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Premessa: di seguito il mio testo critico in catalogo per la mostra SensofOrme di Roberto Pagnani, 24 febbraio-10 marzo 2018, niArt Gallery, Ravenna.

Roberto Pagnani, Giulia seduta, 2018, smalti e tempere su tela

Sforme

di Luca Maggio

 

Femme tu mets au monde un corps toujours pareil

Le tien

Tu es la ressemblance.

Paul Éluard, Facile, 1935

 

Sforme è un neologismo che aiuta a definire l’ultimo e inedito ciclo pittorico di Roberto Pagnani dedicato al corpo femminile, unione di SFOndi da cui emergono tonalità e combinazioni che costituiscono l’humus cromatico primo e sottostante alla campitura celeste di superficie, e di foRME di donna quasi giustapposte a questa o meglio, secondo il proposito dell’autore, quasi figure strappate e poste sulla tela (in realtà nate su tale supporto), simulando una relazione ludicamente contraria alla street art.

Il rapporto dialogico, dunque denso di costruzioni e contrasti, tra forme e sfondi e colori, ora volutamente opachi ora lucidi, alternando voluttuosamente quanto deliberatamente smalti e tempere e acrilici, è il cuore di questi lavori che vivono secondo lo stesso Pagnani di una “pittura sensorialmente tattile”.

Se l’unità d’insieme pare garantita dall’azzurro omogeneamente steso con i pennelli, ben presto si avvertono le divergenze, laddove in squarci talvolta brevi come lampi dell’inconscio si affacciano rossi, beige, gialli, blu e avorio non dipinti sopra l’azzurro ma sotterranei a esso e costituenti pertanto l’anima prima e nascosta dei quadri, a simulare gli strappi stessi lungo i bordi delle figure o talvolta affioranti in alcuni particolari all’interno dei corpi rappresentati.

Il celeste, in genere delicato, diviene dunque quasi pop rispetto alle tecniche usate per le forme femminili, che non si generano in forza di pennello, ma grazie a colpi di spatola e mano, oltre all’impiego di stecchini immersi negli smalti neri sia per marcare e ispessire i contorni sia per le fondamentali colature, reminiscenze d’informale che sempre lavorano in Roberto, impronte che continuano la vita delle singole opere oltre l’intenzione razionale dell’autore. Come sostiene la straordinaria Greta Wells, protagonista del capolavoro di Andrew Sean Greer: “Siamo molto di più di quello che diamo per scontato.”

E impronte della memoria, scatti fotografici non in posa, talvolta con cenni di moto, possono considerarsi questi schizzi di donna che sono completi proprio nella loro indeterminatezza voluta, immaginati senza volto, in qualche caso senza braccia, ma presenti con i volumi di schiena e seni e glutei e gambe talvolta fasciate da folgori seducenti di calze nere o rosse o gialle, oggetti-soggetti pittorici in sé (come nel superbo lavoro fotografico del ’78 di Carla Cerati, Forma di donna, in cui l’autrice scriveva in premessa: “Mi resi conto che quel corpo per me aveva cessato di appartenere a una persona: non era altro che un oggetto tridimensionale con una capacità di assorbire o riflettere o respingere la luce.”), la cui identità non va cercata in una modella che di fatto non esiste, ma nelle forme stesse che li fondano, col loro carico di disordine immediato e manuale, sbozzato e dotato di craquelure, contro l’ordine equabile e rassicurante dell’azzurro su cui paiono poggiarsi grazie ai contorni accesi dal colore: questi esaltano la sensuosità della materia carnosa in via di sfacimento e perciò aperta alle cromie sottostanti: esse, nel rivelarsi a tratti, smangiate, contribuiscono a risolvere il piacere carsico della tela, fra prigionia di un desiderato masochismo pittorico e sua liberazione.

Roberto Pagnani, SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 2018

Roberto Pagnani, SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 2018

Roberto Pagnani, SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 2018

Roberto Pagnani, SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 2018

Roberto Pagnani, SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 2018

Da sinistra: Matteo Ramon Arevalos, Roberto Pagnani, Luca Maggio alla mostra SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 25 febbraio 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

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Lella Borghesi, Une rose pour ma mère

Sabato 9 settembre alle ore 18.00 la niArt Gallery di Felice Nittolo riprende l’attività espositiva con una doppia personale: Une rose pour ma mère – disegni di Lella Borghesi e L’Atelier de Man Ray – fotografe di Maxime Godard, con testi di Michel Butor (1926-2016).

Lella Borghesi presenta una serie di disegni dal tratto vivo e rapido con varianti improvvisate. Tracce di un gesto deciso su carta.

Michel Butor ispirato dal suo lavoro le ha scritto un testo Une rose pour ma mère evocando la stessa sua madre e lo ha dedicato a Elba Granaroli, madre dell’artista romagnola.

Maxime Godard, L’atelier de Man Ray

Maxime Godard dal 1983 al 1990 in compagnia di Lella Borghesi rende visite regolari a Juliet Man Ray nell’atelier del 2bis Rue Ferov, a Parigi, dove Juliet e Man Ray si erano installati al ritorno degli Stati Uniti nel 1951.

Dalla morte di Man Ray nel 1976, Juliet conserva intatto questo luogo di vita e di creazione, guardiana attenta veglia a che niente sia rimosso, neanche la polvere e in questo scenario Maxime Godard scatta foto, muovendosi quasi in punta di piedi, mostrando senza artificio e nei dettagli l’intensa presenza del luogo. Queste immagini sono state pubblicate accompagnate dai testi di Michel Butor in tre edizioni: Gnesi d’Marèla, 1985; Essegi, 1987; Dumerchez, 2002.

Lella Borghesi. Une rose pour ma mère – Maxime Godard. L’atelier de Man Ray

Testi Michel Butor

Inaugurazione: sabato 9 settembre ore 18.00

niArt, via Anastagi, 4a/648121 Ravenna

artgallery@alice.it  www.niart.it

Dal 10- 23 settembre 2017

Orari: martedì, mercoledì 11-12,30; giovedì, venerdì 17-19 sabato 11-12,30 // 17-19; oppure su appuntamento telefonando al 3382791174.

 

 

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Foglie di Luca Maggio

Doppia personale, l’idea di Felice: due artisti differenti per età e provenienza in dialogo-confronto.

Takako, Sara e le Foglie: le persone e il tema da me scelti per questo viaggio comune.

Foglie, dunque: l’una ha trovato una scrittura arborea e terrestre, lucente in loro assenza evocativa. L’altra, innamorandosi dell’immagine conchiglia-foglia di mare, ne ha tratto un tutto-pieno in apnea atemporale.

Sulle foglie e altre mimesi[1]

“Se è vero che un giorno perderemo tutto/ serbando in noi l’oro delle foglie” Vesna Parun

Da parete a parete l’occhio cammina su lucori d’oggetti inutili, l’arte, e riconosce le più piccole gemme, doglie di primavera che per nascere si nascondono lasciandosi cadere nella morte colorata d’ogni autunno, quando il tronco nudo dà attenzioni le più minute alla vita d’inverno, alle luci fievoli, al calore tenue che pure giunge in linfa sotto le zolle compattate dal gelo sino all’apice, prima della primavera.

Poi, altre cose si posano, sospese: foglie sui rami e ali sull’aria, le ombre sul corpo. È l’epica silenziosa delle foglie, che s’abbeverano di sole e pioggia e nel cuore umbratile delle pinete vanisce l’umano e allenta il tempo[2], che non è linea né curva, ma un incessante interagire granulare[3].

Esseri minimi s’affollano sulle foglie, su vene e arterie, linfocanali evidenti in controluce, come i miliardi di cellule quadrangolari che senza sapersi collaborano al mutare della vita, al colore e alla stagione, al calore e alla definizione.

I ricordi, anche d’artista, mistificazioni involontarie, auto-mitologie di pomeriggi estivi e tardi, o dell’attimo prima d’assopirsi, i ricordi che sanno d’ingannare chiamano ognuno al proprio gioco, chiedono tempo da restituire in melanconie saporose affette da immagini e parole per colmare il tempo stesso, e farlo poi marcire come fiore o frutto di luce decaduto. Si è così all’oro d’un autunno al femminile, odore vago, klimtiano, di noci il cui gheriglio si circonda di cornici. Non resta che mangiare, uccidere, ricominciare.

Il sorriso di Afrodite permea ogni attimo ogni pulviscolo che accade anche solo se pensato e tutto avvolge come un unico mistero di luce e pietra e carta e vetro. Nulla lascia alla fuga di Orfeo.

Takako Hirai, Komorebi, 2017, marmi, sassi di fiume, smalti, malta

Chi s’addentra nel bosco non vede le chiome d’alberi ma avverte l’incanto del fruscìo. Il resto è Komorebi ovvero “la luce che cade dalle foglie” e dall’alto trabocca come un eccesso liquido e getta sui corpi distesi ombre verdi, polle di tessere che non originano dalla terra ma da fenditure che s’insinuano nel fogliame non visibile e lo attraversano in ipotenuse lucenti.

Takako Hirai, Lùcono, 2017, vetri, gesso

Quello dei tempi recenti di Takako Hirai è un riflettere sui riflessi del vetro, dunque un ragionare di luce mai barocca né ostentata, che anzi si lascia cogliere pudicamente, per caso quasi, preferendo emergere nascosta da nevicate gessose in frammenti trasparenti, isolati, appena sporgenti, e luccicare solo se l’occhio ne sa cogliere i bagliori finissimi (Lùcono), rilucenze che s’infittiscono nel minuzzarsi e s’inseguono nel “mare degli alberi” o Jukai, foresta zen-ernstiana, Stonehenge da scacchiera, intagliata con delicatezza feroce quanto infinitesima col cutter in legnetti d’abete, pino, faggio.

Takako Hirai, Jukai, 2017, vetro, alabastro, onice, legni

E sopra ogni totem, incastonata o appoggiata, una tessera vetrosa sempre sagomata col cutter, strumento della giovinezza dell’artista, nostalgia e dunque ritorno alla gioia della prima età con la difficoltà e il dolore felice del taglio, per trovare una quiete forse possibile nel rifugio del ricordare derive d’erba[4], per i più da estirpare e per Takako da salvare nel segno mimetico del disegno (L’erbaccia mia), essendo parte dei prati una volta ancora della sua infanzia. Nulla si esaurisce di ciò ch’è verde nella memoria.

Takako Hirai, L’erbaccia mia , 2017, lapis, carta

 

Sara Vasini, Avant que je m’ennuie, 2017, tecnica mista in oggetto già fatto

Sara muove dal cercare conchiglie che il mare rifiuta sulla battigia e lei fiuta e accoglie nelle sue tasche per portarle piene in terra, all’opposto del gesto ultimo della Woolf, e le intende come foglie cadute del mare, da ridurre in lamine-tessere sottili per comporre vortici danzanti d’andamenti musivi che riempiano tutto il breve spazio dei supporti suoi che hanno invece vastità di mondi e non sopportano (o temono) i buchi neri del nulla che circonda le opere, ma che se trovasse spiraglio le farebbe implodere. Ecco l’horror vacui barocco della Vasini nelle cornici di Avant que je m’ennuie, labirinto-autoritratto quanto mai autentico – Sara non sa fingere – , dov’è bloccato allo scorrere del tempo ogni accesso e dove ingresso e uscita coincidono (impossibili) in ogni punto e i rari momenti colorati non sono che inganni.

Sara Vasini, Avant que je m’ennuie (particolare), 2017, tecnica mista in oggetto già fatto

Necessità centripeta di riempire e riempire per tutto tenere – e proteggere – e nulla lasciar fuggire è anche il suo calligrafare (ma qui la giunzione con l’oriente è casuale, nata ben prima di questa mostra essendo da anni parte del percorso dell’artista) riscrivendo l’Ulysses di Joyce[5], privando le parole-tessere della crenatura ovvero dello spazio-vuoto-interstizio fra esse in un grandinare di segni-foresta impenetrabili e inerenti il romanzo-flusso della modernità, che pure copre un giorno solo di durata per centinaia di pagine, fogli-foglie, ora arabesco cartaceo da parati, su cui l’occhio cammina da parete a parete.

Ps. A mia madre, scomparsa un anno fa, dedico questa pagina, scritta ascoltando Cantéyodjayâ e Petites Esquisses d’oiseaux di Olivier Messiaen, nel giugno 2017. 

Sara Vasini, What did you do in the Great War, Mr Joyce?I wrote Ulysses. What did you do?, 2014-2017, work in progress, inchiostro su carta

 

Foglie – Doppia personale: Takako Hirai e Sara Vasini

a cura di Felice Nittolo e Luca Maggio

niArt Gallery, via Anastagi 4a/6 (Zona Porta serrata) Ravenna

dal 24 giugno all’8 luglio 2017

orari: martedì, mercoledì 11,00- 12,30; giovedì, venerdì 17,00-19,00; sabato 11-12,30 /17-19

Web : www.niart.eu

NB. In galleria è disponibile la fanzine della mostra numerata da 1 a 300 e firmata da artisti e curatori.

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[1] Per Platone la mimesi artistica umana non era apprezzabile in quanto corruttrice e ingannatrice (Sofista), essendo copia della realtà che è già copia dell’idea, a meno che non fosse indirizzata verso precisi scopi didattici (Repubblica). Aristotele invece rivaluta il concetto poiché non solo l’arte è catartica, ma la mimesi procura il piacere della conoscenza (Poetica, 1448b 5-15) e l’artista non si limita a imitare, ma partecipa al creare stesso attraverso la sua téchne, che è “una disposizione produttiva accompagnata dalla ragione” (Etica Nicomachea, 1140a 7). Fatta salva l’utilissima e libera inutilità dell’arte, questa pagina è filoaristotelica.

[2] Come non citare The Peregrine (1967) e  soprattutto The Hill of Summer (1969) del pressoché sconosciuto John Alec Baker: “La collina riposa su un giaciglio di silenzio profondo. La luce del mare irrompe con un chiarore di ali pallide. I pioppi sono immobili. Brillano le foglie lisce dell’anserina (…).”, L’estate della collina, Palermo 2008, p.158.

[3] È (quasi) impossibile dare una definizione esaustiva di cosa sia “realmente” il tempo. Per comprendere meglio la questione: C. Rovelli, L’ordine del tempo, Milano 2017, in particolare pp.73-82, 107-111, 163-171.

[4] Premetto che questa nota è solo online: mi sono reso conto solo ora (settembre 2017) dopo la pubblicazione di questo mio testo sulla fanzine della niArt lo scorso giugno, che ho inconsapevolmente usato nel mio scritto almeno un paio di espressioni di Emilio Villa presenti nello splendido Sambonet 22 cause+1 (edizioni del Milione, Milano 1953), da me acquistato molti mesi fa (se non nel 2016). Evidentemente quelle parole sono scese a fondo nella falde del mio sentire. Dunque, “derive d’erbe” e “nulla si esaurisce di ciò è azzurro” sono di Villa. Non appena mi sono accorto del “prestito”, ho ritenuto doveroso dichiararlo. Spero non vi siano altri debiti: nel caso, farò valere la mia buona fede sulle bizzarrie della memoria.

[5] Il titolo completo di questo work in progress (peraltro espressione joyciana) di Sara Vasini è What did you do in the Great War, Mr Joyce? I wrote Ulysses. What did you do? (2014-2017).

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a r t g a l l e r y    niArt

F O G L I E – Doppia Personale

TAKAKO HIRAI                           SARA VASINI

dal 24 giugno all’8 luglio 2017

INAUGURAZIONE SABATO 24 GIUGNO ore 21,00

a cura di Felice Nittolo e Luca Maggio

 

Doppia personale, ovvero una mostra con protagonisti due artisti differenti per età e provenienza in dialogo-confronto.

Foglie è il tema scelto dal critico e co-curatore Luca Maggio, proposto a Takako Hirai e Sara Vasini, che hanno trovato soluzioni musive terrestri e marine apparentemente opposte e finissime, oltreché pienamente rispondenti alle rispettive poetiche.

Cosa: Foglie – Doppia personale

Chi: Takako Hirai e Sara Vasini

Dove: niArt Gallery, via Anastagi 4a/6 (Zona Porta serrata) Ravenna

QuandoVernissage sabato 24 giugno alle ore 21,00 / dal 24 giugno all’8 luglio 2017

orari: martedì, mercoledì 11,00- 12,30; giovedì, venerdì 17,00-19,00; sabato 11-12,30 /17-19

su appuntamento chiamando il n. 338 2791174

email : artgallery@alice.it

Web : www.niart.eu

Patrocinio: Comune e Provincia di Ravenna

NB. In galleria sarà disponibile la fanzine della mostra numerata da 1 a 300 e firmata da artisti e curatori.

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Oggi a Ravenna presso la niArt Gallery si inaugura una personale di Giorgia Severi, artista che stimo sia professionalmente sia umanamente. Ha passato un anno in Australia, la ragazza, e con quel vissuto denso ha allestito Country, evento collaterale alla Biennale tuttora in corso a Venezia. I suoi sono riti e feste parlanti per occhi e anima. Siete tutti invitati.

 

niArt Cultura

 

RESTORING THE WORLD è un progetto che Giorgia Severi ha dedicato al bosco pineta di Lido di Dante e Lido di Classe per l’incendio doloso che ha colpito la riserva naturale nel 2012.

Dischiuso in diverse opere e durato un anno, questo progetto ha in sè la consapevolezza di appartenenza ad un territorio e l’amore per la Madre Terra che hanno portato l’artista a voler restituire qualcosa a quel luogo: L’essere umano fa parte di un disegno più grande di cui è una piccola parte. Come piante e animali, noi siamo inscritti nel disegno, nel tutt’uno e nell’evoluzione dello stesso; è come vivere sulla schiena di un grande animale. Siamo ospiti di passaggio.

still.sito

 

L’artista restaura il paesaggio e gli alberi prendendosi cura della pineta e si porta via la memoria degli alberi arsi. Cura è infatti il titolo dell’installazione dove Giorgia Severi ha curato parti degli alberi e raccolto legni bruciati dalle sembianze antropomorfe restaurandoli e ponendoli come ciò che rimane di quel luogo in una sorta di scheletro del paesaggio e quel che rimane. “Restaurare etimologicamente significa “rifare a una cosa le parti guaste e quelle che mancano o per vecchiezza o per altro accidente.

 

particolare Cura

 

L’archeologia continua con Barks, il trittico di calcografie di alcuni pini rimasti in piedi nella zona colpita dall’incendio che parla di memoria come una sindone. Nel 2013 per Emergenze Creative ha realizzato la performance OPERAZIONE CAMPO BASE, in collaborazione con la Protezione Civile di Ravenna durata tre giorni in Piazza del Popolo, durante la quale l’artista consegnava ai fruitori i semi raccolti durante i mesi estivi dalla riserva naturale, in un rito dedicato alla pineta che poneva l’uomo in stretto collegamento con il proprio bosco in un ruolo di responsabilità e connessione spirituale nel silenzio e con gli elementi naturali acqua, fuoco e sabbia provenienti dalla pineta stessa. L’opera vera è l’azione che si fa dentro le persone: ciò che loro si portano via ed imparano dall’opera. L’arte è un’operazione culturale/sociale, una responsabilità che ci prendiamo per comunicare qualcosa agli altri tentando di aggiungere un nuovo linguaggio per diffondere un messaggio.La performance è stata documentata dall’artista fotografo Emiliano Biondelli di NastyNasty. Infine ARSA il film dedicato al progetto, mostra due punti di vista diversi, dal cielo e dall’interno della tenda, il cuore di RESTORING THE WORLD dove volando sembra di vedere una lacuna in un affresco e durante la performance l’intimità della tenda riporta al silenzio e alla riconciliazione col territorio. ARSA è stato realizzato in collaborazione con il regista Daniele Pezzi e il musicista Giovanni Lami.

L’artista lavora in Italia e all’estero, soprattutto in Australia dove ha realizzato l’ultimo progetto in collaborazione con artisti Aborigeni e attualmente in mostra alla Biennale di Venezia con l’evento collaterale COUNTRY.

www.giorgiaseveri.com

www.niart.eu

ORARI MOSTRA:

niArt :martedì e mercoledì 11-12,30, giovedì e venerdì 17-19, sabato 11-12,30/17-19

artgallery@alice.it

fuori orari e info per appuntamenti: 3382791174

 

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Claudio Borghi, Fiori alti, 2010, acciaio verniciato, 209 × 84 × 28 - 51 × 66 × 35 cm, Fondazione Leonesia Puegnago (BS)

Claudio Borghi, Fiori alti, 2010, acciaio verniciato, 209 × 84 × 28 – 51 × 66 × 35 cm, Fondazione Leonesia Puegnago (BS)

Claudio Borghi (1954) ha recentemente ha realizzato la grande scultura Teatrino del tempo leggero per la piazza Cavour del Comune della sua Barlassina.

Per l’occasione è stato pubblicato il bel volume …dalle cinque alle sette (Silvana Editoriale 2014), da cui è tratto il seguente commento di Maddalena Mazzocut-Mis che apre il primo dei tre saggi in catalogo:

“Credo che ti possa piacere questo inizio: “la pensiamo allo stesso modo”. E allora ci vorrebbe un bel punto e basta. Lasciamo che l’opera parli; che parli il suo respiro e, più ancora, che la sua forma ci colga impreparati, quando all’improvviso, volgendo lo sguardo, ci cattura negli spazi trasparenti che disegna. Se è così, facciamo in modo che la nostra timidezza faccia avanzare la protagonista e che lasci nell’ombra due persone che mangiano una buona pizza sotto un grande albero, un mezzogiorno di primavera. No, tu preferiresti un buon gelato, tra le cinque e le sette, dopo una giornata di lavoro: due chiacchiere e quel tempo che scorre calmo, perché tutto segue, almeno in quelle due ore, un suo ordine…”

Claudio Borghi, Interno, 2013, acciaio verniciato, 115 × 13 × 15 - 146 × 35 × 11 cm

Claudio Borghi, Interno, 2013, acciaio verniciato, 115 × 13 × 15 – 146 × 35 × 11 cm

Così Anna Comino li chiude:

“…Qui Claudio Borghi esprime in pieno la sua spiritualità plastica: tra le pieghe dell’acciaio trovano posto i suoi pensieri, le sue letture, le sue meditazioni. Appunti che spesso raccoglie in brevi testi e che traduce in forme scultoree che quasi gli sfuggono dalle mani. E in questa atmosfera rarefatta la magia del bosco ritorna suono. Ma questa volta è respiro.”

Claudio Borghi, Teatrino del tempo leggero, 2013, ferro, 50 x 15 x 33 cm

Claudio Borghi, Teatrino del tempo leggero, 2013, ferro, 50 x 15 x 33 cm

 

Claudio Borghi – Dalle Cinque alle Sette

2 – 23 maggio 2015

niArt, via Anastagi 4a/6 Ravenna

martedì e mercoledì 11-12,30, giovedì e venerdì 17-19, sabato 11-12,30/17-19

www.niart.it  ; www.niart.eu  ; artgallery@alice.it

Ingresso libero

 

Claudio Borghi, Teatrino del tempo leggero (particolare), 2014, acciaio corten, 290 x 605 x 200 cm, Piazza Cavour, Barlassina (MB)

Claudio Borghi, Teatrino del tempo leggero (particolare), 2014, acciaio corten, 290 x 605 x 200 cm, Piazza Cavour, Barlassina (MB)

 

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