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Giovan Francesco Barbieri detto Guercino, Caino ed Abele, secondo decennio del XVII secolo

Giovan Francesco Barbieri detto Guercino, Caino ed Abele, secondo decennio del XVII secolo

C’è chi sostiene che in arte sia bello ciò che è bello, ma piace ciò che piace. Affermazione che può essere contestata facilmente, ma sia presa qui per buona, almeno sino a buona parte del XIX secolo, quando valevano parametri e criteri, ovvero canoni, per stabilire cosa fosse bello, ovviamente cambiando secondo le epoche.

Faccio un esempio: Raffaello, pittore sommo, anzi “il pittore”, uno davvero in grado di dipingere anche a occhi chiusi. Pensate alle sue Madonne o alla Scuola di Atene. Sebbene la sua grandezza sia indiscutibile e il suo “bello” rappresenti come pochi altri i valori culminanti del Rinascimento di inizio ‘500, a me non piace. Va studiato e certo non lo ignoro, anzi ne ammiro razionalmente le creazioni, ma alla fine non mi interessa. La sua perfezione semplicemente non fa per me.

Della stessa epoca e a quel livello amo invece e profondamente Leonardo, un “non pittore”. Ah, come mi ritrovo in quello sfaldarsi continuo delle forme, in quello sfumare di tutto nel tempo che non puoi fermare o afferrare come le nuvole, perché alfine non esiste (il tempo quando non è, è, quando è, non è, pressappoco diceva Hegel). Amo anche i suoi disegni e gli sgorbi caricaturali, mi sento coinvolto nel suo empirismo, nel suo essere perennemente affascinato dal circostante con la voglia accecante di iniziare a capire (non necessariamente di finire).

Ne consegue che in genere non amo coloro che nei decenni e nei secoli si sono richiamati “per li rami” al classicismo raffaellesco, per esempio la scuola bolognese che discende dai Carracci (benché la figura di Annibale sia tra le più commoventi della storia dell’arte e gli esordi suoi realisti mi prendano l’anima, tanto quanto trovi insopportabile suo cugino Ludovico e l’influenza sua, specie in area emiliana).

Sto parlando fra gli altri di Guido Reni o del centese Giovanni Francesco Barbieri detto Guercino, pittori secenteschi valentissimi, benché per me non interessanti, soprattutto dopo il loro rientro a Bologna, dove diventano noiosissimi, in particolare se si consideri la maturazione rapida quanto sfolgorante in ambito romano, quando davvero avevano desiderio di affermare la loro novità.

Giovan Francesco Barbieri detto Guercino, Caino ed Abele (particolare), secondo decennio del XVII secolo (foto di Marco Baldassari)

Giovan Francesco Barbieri detto Guercino, Caino ed Abele (particolare), secondo decennio del XVII secolo (foto di Marco Baldassari)

Tutto questo per dire che venerdì 4 dicembre 2015 verrà presentato al Castello estense di Ferrara il dipinto Caino e Abele e lì  sarà possibile vederlo solo per una settimana, sino al 13.

Già ritenuto di Guido Reni, è stato recentemente attribuito proprio al Guercino grazie a storici dell’arte come Andrea Emiliani e Claudio Strinati, in particolare al suo fecondo periodo giovanile (si ipotizza il secondo decennio del ‘600, quando il pittore era poco più che ventenne).

E in effetti la composizione con la visione ribassata e diagonale del cadavere di Abele a contrasto col piccolo opposto verticale Caino sullo sfondo è qualcosa di potente e originale.

Unica cosa che non sono riuscito a capire e se l’opera faccia ancora parte dell’Holburne Museum di Bath, visto che era nelle raccolte ottocentesche del fondatore Sir Thomas William, o se sia passata alla Zanasi Foundation, che ha promosso questo evento. Comunque sia, la visione vale la pena.

Caino e Abele. Un’opera inedita
Castello Estense di Ferrara
 (5 – 13 dicembre 2015)
Lunedì  – Domenica: 9.30-17.30
Biglietto comprensivo del percorso museale

Castello estense – Ferrara

 

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