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Wallace Stevens (Reading, 2 ottobre 1879 – Hartford, 2 agosto 1955)

Wallace Stevens

a Franca Rame, sempre bellissima ragazza

Wallace Stevens (Reading, 2 ottobre 1879 – Hartford, 2 agosto 1955) è stato uno dei maggiori geni poetici non solo americani ma del ‘900 tutto e il desiderio di provare a tradurre una sua pagina è stato più forte del timore di questo gigante.

Del resto, tradurre è fra i modi più autentici che si hanno per calarsi nella parola altrui (col rischio anche di cadere, s’intende). Sicché, un po’ come il disegno che John Berger nello stupendo Il taccuino di Bento (Vicenza, 2014) ci assicura essere fra le vie più efficaci per conoscere la realtà per farla nostra e viverla attraverso l’esperienza delle nostre dita (poiché le parole spesso non bastano), anche la traduzione può rivelarsi una sorta di disegno nostro dei versi di un altro.

Ogni tanto, col tempo, mi piace tentarne qualcuna (ad esempio con Billy Collins o Borges, anche se in questo caso non ho potuto fare a meno di sbirciare il lavoro precedente di Francesco Tentori Montalto).

Oggi presento tre estratti da Sunday Morning, poemetto pagano e inno al potere salvifico della parola poetica, vero gioiello giovanile di Stevens in parte pubblicato sulla rivista Poetry nel 1915, poi in edizione definitiva e completa nella sua prima raccolta Harmonium del ’23.

La mia versione non è letterale essendo convinto che solo il tradire porti al tradurre veridicamente.

Com’è noto, Stevens non è poeta facile o immediato, poeta per poeti viene definito. In realtà si può e si deve leggere. Recentemente è uscita per Adelphi una delle perle della sua maturità con testo originale a fronte, Aurore d’Autunno (Milano 2014, in edizione originale The Auroras of Autumn, 1950), da sorseggiare e godere con lentezza d’alambicco. E da provare a tradurre anche, ma fra qualche anno, con un po’ più di vita negli occhi.

 

Ps. In apertura ho scelto fra le non molte e non molto buone immagini di Stevens a disposizione, quella del poeta che, dotato d’una silhouette alla Hitchcock (o alla Falstaff), scende montalianamente le scale dandosi il braccio e sorridendoci: oh life, come la rivista che la pubblicò.

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IV

She says, “I am content when wakened birds,

Before they fly, test the reality

Of misty fields, by their sweet questionings;

But when the birds are gone, and their warm fields

Return no more, where, then, is paradise?”

There is not any haunt of prophecy,

Nor any old chimera of the grave,

Neither the golden underground, nor isle

Melodious, where spirits gat them home,

Nor visionary south, nor cloudy palm

Remote on heaven’s hill, that has endured

As April’s green endures; or will endure

Like her remembrance of awakened birds,

Or her desire for June and evening, tipped

By the consummation of the swallow’s wings.

 

(Lei dice: “Quando gli uccelli appena svegli,

prima di volare, interrogano la realtà

dei campi nebbiosi, con le loro dolci domande,

io sono felice;

ma quando volano via e più non tornano

ai loro tiepidi campi, dov’è, allora, il paradiso?”

Non c’è nessun antro di profezia cumana,

né  alcun’antica chimera tombale,

nessun inferno dorato, o isola

melodiosa, dove gli spiriti possano trovare casa,

nessun sud immaginario, o palma nebulosa

distante dal colle del cielo, che perduri

come il verde d’aprile, o che possa resistere

in lei come la memoria degli uccelli nel risveglio,

o come il suo desiderio, per giugno, d’una sera, rovesciatosi

al giro completo d’ali d’una rondine.)

 

 

V

She says, “But in contentment I still feel

The need of some imperishable bliss.”

Death is the mother of beauty; hence from her,

Alone, shall come fulfilment to our dreams

And our desires. Although she strews the leaves

Of sure obliteration on our paths,

The path sick sorrow took, the many paths

Where triumph rang its brassy phrase, or love

Whispered a little out of tenderness,

She makes the willow shiver in the sun

For maidens who were wont to sit and gaze

Upon the grass, relinquished to their feet.

She causes boys to pile new plums and pears

On disregarded plate. The maidens taste

And stray impassioned in the littering leaves.

 

(Lei dice: “Eppure, anche nella pienezza della gioia io sento ancora

la necessità d’una beatitudine che sappia d’infinito.”

Morte è madre di bellezza; per questo da lei

solamente verrà il compimento dei nostri sogni

e dei nostri desideri. Anche se lei sparge foglie

di sicuro oblio sul nostro vagare,

sul sentiero di dolore desolato intrapreso, e sui molti altri

dove il trionfo ha echeggiato come una frase di ottoni, o sull’amore,

sussurro leggero di tenerezze,

solo lei è capace di far tremare il salice sotto il sole

per ragazze che erano solite sedersi e porre lo sguardo

sull’erba incolta ai loro piedi.

Sempre lei dà motivo ai ragazzi di ammonticchiare pere e susine novelle

su vassoi disadorni. Le ragazze le assaggeranno

perdendosi, colme d’emozione, fra le foglie sparse.)

 

 

VI

Is there no change of death in paradise?

Does ripe fruit never fall? Or do the boughs

Hang always heavy in that perfect sky,

Unchanging, yet so like our perishing earth,

With rivers like our own that seek for seas

They never find, the same receding shores

That never touch with inarticulate pang?

Why set the pear upon those river banks

Or spice the shores with odors of the plum?

Alas, that they should wear our colors there,

The silken weavings of our afternoons,

And pick the strings of our insipid lutes!

Death is the mother of beauty, mystical,

Within whose burning bosom we devise

Our earthly mothers waiting, sleeplessly.

 

(Esiste o no la metamorfosi della morte in paradiso?

Il frutto maturo non cade mai? O forse i rami

pendono per sempre carichi contro un cielo cristallino,

immutabile, eppure così simile alla nostra terra peritura,

con fiumi come i nostri che cercano mari

che mai troveranno, e le stesse coste sfuggenti

che mai, con dolore inesprimibile, si toccheranno?

Perché piantare il pero su rive fluviali siffatte

o abbellire le coste col profumo del prugno?

Oh, essi là si vestiranno dei nostri colori,

degli intrecci di seta dei nostri pomeriggi,

e pizzicheranno le corde dei nostri liuti insensati!

Morte è madre di bellezza, mistica,

nel cui seno in fiamme meditiamo

sulle nostre madri terrene che aspettano insonni.)

 

Wallace Stevens, da Sunday Morning, in Collected Poems (1954), traduzione Luca Maggio.

 

The Wallace Stevens Society

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Wisława Szymborska (1923-2012)

 

Preferisco il ridicolo di scrivere poesie/ al ridicolo di non scriverne. W. Szymborska

Ho incontrato Wisława per la prima volta nel 1997, da ragazzo, prima che diventasse una moda radiotelevisiva, attraverso un libretto della Mondadori della serie benemerita I miti poesia: ogni due settimane aspettavo con ansia e gioia ogni pubblicazione nuova che per 4.900 lire mi faceva scoprire tanti poeti stranieri e italiani a me ignoti o riscoprire superclassici come Leopardi finalmente liberati dalle zavorre scolastico-ministeriali e splendenti solo di bellezza propria.

Sulla copertina era riportato l’anno del suo Nobel, il 1996, forse per invogliare i più diffidenti davanti a quello sconosciuto (allora) nome polacco. Ma come ho detto, io ormai acquistavo sulla fiducia, anche perché spesso i Nobel sono stati assegnati ad autori di secondo ordine trascurando giganti come Borges o Proust.

Il “tu” con cui in apertura mi sono rivolto alla poetessa recentemente scomparsa non vuole essere una mancanza di rispetto: intanto ogni scrittore che pubblica dà in qualche modo del tu al suo lettore. Inoltre sempre sul quel libretto mondadoriano che radunava venticinque poesie tratte da due delle sue più belle raccolte, Gente sul ponte (1986) e La fine e l’inizio (1993), avevo annotato come fosse la sua stessa lingua, così diretta, colloquiale, arditamente semplice (come in Billy Collins, Ghiannis Ritsos, Sandro Penna, e invece, come paiono irrimediabilmente invecchiati oggi i ghirigori di tanta neoavanguardia anni’60), a darmene quasi il consenso.

Con lei mi sentivo a casa, come da una vecchia, molto saggia, zia. Anni dopo, quando effettivamente l’ho incontrata di persona a Bologna, il 27 marzo 2009, in occasione di un’onorificenza dell’Alma Mater (una laurea honoris causa? Non ricordo più), ho subito pensato che si presentava come me l’aspettavo, come i suoi versi me l’avevano fatta immaginare. Corrispondeva.

Naturalmente in rete erano disponibili centinaia di foto, ma una cosa è vedere una riproduzione (di qualsivoglia oggetto, edificio, paesaggio o persona), altra è farne esperienza diretta: ed eccola lì, la Szymborska, minuta e grandissima, vestita di chiaro, curata e asciutta con le rughe che sono il racconto, i segni dell’aratro-vita sul terreno di un volto, dolcissima e dura ad un tempo, come la sua lingua a me incomprensibile, fortunatamente tradotta con cura eccellente, con amore direi, dal compianto Pietro Marchesani (1942-2011).

Franco Loi in una bella intervista (Il canto della vita a cura di Marco Manzoni, in Da bambino il cielo, Milano 2010) cita la convinzione di Petrarca sul fatto che la poesia, quando è vera poesia, è sacra come la Scrittura. Anche per Ungaretti la poesia era preghiera e per Patmore l’unica differenza fra un mistico e un poeta stava nel fatto che il primo tace ciò che il secondo dice.

Continua Loi dicendo che la radice indoeuropea della parola sacro vuol dire “distanza”: dunque chi si occupa del sacro tenta di colmare distanze, come il pontifex latino, il pontefice, colui che, stando alla lettera, costruisce ponti (fra noi e il divino). E cosa fa il poeta se non cercare di avvicinarsi all’indicibile, alla verità delle verità insomma? Certo più in là non si può andare: persino Dante di fronte a Dio sospende la parola: “A l’alta fantasia qui mancò possa” (Paradiso, XXXIII, 142).

Nei versi della Szymborska c’è tanta verità ma detta nel più semplice dei modi (questo spiega il suo meritatissimo successo di vendite, oltre al desiderio di poesia più diffuso di quanto non si pensi: ma più che l’opera omnia pubblicata da Adelphi, suggerisco di farsi tentare anche dalle singole perle azzurre Scheiwiller) e con la consapevolezza, da profonda ammiratrice del Qoelet, che “l’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante «non so». (…) Anche il poeta, se è un vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso «non so». Con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma non appena ha finito di scrivere già lo invade il dubbio e comincia a rendersi conto che si tratta di una risposta provvisoria e del tutto insufficiente” (da Il poeta e il mondo, discorso per il Premio Nobel, 1996). Non a caso c’è in lei tanta ironia, salti d’arguzia dove non li aspetti e dove sono in realtà necessari, sapientemente orditi dalla maga poetessa per incantarci, per farci allungare il passo e colmare la distanza fra ciò che neanche sospettavamo fosse già dentro di noi: Sulla morte senza esagerare, Vista con granello di sabbia, Nulla è in regalo, Amore a prima vista, Possibilità, Qualche parola sull’anima, Elenco e decine di altre: leggete, stupite, riconoscetevi.

A proposito, vi lascio con La cipolla, poesia e sorriso con cui mi piaceva chiudere i reading tanti anni fa (posso dire nel secolo scorso!), mosso dalla pura voglia di far sentire a degli sconosciuti ciò che ritenevo importante, perché mi aveva fatto capire “che esiste la vita e l’individuo,/ che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuivi/ con un tuo verso” (Walt Whitman).

Quasi scordavo: quella volta a Bologna sono riuscito a farmi firmare un suo libro e, sebbene di persona avrei preferito darle del lei, mi è scappato in inglese “thank you, for my life”. Non so se abbia capito o forse solo per educazione, ma in una frazione di secondo m’è parso reclinasse leggermente il collo, quasi stupita negli occhi, per allungare gli angoli della bocca in un sottile sorriso.

 

La cipolla 

La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore. 

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.

La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata

l’idiozia della perfezione. 

Wisława Szymborska, da Grande numero (1976), in Vista con granello di sabbia – Poesie 1957-1993 (Milano 1998).


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Billy Collins

 Lost

There was no art in losing that coin

you gave me for luck, the one with the profile

of an emperor on one side and a palm on the other.

It rode for days in a pocket

of my black pants, the paint-speckled ones,

Past storefronts, gas stations and playgrounds,

and then it was gone, as lost as the lost

theorems of Pythagoras, or the Medea by Ovid,

which also slipped through the bars of time,

and as ungraspable as the sin that landed him –

forever out of favour with Augustus –

on a cold rock on theBlack Sea,

where eventually he died, but not before

writing a poem about the fish of those waters,

into which, as we know, he was never transformed,

nor into a flower, a tree, or a stream,

nor into a star like Julius Caesar,

not even into a small bird that could wing it back to Rome.

Billy Collins (New York, 1941), from Ballistics (2008)

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Perduta[1]

Nessuna abilità nel perdere la moneta

che mi avevi dato come portafortuna, quella col profilo

di un imperatore da una parte e una palma dall’altra.

Per giorni aveva vagato in una tasca

dei miei pantaloni neri, quelli macchiati di pittura,

passando davanti a vetrine, benzinai e parchi giochi,

e poi se n’era andata, perduta come i perduti

teoremi di Pitagora, o la Medea di Ovidio,

che pure sfuggì fra le sbarre del tempo,

e inafferrabile come il peccato che lo esiliò –

per sempre lontano dalla grazia di Augusto, –

su una fredda roccia della costa del Mar Nero,

dove alla fine egli morì, ma non prima

di aver scritto una poesia sul pesce di quelle acque,

nel quale, come sappiamo, non fu mai trasformato,

né in un fiore, in un albero, o in un ruscello,

né in una stella come Giulio Cesare,

e nemmeno in un uccellino che avrebbe potuto volare indietro fino a Roma[2].

Billy Collins (New York, 1941), da Ballistics (2008), traduzione di Luca Maggio.


[1] Il titolo si riferisce alla moneta che apre la poesia, dunque in italiano è traducibile al femminile, ma ho avuto la tentazione di volgerlo al maschile: come sono perduti “i teoremi di Pitagora, o la Medea di Ovidio”, così lo è il povero autore latino, dimenticato, abbandonato e, appunto, perduto sulle sponde del Mar Nero, come lui stesso si definisce nei Tristia (II, 207-208) a causa di alcuni suoi versi e di un misterioso, mai specificato, “errore”: “Perdiderint cum me duo crimina, carmen et error,/ alterius facti culpa silenda mihi.” (Due i motivi che mi persero, una poesia e un errore,/ e di questo in particolare io debbo tacere).

[2] Del resto, Ovidio, come ogni scrittore, come ogni artista, è “trasformato” nella sua opera, che può così volare in senso spaziale fino alla Roma imperiale di allora, altrimenti interdetta al suo autore (cfr Tristia, I, 1, 1-2), e in senso metatemporale sino a noi oggi e oltre noi, nel domani.

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