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Premessa: di seguito presento un testo inedito, scritto questa estate per l’amico e artista Bacco Artolini e dedicato a un’unica sua tela: Il dono del cervo (2019). Si compone di tre parti: la prima in versi, in cui parla il cervo protagonista dell’opera. La seconda è una pagina critica e di studio, mentre le ultime righe sono affidate a un mio ricordo autobiografico, prosa dunque, sempre connessa con il dipinto. Buona lettura.

Bacco Artolini, Il dono del cervo, 2019

Bacco Artolini. Vie del sacro

di Luca Maggio

“Simulaverat artem/ ingenio natura suo” Publius Ovidius Naso, Metamorphoses III, 158-159

1.

A notte ascolto

Ombre che trovano

Me e domando pace

E tempo il senso

La durata sangue

E tempo

– cosa sia il mio mito

come tradurmi –

Sono vittima fatale della mente

Umana io vedo a occhi

Chiusi scotta il panno

Su cui poso il vassoio

Separa distrae

– lo schema mio facciale

multi-tri-angolare –

Mentre graffiti e polveri primordiali

Escono entrano da me generano

Ché sono universo

2.

Scrivevo un anno fa – settembre 2018 – sul percorso pittorico di Bacco Artolini come in generale fosse “neomitologico o metamitologico, nel senso che riattiva narrazioni ancestrali e archetipiche combinandole con la contemporaneità alla ricerca del mistero-uomo, non necessariamente della sua soluzione.”

In questa pagina l’analisi si concentra su una tela sola con i mezzi concorrenti di poesia, critica e prosa nel finale.

Nell’opera in questione, Il dono del cervo, datata sul retro 4 aprile 2019 (dove pure è scritto a matita: “dimmi buon/ signore/ che siedi così/ quieto, la/ fine del tuo/ viaggio che/ cosa ci/ portò” e ancora “piango il mio/ destino/ io presto/ morirò”), si vede centrale una grande testa di cervo mozzata, occhi chiusi, senza sangue, sopra un vassoio a sua volta su un panno – oggetto feticcio di questo artista – tutto come sospeso su uno sfondo notturno, il cui stellato è rappresentato da graffiti neoprimordiali con figure ora femminili e arrotondate evocanti la fertilità, ora maschili provviste di ali, che letteralmente fuoriescono dalle corna tronche come rami di ciliegio potati, volando, spargendosi sotto forma di semi sulla parete della grotta-notte, inseminando di sé il fondo scuro e uterino di questa sorta di rigenerazione cosmica, cui pure partecipano altri tratti minimi e fitti che lambiscono alcuni particolari anatomici della bestia – occhi orecchie muso – e si spandono forse per azione dei medesimi graffiti antropomorfi (e se questi si esaurissero atomizzandosi nei segni-trattini?), forse motu proprio originandodal capo dell’animale, in ogni caso contribuendo alla fecondazione del mistero contemplato nella parte inferiore del quadro da altri minuscoli guerrieri, a loro volta graffiti, provvisti di lance e scudi: undici a sinistra e due a destra (la somma di tredici non è incidentale), su cui plana un uccello, forse messaggero divino. Una nuvola di panno presenta sorregge separa la “ierofania” (Mircea Eliade) dagli astanti. Significativamente il confine fra lo spazio sacro in cui accade l’apparizione e gli angoli in cui sono radunati gli omini è marcato da un recinto di brevi solchi paralleli e ripetuti, attornianti per intero il panno che conclude il proprio spiegarsi in un nodo inestricabile, posto in un punto equidistante benché relativamente vicino ai due gruppi umani. Essi possono forse vedere, non comprendere sino in fondo.

Anche noi come questi figurini stilizzati stiamo assistendo a una sacra rappresentazione, epifania di spazio-tempo mentale, mitico, e in forza di tale finzione attorno alla parte dipinta è lasciato opportunamente vuoto un perimetro bianco.

Tralasciando lo schema di costruzione della testa, dovuto all’intersezione di più triangoli e trapezi, uno dei riferimenti celtico-camuni più espliciti è al dio cervo Kernunnos – Cernunno Cernunnus Cervino – dalle incisioni rupestri di Naquane in Valcamonica, in particolare la roccia 70 forse databile al VI-V sec. a.C., al cosiddetto calderone danese di Gundestrup del II-I sec. a.C., passando per la formella dell’altare di Parigi al cosiddetto “stregone” della caverna dei Trois Frères. Il cervo, come altre bestie, è ricercato dall’uomo che se ne ciba, ne usa la pelle per cucire indumenti, le ossa come utensili, ma ha specificità dovute alle corna arcuate connesse sia alla forma del sole e ai suoi raggi, sia al ritmo ciclico-stagionale della vita dato il loro cadere e rinnovarsi annuale, credenze in seguito metabolizzate armonicamente nel cristianesimo in figure di santi quali Uberto e prima ancora Eustachio. Questi, nelle mille sue traversie, incontrò Cristo nelle sembianze di croce luminosa – sole raggiato – fra le corna di un cervo in un bosco – grembo scuro e generativo in questo caso di selva. Senza contare il rimando nel vassoio qui dipinto alla decollazione di Giovanni Battista nei sinottici (Mt 14, 1-12; Mc 6, 14-29).

Altra figura essenziale è anche Atteone, erede in-consapevole, dionisiaco e mediterraneo, degli sciamani celtici che “uccise il cervo, gli mozzò la testa e la indossò. E i suoi cani, avendolo riconosciuto, si allontanarono da lui e lo abbandonarono” (P. Klossowski, Il bagno di Diana, Milano 2018, p.40). Salvo poi sbranarlo non appena Diana, gemella lunare di Apollo, ne decreta la metamorfosi completa in cervo a motivo della visione sacrilega del corpo suo divino e vergine. “Atteone, nella leggenda, vede perché non è in grado di dire ciò che vede: se fosse in grado di dirlo, smetterebbe di vedere. Ma l’Atteone che medita nella grotta presta all’Atteone che irrompe all’improvviso nel recinto sacro dove Diana fa il bagno le seguenti parole: Non dovrei essere qui, per questo sono qui.(…) mai testa di cervo fu più piena di pensieri; poiché anche il pensiero più generosamente disposto ad annullarsi è pur sempre geloso del suo progressivo nulla, e per quanto possa sprofondare nella notte, è pur sempre sguardo che scruta la notte.” (P. Klossowski, op. cit., pp.71,74)

Che poi questa notte in cui sorge il mito sia puro sogno di Diana, incubo di Atteone o ipogeo archetipico umano, lascio a altri quale viluppo da indagare.

Il percorso dei guerrieri graffiti, parallelo ai nostri occhi desideranti di avvicinarsi alla rivelazione di una conoscenza che da sempre l’uomo tramanda in forma picta ben prima del cosiddetto linguaggio alfabetico, è assimilabile a quello del pellegrino, “viaggiatore che ha lasciato la propria dimora per prendere la strada che lo porterà in un altro luogo. (…) il luogo a cui tende è l’incontro “del mistero”. (…) Al centro troviamo non solo la montagna cosmica ma anche l’albero sacro, asse del mondo” – nel nostro caso la testa del cervo con le sue corna – “Di per sé l’albero manifesta la realtà della vita in perpetua rigenerazione, è il simbolo della rinascita e dell’immortalità, il segno della fecondità, dell’opulenza, della vita e della salute. È l’axis mundi, che mette in comunicazione i mondi sotterranei, la terra e il cielo: asse del mondo, albero di vita, albero cosmico.” (J. Ries, Pellegrinaggi, pellegrini e sacralizzazione dello spazio, in AA.VV. Il mondo dei pellegrinaggi. Roma, Santiago, Gerusalemme, a cura di P. Caucci von Saucken, Milano 2018, pp.19, 22)

3.

Ora ricordo. Molti anni fa, ora nella mia mente. In una radura della Foresta Umbra, cuore del Gargano. Una famiglia di cervi. Apparizione come nella Visione di sant’Eustachio del Pisanello. Reciprocamente ci osserviamo. Sono solo. Vicino. Non so il tempo trascorso. Tutto è immobile. Persino le cicale tacciono. Non sono conscio di correre pericolo. Attimo di occhi di animali negli occhi di un altro animale. Riempie. Mi basta. Il silenzio in natura come esperienza possibile. Non è assoluto ovattato da laboratorio. Ma è silenzio. Poi un refolo. Tutto scorre. Perdiamo il contatto. Scompaiono. Proseguo verso il mare.

Ravenna, 31 luglio 2019

nel giorno di Ignazio di Loyola

guerriero e santo

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