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Posts Tagged ‘caspar david friedrich’

Joachim Patinir, Caronte attraversa la laguna Stigia, 1520-24 ca., Museo del Prado, Madrid

Che siano i blu o l’azzurro zaffiro o il verde che trascolora nell’ultramarino ad attrarmi da sempre nei paesaggi di questo genio null’affatto minore tra i fiamminghi?

Mi ricordano quelle tonalità qualcosa dei grandi veneti coevi, qualcosa persino del gigante Leonardo, forse un desiderio di liquidità che, certo, nel toscano diviene testimonianza sublime del tempo, dello sfaldarsi delle cose, dell’essere della materia nel tempo e perciò stesso del suo distruggersi (e struggersi) e continuamente rimescersi in altro, Lavoisier avrebbe teorizzato.

Ma qui parlo di Joachim Patinier o Patenier o Patinir, secondo le varie dizioni, un fiammingo di cui quasi tutto oggi si ignora, cosa ancor più curiosa per aver egli goduto in vita di gran fama e stima anche presso importantissimi colleghi, da Quentin Metsys, tutore dei figli alla sua morte e autore delle figure di alcuni suoi quadri, ad Albrecht Dürer, che più volte andò a trovarlo e lo definì “buon pittore di paesaggi”, oltre ad assistere al suo secondo matrimonio nell’agosto del 1521.

Joachim Patinir (paesaggio) e Quentin Metsys (figure), Le tentazioni di Sant’Antonio abate, 1515 o 1520-24 ca., Museo del Prado, Madrid

A proposito di date e altri dati, qui tornano le incertezze: Patinir nasce nel sud est del Belgio ma non si sa se a Dinant o nella vicina Bouvignes, in un anno compreso fra il 1480 e l’85. Poi più nulla. La formazione presso Gérard David a Bruges è un’ipotesi, mentre sicuramente deve aver visto Bosch, da cui deriva la combinazione di singoli elementi anche realistici maniacalmente definiti (un mulino, un fuoco acceso, un animale che si abbevera, le foglioline vibranti degli alberelli), inseriti in paesaggi fantastici o meglio consapevolmente intellettuali e, da Patinir, resi a volo d’uccello (c’è chi ha messo questo in relazione alle nuove scoperte geografiche del tempo), perciò amplissimi e profondissimi, con linee d’orizzonte sempre più distanti in sfondi che da rocciosi diventano via via più acquei e quasi impercettibili, proprio grazie alla gamma ipnotizzante degli azzurri, dei verdi e dei blu violacei sempre più schiariti in lontananza.

Per dovere di cronaca, ricordo che il modo corretto di vedere un quadro fiammingo è quello induttivo, partendo dunque dai particolari per ricostruire la visione generale, all’inverso di un’opera coeva italiana, in cui deduttivamente si parte proprio dalla visione generale, vuoi anche per la prospettiva lineare centrica bellamente ignorata dai nordici, incluso il nostro, poeti invece e scopritori della luce e delle potenzialità dell’olio in pittura in dipinti preziosissimi benché spesso di formato minuscolo (uno dei motivi del loro disprezzo da parte di Michelangelo, Vasari e altri soloni del Rinascimento, che, non capendoli o forse non avendo mai veramente visto un Van Eyck, per dire, a torto li ritenevano deboli, decorativi, privi di sostanza e struttura interna, cfr. Federico Zeri, Dietro l’immagine, Milano 1987).

Albrecht Altdorfer, Paesaggio danubiano, 1520-25 ca., Alte Pinakothek, Monaco

Tornando a Patinir, ci sono almeno un altro paio di date da tenere in considerazione: nel 1515 il nostro diviene membro autorevole della gilda di San Luca ad Anversa, città dove probabilmente muore verso il 1524, dato che in quell’anno la seconda moglie risulta vedova.

Di lui restano 29 opere riconosciute, di cui solo 5 firmate: in quasi tutte gli uomini dipinti, spesso e significativamente non da lui ma dalla bottega o da collaborazioni con colleghi, divengono sempre più piccoli con la maturità dell’artista, suppellettili minute, per lasciare spazio all’unico vero protagonista, l’amato paesaggio di cui Patinir fu alfiere poiché da esso stregato a sua volta. Ma attenzione: le sue visioni sono appieno figlie della tradizione fiamminga e avranno infatti ancora lunga influenza; alle stesse date, il tedesco Albrecht Altdorfer s’inventa il paesaggio naturale totalmente privo di figure umane (cfr. Paesaggio con ponte alla National di Londra, 1518-20 ca., o il di poco successivo Paesaggio danubiano, 1520-25 ca., all’Alte Pinakothek di Monaco), introspettivo rispetto a quello di Patinir secondo la definizione di Alejandro Vergara (autore del catalogo più aggiornato sullo stesso Patinir, edito in occasione della grande mostra da lui curata al Prado nel 2007) e dominato dalle forze naturali contro cui poco o nulla vale l’uomo: questa linea non avrà conseguenze artistiche immediate, ma frutterà, eccome, nei secoli successivi, da Elsheimer ai grandi romantici, Friedrich in testa, sino alle fronde antropomorfe del conterraneo novecentesco Max Ernst.

Viceversa, ma è opinione, anzi, suggestione del tutto personale, mi piace credere che il viaggio di Caronte di uno dei quadri più noti di Patinir, termini fra certe alte rocce e gli ancor più alti cipressi, scuri come l’acqua rabbuiata che circonda L’isola dei morti di Böcklin, padre ispiratore del nostro De Chirico.

Patinir al Prado

Arnold Böcklin, L’isola dei morti, 1880, Kunstmuseum, Basilea


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Luca Andreoni, Tunnel, 2005-2006

La galleria è una notte per gioco,/ è corta corta e dura poco.// Che piccola notte scura!/ Non si fa in tempo ad avere paura.” Gianni Rodari, da Filastrocche in cielo e in terra (Torino, 1960).

Il titolo dell’ultimo bellissimo lavoro fotografico di Luca Andreoni (1961) viene proprio da questi versi, opportunamente citati in apertura del libro, in sostanza uniche parole presenti (a parte i fogli di accompagnamento coi commenti di Francesca Mila Nemni, Francesca Lazzarini e soprattutto dell’ottimo Francesco Zanot, che è anche curatore dell’insieme e fra i migliori giovani talenti critici della fotografia oggi in Italia) in un prodotto editoriale di totale cura, nettezza e pulizia sin dalla copertina, rigida, a facciata nera, con costa e contorno dorato: un piccolo capolavoro rilegato (edito da Musumeci, 2010).

Luca Andreoni, Orridi, 2007

Dentro l’attenzione è tutta volta all’immagine, al racconto del trittico dantesco-valdostano di Andreoni qui riunito: Tunnel (2005-2006), Orridi (2007) e Crepacci (2008-2009), cinque anni di fatiche anche fisiche per catturare scatti in cui l’orizzonte è assente, concentrati sul soggetto di volta in volta trattato, che satura e ossessiona lo spazio fotografico, l’occhio e la coscienza del fotografo, dell’osservatore, con silenzi inumani, lunghissimi, e pochi selezionati colori, ripartiti fra i neri notturni e i rossi quasi cinematografici della prima serie Tunnel (e quasi s’avverte la paura, il ricordo del bambino la prima volta che ha attraversato in macchina una galleria, la grande bocca spalancata, il ventre della balena di roccia e oscurità), i grigi, i neri d’ombra e i marroni pietrosi degli Orridi antropomorfi, volti enormi e intrappolati di giganti dormienti fra gole e canyon alpini, su cui si innestano scalette metalliche, quasi rievocazione romantica alla Caspar Friedrich del poco nulla che è e può l’uomo inghiottito dal mistero naturale, ancora più evidente nell’ultima serie, il sublime raggiunto dai Crepacci, ghiacciai dalle tonalità bianco azzurre, trasparenze acquee che evocano l’origine stessa della vita, la feritoia e l’elemento primordiale dei quali avere soggezione e desiderio, in cui volersi calare, da sempre obliare.

Luca Andreoni, Crepacci, 2008-2009

Luca Andreoni – sito ufficiale

Ps. Dopo oltre un mese di attesa, ricevo il volume di Andreoni, finalmente. E dopo qualche giorno, al mercatino dell’usato locale che cade il terzo week-end d’ogni mese, trovo (o mi chiamano loro?) proprio le rime di Rodari che gli fanno da titolo, ora mie per cinque euro. Non le stavo cercando, anzi sul momento neanche le ho collegate: è stata la copertina di Munari ad attrarmi.

Come di recente mi è stato ricordato, aveva ragione Savinio: le cose accadono, a noi decifrarle.

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