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Posts Tagged ‘antonio paolucci’

Giandomenico Tiepolo, Il Mondo Nuovo, 1791, Ca Rezzonico, Venezia

Poi, mentre mi allontanavo nel corridoio, (Marlon Brando) mi gridò dietro: «Ah, senti. Non prestar troppa attenzione a quello che dico. Io non sempre la penso alla stessa maniera».” Da Il duca nel suo dominio di Truman Capote                                                                                                                 

Paperblog compie un anno e mi ha proposto l’intervista che segue:

1. Innanzitutto, chi c’é dietro Arte Mosaico Ravenna ?

Ci sono solo io con la mia curiosità onnivora.

2. Da quanto tempo possiedi un blog e perché hai deciso di aprirne uno?

Dal 21 marzo 2010. Volevo uno spazio tutto mio, non un giardino, ma un orto da curare, senza che nessuna redazione mi dicesse più fai il servizio su questo o quello e soprattutto senza che venissero tagliate frasi o espressioni ritenute poco capibili. Invece bisogna dare fiducia nella capacità di lettura altrui! Poi devo ringraziare Anna, mia preziosa amica berlinese, che mi ha spinto ad aprire questo blog: dunque è nato anche grazie a lei.

3. Da dove trai ispirazione per gli articoli del tuo blog?

Riflettono i miei interessi che sono molteplici, disordinati anche, eppure coerenti: arte, letture, storia, viaggi, attualità politica, musica, cinema, etc. “Sono vasto e contengo moltitudini” diceva Whitman, e la parola di “zio Walt” vale per ogni essere umano.

4. Quando smetti i panni del blogger, di cosa ti occupi?

Dovrei, uso il condizionale, essere un prof., di storia dell’arte per la precisione e tale mi sento. Ma non c’è materia più svalutata di questa in Italia… poi i tagli hanno dato l’accettata finale. Insomma, continuo ad occuparmi di arte e mostre, con collaborazioni free lance con gallerie e artisti, sono anche guida turistica della mia città, Ravenna, e sto per dar vita con altri amici artisti e curatori ad un’associazione culturale, marte. D’estate poi m’arrangio con altri lavori… bisogna darsi da fare, specie ora che aspetto un bambino!

5. Un pregio e un difetto di Paperblog.

Mi ha selezionato senza conoscermi, solo valutando la qualità del mio blog: se non è un pregio questo o addirittura un’eccezione nell’Italia d’oggi…inoltre dà visibilità a più voci, con possibilità di conoscere anche pensieri altrui, non sempre affini.

Difetti? Qualche problema tecnico ogni tanto c’è, ma una volta segnalato alla mia referente  Silvia, in genere tutto s’aggiusta.

6. E per finire, una domanda alla quale non si poteva scappare, che lega l’arte che tanto ti sta a cuore e l’attualità: come vedi il futuro dell’arte in Italia, alla luce dei recenti tagli di budget?

Bisogna distinguere: il futuro della creatività italiana è in piena ascesa, con artisti giovani e validissimi in ogni campo, come sempre in tempo di crisi. E mi riferisco anche a settori fino a ieri ignorati da critica e mercato, come la ceramica e il mosaico: sarebbe ora di sdoganare anche quest’ultimo dal ghetto dell’artigianato artistico: è una realtà che conosco abbastanza bene e vi assicuro che da tempo non è più così!

Dal punto di vista istituzionale e conservativo, vale a dire lo Stato con le soprintendenze a corto di organico e il Governo coi mezzi ridicoli da esso stanziati, il futuro è nerissimo, si è già al collasso… se addirittura un filogovernativo come Carandini ha dato le dimissioni… salvo dietro-front con l’ingresso di Galan, che ha aperto il suo dicastero con un paio di gaffes e qualche promessa. Non mi aspetto nulla di miracoloso, anzi, ma dopo il nulla quasi  triennale della “bondeide”…

In quest’ultimo mese poi, è andato in onda lo spot col Premier sorridente e pluridentato che invita a visitare l’Italia e i suoi tesori, gli stessi che proprio il suo Governo ha abbandonato all’incuria più totale.

Ma, sia chiaro, i problemi dei beni culturali italiani e del Ministero-cenerentola che dovrebbe salvaguardarli, non sono certo cominciati con l’era berlusconiana, avendo radici ben più antiche, democristiane, con responsabilità assai gravi anche a sinistra e con stupidissimi assessori locali non meno dannosi del potere centrale, che, per dirne una, hanno moltiplicato a dismisura e per velleità i musei del loro territorio (come le università), magari attorno ad una sola opera, senza tenere conto dei costi esorbitanti che tutto questo avrebbe comportato: poi però i conti da pagare arrivano sempre…

Per tornare alle soprintendenze, cito Antonio Paolucci (l’Espresso n.15 del 14 aprile 2011): “…l’unico grido di allarme che mi sento di gettare è nel rischio di depotenziamento graduale e progressivo delle sovrintendenze. Un sistema mirabile fatto di uffici presidiati da specialisti e studiosi su tutto il territorio. Non c’era nulla di paragonabile al mondo. Ora siamo così stolti da picconarle per andar dietro alle mitografie americane del museo-fondazione, della cultura aziendale, del manager al posto dell’archeologo. (…) Qualcuno dice che sia in atto una rottamazione. Mi auguro che non sia vero, ma lo scenario infausto è che con il federalismo le sovrintendenze diventino strumenti del potere politico territoriale. La loro forza invece è nell’essere centralizzate e indifferenti. (…) Il sovrintendente ha un solo referente: il ministro che sta a Roma. E dunque deve restare indifferente alle sia pur legittime esigenze del sindaco che vuole il parcheggio sotto la piazza monumentale o l’edilizia popolare in zona di pregio paesistico. Questa è la forza della sovrintendenza: riferirsi a un potere centrale e non alle potestà locali. Ora rischiamo una deriva che vede i sovrintendenti nominati da un governatore. È pericoloso.”

Purtroppo al momento i processi di cancrena, di sgretolamento letterale del patrimonio artistico ed erosione di quello paesaggistico, sono tanto più rapidi, anche per l’incoscienza collettiva degli italiani (vedi devastazione scolastica dovuta anche a programmi desueti e a certi insegnanti inadeguati, assunti in pratica senza selezione, mica solo i tagli fanno male…), causa del disamore verso la ricchezza autentica del Paese, vale a dire la nostra storia e bellezza: leggetevi l’ultimo di Stella e Rizzo, Vandali

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Gian Lorenzo Bernini, L'estasi o transverberazione di Santa Teresa d'Avila (particolare), 1647-51, Cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria, Roma

“La man che ne le dita ha le quadrella/ con duro laccio al molle tergo è avvolta…, sono versi di Anton Giulio Brignole Sale, patrizio e letterato genovese del primo ‘600 e si riferiscono alle pratiche sadomasochiste che egli intratteneva con la moglie, Paola Adorno, entrambi ritratti superbamente da Van Dyck, in posa convenientemente ufficiale, s’intende. Per dovere di cronaca, aggiungo che la povera Paola, dalle e ridalle, un brutto giorno restò sotto i colpi delle quadrella (un tipo di pugnale), ormai esangue. E fu così che Anton Giulio si convertì a vita più morigerata e lasciò questo mondo in veste di gesuita.

Questa storia è rappresentativa della sensualità secentesca, giocata spesso sul confine, quanto mai labile, fra massimo del profano e altezze del sacro: vanno da sé i rimandi alle illusioni/allusioni berniniane dei volti e dei corpi femminili in pieno godimento di Santa Teresa d’Avila transverberata e della Beata Ludovica Albertoni morente, rispettivamente in Santa Maria della Vittoria e in San Francesco a Ripa a Roma.

Un erotismo teatralmente allegorico, su cui soffiano venti insieme ultraterreni e non, che agitano le vesti e le carni marmoree del Bernini, come le metafore dei versi del Marino o quelli saffici di suor Juana Inés de la Cruz, la posa e il sorriso dell’Amor vincit omnia di Caravaggio o le pagine avventurose della vita di Cristina di Svezia (lesbica dichiarata, ma in quanto ex regina ed ex protestante convertita al cattolicesimo, sepolta addirittura in San Pietro), dunque modus tipico di un secolo che Manzoni definirà sudicio e sfarzoso: del resto, non è forse l’epoca delle Marianne de Leyva, monacate a forza e non solo a Monza?

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Amor vincit omnia, 1602, Staatliche Museen, Berlino

Sotto tonache e drappi, sotto le prime parrucche di stato e pulci, meno ufficiali ma diffuse senza distinzione di classe, il bel mondo aristocratico, prelatizio e borghese, come il popolino di bische e tavernacce bamboccianti, cercava come poteva di passarsela, nei limiti di guerre, pestilenze e proclami inquisitori e anche l’arte la scienza e la filosofia procedevano fra luci di intuizioni fertilissime e ombre nere di caligine, fra il rogo di Giordano Bruno e le scoperte di Galileo e Keplero, basilari per Newton, mentre Reni, sviluppando la lezione classicista dei Carracci, dipingeva divinità umanate (Flavio Caroli) dai corpi perfetti, diafani, talvolta nudi e sempre puri, col rossore appena accennato delle gote, e il maudit Caravaggio consumava la sua parabola esistenziale e pittorica inventando, grazie ad un gioco di specchi e camere oscure, il teatro iperrealista della sua maturità, violento e pietoso, borromaico e inarrivabile per novità capite da pochi all’atto di nascita e imitate da tutti in seguito.

Guido Cagnacci (1601-1663), La morte di Cleopatra, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Questi due estremi, Caravaggio e Reni, sono anche i poli attrattivi del santarcangiolese Guido Cagnacci (1601-1663), partito come figlio di un conciapelli e in viaggio costante fra Rimini, Forlì, Bologna, Roma, Venezia e Vienna, dove finirà i suoi giorni presso la corte di Leopoldo I d’Asburgo, dopo aver dipinto e soprattutto amato molto, talvolta costretto alla fuga per amore, anima romagnola passionale e rissosa, come si conviene ai tempi di lame facili in cui visse.

La sua figura, già rivalutata una cinquantina d’anni fa da Arcangeli e Gnudi, è stata oggetto nel 2008 di una mostra forlivese con studi critici rinnovati, a cura di Daniele Benati e Antonio Paolucci, in cui decine di opere sacre e laiche del Cagnacci venivano messe in relazione a diverse tele di suoi contemporanei, maestri ideali e non, quali il Merisi e alcuni caravaggeschi come Van Honthorst, Vouet, Serodine e i Gentileschi, e soprattutto, sul versante emiliano-romano, Lanfranco, Reni e Guercino.

Una selva di influenze da cui Cagnacci riuscì a ricavare una cifra propria, quella della sensualità all’interno del binomio vincente eros-thánatos: tipicamente cagnaccesche infatti e ben più delle pudiche commissioni religiose sparse per la Romagna, sono sante ed eroine come le Maddalene penitenti, le Lucrezie o le Cleopatre morenti, che tanto successo ottennero anche presso la corte asburgica, coi loro capelli sciolti, labbra rosse e semiaperte, pelli chiare, seni turgidi e scoperti, modelle probabilmente amate dal pittore e consegnate alla storia in attimi di contrizione sospesa fra languore di lacrime, morte sopravvenente e carnalità decisamente più terrene, spesso sedute su “seggioloni finto-Cinquecento di pelle rossa, con le loro borchie” (Alberto Arbasino), accessori che forse non sarebbero spiaciuti a Gianni Versace o alla Westwood degli esordi.

Teatro e maraviglia, mistica e lubricità, corpi d’arte pruriginosi, colmi d’erotismo e porte per un oltre divino così desiderato da trovare espressione piena, anzi coincidenza col piacere estremo, il più forte conosciuto dall’uomo, quello sessuale.

Guido Cagnacci (1601-1663), Maddalena svenuta, Galleria Nazionale d'Arte Antica di Palazzo Barberini, Roma

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