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Galata morente, copia da un originale del III a.C., Musei Capitolini, Roma

Galata morente, copia da un originale del III a.C., Musei Capitolini, Roma

Non fosse stato per un ottimo libro di recensioni di Baricco (e dai tempi di Totem è la cosa che davvero gli riesce meglio, invitare alle letture altrui), Una certa idea di mondo (La biblioteca di Repubblica, Roma 2012), in edicola da poco più di un mese, non avrei mai scoperto un testo illuminante sulla stretta attualità benché abbia ormai oltre dieci anni, essendo del 2001: si tratta di La cultura dei vinti di Wolfgang Schivelbusch (in Italia edito da Il Mulino nel 2006).

Lo studioso analizza tre casi storici di disfatte clamorose della modernità: i Confederati al termine della guerra di secessione nel 1865, la Francia del 1870 dopo Sedan e la Germania alla fine della Grande Guerra. Tutti Paesi sconfitti e tutti risorti prepotentemente dalle loro ceneri, con un senso della rivalsa e un sano, quasi euforico desiderio di vitalità, che ha spinto alla decisa modernizzazione industriale di queste nazioni, adottando soluzioni in grado di favorirne l’economia affinché potessero riprendere lo spazio che era stato loro tolto da un singolo per quanto drammatico evento storico.

In questo senso si potrebbero citare anche i casi dei grandi sconfitti del secondo conflitto mondiale, il Giappone, ancora una volta la Germania e anche l’Italia (da segnalare nel libro la riflessione introduttiva sul nostro Paese di Roberto Vivarelli), divenute vere e proprie potenze economiche mondiali nella seconda metà del ‘900.

A proposito, con la Guerra fredda tutto cambia, almeno sul suolo occidentale (sì, perché in Asia, Africa e America latina l’uso delle armi ha continuato ad essere attivo ed è tuttora presente): la partita si gioca ora sull’economia e chi ha più soldi (gli Stati Uniti) la vince perché può permettersi più armamenti nucleari che, peraltro, non userà mai, a meno di non voler far saltare in aria il pianeta con un decimo di essi. Primo ed emblematico caso, dice l’autore, il Muro di Berlino che cade “esplicitamente attraverso le armi dell’economia”.

E la guerra economica è poi naturalmente continuata ed è quella che stiamo vivendo proprio ora sulla nostra pelle: sì, siamo in guerra. Non era forse così evidente per tutti negli anni ’90, tranne che per qualche economista o qualche storico particolarmente acuto come Schivelbusch, appunto, che undici anni fa, ben prima delle bolle scoppiate dal 2008 in poi, già scriveva: “in Occidente la minaccia di estinzione collettiva non è più connessa con la guerra ma piuttosto con l’economia, con la doppia minaccia della devastazione ambientale e della disoccupazione”. Vi torna qualcosa?

E Cavour? La mente politica italiana più geniale di sempre e forse la migliore in assoluto anche del suo tempo, aveva capito che il piccolo Piemonte, come dimostrava la fine ingloriosa di Carlo Alberto dopo Custoza e Novara rispettivamente nel 1848 e ‘49, non avrebbe mai potuto farcela da solo nell’impresa di unire l’Italia (o almeno il nord, che era ciò a cui mirava il Conte). La questione andava portata all’attenzione dell’Europa, della Francia e dell’Inghilterra in particolare. Ecco il perché dell’adesione dell’altrimenti periferico Stato sabaudo alla Guerra di Crimea del 1855 a fianco delle due potenze alleate contro la Russia. Di lì a pochissimi anni, prima Plombières, poi il doppio successo al nord grazie a Napoleone III e al sud dei garibaldini col beneplacito inglese. Il 17 marzo 1861 l’Italia era realtà

Questo per dire che oggi più di allora, in una guerra economica globale, spietata e invisibile in apparenza, chi giudica fuffa lo spread o pensa di poter fare a meno dell’Europa (ricordo che l’autarchia anche in altre epoche non così distanti si è sempre rivelata un disastro) sta facendo populismo, fra le malattie più gravi della democrazia, cosa che davvero non ci si può più permettere, neanche di ascoltare. Serve invece la politica, di destra o di sinistra che sia, ma quella vera, seria, europea, che ha ancora, eccome, una sua funzione, anche di direzione economica. E la politica chi la fa, chi la vota? Be’, signori, questo dipende da noi.

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Be italian: cosa contraddistingue questo “essere italiano”?

Leopardi, come sempre lucido e acuto, nel suo celebre (e inedito sino a inizio ‘900) Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani tratteggia in pagine memorabili i non pochi vizi endemici che caratterizzano le italiche genti di qualsivoglia ceto siano: volgarità, ignoranza e fanfaronate annesse, chiacchiericcio, superstizione e, insomma, il vacuo nulla che permea i cosiddetti salotti buoni quanto i più sordidi rioni periferici.

Fortunatamente non siamo solo questo. L’avessimo dimenticato, viene a ricordarcelo il novello anonimo intellettuale che si cela dietro lo pseudonimo di Detlef Holz, nom de plume già adottato da Walter Benjamin per la sua antologia epistolare di grandi Uomini tedeschi, non a caso pubblicata nel ’36, come a testimoniare il divario spaventoso fra cosa era stata la sua amata Patria (e sarebbe forse ancora potuta essere) e cosa invece s’era ridotta con l’abominio nazista.

Walter Benjamin (1892-1940)

Con le dovute differenze, nel primo smarrito anno del disastro postberlusconiano e con tutte le gravi incertezze che ancora pesano sul futuro italiano, ecco pubblicata una raccolta analoga, Uomini italiani (Nino Aragno Editore, Torino 2012): “Le lettere che compongono questo libretto coprono un secolo. Vanno dal 1760 al 1859. L’ultima sfiora l’Unità d’Italia. Gli autori delle lettere sono tutti italiani, con qualche curiosa anomalia. E nel bene e nel male, alla prova delle loro opere, quasi tutti letterati. Sono italiani a cui sarebbe piaciuto, alcuni non confessandolo, d’avere una patria, un paese in cui riconoscersi. L’unico comune denominatore era la lingua. Non poco. La declinavano secondo individual gusto e stile. Agli autori delle lettere, salvo dichiarate eccezioni, non credo interessasse definire geograficamente i confini di un paese. La loro nazione era la lingua italiana.”

Così il misterioso Holz italiano nella breve premessa. Le lettere? Si va da quelle di figure oggi dimenticate come Frugoni e Baretti, agli sfoghi del povero vecchio Casanova a Dux , dalle amicizie di una vita (Manzoni e Rossari, Pellico e Foscolo), alle pagine spassose di Alessandro Verri che narra al fratello Pietro del lamentosissimo comune amico Cesare Beccaria, che, accompagnato a Parigi dal nostro per promuovere il suo Dei delitti e delle pene, non vedeva l’ora di tornare a casa, o, sempre stando in ambito milanese, le altrettanto divertenti parole di Tommaso Grossi all’amico e maestro Carlo Porta (davvero capaci di cogliere il lato comico assurdo della vita questi meneghini, come sopra a tutti farà poi Gadda nel ‘900), sino alla proposte commerciali di uno spiantato Foscolo, ai no gentili ma fermi del Canova al suo biografo non autorizzato Tambroni e allo stampatore Stella,  passando per le questioni linguistico letterarie di Di Breme, Giordani, Leopardi e Vieusseux, sino alle più patriottiche che vedono coinvolti Teresa Confalonieri Casati vanamente supplice per il marito Federico presso l’imperatore asburgico Francesco I, o Luigi Settembrini e Cavour scriventi a un grande italiano Antonio Panizzi, che tanta importanza ebbe per la cultura inglese e qui giustamente e doverosamente ricordato, come lo squisito marchese Gian Carlo Dinegro, citato con affetto anche da Stendhal.

Alla fine, ogni lettera, dotata di un’efficace e sintetica nota introduttiva, si lega alle altre proprio grazie alla lingua, questa benedetta preziosa lingua (valga imperituro il monito morettiano da Palombella rossa: “Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!”), che fuor d’ogni retorica ci ha fatto da coscienza e spirito nazionale ben prima che fosse anche solo possibile immaginare una nazione italiana unita politicamente, come aveva del resto ben capito padre Dante quando nel latino del suo De vulgari eloquentia si proponeva di “mescere le cose migliori per farne bevanda di idromele dolcissimo”, ovvero affermare la nuova lingua e le sue possibilità, il volgare (illustre), il nostro bellissimo, quand’anche inattuale, italiano.

Nino Aragno Editore – Detlef Holz: Uomini italiani

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Francesco Hayez, Ritratto (postumo) di Cavour, 1864, Pinacoteca di Brera, Milano

Non so quante decine di saggi storici e biografie siano state dedicate nel tempo a Camillo Benso conte di Cavour (1810-1961) e meritatamente, essendo uno dei protagonisti indiscussi e, mi permetto di aggiungere, positivi del nostro Risorgimento, che senza la sua figura e lungimiranza, il suo genio liberale (anche cinico e spregiudicato alla bisogna, opposto e complementare perfetto del guerriero idealista Garibaldi) e politico (forse il più grande e non solo degli ultimi 150 anni), non sarebbe stato possibile.

Il monumento tuttora insuperato per ricchezza, ampiezza e obbiettività d’indagine dedicato a questo grande resta l’opera di Rosario Romeo, Cavour e il suo tempo, tre volumi in quattro tomi editi fra il 1969 e il 1984 dalla Laterza di Bari, “opera-vita”, come giustamente è stata definita, data la mole, il periodo di tempo impiegato per la ricerca, la redazione e la pubblicazione integrale. Purtroppo da anni non è più edita e pressoché introvabile anche nelle librerie antiquarie: essendo originariamente stata pensata per il centenario dell’unità d’Italia del 1961 (anche se, come detto, il primo volume vide la luce solo otto anni dopo), sarebbe un bel segno e, credo, un’occasione unica se venisse riproposta prima dello scadere di quest’anno.

Infine, a proposito di riedizioni cavouriane, segnalo un piccolo gioiello dimenticato del ’71 e ristampato l’anno scorso dall’editore Donzelli, i Discorsi per Roma capitale (Roma, 2010), col bellissimo saggio introduttivo di Pietro Scoppola: appena proclamato il Regno d’Italia, Cavour, da vero statista europeo quale era, pensa al futuro, al completamento dell’opera, ovvero a Roma capitale con le difficoltà relative e certo non indolori rispetto al porre termine al potere temporale dei papi.

Il libro riporta tre suoi interventi fatti in qualità di Presidente del Consiglio alla Camera e al Senato fra la fine del marzo e l’inizio dell’aprile 1861. Due mesi dopo, il 6 giugno, moriva.

Rimane a persuadere il pontefice che la Chiesa può essere indipendente, perdendo il potere temporale. Ma qui mi pare che, quando noi ci presentiamo al pontefice, e gli diciamo: santo padre, il potere temporale per voi non è più garanzia d’indipendenza; rinunziate ad esso, e noi vi daremo quella libertà che avete invano chiesta da tre secoli a tutte le grandi potenze cattoliche; di questa libertà voi avete cercato strapparne alcune porzioni per mezzo di concordati, con cui voi, o santo padre, eravate costretto a concedere in compenso dei privilegi, anzi peggio che dei privilegi, a concedere l’uso delle armi spirituali alle potenze temporali che vi accordavano un po’ di libertà; ebbene, quello che voi non avete mai potuto ottenere da quelle potenze, che si vantavano di essere i vostri alleati e vostri figli divoti, noi veniamo ad offrirvelo in tutta la sua pienezza; noi siamo pronti a proclamare nell’Italia questo gran principio: libera Chiesa in libero Stato.

Camillo Benso di Cavour, dal Discorso del 27 marzo 1861 alla Camera dei deputati in Discorsi per Roma capitale (Roma, 2010)

Fondazione Cavour

Associazione Amici della Fondazione Camillo Benso di Cavour

 

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Tutt’ad un tratto, una botta di retorica?

No, sono sincero: buon compleanno Italia! E non per dimostrare il valore storico dello stato unito in polemica coi leghismi, coi pericolosi secessionismi nordisti o i ridicoli neoborbonici, etc., etc.

Un augurio schietto, di cuore e non dovuto, o avrei parlato d’altro. È bello essere, sentirsi italiano almeno una volta ogni 150 anni! Ma sono felice d’esserlo ogni giorno, nonostante… gli italiani, o almeno certi italiani… scherzo, ma non troppo.

Leggere i libri inchiesta di Rizzo e Stella, come l’ultimo, Vandali (Milano 2011), sul disastro in atto contro il nostro patrimonio culturale, di cui la “bondeide” col suo totale disinteresse e passività non è che il capitolo più recente di uno sfascio pluridecennale (e probabilmente il seguito sarà l’agghiacciante Galan), o La colata (Milano, 2010) di Ferruccio Sansa, Andrea Garibaldi, Antonio Massari, Marco Preve e Giuseppe Salvaggiulo, edito da Chiarelettere, casa editrice benemerita, coraggiosamente specializzata nelle denunce di ogni scempio italico, in questo caso sullo stupro paesaggistico e ambientale inaudito che, ad esempio, fra il 1990 e il 2005 ha portato alla cementificazione di 3,5 milioni di ettari, una superficie superiore a Lazio e Abruzzo, leggere certe cose dicevo, provoca uno sconforto (ma siamo davvero così indegni del nostro grande Paese, così privi di amore per Esso?), un attacco di bile e una rabbia tali che… meglio soprassedere per oggi. Tacere mai.

Non scriverò sulla storia della bandiera, né farò l’apologo dell’inno nazionale, non citerò nessun articolo della nostra pur bellissima Costituzione repubblicana, né i pensieri di Gramsci o Calamandrei, di moda ultimamente, ma almeno sono ricordati com’è giusto che sia, né racconterò aneddoti sui padri della patria, Cavour, Cattaneo, Mazzini, Garibaldi o altri eroi anche anonimi (non ultimi quei poveri cristi dimenticati delle trincee del ’15-’18, o, con le dovute proporzioni, quanti oggi pagano le tasse, fanno il loro dovere, qui studiano o rischiano realizzando onestamente un’impresa sul territorio o da dipendenti tengono in piedi famiglie o se stessi e sono sottopagati, sottostimati, precari, in cerca di lavoro, cassaintegrati, ma resistono e affrontano ogni giorno le trincee della vita senza mollare, alla fine), né vi comunicherò le ragioni numerose del mio disprezzo per i Savoia, incluso Vittorio Emanuele II, che galantuomo non fu affatto (salverei giusto l’ultimo sfortunato re d’Italia, Umberto II, ma i suoi eredi…): mi limito a constatare che quand’ero bambino, venti-venticinque anni fa (al momento ne ho trentadue), sarebbe stato impensabile dir male di alcuno di loro, erano una sorta di santi laici, sicuramente con un eccesso di piaggeria storica… oggi (ma i primi pamphlets circolavano già da metà anni ’90, poi il diluvio) si è scaduti nell’esagerazione opposta, addirittura coi fantocci di Garibaldi bruciati fuori dalle discoteche: proprio non se lo merita. Ci credeva, lui.

Fortunatamente ci sono libri per il grande pubblico, pochi ma buoni, che rivalutano senza incensare e con equilibrio il Risorgimento, a cura di giornalisti attenti come Massimo Gramellini (La patria, bene o male. Almanacco essenziale dell’Italia unita, Milano 2010, scritto col grande Carlo Fruttero) o Aldo Cazzullo (Viva l’Italia! Risorgimento e Resistenza: perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra storia, Milano 2010).

A ben vedere, la nostra unità poteva essere fatta meglio, ma è andata così: sta a noi raccoglierne l’eredità storica (che a livello identitario comincia ben prima dell’’800, coi grandi di ogni tempo e ambito che tuttora fanno l’orgoglio d’Italia nel mondo), raddrizzarla, farla fruttare, anche con un federalismo purché condiviso, che responsabilizzi le Regioni e ne rispetti le differenze, i dialetti ad esempio, ma non solo, senza scendere nella coglioneria più ottusa, al capo opposto ed equivalente del fascismo che voleva la traduzione, l’italianizzazione di ogni parola estera e la messa al bando di ogni localismo: per la gioia dei lettori consiglio Gran Circo Taddei (Palermo 2011), l’ultimo Camilleri, in particolare il racconto che dà il titolo al libro, o uno qualsiasi dei testi ripubblicati di Gian Carlo Fusco, ad esempio Le rose del ventennio (Palermo 2000).

Oggi, 17 marzo 2011 per la prima volta esporrò il tricolore alla finestra: mi va. E andrò a procurarmi la nuova edizione del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani di Giacomo Leopardi, edita quest’anno da Bollati Boringhieri, coi Pensieri di un italiano d’oggi di Franco Cordero.

Infine, essendo un genetliaco importante e simbolico, desidero dedicare una canzone alla diretta interessata: già, ma quale? Un’aria classica del povero Beppino Verdi, ormai appannaggio delle capre celtico-padane, o l’ufficialità (almeno in origine) commossa di Mameli-Novaro (magari nella versione femminile dello spot Calzedonia 2009 che tante polemiche, fastidiose e inutili come sempre, ha suscitato e che io ho trovato bellissimo)? Meglio le note cantautorali ed accorate di De Gregori, Gaetano, Battiato, Gaber e Tricarico o quelle nazionalpopolari di Cutugno e Reitano?

Il mio sentire spingerebbe verso due gioielli recentissimi che sono anche fotografie esatte dell’Italia d’oggi: Precario è il mondo di Daniele Silvestri e AAA Cercasi di Carmen Consoli (di cui senza pudore confesso di essere innamorato: mia moglie spero mi perdonerà!).

Ma credo sarebbe brutto presentarsi al compleanno di qualcuno e dire: sì, tanti auguri alla vecchia, ma è zoppa, cieca, pure un poco sorda… povera Italia! Che poi vecchia non è, ma giovanissima e forse proprio per questo si presenta così ai suoi primi centocinquanta, in preda a furori adolescenziali…

Oggi è festa: le dedico Meraviglioso del grandissimo Modugno.

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