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Premessa: dopo le critiche nei confronti delle nuove generazioni di artisti musivi, sostanzialmente ritenute non valide, se non inesistenti, da parte del pubblicista Saturno Carnoli e del mosaicista Carlo Signorini (entrambi classe 1941), interventi apparsi fra novembre e dicembre 2010 sul settimanale Ravenna & Dintorni e, fra i due, la mia intervista (anch’essa pubblicata sul medesimo giornale il 2 dicembre scorso e di seguito su questo blog) in difesa del giovane mosaico -che non solo ritengo esista ma che operi con rinnovata originalità nell’ambito dell’arte contemporanea-, desidero ora ospitare l’opinione di Daniele Torcellini (mio coetaneo, classe 1978), docente di Ricerca Visiva presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna e collaboratore del Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico, visibile anche su Ravenna & Dintorni di questa settimana (numero 423 del 13 gennaio 2011), dove, a pag. 13, si trova affiancato dall’ottimo e consonante intervento Aprire gli occhi sul cambiamento di Maria Rita Bentini, coordinatrice didattica presso la medesima Accademia di Belle Arti ravennate.

Levi van Veluw, Veneer IV, 2010

“Leggendo le interviste pubblicate negli ultimi numeri di questo giornale a proposito delle vicende del mosaico ravennate propongo all’attenzione dei lettori alcune riflessioni, in qualità di docente dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna della stessa generazione degli artisti chiamati in causa.

Perfettamente d’accordo con quanto detto da Signorini: “Se tutti coloro che sono delegati attualmente a gestire il patrimonio culturale-mosaico non passano la mano, ritengo che fra pochi anni resteranno solo le basiliche”. Certo è che per passare la mano occorre riconoscere la mano a cui passare. In qualche modo, però, il conflitto generazionale si mette in mezzo a complicare le cose, anche se ci sono molte buone eccezioni.

Riflettendo sull’interessante dibattito che si è andato sviluppando, come non notare che se Renato Signorini non apprezzava (non capiva?) i contatti (le sperimentazioni? le ricerche?) di suo figlio con altri artisti, come Scanavino o Schifano, così Carlo Signorini o Saturno Carnoli sembrano non cogliere (non capire?) quelle che sono le sperimentazioni e le ricerche dei giovani artisti ravennati e non solo…

Considerando le vicende del mosaico a Ravenna nel corso degli ultimi cinquant’anni un problema sembra essere stato al centro di molte dinamiche artistiche: un debito nei confronti dell’arte contemporanea, idee, opere, riviste, gallerie ed eventi da cui il mosaico è stato spesso lontano. L’operazione condotta dalla generazione dei ventenni degli anni settanta è stata quella di condurre una sperimentazione sul linguaggio musivo tale da poter rivendicare al mosaico un’autonomia espressiva, poterlo considerare uno strumento al di là della traduzione di un dipinto o di un progetto di design. Questo è stato un modo per guardare altrove, una reazione, rispetto all’attività dei mosaicisti della generazione precedente che si sono trovati, nel bel mezzo dell’operazione di Bovini, a dover fare i conti con grandi nomi dell’arte di metà novecento.

L’operazione può dirsi riuscita? Personalmente direi di sì. Certo è che le più giovani generazioni non si pongono più il problema di affrancare il mosaico, lo utilizzano al pari di altri linguaggi espressivi e in alcuni casi lo utilizzano accanto ad altri linguaggi, lo utilizzano per tradurre e reinterpretare e lo utilizzano per creare ex-novo e tutto senza soluzioni di continuità, senza debiti o gerarchie. Le nuove generazioni hanno spostato lo sguardo di nuovo.

Nell’intervista a Saturno Carnoli si chiede: “Quali sono le caratteristiche che rendono un’opera musiva un’opera d’arte vera e propria?” …credo che nessuno dei giovani accetterebbe di rispondere ad una domanda come questa. Questo non è più un loro problema. Avrebbe senso chiedersi: quali sono le caratteristiche che rendono un’opera pittorica un’opera d’arte vera e propria? E’ possibile rispondere alla domanda: cosa fa di un oggetto un’opera d’arte? Il giudizio dei posteri? Una sinergica aderenza tra aspetto e contenuto per un messaggio a forte impatto comunicativo? Personalmente sono portato a preferire il concetto di cultura visuale rispetto a quello di arte. Un dipinto, un mosaico, un progetto di design, il progetto realizzato, un’architettura, una sedia, un gioiello, la forma del cibo, un video su youtube, le foto di un profilo facebook… non fa differenza, o meglio, ci sono differenze tra i prodotti ma non attribuibili all’appartenenza di genere, piuttosto ad una coerenza interna ai prodotti stessi. Inception di Christopher Nolan è sullo stesso piano di Det Ultimate Selvmord di Lasse Gjertsen. Il problema sta, ora, nel trovare un mercato per i propri prodotti visuali.” Daniele Torcellini

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