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Pierluigi Cappello a Tricesimo (UD)

Circa un mese fa, pubblicavo un appello rivolto a tutti i miei lettori  sulla necessità di far avere il vitalizio previsto dalla legge Bacchelli al grande poeta Pierluigi Cappello, caduto in ulteriore indigenza gravata anche dalle sue condizioni fisiche.

Desidero ringraziare tutti coloro che hanno aderito mandando e-mail alle istituzioni preposte che non si sono fatte attendere: ho ricevuto nel corso del mese di febbraio un paio di lettere, una da parte del Segretariato generale della Presidenza della Repubblica, l’altra dal Segretariato generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, in cui veniva reso noto che l’iter previsto per l’oggetto richiesto è stato avviato! E sono certo avrà buon fine.

Dunque grazie anche ai funzionari e alle cariche pubbliche che hanno accolto la domanda, dimostrando non solo che lo Stato c’è, ma soprattutto che ha cura delle persone in difficoltà vera, in questo caso un artista della parola. Ed è proprio la poesia, oggi come sempre, che alla parola restituisce senso, linfa nuova, verità.

Non resta che lasciare spazio proprio ai versi di Cappello (a proposito, se non avete nulla di suo vi invito a comperare, a leggere, a sottolineare, a fare vostro almeno uno dei suoi libri), quale ringraziamento finale al poeta che li ha composti e a quanti hanno contribuito e tuttora stanno lavorando per il buon esito della vicenda.

OMBRE

Sono nato al di qua di questi fogli

lungo un fiume, porto nelle narici

il cuore di resina degli abeti, negli occhi il silenzio

di quando nevica, la memoria lunga

di chi ha poco da raccontare.

Il nord e l’est, le pietre rotte dall’inverno

l’ombra delle nuvole sul fondo della valle

sono i miei punti cardinali;

non conosco la prospettiva senza dimensione del mare

e non era l’Italia del settanta Chiusaforte[1]

ma una bolla, minuti raddensati in secoli

nei gesti di uno stare fermi nel mondo

cose che avevano confini piccoli, gli orti poveri, le cataste

di ceppi che erano state un’eco di tempo in tempo rincorsa

di falda in falda, dentro il buio. E il gatto che si stende

in questi posti, sulle lamiere di zinco, alle prime luci

di novembre, raccoglie l’aria di tutte le albe del mondo;

come i semi dei fiori, portati, come una nevicata leggera

ho sognato di raggiungere i miei morti

dove sono le cose che non vedo quando si vedono

Amerigo devoto a Gina che cantava a voce alta

alla messa di Natale, il tabacco comprato da Alfredo

e Rino che sapeva di stallatico, uomini, donne

scampati al tiro della storia

quando i nostri aliti di bambini scaldavano l’inverno

e di là dalle montagne azzurrine, di là dai muri

oltre gli sguardi delle guardie confinarie

un odore di cipolle e di industria pesante premeva,

la parte di un’Europa tenuta insieme

da chiodi ritorti e bulloni, martelli e chiavi inglesi.

Il futuro non è più quello di una volta, è stato scritto

da una mano anonima, geniale

su di un muro graffito alla periferia di Udine,

il futuro è quello che rimane, ciò che resta delle cose convocate

nello scorrere dei volti chiamati, aggiungo io.

E qui, mentre intere città si muovono

sulle piste ramate degli hardware

e il presente irrompe con la violenza di un tavolo rovesciato,

mio padre torna per sempre nella sua cerata verde

bagnata dalla pioggia e schiude ai figli il suo sorridere

come fosse eternamente schiuso.

Se siamo ancora cosa siamo stati,

io sono lo stare di quell’uomo bagnato dalla pioggia,

che portava in casa un odore di traversine e ghisa

e, qualche volta, la gola di Chiusaforte allagata dall’ombra

si raduna nei miei occhi

da occidente a oriente, piano piano

a misura del passo del tramonto, bianco;

e anche se le voci del mondo si appuntiscono

e qualcosa divide l’ombra dall’ombra

meno solo mi pare di andare, premendo un piede

dopo l’altro, secondo la formula del luogo,

dal basso all’alto, seguendo una salita.

Pierluigi Cappello, da Mandate a dire all’imperatore, Crocetti Editore, Milano 2010


[1] Paese friulano (UD) dell’infanzia e dell’adolescenza del poeta.

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