Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘charlie chaplin’

stassi, l'ultimo ballo di charlot

Senza dubbio uno dei romanzi più belli degli ultimi anni L’ultimo ballo di Charlot (Sellerio, 2012) di Fabio Stassi: come nel Settimo sigillo bergmaniano assistiamo alle diverse fasi di una partita a scacchi tra Charlot e la Morte della durata di ben sette anni, o meglio di sette vigilie di Natale, dal 1971 al ’77: la fine è obbligata e nota, Charles Spencer Chaplin morirà appunto il 25 dicembre 1977.

Ma egli riesce a rimandare di anno in anno la sua fine strappando una risata, benché spesso involontaria, dovuta agli acciacchi dell’età più che ai numeri del vecchio repertorio quasi patetici eseguiti da un corpo ormai fuori allenamento, alla sua inquietante visitatrice, di cui solo al termine del romanzo si scopre il volto vero. E forse è così anche per ognuno di noi: la morte in sé è anonima, ma sotto il nero del cappuccio assume le fattezze di uno dei visi del nostro passato che quando scocca la nostra ora viene a prenderci svelandosi, se non abbiamo paura di riconoscerlo (vedi Il sesto senso di Night Shyamalan).

Motivo del patto tra Charlot e la vecchia Signora? Egli ha bisogno di tempo perché sotto forma di lettera vuole raccontare al giovane Cristopher, suo ultimogenito, la vera storia dei suoi esordi, senza la mancanza di tutti quei particolari omessi nelle interviste e biografie ufficiali: dunque i brevi incontri fra Chaplin e la Morte sono solo la cornice (e la scusa) dello straordinario affresco che appare sotto gli occhi del lettore mano a mano si procede nella lettura, talché questo espediente è tanto semplice quanto solido nel definire l’impalcatura di un’opera ben costruita.

Si parte dall’Inghilterra e dalla povertà e dalla fantasia incredibile del circo e delle sue tante anime, con l’odore di urina animale mescolata alla segatura e alle lacrime per le vite tristi di clown e saltimbanchi, che tuttavia non mancano d’essere ricompensati con applausi e risate fortissime dal pubblico, e si giunge agli Stati Uniti ruggenti di inizio ‘900, con le possibilità infinite (ma anche con le ombre violente del Ku Klux Klan) e soprattutto con la voglia di farcela a essere e trovare se stesso del giovane e sconosciuto Chaplin che, nomade per necessità e forse per natura perché curioso alfine del mistero chiamato vita umana, si barcamena fra cento lavori (tipografo, imbalsamatore, allenatore di pugili e guitto/artista/attore/regista naturalmente) trovando la sua strada immensamente arricchita da quell’humus di miserie umane che ha incontrato per via e che più avanti farà la fortuna mondiale e l’identità dei suoi film e del suo vagabondo, l’icona Charlot.

E a proposito di cinema, nell’invenzione romanzesca si viene a scoprire che la grande arte del secolo nuovo non nasce coi fratelli Lumière, ma grazie all’umile e ignoto Arlequin, addetto a pulire gli escrementi delle bestie circensi e dai più considerato mezzo scemo, che desiderava sopra ogni cosa catturare l’immagine in movimento della bellissima e sfortunata acrobata Eszter, di cui come tutti era perdutamente innamorato. Dunque il cinema nasce come un atto d’amore. E questa è poesia.

Se la scorsa settimana ho proposto la prima volta di Charlot secondo le parole tratte dall’autobiografia di Chaplin, sono ora a presentare la medesima scena secondo Stassi. Buona lettura.

Charlot

“Quel pomeriggio di pioggia del 1914 in cui cercavo nello spogliatoio maschile di Keystone un costume per una scena che stavamo girando, tenevo bene a mente quello che mi aveva detto Fred Karno, che in tutte le storie ci vuole un pizzico di malinconia. Per me non era difficile trovarla: la portavo già negli occhi, nelle mani, nel sangue. (…)

Scelsi così un paio di calzoni sformati, mi abbottonai con fatica un gilè e una giacca troppo stretti e calzai due scarpe enormi e logore. Mi guardai allo specchio. Non mi ero mai sentito così a mio agio. Il mio vestito era una disubbidienza. Ci aggiunsi una bombetta, un bastone, una cravatta a farfalla. Mancava solo un ultimo dettaglio: mi agitai i capelli e mi incollai sotto al naso un paio di baffetti neri e per la prima volta seppi qual era la mia faccia.

Quando uscii dalla baracca del trucco e mi avvicinai alla cinepresa con questo costume miserabile, mi bastò muovermi di fronte a quella volpe di Mack Sennett come se avessi avuto i pidocchi sotto alle ascelle. Sennett cominciò a ridere in una maniera così esagerata e nervosa che gli venne la tosse, gli uscirono le lacrime e per poco non soffocò. Lo tenevo in pugno.”

Fabio Stassi, da L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio 2012.

Finale dal film "Modern Times" (1936)

Finale di “Modern Times” (1936)

Annunci

Read Full Post »

The Kid - Il Monello (1921)

The Kid – Il Monello (1921)

Premessa: dedico questa apertura d’anno a un mito moderno, il vagabondo inventato da Charlie Chaplin. A volte accade, nascono stelle vere, e quando accade il mondo respira, trova spazio. E noi con lui. È per questo che nascono le stelle e le parole che seguono raccontano di come sia nata quella di Charlot. Non vi manchi mai il sorriso, buon 2014!

//////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////// 

Finalmente giunse il mio momento. (…) Il giorno successivo a quello in cui avevo finito di girare con Lehrman, Sennett ritornò allo studio. (…) Io indossavo i miei panni di tutti i giorni e non avevo niente da fare, perciò rimasi dove Sennett potesse vedermi. Insieme a Mabel egli stava esaminando una scena che rappresentava l’atrio di un albergo, e mordicchiava la punta di un sigaro. “Qui occorre qualche trovata” disse, poi si rivolse a me. “Prova una truccatura comica. Una qualsiasi.”

Non sapevo a quale truccatura ricorrere. Il personaggio del giornalista non mi piaceva. Mentre puntavo al guardaroba, pensai di mettermi un paio di calzoni sformati, due scarpe troppo grandi, senza dimenticare il bastone  la bombetta. Volevo che tutto fosse in contrasto: i pantaloni larghi e cascanti, la giacca attillata, il cappello troppo piccolo e le scarpe troppo grandi. Ero incerto se truccarmi da vecchio o da giovane, poi ricordai che Sennett mi aveva creduto un uomo assai più maturo e così aggiunsi i baffetti che, argomentai, mi avrebbero invecchiato senza nascondere la mia espressione.Charlot

Non avevo la minima idea del personaggio. Ma come fui vestito, il costume e la truccatura mi fecero capire che tipo era. Cominciai a conoscerlo, e quando m’incamminai verso l’enorme pedana di legno esso era già venuto al mondo. Invenzioni comiche e trovate spiritose mi turbinavano incessantemente nel cervello. Quando mi trovai al cospetto di Sennett assunsi l’identità del nuovo personaggio e comincia a passeggiare su e giù, tutto impettito, dondolando il bastoncino, passando e ripassando davanti a lui.

Il segreto del successo di Sennett era il suo entusiasmo. Mack era un pubblico ideale e rideva sinceramente di ciò che trovava divertente. Rimase là a ridere finché non cominciò a tremare tutto il corpo. L’accoglienza mi incoraggiò, e cominciai a illustrare il personaggio: “Vedete, questo è un individuo multiforme, un vagabondo, un gentiluomo, un poeta, un sognatore, un uomo solitario, sempre in cerca di nuove avventure. Vorrebbe farvi credere che è uno scienziato, un musicista, un duca, un giocatore di polo. Però non disdegna di raccattare cicche o di rubare una caramella a un bambino. E, naturalmente, se l’occasione lo giustifica, sarà anche capace di prendere una signora a calci nel didietro: ma solo in casi estremi!”.

Continuai così per dieci minuti o più, senza permettere a Sennett di riprendere fiato. “Benissimo” mi disse lui “va’ sul set e vediamo che cosa sai fare.”

Charles Spencer Chaplin (Londra, 1889 – Corsier-sur-Vevey, 1977), da La mia vita, 1964 (trad. V. Mantovani, Milano 1993)

Read Full Post »