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Foglie di Luca Maggio

Doppia personale, l’idea di Felice: due artisti differenti per età e provenienza in dialogo-confronto.

Takako, Sara e le Foglie: le persone e il tema da me scelti per questo viaggio comune.

Foglie, dunque: l’una ha trovato una scrittura arborea e terrestre, lucente in loro assenza evocativa. L’altra, innamorandosi dell’immagine conchiglia-foglia di mare, ne ha tratto un tutto-pieno in apnea atemporale.

Sulle foglie e altre mimesi[1]

“Se è vero che un giorno perderemo tutto/ serbando in noi l’oro delle foglie” Vesna Parun

Da parete a parete l’occhio cammina su lucori d’oggetti inutili, l’arte, e riconosce le più piccole gemme, doglie di primavera che per nascere si nascondono lasciandosi cadere nella morte colorata d’ogni autunno, quando il tronco nudo dà attenzioni le più minute alla vita d’inverno, alle luci fievoli, al calore tenue che pure giunge in linfa sotto le zolle compattate dal gelo sino all’apice, prima della primavera.

Poi, altre cose si posano, sospese: foglie sui rami e ali sull’aria, le ombre sul corpo. È l’epica silenziosa delle foglie, che s’abbeverano di sole e pioggia e nel cuore umbratile delle pinete vanisce l’umano e allenta il tempo[2], che non è linea né curva, ma un incessante interagire granulare[3].

Esseri minimi s’affollano sulle foglie, su vene e arterie, linfocanali evidenti in controluce, come i miliardi di cellule quadrangolari che senza sapersi collaborano al mutare della vita, al colore e alla stagione, al calore e alla definizione.

I ricordi, anche d’artista, mistificazioni involontarie, auto-mitologie di pomeriggi estivi e tardi, o dell’attimo prima d’assopirsi, i ricordi che sanno d’ingannare chiamano ognuno al proprio gioco, chiedono tempo da restituire in melanconie saporose affette da immagini e parole per colmare il tempo stesso, e farlo poi marcire come fiore o frutto di luce decaduto. Si è così all’oro d’un autunno al femminile, odore vago, klimtiano, di noci il cui gheriglio si circonda di cornici. Non resta che mangiare, uccidere, ricominciare.

Il sorriso di Afrodite permea ogni attimo ogni pulviscolo che accade anche solo se pensato e tutto avvolge come un unico mistero di luce e pietra e carta e vetro. Nulla lascia alla fuga di Orfeo.

Takako Hirai, Komorebi, 2017, marmi, sassi di fiume, smalti, malta

Chi s’addentra nel bosco non vede le chiome d’alberi ma avverte l’incanto del fruscìo. Il resto è Komorebi ovvero “la luce che cade dalle foglie” e dall’alto trabocca come un eccesso liquido e getta sui corpi distesi ombre verdi, polle di tessere che non originano dalla terra ma da fenditure che s’insinuano nel fogliame non visibile e lo attraversano in ipotenuse lucenti.

Takako Hirai, Lùcono, 2017, vetri, gesso

Quello dei tempi recenti di Takako Hirai è un riflettere sui riflessi del vetro, dunque un ragionare di luce mai barocca né ostentata, che anzi si lascia cogliere pudicamente, per caso quasi, preferendo emergere nascosta da nevicate gessose in frammenti trasparenti, isolati, appena sporgenti, e luccicare solo se l’occhio ne sa cogliere i bagliori finissimi (Lùcono), rilucenze che s’infittiscono nel minuzzarsi e s’inseguono nel “mare degli alberi” o Jukai, foresta zen-ernstiana, Stonehenge da scacchiera, intagliata con delicatezza feroce quanto infinitesima col cutter in legnetti d’abete, pino, faggio.

Takako Hirai, Jukai, 2017, vetro, alabastro, onice, legni

E sopra ogni totem, incastonata o appoggiata, una tessera vetrosa sempre sagomata col cutter, strumento della giovinezza dell’artista, nostalgia e dunque ritorno alla gioia della prima età con la difficoltà e il dolore felice del taglio, per trovare una quiete forse possibile nel rifugio del ricordare derive d’erba, per i più da estirpare e per Takako da salvare nel segno mimetico del disegno (L’erbaccia mia), essendo parte dei prati una volta ancora della sua infanzia. Nulla si esaurisce di ciò ch’è verde nella memoria.

Takako Hirai, L’erbaccia mia , 2017, lapis, carta

 

Sara Vasini, Avant que je m’ennuie, 2017, tecnica mista in oggetto già fatto

Sara muove dal cercare conchiglie che il mare rifiuta sulla battigia e lei fiuta e accoglie nelle sue tasche per portarle piene in terra, all’opposto del gesto ultimo della Woolf, e le intende come foglie cadute del mare, da ridurre in lamine-tessere sottili per comporre vortici danzanti d’andamenti musivi che riempiano tutto il breve spazio dei supporti suoi che hanno invece vastità di mondi e non sopportano (o temono) i buchi neri del nulla che circonda le opere, ma che se trovasse spiraglio le farebbe implodere. Ecco l’horror vacui barocco della Vasini nelle cornici di Avant que je m’ennuie, labirinto-autoritratto quanto mai autentico – Sara non sa fingere – , dov’è bloccato allo scorrere del tempo ogni accesso e dove ingresso e uscita coincidono (impossibili) in ogni punto e i rari momenti colorati non sono che inganni.

Sara Vasini, Avant que je m’ennuie (particolare), 2017, tecnica mista in oggetto già fatto

Necessità centripeta di riempire e riempire per tutto tenere – e proteggere – e nulla lasciar fuggire è anche il suo calligrafare (ma qui la giunzione con l’oriente è casuale, nata ben prima di questa mostra essendo da anni parte del percorso dell’artista) riscrivendo l’Ulysses di Joyce[4], privando le parole-tessere della crenatura ovvero dello spazio-vuoto-interstizio fra esse in un grandinare di segni-foresta impenetrabili e inerenti il romanzo-flusso della modernità, che pure copre un giorno solo di durata per centinaia di pagine, fogli-foglie, ora arabesco cartaceo da parati, su cui l’occhio cammina da parete a parete.

Sara Vasini, What did you do in the Great War, Mr Joyce?I wrote Ulysses. What did you do?, 2014-2017, work in progress, inchiostro su carta

Ps. A mia madre, scomparsa un anno fa, dedico questa pagina, scritta ascoltando Cantéyodjayâ e Petites Esquisses d’oiseaux di Olivier Messiaen, nel giugno 2017. 

Foglie – Doppia personale: Takako Hirai e Sara Vasini

niArt Gallery, via Anastagi 4a/6 (Zona Porta serrata) Ravenna

dal 24 giugno all’8 luglio 2017

orari: martedì, mercoledì 11,00- 12,30; giovedì, venerdì 17,00-19,00; sabato 11-12,30 /17-19

Web : www.niart.eu

NB. In galleria è disponibile la fanzine della mostra numerata da 1 a 300 e firmata da artisti e curatori.

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[1] Per Platone la mimesi artistica umana non era apprezzabile in quanto corruttrice e ingannatrice (Sofista), essendo copia della realtà che è già copia dell’idea, a meno che non fosse indirizzata verso precisi scopi didattici (Repubblica). Aristotele invece rivaluta il concetto poiché non solo l’arte è catartica, ma la mimesi procura il piacere della conoscenza (Poetica, 1448b 5-15) e l’artista non si limita a imitare, ma partecipa al creare stesso attraverso la sua téchne, che è “una disposizione produttiva accompagnata dalla ragione” (Etica Nicomachea, 1140a 7). Fatta salva l’utilissima e libera inutilità dell’arte, questa pagina è filoaristotelica.

[2] Come non citare The Peregrine (1967) e  soprattutto The Hill of Summer (1969) del pressoché sconosciuto John Alec Baker: “La collina riposa su un giaciglio di silenzio profondo. La luce del mare irrompe con un chiarore di ali pallide. I pioppi sono immobili. Brillano le foglie lisce dell’anserina (…).”, L’estate della collina, Palermo 2008, p.158.

[3] È (quasi) impossibile dare una definizione esaustiva di cosa sia “realmente” il tempo. Per comprendere meglio la questione: C. Rovelli, L’ordine del tempo, Milano 2017, in particolare pp.73-82, 107-111, 163-171.

[4] Il titolo completo di questo work in progress (peraltro espressione joyciana) di Sara Vasini è What did you do in the Great War, Mr Joyce? I wrote Ulysses. What did you do? (2014-2017).

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a r t g a l l e r y    niArt

F O G L I E – Doppia Personale

TAKAKO HIRAI                           SARA VASINI

dal 24 giugno all’8 luglio 2017

INAUGURAZIONE SABATO 24 GIUGNO ore 21,00

a cura di Felice Nittolo e Luca Maggio

 

Doppia personale, ovvero una mostra con protagonisti due artisti differenti per età e provenienza in dialogo-confronto.

Foglie è il tema scelto dal critico e co-curatore Luca Maggio, proposto a Takako Hirai e Sara Vasini, che hanno trovato soluzioni musive terrestri e marine apparentemente opposte e finissime, oltreché pienamente rispondenti alle rispettive poetiche.

Cosa: Foglie – Doppia personale

Chi: Takako Hirai e Sara Vasini

Dove: niArt Gallery, via Anastagi 4a/6 (Zona Porta serrata) Ravenna

QuandoVernissage sabato 24 giugno alle ore 21,00 / dal 24 giugno all’8 luglio 2017

orari: martedì, mercoledì 11,00- 12,30; giovedì, venerdì 17,00-19,00; sabato 11-12,30 /17-19

su appuntamento chiamando il n. 338 2791174

email : artgallery@alice.it

Web : www.niart.eu

Patrocinio: Comune e Provincia di Ravenna

NB. In galleria sarà disponibile la fanzine della mostra numerata da 1 a 300 e firmata da artisti e curatori.

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Oggi a Ravenna presso la niArt Gallery si inaugura una personale di Giorgia Severi, artista che stimo sia professionalmente sia umanamente. Ha passato un anno in Australia, la ragazza, e con quel vissuto denso ha allestito Country, evento collaterale alla Biennale tuttora in corso a Venezia. I suoi sono riti e feste parlanti per occhi e anima. Siete tutti invitati.

 

niArt Cultura

 

RESTORING THE WORLD è un progetto che Giorgia Severi ha dedicato al bosco pineta di Lido di Dante e Lido di Classe per l’incendio doloso che ha colpito la riserva naturale nel 2012.

Dischiuso in diverse opere e durato un anno, questo progetto ha in sè la consapevolezza di appartenenza ad un territorio e l’amore per la Madre Terra che hanno portato l’artista a voler restituire qualcosa a quel luogo: L’essere umano fa parte di un disegno più grande di cui è una piccola parte. Come piante e animali, noi siamo inscritti nel disegno, nel tutt’uno e nell’evoluzione dello stesso; è come vivere sulla schiena di un grande animale. Siamo ospiti di passaggio.

still.sito

 

L’artista restaura il paesaggio e gli alberi prendendosi cura della pineta e si porta via la memoria degli alberi arsi. Cura è infatti il titolo dell’installazione dove Giorgia Severi ha curato parti degli alberi e raccolto legni bruciati dalle sembianze antropomorfe restaurandoli e ponendoli come ciò che rimane di quel luogo in una sorta di scheletro del paesaggio e quel che rimane. “Restaurare etimologicamente significa “rifare a una cosa le parti guaste e quelle che mancano o per vecchiezza o per altro accidente.

 

particolare Cura

 

L’archeologia continua con Barks, il trittico di calcografie di alcuni pini rimasti in piedi nella zona colpita dall’incendio che parla di memoria come una sindone. Nel 2013 per Emergenze Creative ha realizzato la performance OPERAZIONE CAMPO BASE, in collaborazione con la Protezione Civile di Ravenna durata tre giorni in Piazza del Popolo, durante la quale l’artista consegnava ai fruitori i semi raccolti durante i mesi estivi dalla riserva naturale, in un rito dedicato alla pineta che poneva l’uomo in stretto collegamento con il proprio bosco in un ruolo di responsabilità e connessione spirituale nel silenzio e con gli elementi naturali acqua, fuoco e sabbia provenienti dalla pineta stessa. L’opera vera è l’azione che si fa dentro le persone: ciò che loro si portano via ed imparano dall’opera. L’arte è un’operazione culturale/sociale, una responsabilità che ci prendiamo per comunicare qualcosa agli altri tentando di aggiungere un nuovo linguaggio per diffondere un messaggio.La performance è stata documentata dall’artista fotografo Emiliano Biondelli di NastyNasty. Infine ARSA il film dedicato al progetto, mostra due punti di vista diversi, dal cielo e dall’interno della tenda, il cuore di RESTORING THE WORLD dove volando sembra di vedere una lacuna in un affresco e durante la performance l’intimità della tenda riporta al silenzio e alla riconciliazione col territorio. ARSA è stato realizzato in collaborazione con il regista Daniele Pezzi e il musicista Giovanni Lami.

L’artista lavora in Italia e all’estero, soprattutto in Australia dove ha realizzato l’ultimo progetto in collaborazione con artisti Aborigeni e attualmente in mostra alla Biennale di Venezia con l’evento collaterale COUNTRY.

www.giorgiaseveri.com

www.niart.eu

ORARI MOSTRA:

niArt :martedì e mercoledì 11-12,30, giovedì e venerdì 17-19, sabato 11-12,30/17-19

artgallery@alice.it

fuori orari e info per appuntamenti: 3382791174

 

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Claudio Borghi, Fiori alti, 2010, acciaio verniciato, 209 × 84 × 28 - 51 × 66 × 35 cm, Fondazione Leonesia Puegnago (BS)

Claudio Borghi, Fiori alti, 2010, acciaio verniciato, 209 × 84 × 28 – 51 × 66 × 35 cm, Fondazione Leonesia Puegnago (BS)

Claudio Borghi (1954) ha recentemente ha realizzato la grande scultura Teatrino del tempo leggero per la piazza Cavour del Comune della sua Barlassina.

Per l’occasione è stato pubblicato il bel volume …dalle cinque alle sette (Silvana Editoriale 2014), da cui è tratto il seguente commento di Maddalena Mazzocut-Mis che apre il primo dei tre saggi in catalogo:

“Credo che ti possa piacere questo inizio: “la pensiamo allo stesso modo”. E allora ci vorrebbe un bel punto e basta. Lasciamo che l’opera parli; che parli il suo respiro e, più ancora, che la sua forma ci colga impreparati, quando all’improvviso, volgendo lo sguardo, ci cattura negli spazi trasparenti che disegna. Se è così, facciamo in modo che la nostra timidezza faccia avanzare la protagonista e che lasci nell’ombra due persone che mangiano una buona pizza sotto un grande albero, un mezzogiorno di primavera. No, tu preferiresti un buon gelato, tra le cinque e le sette, dopo una giornata di lavoro: due chiacchiere e quel tempo che scorre calmo, perché tutto segue, almeno in quelle due ore, un suo ordine…”

Claudio Borghi, Interno, 2013, acciaio verniciato, 115 × 13 × 15 - 146 × 35 × 11 cm

Claudio Borghi, Interno, 2013, acciaio verniciato, 115 × 13 × 15 – 146 × 35 × 11 cm

Così Anna Comino li chiude:

“…Qui Claudio Borghi esprime in pieno la sua spiritualità plastica: tra le pieghe dell’acciaio trovano posto i suoi pensieri, le sue letture, le sue meditazioni. Appunti che spesso raccoglie in brevi testi e che traduce in forme scultoree che quasi gli sfuggono dalle mani. E in questa atmosfera rarefatta la magia del bosco ritorna suono. Ma questa volta è respiro.”

Claudio Borghi, Teatrino del tempo leggero, 2013, ferro, 50 x 15 x 33 cm

Claudio Borghi, Teatrino del tempo leggero, 2013, ferro, 50 x 15 x 33 cm

 

Claudio Borghi – Dalle Cinque alle Sette

2 – 23 maggio 2015

niArt, via Anastagi 4a/6 Ravenna

martedì e mercoledì 11-12,30, giovedì e venerdì 17-19, sabato 11-12,30/17-19

www.niart.it  ; www.niart.eu  ; artgallery@alice.it

Ingresso libero

 

Claudio Borghi, Teatrino del tempo leggero (particolare), 2014, acciaio corten, 290 x 605 x 200 cm, Piazza Cavour, Barlassina (MB)

Claudio Borghi, Teatrino del tempo leggero (particolare), 2014, acciaio corten, 290 x 605 x 200 cm, Piazza Cavour, Barlassina (MB)

 

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Andrea Sala e Giulia Alecci in “co-musivo”, 28.04.2012 presso niArt Gallery, Ravenna

In occasione del finissage di After After 2012, lo scorso 28 aprile, è stato proiettato all’interno della niArt Gallery il video co-musivo di Andrea Sala e Giulia Alecci.

I due artisti hanno usato i loro corpi come tele e specchio dell’altro per dipingere una “seconda pelle di tessere”. I due esseri umani, Giulia e Andrea, hanno messo in comunione quanto potevano di se stessi, centimetro per centimetro, realizzando un lavoro intenso e coinvolgente: durante la proiezione si sono tenuti stretti, abbracciati, davanti alle immagini che scorrevano, dopo aver significativamente condiviso un piccolo quadratino di cibo.

Dunque il mosaico può anche essere questo, elastico, effimero (in quanto a durata), video and body art.

Alcuni anni fa in Marocco vidi degli henné stupendi e annotai un’idea che, senza saperlo, questi ragazzi hanno in parte realizzato.

Da sempre e in diverse culture l’uomo si tatua per i motivi più svariati: appartenenza a un gruppo, rito religioso, propiziazione, scaramanzia, segno del passaggio all’età adulta, etc.

Il mosaico, sino all’altro ieri fratello minore dell’arte contemporanea, è oggi libero, maturo, capace di confrontarsi con qualsiasi altro linguaggio: ha ormai passato la propria iniziazione.

 

Come nasce l’idea di co-musivo?

G.A.: Co-musivo nasce come reazione al tempo fisso del mosaico. Elasticizzare sulla pelle il reticolo bizantino per farlo respirare e vivere per qualche ora, renderlo morbido e mobile, pensare a come i suoni del corpo si potessero legare al disegno di una tessera sulla pelle ci è sembrato un esperimento a cui non si poteva rinunciare.

Ci piaceva pensare al mosaico legato direttamente a una prima persona, de-storicizzarla ed immaginarci nei panni pesanti ed importanti dei santi e personaggi dei mosaici di Ravenna. Quei panni li abbiamo poi realmente indossati, con un tempo e una comunione nel lavoro che lo ha consolidato per me, proprio durante la sua esecuzione, come valido.

La curiosità e l’affetto sono stati indispensabili e decisivi, la prima ne è uscita piena di domande e la seconda rafforzata.

A.S.: Questa nostra performance oltre ad essere interessante da un punto di vista materico e visivo, in particolare di come il disegno di un reticolo di tessere si adatti a un corpo, trovo che esprima, raffiguri e descriva ciò che accade fisicamente e spiritualmente in una relazione di coppia.

Una persona analizza e frammenta in infinitesime parti l’altro e allo stesso tempo gli crea una nuova pelle, una nuova veste a seconda della sua manualità e sensibilità. È un azione reciproca che svolgiamo inconsciamente a livello fisico e astratto; grazie all’altro che ci disegna e crea una nuova pelle possiamo scoprire un nuovo modo di vivere e abitare il nostro corpo e veniamo totalmente condizionati e travolti.

Quando invece una relazione finisce, ci troviamo con il nostro corpo ancora tutto ricoperto dell’essenza dell’altro, e la parte più difficile arriva quando dobbiamo pulirlo per tornare noi stessi nella nostra solitudine. Se decidiamo di non pulire questo corpo da soli sarà il tempo che da solo penserà a far sbiadire e a cancellare la “pelle” che l’altro ha creato su di noi.

 

Alla fine della performance eravate visibilmente emozionati: era il vostro primo lavoro sul corpo e col mezzo del video? Cosa avete provato? Avete altri progetti comuni o comunque pensate di tornare a collaborare insieme?

G.A.: Essere vestita da e per mano di Andrea è stato molto emozionante. Mi ha conosciuta, misurata e sentita attraverso e sulla pelle. Lavorare con il corpo è stato intenso, ci si rende conto che il respiro, il battito cardiaco, la pelle d’oca, i riflessi muscolari sono vettori che possono parlarti fisicamente di emozioni. Parlare poi con il corpo ad altri, riuscire a dire qualcosa veramente e mantenerne un senso – senza troppe ambiguità – esternando le emozioni sentite in prima persona e il contenuto che le ha mosse, è per me indice di un’immensa forza e controllo. Alla prima esperienza posso dire che, guardando il lavoro di artisti che hanno deciso di agire con il corpo, non posso che accorgermi di come la loro scelta sia coraggiosa ed impegnativa.

Non è facile significarequalcosa con il corpo, sopratutto venendo da una realtà quale il mosaico, in cui il lavoro che c’è dietro è in qualche modo chiuso nella suo tempo ed esecuzione e rimane, strettamente parlando, individuale.

Lavorare con Andrea, sia nel mosaico che nella vita, è stata un’esperienza interessantissima, colma di propositi e suggestioni. Spero ovviamente di continuare ad averlo vicino per condividere nuove realtà.

A.S.: Lavorare e dipingere il proprio corpo è un’esperienza istintiva e primordiale: specialmente quando tutto il corpo viene dipinto da un’altra persona, impari a risentire, stimolare e riprendere coscienza della parte fisica del nostro corpo.

Utilizzare il proprio corpo è come mettersi in gioco e mettersi nudi davanti ad un azione che agisce direttamente sulla tua pelle: non esiste più nessun tramite o mezzo, ma esiste solo una comunicazione tra l’io il pennello e l’altra persona.

Lavorare con Giulia  è stato intenso e coinvolgente perché la sua pazienza e sensibilità si sposano perfettamente con le caratteristiche del mosaico.

Spero di tornare a lavorare con la body art perché mi ha aiutato semplicemente ad ascoltare il mio battito e quello di Giulia, e questa è una cosa tanto semplice ma allo stesso tempo difficile e complessa.

 

Conosco la poetica di Andrea, incentrata sulla ricerca della relazione. Mentre tu, Giulia?

Del mosaico mi affascina la costruzione, come in un’edilizia in cui ogni elemento per somma va a comporsi. La geometria che ne può scaturire deve essere composta per formare un corpo in cui il bilanciamento, la direzionalità e le masse devono misurare e battere un ritmo. Mi piace sempre, quando guardo un mosaico, pensare al ritmo specifico della mano che lo ha costruito, alla sua concentrazione ed intenzione.

L’uso di materiali alternativi che possono alleggerire la pietra e la tendenza a lavorare in piccolo mi aiutano a trovare piccole architetture nel mosaico, in cui la concretezza della tessera è davvero come rafforzata dall’interstizio, che nonostante sia realmente un intervallo di spazio e tempo, vuoto, mi si presenta come pieno, minimo, segreto e suscettibile.

Fare mosaico significa impostarne la permanenza, la ripetizione che ne dà il senso, l’ordine, il gesto, la sonorità del taglio, di nuovo la ripetizione. Anarchicamente si mette ordine, si presta ascolto a una piccola presunta porzione di cosmo e questo, nei suoi vari momenti, può significare molto.

Info e contatti: www.andreasala.tk ; arend1986@gmail.com  giuliaalecci@gmail.com

 

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MostraAFTER AFTER 

Curatori: Felice Nittolo, Luca Maggio, Daniele Torcellini

Sede: Art Gallery “niArt”

Periodo: Ravenna, 7 – 28 aprile 2012

Finissage: sabato 28 aprile 2012 ore 18.30

Catalogo: http://afterafter02.wordpress.com/

Patrocinio: Comune e Provincia di Ravenna, Ravenna 2019

Col sostegno di: Ravennae – ori e smalti per il mosaico

 

Comunicato stampa

Si è svolta con successo l’inaugurazione della seconda edizione di After After, collettiva inerente la scena artistica ravennate che gravita intorno al mosaico, quest’anno impreziosita da alcune performances d’apertura, fra cui una composizione per piano preparato con tessere di mosaico di Matteo Ramon Arevalos, eseguita dal vivo dall’autore, e la lettura dei versi di Gregor Ferretti da parte di Franco Costantini.

Il catalogo della mostra è disponibile online al sito web http://afterafter02.wordpress.com/

Anche il finissage di sabato 28 aprile sarà caratterizzato da un momento performativo con la proiezione di un video, la presenza e l’intervento degli autori stessi, Andrea Sala e Giulia Alecci, che così introducono il proprio lavoro:

“Cosa nasce dalla trasposizione della fissità ritrattistica del sistema musivo ravennate su di corpo vero?

Come può un’organicità viva e calda accogliere e relazionarsi con la linearità geometrica della figura umana dei mosaici bizantini?

Dove si incontra l’atteggiamento storico di astrarre il corpo, che cerca una simbolicità nella quale non vi è attenzione per i caratteri somatici individuali e che arriva a costruire una rappresentazione grafica “magica” del corpo, e una performance in cui una nudità tutta tridimensionale e totalmente rivolta verso una lettura specifica della persona accoglie un reticolo di tessere?

Attraverso il disegno sul corpo dell’altro di un reticolo di mosaico si esprime inoltre un desiderio di eternità e stabilità nella relazione con l’altro, omettendo volutamente come spesso accade nelle relazioni che è inutile cercare la stabilità in un mondo e su di un corpo che è in costante cambiamento ed evoluzione.

Quello che è un esperimento, introduce poi al suo interno un romanticismo nella posa, giustificato dall’intento di render vivi quei mosaici e dal lavoro di coppia che vi è dietro. È inoltre importante ricordare a che punto in una relazione si impari a conoscere, analizzare, scomporre, frammentare e ricreare ogni singola parte del corpo dell’altro, come appunto accade in un mosaico.

L’azione di disegnare questa seconda pelle di tessere sul corpo dell’altro sarà documentata da un video che verrà proiettato in occasione della performance, nella quale gli interpreti si fermeranno per cinque minuti in un abbraccio.”

La mostra After After, curata da Felice Nittolo, Luca Maggio e Daniele Torcellini, è aperta presso la galleria d’arte niArt dal 7 al 28 aprile 2012 ed espone opere di Matteo Ramon Arevalos, Raffaella Ceccarossi, Silvia Danelutti, Naghmeh Farahvash Fashandi, Filippo Farneti, Simone Gardini, Samantha Holmes, Sergio Policicchio e Andrea Sala.

L’esposizione è visitabile nei giorni di martedì, mercoledì e sabato dalle 11.00 alle 12.30 e nei giorni di giovedì, venerdì e sabato, dalle 17.00 alle 19.00, oppure su appuntamento chiamando il numero (+39) 338 2791174.

Info: Art Gallery “niArt”

Catalogo online: http://afterafter02.wordpress.com/

After After 2012, foto Rafael Puerto Dominguez

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Premessa: ho scritto il testo che segue per la seconda edizione di After After inaugurata a Ravenna sabato 7 aprile 2012 presso la niArt Gallery.

Chi volesse scaricare gratuitamente l’intero catalogo incluse le immagini delle opere in mostra può cliccare il link: http://afterafter2012.tumblr.com/

Alighiero Boetti, Tutto, 1988-89

Più o meno tutto

Un mosaico è un mosaico è un mosaico”, after Gertrude Stein

Aneddoto:

Pare che la serie Tutto di Alighiero Boetti sia nata così: un giorno l’artista dice ai suoi collaboratori: «Andate a comperare delle riviste», «Quali?» chiede uno di loro, «Tutte» risponde lui. Tornati in studio:«Bene, ora cominciate a ritagliare le figure», «Quali?», «Tutte»[1].

Come in molte altre sue intuizioni, l’artista shaman showman ha anticipato il nostro tempo, in cui c’è bisogno di tutto per capire una parte anche minima dei prodotti umani (non solo artistici), perché la realtà è qualcosa di devastantemente complesso: la realtà è tutto.

Elenco 1: la realtà

Le azioni meccaniche che fai al tuo risveglio sono reali, ma lo sono anche i sogni di cui hai o non hai più memoria nonostante siano di qualche ora fa.

Le ambizioni, le umiliazioni, i successi, i morti in battaglia e i soldatini dei bambini, gli studi geologici sul nucleo della Terra, ma anche il Viaggio di Jules Verne. La fisica, la metafisica e la patafisica. Dio e la sua assenza. Il caso. La malattia. Il tempo e la filosofia. Gli specchi. La prospettiva. Il vuoto. Il buono e il cattivo senso che ti fanno agire ogni giorno e la ricerca del senno perduto di Orlando da parte di Astolfo sulla Luna: tutto reale è. Ridere. L’illusione dolcissima della letteratura. La musica. La malinconia. L’immaginazione sia essa realizzata o solo, va da sé, immaginata, non lo è meno del pane che hai addentato prima o della sigaretta che accenderai più tardi, in pausa, mentre starai pensando a come risolvere quella pratica, a quando fare la spesa, a quando rivedrai tuo figlio e tua moglie o il tuo compagno stasera, alle vacanze, sì, le vacanze.

Le liti e l’amore. La solitudine e la compagnia. Il calore e il gelo. Le differenze. Il maschile e il femminile e ciò che sta in mezzo. I problemi sono reali e le ipotesi di soluzione sono tutte altrettanto reali per il solo fatto di essere state pensate. Il passato da cui non c’è scampo e la partita del futuro, sempre aperta. Le bollette, le multe, lo spread, la povertà, le ruberie e il desiderio di fuga. La forza di restare. Reali sono le idee e con buona pace di Platone anche i corpi che, maldestramente a detta sua, ne rivestono le forme. L’imperfezione e l’incompletezza sono reali. Come i loro opposti. Esistono solo nella mente? Appunto, esistono.

Senza soluzione di continuità, teoria e pratica, anima e corpo, come nei tratti biro di Boetti, come nelle trame dei suoi arazzi, come nelle dimensioni parallele alla nostra (undici a quanto pare), già pensate all’infinito dal vecchio Borges. In alcune di queste, le variazioni rispetto a quanto sta accadendo ora e qui sono minime, in altre sono agli antipodi e si realizzano le opportunità scartate sino a giungere alla nostra scomparsa, al noi mai esistito, almeno in una di esse. E lo stesso continueremmo ad essere reali. Sì, perché talvolta l’affermazione di qualcosa passa anche attraverso la sua negazione.

Di fronte a questa babele che pure è in tutti noi, è tutti noi e i noi paralleli, che fare? Scegliere un punto di appoggio, di vista che ci assomigli e cominciare a osservare. A capire. A collegare.

Space Invader, (making of) Florence Rey portrait, 2005

Elenco 2: il mosaico

Un puzzle, una combinazione, una sequenza, un insieme frammentato e ricomposto del reale (e il reale è nell’Elenco 1, incluso ciò che non c’è): i lego e i sassi, i quadratini colorati del cubo di Rubik, le cellule e le costellazioni, la progressione dei secondi e l’incastro dei flashback, le forme dei frattali e qui mi fermo, elenco breve. Perché tutto, davvero tutto e senza paradosso, può diventare mosaico, essere visto e risolto come mosaico. Sta all’autore decidere: nella sua intenzione è il discrimine[2].

Disgregare e ricostruire, insomma (se questo è un suo specifico possibile). Rielaborando per tornare o non tornare al punto di partenza. Puoi costruire un sasso tridimensionale “mosaicando” sassi (e Ceci n’est pas une pipe che fine fa?). O farne un gatto o qualcosa di astratto. Luce e colore, vetri e smalti. A proposito, un mosaico puoi farlo di pietra di vetro di carta di metalli di parole di danza di matita di cera di legni di scarti di musica di tessuti di video di pixel di materia organica e inorganica di ciò che vuoi[3]. È qualcosa di pensato, di controllato alla fine, sebbene le combinazioni si realizzino in fieri.

Fa parte e non fa parte del mondo dell’arte, tale e quale la pittura, la scultura, la fotografia e tutte le altre voci espressive che in sé, fra l’altro, sono categorie vuote, spettando agli uomini divenirne facitori e testimoni nel (proprio) tempo[4]. C’è chi le definisce tecniche (ma diversi sono i modi di fare un mosaico, un dipinto, etc.) e chi, più correttamente, linguaggi. Non è facile afferrarne la natura, a volte sembra di dover lottare con Nereo senza essere Ercole.

Arte è desiderio, scienza, scoperta, identità, confronto, battaglia, rito, forma, percezione, superficie, fenomenologia, commozione, provocazione, potere, necessità ma è vero anche che non serve a nulla, non deve servire a nulla. O no?

Tanto vale fermarsi prima di infilarsi nell’orrida ridda delle definizioni.

Se è vero che il “il medium è il messaggio” (©McLuhan), intervistando alcuni dei ragazzi presenti in questa seconda edizione di After After ho avuto conferma di una tendenza sinaptica del mosaico, anzi scusate dell’arte, perché alla fine di questo si tratta: in realtà la ricerca di collegamento (fra l’artista e il proprio passato, fra l’artista e la storia dell’arte, fra i materiali usati dall’artista, fra l’artista e la società, fra l’artista e l’evento cui sta partecipando, …continuate voi) fa parte del bagaglio identitario del comunicare con l’arte. E non solo: “i ponti” sono nella natura del cervello umano: “neurons that fire together wire togheter”, diceva il neuroscienziato canadese Donald Olding Hebb già nel ’49. E su questa scorta si potrebbe continuare con le recentissime scoperte inerenti il funzionamento della nostra memoria, grazie alle molecole a “fagiolo” dei peraltro assai eleganti microtubuli sinaptici[5].

Jack Tuszynski, Modello informatico del funzionamento dei microtubuli sinaptici, 2012

In accordo si direbbe naturale con tutto questo, qui si assiste ad una volontà precisa, quasi una necessità (in controtempo rispetto alla nostra epoca liquido-proteiforme) di connettere frammenti di realtà (nel senso dell’Elenco 1) e dare loro, per quanto si possa (in termini anche di durata effimera talvolta), una solidità autentica. Per fare questo il medium mosaico viene da molti apparentemente nascosto o meglio ibridato con ciò da cui ognuno degli artisti presenti proviene o sente come humus proprio: il design, la scultura, la pittura, la poesia, la videoarte, la composizione musicale o il mosaico stesso, perché no[6]? La realtà è declinata secondo la visione musiva che più si avvicina a ciò che si è[7]. Per sé, anzitutto. Così il mosaico, liberato da se stesso e dai discorsi in difesa di esso, sembra scomparire[8]. Per essere, finalmente.

Ps. Questa pagina è un piccolo omaggio al grande Georges Perec (1936-1982), nel trentennale della scomparsa. In finale cito una sua riflessione riguardante i puzzle, ma che potrebbe estendersi, non senza inquietudine, a tutte le nostre esistenze, incluse quelle parallele, a quelle che, coscienti e consenzienti o meno, sono le nostre realtà: “Se ne potrà dedurre quella che è probabilmente la verità ultima del puzzle: malgrado le apparenze, non si tratta di un gioco solitario: ogni gesto che compie l’attore del puzzle, il suo autore lo ha compiuto prima di lui; ogni pezzo che prende e riprende, esamina, accarezza, ogni combinazione che prova e prova ancora, ogni suo brancolare, intuire, sperare, tutti i suoi scoramenti, sono già stati decisi, calcolati, studiati dall’altro”[9].

Georges Perec (1936-1982)


[1] Cfr. Corrado Levi nel dialogo con Giacinto Di Pietrantonio in Alighiero Boetti – Quasi tutto, Milano 2004.

[2] La “texture” della materia stessa può apparire come uno (pseudo)continuum in equilibrio danzante – in sé, a livello subatomico e fra corpo e corpo, e con la luce – , tale da realizzare la percezione della stabilità: molecole attimi atomi sembrano effettivamente uniti fra loro, ma non privi di “interstizi” – in sé, a livello subatomico e fra corpo e corpo, e con la luce -. E persino dai buchi neri, regioni più dense della velocità della luce, “fuggono” particelle, secondo la radiazione di Bekenstein-Hawking.

[3] Libertà creativa già dichiarata da Felice Nittolo riguardo l’Aritmismo in Esprimersi col mosaico è possibile, Ravenna, 1984: “…propongo un movimento Artistico che abbia all’origine la “tessera” come veicolo per esprimere un’idea. Tessera di qualsiasi materiale, di qualsiasi forma, di qualsiasi dimensione; accostata e allontanata improvvisamente, costante e disomogenea nello stesso tempo-spazio. Creare, generare, “dipingere” con la tessera che ha in sé il potere naturale di vivere per secoli. (…) Il movimento non è necessariamente musivo, parte dal musivo (tessera) ma vuole coinvolgere l’Arte in senso generale: Artista unico ideatore-esecutore del risultato, senza intermediari.”

[4] Ogni opera, ogni artista, informa di sé il proprio linguaggio nel proprio tempo. Infatti l’occhio allenato del connoisseur riconosce i falsi dai particolari errati rispetto all’epoca cui dovrebbero riferirsi, cfr. Federico Zeri, Il falsario in calcinaccio in Diari di lavoro 1, Bergamo 1971.

[5] Il riferimento è all’articolo apparso l’8 marzo 2012 sulla rivista scientifica internazionale PLoS Computational Biology a firma dei fisici canadesi Travis Craddock e Jack Tuszynski (Università di Alberta) e del neuroscienziato americano Stuart Hamenoff (Università dell’Arizona).

[6] A proposito, è il mosaico che diventa pittura, scultura, etc., o viceversa?

[7] Ogni artista resta intimamente legato alla propria visione nonostante possa usare mezzi diversi per esprimerla: esempio noto, Michelangelo è scultore anche quando si trova a dipingere, come Giacometti, quanto Mondrian o Piero della Francesca sono strettamente connessi all’architettura, pur avendo sempre e solo usato i pennelli, a quanto se ne sa. Non solo: l’operare artistico è elaborazione continua di sé. Celebre, in questo senso, l’aforisma di Cocteau (sulla scorta di Wilde, di Montaigne): che si ritragga un paesaggio o una natura morta, si finisce sempre col fare un autoritratto.

[8] Ricordate? Negare per affermare.

[9] Georges Perec, La vita istruzioni per l’uso, Milano 1984 (ed. originale, 1978).

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