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Oscar Niemeyer (Rio de Janeiro, 1907-2012)

Oscar Niemeyer (Rio de Janeiro, 1907-2012)

Disegnavo senza matita e senza foglio. Disegnavo in aria, con una mano alzata.

Mia madre mi chiedeva: “Cosa stai facendo, ragazzino?”.

E io rispondevo: “Sto disegnando”.

Lei sorrideva, le pareva una cosa buffa.

Talvolta ripensavo al disegno che avevo fatto e allora ci tornavo su e lo correggevo, come se realmente esistesse!

Ho continuato a disegnare prima nella mia testa, come facevo da bambino, come fosse un passatempo, un passatempo a cui mi sono dedicato per tutta la vita.

Credo che anche la mia passione politica sia nata come un’attività del pensiero, perché basta guardarsi intorno per capire che le cose non vanno bene e che bisogna costantemente impegnarsi per migliorarle.

Amo ripetere che l’architettura non è importante. L’architettura è un pretesto. Importante è la vita, importante è l’uomo!

Eppure, l’architettura può avere una funzione politica, proprio perché si occupa dell’uomo e della sua maniera di vivere. (…)

Quando l’architetto è impegnato sul tavolo da disegno non deve dimenticare che l’uomo non è solo una macchina che si protegge grazie a una macchina più solida chiamata casa: l’uomo è uno strano animale che possiede anima e sentimento, e fame di giustizia e bellezza, e che ha bisogno di conforto e stimolo.

Quando mi domandano cos’è , per me, la fantasia, io rispondo: la fantasia è la ricerca di un mondo migliore. (…)

Oscar Niemeyer, Cattedrale di Brasilia, interno, 1970

Oscar Niemeyer, Cattedrale di Brasilia,  1970

Oscar Niemeyer, Cattedrale di Brasilia (interno), 1970

Oscar Niemeyer, Cattedrale di Brasilia (interno), 1970

Un giorno, molti anni fa, portai l’architetto tedesco Walter Gropius a visitare la mia Casa das Canoas, una casa che avevo progettato e costruito nella foresta che domina Rio de Janeiro e che si trova su un terreno scosceso verso il mare. E Gropius, dopo averla vista, mi si rivolse con queste parole: “La sua casa è molto bella, ma non è moltiplicabile”.

Mi sembrò un’incredibile stupidaggine!

“Se avessi voluto una casa moltiplicabile” risposi “l’avrei costruita su un terreno pianeggiante”.

Rimasi molto stupito da quel punto di vista soprattutto perché chi lo esprimeva era un personaggio dell’intelligenza di Walter Gropius. Ma il concetto era abbastanza chiaro, in realtà.

Spesso, nel corso degli anni hanno scritto che il mio lavoro andava più nella direzione della scultura che dell’architettura. Non mi sono mai offeso. Le contestazioni non mi offendono, anzi. Sono naturali. Talvolta, le critiche sono giuste. Però io la penso diversamente.

Se si fanno opere in serie, ripetitive, non si è architetti, ma operai: e questo perché, dal mio punto di vista, l’architettura è invenzione, e, in quanto invenzione, è arte.

Oscar Niemeyer, Casa das Canoas, 1953

Oscar Niemeyer, Casa das Canoas, 1953

Oscar Niemeyer, Casa das Canoas, Rio de Janeiro, 1953

Oscar Niemeyer, Casa das Canoas, Rio de Janeiro, 1953

Oscar Niemeyer, Casa das Canoas, Rio de Janeiro, 1953

Oscar Niemeyer, Casa das Canoas (interno), Rio de Janeiro, 1953

Il discorso vale anche per l’architettura popolare. Non è vero che l’architettura pensata per i quartieri popolari o per opere di pubblica utilità debba essere la più semplice possibile. È una posizione demagogica, paternalistica e, a ben vedere, inaccettabile. Ma chi l‘ha deciso che l’architettura “utile” deve essere brutta?  (…)

Esiste una sorta di paura delle differenze: ma in architettura le differenze non sono mai state un problema! Costruire un palazzo moderno a fianco di uno antico significa evidenziare le caratteristiche, sottolineare la peculiarità della singola opera.

La varietà è una qualità necessaria e può rivelarsi una forma di insegnamento. (…)

Un esempio è il Palazzo Ducale di Venezia, capolavoro architettonico assoluto, con quei bellissimi archi arabescati, per mezzo dei quali l’architetto ha voluto un contrasto violento con le massicce pareti dei piani superiori.

Cosa avrebbe detto, mi chiedo, colui che ha concepito questo palazzo, di fronte ai dogmi puristi degli architetti attuali?

L’architettura può essere semplice e bella, insomma semplice e insieme diversa, dipende dall’idea di partenza. Per quanto mi riguarda, il punto di partenza è la tensione verso la bellezza, verso l’arte, in modo che la sorpresa, lo stupore, l’inatteso, come diceva Baudelaire, siano parte anche dell’opera architettonica. Così, chi passa per strada può fermarsi ad ammirare, restare stupito, farsi un’idea. Riflettere.

L’arte è un complemento importante, come nelle ville di Palladio i dipinti, le sculture: quando architettura e arte si incontrano è un momento eccezionale.

Oscar Niemeyer, Museo di Arte Contemporanea Niteroi, Rio de Janeiro, 1996

Oscar Niemeyer, Museo di Arte Contemporanea Niteroi, Rio de Janeiro, 1996

Oscar Niemeyer, Museo di Arte Contemporanea Niteroi, Rio de Janeiro, 1996

Oscar Niemeyer, Museo di Arte Contemporanea Niteroi, Rio de Janeiro, 1996

Per decorare i pannelli di vetro della cattedrale di Pampulha chiamai Candido Portinari, il quale realizzò un lavoro meraviglioso: l’insieme era talmente moderno che, per alcuni anni, le autorità ecclesiastiche non vollero consacrare la chiesa e il culto vi fu proibito. Poi cambiarono idea… (…)

La funzione, cioè l’uso che si fa di un’opera, non basta, anche la bellezza è utile. Ci sono opere del passato, certe chiese, certi palazzi, che oggi sono utilizzate in modo diverso, sono sopravvissute pur cambiando la loro funzione: ancora oggi le usiamo, le frequentiamo. Questo succede perché ciò che è rimasto non è l’utilità che avevano all’epoca, ma è la bellezza; la bellezza e la poesia sono sopravvissute al tempo.

Oscar Niemayer (Rio de Janeiro, 1907-2012), da Il mondo è ingiusto, Milano, 2012.

Fondazione Oscar Niemeyer

Oscar Niemeyer, Chiesa di San Francesco d'Assisi, Pampulha (Brasile), 1943

Oscar Niemeyer, Chiesa di San Francesco d’Assisi, Pampulha (Brasile), 1943

Oscar Niemeyer, Chiesa di San Francesco d'Assisi, Pampulha (Brasile), 1943

Oscar Niemeyer, Chiesa di San Francesco d’Assisi, Pampulha (Brasile), 1943

 

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Di mattino abbuio/ Di giorno attardo/ Di sera annotto/ Di notte ardo.// Ad ovest morte/ Gli vivo contro/ Del sud captivo/ Mio nord è l’est.// Gli altri computino/ Passo per passo/ Io muoio ieri// Nasco domani/ Vado ov’è spazio/ -Mio tempo è quando.” Vinicius de Moraes, Poetica I (trad. G. Ungaretti)

"La vita, amico, è l'arte dell'incontro" (copertina interna del disco)

Nell’Italia, anzi nella Roma del 1969 Sergio Bardotti produceva per la mitica Fonit Cetra un disco come La vita, amico, è l’arte dell’incontro, un piccolo miracolo di poesia e delicatezza sin dalla copertina, coi nomi dei protagonisti sul disegno di una chitarra chiara, che al suo centro vuoto, in due gradazioni d’arancio, ricorda un sole caldo (forse al tramonto).

Poesie e canzoni sono di Vinicius de Moraes, cantate dallo stesso autore, che alterna la sua voce a quella del meraviglioso Sergio Endrigo, interprete di alcune tracce, mentre i versi si fregiano della traduzione e della recitazione di un amico di de Moraes, con cui s’erano conosciuti in Brasile nel lontano ’37, un certo Giuseppe Ungaretti. E scusate se è poco. Inconfondibile il modo di arrotare le consonanti, di insistere sulle singole lettere (l’osso e l’anima, le molecole e gli atomi del fare poetico, poietico) del vecchio leone, che volle partecipare come atto di omaggio e stima letteraria e umana verso un caro sodale, com’è detto nel titolo. Di lì a pochi mesi purtroppo, nel giugno del ’70, sarebbe scomparso.

Chi sono io se non un grande sogno oscuro di faccia al Sogno/ Se non oscura grande angustia di faccia all’Angustia/ Chi sono io se non quell’albero imponderabile dentro la notte/ Ferma con quegli appigli che risalgono al fondo più triste della terra?// Quale destino è il mio se non d’assistere al mio destino/ Fiume che sono in cerca del mare che m’impaura/ Anima che sono clamando il disfacimento/ Carne che sono nell’intimo inutile della preghiera?// (…) Che cos’è il mio amore?Se non il mio desiderio illuminato/ il mio infinito desiderio d’essere ciò che sono oltre me stesso/ Il mio eterno partire nella mia enorme volontà di restare/ Pellegrino, pellegrino di un istante pellegrino di tutti gli istanti?// Che cos’è il mio ideale se non il Supremo impossibile,/ Colui che è, e Lui solo; mio affanno e mio anelito,/ Che cos’è Lui in me se non il mio desiderio di incontrarlo/ E incontrandolo la mia paura di non riconoscerlo?// Che cosa sono se non Lui, Iddio nel patimento/ Il tremore impercettibile nella voce portentosa del vento/ il battito invisibile d’un cuore nella piana desolata…/ Che cosa sono se non Me stesso di faccia a me?…” Vinicius de Moraes, da La vita vissuta (traduzione di Giuseppe Ungaretti)

Ancora un paio di note musicali: arrangiamenti, direzione e piano sono del futuro premio Oscar Luis Bacalov e, soprattutto, una delle chitarre è affidata all’estro del giovane ma già grande Toquinho.

Fra i brani divenuti celebri, La casa col coro di bambini diretto da Nora Orlandi e Samba da benção o Samba delle benedizioni (de Moraes – Baden Powell), che apre e chiude il disco: questo pezzo in realtà era già noto in altre lingue, in particolare oltre all’originale portoghese, nella versione francese Samba Saravah riscritta e cantata da Pierre Barouh per la colonna sonora – musicata da Francis Lai – del film Un homme et une femme di Claude Lelouch, 1966, con Jean-Louis Trintignant e Anouk Aimée.

Vinicius de Moraes – sito ufficiale

Sergio Endrigo – sito ufficiale

Ps. Con questo post il blog chiude temporaneamente, ci rivediamo a Febbraio. Saluto e ringrazio lettori e aficionados, L.M.

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Quattro i grandi nomi del primo modernismo letterario antieuropeo nella São Paulo degli anni’20, città che diede i natali ai due più importanti fra essi: Mário de Andrade (1893-1945) e Oswald de Andrade (1890-1954), fondatore del “movimento antropofagico”, di cui fu esponente Raul Bopp (1898-1894), nativo di Tupaceretã, mentre l’ultimo, Manuel Bandeira (1886-1968), era originario di Recife.

Bandiera del Brasile: verde e giallo ricordano i colori delle antiche famiglie reali d’origine portoghese; le 27 stelle sul globo blu corrispondono agli attuali stati della Federazione e riproducono il cielo sopra Rio de Janeiro il 15 novembre 1889, inizio della Repubblica Brasiliana; la scritta “Ordem e Progresso” sulla fascia si ispira ad una frase del positivista francese Auguste Comte

Febbre, emottisi, dispnea e sudori notturni./ La vita intera che avrebbe potuto essere e che non fu./ Tosse, tosse, tosse./ Fatto chiamare il medico:/ – Dica trentatré./ – Trentatré… trentatré… trentatré…/ – Respiri/ …/ – Lei ha una caverna nel polmone sinistro/ e il polmone destro infiltrato./ – Allora, dottore, non è possibile tentare il pneumotorace?/ – No. L’unica cosa da fare è suonare un tango argentino. (Não. A única coisa a fazer é tocar um tango argentino).” Manuel Bandeira, Pneumotórax (in Poesia straniera, Portoghese e Brasiliana, Vol. 16, Roma, 2004)

Musical. La foresta brasilisca e altre foreste. Donne fertilizzanti portano colonne, architetture, ortaggi. Musica, Maestro! Materia organica! Corbeilles monumentali lanciano dal settimo cielo dei bicchieri bianchi ananassi di negre nude. Pappagalli, orsi, giaguari, struzzi, l’animale animalia. Rosacee su asparagi della platea. Condimenti. Le pudende sotto ai riflettori. Sincopi tiptappano cubismi, dislocamenti. Alterando le geometrie. Tutto si organizza, si fonde collettivo, simultaneo e nudino, una serpe, un nastro, una ghirlanda, un’equazione, passi svedesi, stringa argentine. Serafino, così è la vita.Oswald de Andrade, Serafim Ponte Grande, 1933 (Serafino Ponte Grande, Torino, 1976)

Loro intento era “brasilianizzare i brasiliani”, secondo il motto di Mário de Andrade, innovare la lingua poetica e di prosa attraverso l’uso del gergo quotidiano, scardinare la struttura consequenziale del romanzo classico, sostituendole frammenti di vari e possibili testi nello stesso libro (come appunto in Serafim Ponte Grande), sorta di esperimento cubista (“metonimico” secondo Jakobson) della parola, decostruzione peraltro attuata parallelamente, ma con esiti e presupposti diversi, anche da altri americani, del nord però, come Gertrude Stein (1874-1946) e, a livello di poesia pura che riflette su di sé, Wallace Stevens (1879-1955).

Oscar Niemeyer, Brasilia, Congresso Nazionale-Piazza dei Tre Poteri, 1958-60

Tornando ai pionieri letterari brasiliani, la spinta a ricercare un’identità nazionale attraverso l’arte, usando libertà linguistiche prima impensate nel loro paese (contemporaneamente agli studi etnomusicali di Villa-Lobos), fu indirettamente uno dei contributi concettuali della Brasilia di Lucio Costa e Oscar Niemeyer (102 compiuti!), come della bossa nova (letteralmente “voce nuova”) del musicista Antonio Carlos Jobim e del poeta Vinícius de Moraes, il cui primo esempio compiuto fu il disco Canção do amor demais (1958), in particolare la canzone Chega de Saudade, inizialmente cantata da Elizeth Cardoso e suonata da João Gilberto, altro esponente fondamentale del movimento, in quanto artefice dello stile chitarristico ad esso peculiare.

Poi, la seconda generazione di cantautori fu anche storia di resistenza alla dittatura militare (1964-84), come, fra altre cose, narra Caetano Veloso nel bellissimo Verdade tropical del 1997 (Verità tropicale, Milano, 2003).

Ma la musica, non solo brasiliana, fin dagli esordi della bossa nova, non fu più la stessa: e il mondo intero cominciò a brasilianizzarsi.

Dicionário Cravo Albin da Música Popular Brasileira

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