000).

[3] S. Holmes, Devotion, 2012 e Novena, 2012 (Ti desidero, Musivum Gallery, Mosca, 2012).

[4] R. Carver, da Vento, in Orientarsi con le stelle, Roma, 2013, p. 279.

[5] M. de Montaigne, Saggi, Vol. III, Libro III, cap. II, Milano, 1996, p. 1067.

[6] Oggi “non è sostanzialmente possibile in Italia tracciare un cerchio di 10 km di diametro senza intercettare un nucleo urbano, con tutto ciò che ne consegue in ragione della diffusione dei disturbi a carico della biodiversità…”, B. Romano, Una proliferazione urbana senza fine, in AA.VV., Terra rubata. Viaggio nell’Italia che scompare. Le analisi e le proposte di FAI e WWF sul consumo del suolo, dossier del 31 gennaio 2012, p. 9; si veda inoltre A. Garibaldi, A. Massari, M. Preve, G. Salvaggiulo, F. Sansa, La colata. Il partito del cemento che sta cancellando l’Italia e il suo futuro, Milano, 2010.

[7] “In questo inizio di terzo millennio, l’ultimo sinecismo non è più tanto geofisico quanto, piuttosto, “metageofisico”, dato che al raggruppamento di un popolamento agrario succede la concentrazione ONNIPOLITANA di queste città visibili, in via di metropolizzazione avanzata per formare domani l’ultima città: l’ONNIPOLIS; città fantasma, quest’ultima, METACITTÀ senza limiti e senza leggi, capitale delle capitali di un mondo spettrale, ma che si pretende tuttavia AXIS MUNDI – in altre parole, l’omnicentro di nessun luogo.”, P. Virilio, Città panico, Milano, 2004, p. 74.

[8] Levitico, 25, 23.

[9] E. Levinas, Senza identità (1970), in Umanesimo dell’altro uomo, Genova, 1998, p. 150.

[10] J. Swift, I viaggi di Gulliver, Parte terza, Cap. I-IV, Roma, 1995, pp. 141-158.

[11] I. Calvino, Le città e il cielo. 2., in Le città invisibili, Milano, 2002, pp. 111-112.

[12] “Chi esalta l’anima come bene supremo, e condanna il corpo come cosa malvagia, abbraccia e accarezza l’anima in maniera carnale e fugge carnalmente la carne, perché non si attiene alla verità divina, ma alla vanità umana.”, Sant’Agostino, La città di Dio, XIV, 5, Torino, 1999.

[13] E. Levinas, Il significato e il senso (1964), in op. cit., Genova, 1998, p. 47.

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