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Premessa: questo articolo è apparso su Mosaïque Magazine n.12, Parigi luglio 2016.

Arianna Gallo, Anime, 2015

Arianna Gallo, Anime, 2015

Anime: lo sguardo di Arianna Gallo su Hayao Miyazaki e lo Studio Ghibli

di Luca Maggio 

“…nonostante il vento che scuoteva gli alberi, regnava uno strano silenzio, e la scena ricordava il mondo immerso nell’acqua che si vede dietro le pareti di vetro di un acquario.” Inoue Yasushi, Il fucile da caccia

L’interpretazione data dalla ravennate Arianna Gallo all’universo parallelo creato dall’animazione (da cui l’abbreviazione “anime”) dello Studio Ghibli e di Hayao Miyazaki in particolare va oltre la traduzione in tessera di alcuni loro personaggi per penetrare e rispettare il pensiero e la cultura che li hanno prodotti.

Il riferimento non è dunque solo alle opere singole appese alle pareti della sala-installazione del laboratorio Koko Mosaico, ma a “come” tutto il materiale è stato organizzato dalla Gallo riuscendo a sintetizzare in termini pop (attitudine già evidente nel suo Lens del 2008, mosaico manga[1] acquisito dal MAR[2] nel 2011) sia le idee di Miyazaki, sia lo spirito che, ad esempio, animava le shoheki-ga, le decorazioni tradizionali con soggetti naturalistici su carta montata su parete, create non come giustapposizioni ma per sposarsi con l’architettura del luogo cui erano destinate[3]: l’armonia in Giappone non è mai qualcosa di accessorio, piuttosto intimamente legata alla tendenza centripeta nipponica, dalla lingua parlata, alla capacità tecnica, sino alla politica.[4]Arianna Gallo, Anime, 2015 (18)

Si tratta però di un’armonia analitica, ovvero tendente a scomporre le varie parti di un insieme, una vera e propria “disposizione a un tempo morale e intellettuale che (…) è presente nei più disparati settori della cultura giapponese”[5], dalla cucina, alla musica, alla pittura che, particolarmente in alcuni stili, nell’arte Yamato ad esempio, tende a separare disegno e colore, stendendo quest’ultimo in modo uniforme: è ciò che avviene nelle opere di Arianna Gallo, in cui le sfumature, se ci sono, sono ridotte al minimo percettibile, talvolta sapientemente celate da tocchi di pittura sugli sfondi dei suoi quadri, mentre il disegno è marcato da linee di contorno evidenti grazie al piombo reso più o meno spesso dalla Gallo secondo l’effetto voluto e il soggetto trattato.Arianna Gallo, Anime, 2015 (3)Arianna Gallo, Anime, 2015 (4)Arianna Gallo, Anime, 2015 (5)Arianna Gallo, Anime, 2015 (12)

A proposito, si tratta di immagini tratte da lungometraggi come Totoro, Porco rosso, Si alza il vento, Il castello errante di Howl, La città incantata, Laputa, Princess Mononoke, Ponyo sulla scogliera, Kiki, Arrietty, o da serie televisive come Heidi, Anna dai capelli rossi, Conan, ecc.

Una quindicina di queste sono presentate con studiata asimmetria su una parete dipinta a strisce azzurre, bianche e decorazioni di foglie gialle, come in una stanza d’infanzia, uno dei temi cardine di Miyazaki, in forma di piccoli quadri, tondi o rettangolari, quasi “xenia” pompeiani.

Solo che non si tratta dei doni ospitali e beneauguranti di nature morte tipiche dell’antichità, ma di ritratti di personaggi perfettamente incorniciati come foto di familiari che mescolano esseri umani a esseri fantastici, i kami, ancora una volta nel pieno rispetto della tradizione nipponica che non vuole la separazione netta fra mito e realtà storica tipica dell’occidente moderno.[6]Arianna Gallo, Anime, 2015 (9)Arianna Gallo, Anime, 2015 (6)Arianna Gallo, Anime, 2015 (7)Arianna Gallo, Anime, 2015 (8)

Dunque sono occhi benevoli su chi sta guardando quelli di queste piccole divinità domestiche, protettrici dell’infanzia passata e di quella che ancora ci vive dentro, inclusi gli esseri in apparenza più tenebrosi come la maschera con la mano nera del “Senza volto” della Città incantata, poiché in Miyazaki non c’è alcun manicheismo, anzi ciò che in apparenza è ombra può contenere la luce della purezza, e anche chi commette azioni sbagliate non è mai banalmente malvagio: i pirati di numerosi film sono furfanti e allo stesso tempo eroi e, in generale, sono anime complesse e in cammino quelle di questo grandissimo autore, tanto che spesso necessitano del volo come condizione vitale e mezzo di comunicazione fra mondi paralleli (terrestre/celeste, interiore/esteriore).Arianna Gallo, Anime, 2015 (10)Arianna Gallo, Anime, 2015 (11)Arianna Gallo, Anime, 2015 (15)

Del resto in Giappone la bellezza va scoperta, “è iniziatica, la si merita, è il premio d’una lunga e talvolta penosa ricerca, è finale intuizione, possesso geloso. Il bello ch’è bello subito ha già in sé una vena di volgarità.”[7]

Infatti è nell’intimo delle case che spesso si rivela questa bellezza (si pensi alla nicchia riservata all’ospite detta toko no ma), con la cura infinitesimale del dettaglio, del sentimento sussurrato, come in tanti capolavori esistenziali di Kurosawa o dell’ultimo immenso Ozu.Arianna Gallo, Anime, 2015 (13)Arianna Gallo, Anime, 2015 (14)Arianna Gallo, Anime, 2015 (16)

La bellezza giapponese per essere piena ha bisogno di ombra e non della violenza della luce diretta: Tanizaki ha scritto un saggio significativo sulla magia che l’ombra genera nella fantasia giapponese, dall’architettura esterna, i tetti delle case ad esempio, al trucco degli attori sulle scene teatrali, sino alle pieghe dei kimono femminili: “non nella cosa in sé, ma nei gradi d’ombra, e nei prodotti del chiaroscuro, risiede la beltà.”[8]

Ed ecco apparire sull’angolo opposto alla parete coi ritratti altri personaggi provenienti dall’ombra, i simpatici “nerini del buio” di Totoro, peraltro creati dalla Gallo con una disposizione delle tessere che richiama e omaggia gli amici del gruppo CaCO3, mentre di fronte, su un albero dipinto, si trovano i “kodama”, gli spiriti della foresta di Princess Mononoke, che al buio si illuminano essendo fatti di tessere fotoluminescenti. Ponte e contrasto fra queste due immagini notturne, poiché giocato su toni più chiari, è il ritratto gioioso e saltellante di Totoro, altro kami o spirito della natura dall’aspetto grottesco, la cui presenza proteggerà chiunque vorrà accompagnarsi al suo vento buono per iniziare un viaggio nuovo.Arianna Gallo, Anime, 2015 (28)Arianna Gallo, Anime, 2015 (26)Arianna Gallo, Anime, 2015 (19)Arianna Gallo, Anime, 2015 (30)

Mentre leggerete queste parole l’installazione nel laboratorio Koko Mosaico sarà da tempo stata smontata. Tale cancellazione, inserita in questa esperienza, riporta al significato buddhista, originale e sprezzante verso le “immagini del mondo fluttuante” ovvero l’ukiyo-e tanto caro all’occidente del XIX secolo: non lasciarsi travolgere dai mille rivoli del divenire quotidiano che passa, dai suoi piaceri effimeri e dagli oggetti che lo contornano.[9] Neanche la bellezza permane, forse il suo ricordo in chi resta per un po’ prima del grande volo.

Narra un apologo zen che un uomo inseguito da una tigre si gettò in un precipizio, ma si salvò aggrappandosi a una radice che spuntava dalla terra. Nel frattempo la bestia era sopraggiunta affamata, mentre sotto lo attendeva un’altra tigre ugualmente pronta a ucciderlo. Non solo: due topi iniziarono a rodere la radice che ancora per poco lo teneva in vita. Eppure, proprio in quel momento, l’uomo si accorse di avere a portata di mano una fragola. Ebbene, quella fragola era dolcissima.

kokomosaico.com

Arianna Gallo, Anime, 2015 (25)Arianna Gallo, Anime, 2015 (23)

 

Note:

[1] “Il termine stesso di manga, che identifica oggi i fumetti e i cartoni giapponesi, è di difficile traduzione: l’ideogramma man, che definisce una cosa “priva di seguito”, “frammentaria”, “confusa” o “destrutturata”, rimanda a un’idea di totale spontaneità, di fermento anarchico, che si coniuga con il ga, “il disegno”.” Jocelyn Bouquillard, Hokusai Manga, Milano 2007, pp. 9-10. In questo senso risulta ancora più interessante, quasi un ossimoro giocoso e insieme un’iperbole etimologica, il lavoro in tessere di Arianna Gallo, che in Lens usa la frammentarietà duratura del mosaico per ricreare un manga, il cui etimo rimanda al frammento cartaceo precario, in questo caso riproducendo un frammento di una ragazza che sta per far esplodere una bomba a mano, che ridurrà tutto in frammenti.

[2] In particolare fa parte delle collezioni del CIDM – Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico, sezione del Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna.

[3] “There are examples of decorative art produced with a clear understanding of the nature and function of the architecture itself.” Tsugiyoshi Doi, Momoyama Decorative Painting, New York 1977, p.26.

[4] “Durante il mio soggiorno sono stato colpito dal fatto che l’artigiano giapponese sega o pialla in senso inverso rispetto al nostro: da lontano verso il vicino, dall’oggetto verso il soggetto.”, Claude Lévi-Strauss, L’altra faccia della luna. Scritti sul Giappone, Milano 2015, pp.86-87.

[5] Claude Lévi-Strauss, op. cit. p.44.

[6] Ancora una volta, l’esperienza vissuta da Lévi-Strauss è estremamente chiarificatrice: “Mai mi sono sentito così vicino a un passato lontano come nelle piccole isole Ryūkyū, tra quei boschetti, quelle rocce, quelle grotte, quei pozzi naturali e quelle fonti considerati come manifestazioni del sacro. (…) Per gli abitanti, questi eventi non si sono svolti in un tempo mitico. Sono di ieri, sono di oggi, e anche di domani, poiché gli dèi che discesero qui ritornano ogni anno e, lungo tutta l’estensione dell’isola, riti e siti sacri inverano la loro presenza reale.” Claude Lévi-Strauss, op. cit., pp.187-188.

[7] Fosco Maraini, Ore giapponesi, Milano 2000, p.39.

[8] Jun’Ichirō Tanizaki, Libro d’ombra, Milano 2015, p.64.

[9] Gian Carlo Calza, Giappone Potere e Splendore 1568/1868, Milano 2009, pp.22-23.

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Premessa: l’articolo che segue apparirà su Mosaïque Magazine n.12, Parigi luglio 2016. 

A proposito di Silvia Naddeo, terrò con questa splendida artista una conversazione sul suo lavoro in occasione della Festa Artusiana 2016 lunedì 27 giugno alle 21.00 presso la Piazzetta Berta e Rita (Via delle Cose Diverse – Via A. Saffi 78) a Forlimpopoli. Non mancate!

Infine, ricordo che è attualmente in corso sino al 3 luglio la sua personale Trasfigurazioni del gusto, a cura di Raffaele Quattrone, presso il Palazzo del Monte di Pietà, Corso Garibaldi 37, a Forlì.

Silvia Naddeo, Eat Meet, 2009

Silvia Naddeo, Eat Meet, 2009

Bistrot Naddeo: realtà, virtualità, relazione

di Luca Maggio

“Il gioco è una funzione che contiene un senso.” Johan Huizinga, Homo ludens

È noto l’episodio narrato da Plinio il Vecchio in cui il pittore Zeusi, orgoglioso di aver ingannato alcuni uccelli che volevano beccare dell’uva da lui dipinta, venne a sua volta ingannato da un telo dipinto su un quadro dal rivale Parrasio.[1]

L’uso e il gioco di moltiplicazione del reale del trompe l’œil è dunque conosciuto sin dall’antichità anche in ambito musivo, basti pensare ai tanti esempi di “asárotos òikos”, il “pavimento non spazzato”, con la rappresentazione dei resti di un pasto e, sebbene l’inganno dell’occhio abbia trovato l’epoca di massimo splendore in età manierista e barocca, è giunto sino al nostro tempo.

Silvia Naddeo, Eg(g)0, 2009

Silvia Naddeo, Eg(g)0, 2009

Non mi riferisco tanto alle varie correnti e personalità dell’arte cinetica del secolo scorso, ma alla grande illusione del cinema e, tecnicamente, al moto dei singoli fotogrammi altrimenti fissi, mentre in anni recenti, a realtà virtuali come Second Life sviluppatesi in termini sempre più sofisticati: “al momento della scoperta del trompe l’œil si provava un piacere simile a quello che oggi proviamo con la realtà virtuale. Era una forma estatica del vedere che nasceva in un momento storico di grande cambiamento. Oggi viviamo nel Neo-barocco, che come il Barocco è un momento di cambiamento storico e sensoriale”[2].

Partendo da una tecnica musiva perfettamente curata nel dettaglio, l’attività figurativa messa a punto da Silvia Naddeo coglie questi ambiti di significato e vi si muove attraverso il punto d’osservazione del cibo inteso sia come passione personale[3] sia come catalizzatore socio-antropologico, essendo sempre più desiderosa di mettere in relazione le sue opere col pubblico o meglio con le persone grazie a media tecnologici multimediali.

Silvia Naddeo, Sweet Things (particolare), 2010

Silvia Naddeo, Sweet Things (particolare), 2010

Nel giro di brevi anni, l’attenzione dell’artista si è spinta da una produzione dall’eco iperrealista come nella carota gigante Eat meat  del 2009 o nelle uova a grandezza naturale di  Eg(g)o e Sweet things del 2009 e 2010, all’avviare studi sulle tradizioni culinarie popolari e tipiche di alcuni luoghi a lei noti come il classico crescione romagnolo con squacquerone e rucola ironicamente chiamato Romagna Pride[4] del 2011 o l’enorme e visivamente sontuosa Transition di ben 170 cm di diametro, realizzata grazie a una residenza d’artista presso la Ismail Akhmetov Foundation di Mosca nel 2012 e rappresentante il blin, la frittella-focaccina della tradizione russa accompagnata da panna acida e caviale, legata a origini antiche e culti pagani: la forma, il colore e il calore ricordano il sole e dunque la transizione di rinascita primaverile, tanto che il primo blin preparato con abiti rituali veniva offerto in senso propiziatorio alle anime dei morti. Poiché la storia del cibo è storia intima della cultura umana, i bliny si ritrovano oggi nella festa della Maslenitsa, corrispondente alla settimana carnevalesca precedente la Quaresima: sono quindi stati assorbiti dal cristianesimo, come del resto è avvenuto in occidente sin dall’associazione vino e pane quali sanguis et corpus Christi.[5]

Silvia Naddeo, Transition, 2012

Silvia Naddeo, Transition, 2012

Parallelamente a queste ricerche, forse nelle prime opere con un sincretismo più vicino a surrealtà, dada e pop della poetica di un Pino Pascali quanto all’apparente semplicità dei disegni, per quanto di realizzazione faticosa, e complessità dei simboli trattati, rispetto ad esempio ai Tableaux-Pièges di Daniel Spoerri (alla nostra artista interessa il cibo integro e non i suoi resti), è sempre più forte nella Naddeo la volontà di coinvolgere lo spettatore in modo più diretto, rendendolo soggetto attivo delle proprie opere.

Silvia Naddeo, Storia di una zucchina

Silvia Naddeo, Storia di una zucchina, 2011

Da una parte iniziano le narrazioni coi rimandi pittorico letterari dell’installazione Byron’s delight, vera e propria déjeuner sur l’herbe del 2011. Dall’altra, sul piccolo formato, ecco spuntare nello stesso anno la Storia di una zucchina in cui la comune verdura tagliata a rondelle racconta su ciascuna di queste la propria vicenda attraverso miniature su carta stampate col computer e incollate sul supporto musivo, dall’annaffiatura del primo seme sino all’ortaggio maturo che si sta guardando e toccando, con una sorta di autobiografia dall’umore meta-teatrale e pirandelliano, essendo comunque finto, ricostruito, in apparenza muto, l’oggetto a mosaico che a suo modo sta invece parlando.

Silvia Naddeo, Byron's Delight, 2011

Silvia Naddeo, Byron’s delight, 2011

Se ogni racconto necessita di un ascoltatore, il passaggio successivo della regia visiva della Naddeo avviene con l’operazione MyPanino del 2013 e consiste nel trasformare il visitatore in costruttore dell’opera, per cui ognuno può scegliere su una tavola gli ingredienti in mosaico preparati dall’artista e fabbricare da sé il panino specchio della propria personalità. Fatto questo si scatta una foto con un dispositivo connesso col sito www.mypaninoproject.com o con un mezzo proprio, smartphone o tablet, per poi condividerlo con l’hashtag #mypanino in vari social network: in pochi secondi, il millenario mosaico passa da tattile a multimediale, creando una galleria, anzi uno spartito di caratteri umani pressoché infinito variando preferenze e disposizione delle poche note di alimenti proposti.[6]

Silvia Naddeo, My panino

Silvia Naddeo, MyPanino (particolare), 2013

Questo si deve all’intuizione di Silvia Naddeo che cercando attraverso il cibo, centro mitico dell’umano, un sistema di relazioni fra oggetto, persona e comunicazione, ottiene quella che per Lévi –Strauss era “un’inversione del rapporto fra il mittente e il ricevente, giacché in fin dei conti è il secondo che si scopre significato dal messaggio del primo: la musica vive sé stessa in me, io mi ascolto attraverso di essa. Il mito e l’opera musicale appaiono dunque come direttori d’orchestra i cui uditori sono silenziosi esecutori.”[7]

Silvia Naddeo, A cena con – No ordinary dinner, 2015

Silvia Naddeo, A cena con – No ordinary dinner, 2015

Approfondendo il discorso sulla realtà virtuale collegata al mosaico, nel 2015 è la volta del progetto A cena con – No ordinary dinner presentato come il precedente al Premio GAeM[8]: su una tavola elegantemente apparecchiata per due sono presenti alcuni cibi in mosaico che rimandano a un misterioso artista, in questo caso Salvador Dalí. Per completare tale quadro e indovinare chi sia l’ospite, una volta che si siede l’invitato può letteralmente entrare nell’universo creativo del convitato di pietra attraverso una Google Cardboard, il visore virtuale che viene così posto in relazione ad un evento artistico, non solo musivo, in modo originale e inedito, creando un circuito ininterrotto che rende (quasi) impossibile distinguere fra sogno e realtà come voleva il vecchio Breton dei Vasi comunicanti (1932).

Sempre nel 2015 la Naddeo porta avanti un piccolo ma significativo piano musivo, Day by Day, un percorso manuale e digitale della durata di un anno in cui per ogni giorno/frammento viene scelta una tessera/frammento simbolo del giorno stesso, posta su un biglietto da visita firmato e datato, il tutto associato a un oggetto caratterizzante l’unicità del momento effimero e infine fotografato e pubblicato su daybydaysilvianaddeo.tumblr.com.

Silvia Naddeo, Day by Day, 2015

Silvia Naddeo, Day by Day, 2015

Questo omaggio quotidiano alla propria materia espressiva è anche testimonianza autentica del carpe diem oraziano, dal momento che “carpere” nel senso usato dal poeta non vuole genericamente dire “prendere, cogliere l’attimo”[9], ma “sbocconcellare” l’intero rappresentato dal tempo, giorno per giorno, anzi istante dopo istante, cercando di assaporare sino in fondo cosa sia quel mistero chiamato vita, senza necessariamente spiegarsi tutto.

Dunque la mente di questa artista è vero luogo dell’incontro di forme e mezzi materiali, umani, virtuali, una sorta di “Bistrot Naddeo” in cui sotto lo sguardo complice, presente, mai giudicante della proprietaria, gli incontri “respirano. I discorsi che vi s’incrociano sono pieni di illusioni e delusioni, desideri e paure, speranze e dubbi: insomma, per dirla tutta, d’intelligenza.”[10]

www.silvianaddeo.com

 

[1] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXV, 65, Milano 2000, p. 185.

[2] Derrick De Kerckhove, in Flaminio Gualdoni, Trompe l’œil, Ginevra-Milano 2008, p.26.

[3] “So che all’apparenza possa sembrare strano, ma trovo che il mosaico come la cucina abbiano molti punti di contatto e similitudini rispetto al processo creativo. Un mosaicista, come del resto un cuoco, sceglie accuratamente le materie prime che utilizzerà per creare ed esaltare la propria opera. Il taglio delle tessere non si discosta poi tanto dalla preparazione dei singoli alimenti, come poi  l’interazione che avviene tra di essi, l’attesa del risultato che si compone lentamente (e che a volte può richiedere l’aggiunta di un po’ più di condimento), fino al risultato finale che sfocia in un’esperienza di condivisione e nutrimento per i sensi. (…) Ciò che più mi affascina,  per quanto riguarda la tematica del cibo, è tutto quello che si nasconde dietro ad un alimento o pietanza che sia, gli aspetti socio culturali a cui è legato e che lo contraddistinguono.” Silvia Naddeo da un’intervista rilasciatami nel 2011 e pubblicata sul mio blog: https://lucamaggio.wordpress.com/2011/11/09/mosaico-oggi-intervista-a-silvia-naddeo/

[4] Quest’opera fa parte delle collezioni del CIDM – Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico, sezione del Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna.

[5] Massimo Montanari, La fame e l’abbondanza. Storia dell’alimentazione in Europa, Bari 1997, pp.24-25.

[6] Volendo associare una musica al lavoro di Silvia Naddeo, il suo usare strumenti classici come la tradizionale tessera musiva in relazione a media contemporanei mi ricorda lo stile jazz di Page One di Joe Henderson e più delle sofisticazioni mascherate di semplicità e ironia di Quatre Hors d’Oeuvres e Quatre Mendiants di Rossini, le dinamiche delicate ma inusuali e piene di brio della Sonate K.282 en mi bémol majeur di Mozart.

[7] Claude Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto, Milano 1990, p. 35 (Mythologiques I. Le cru et le cuit, Paris 1964).

[8] Il Premio Giovani Artisti e Mosaico viene organizzato dal CIDM di Ravenna ogni due anni dal 2011.

[9] Secondo il senso che si vuole attribuire alla frase, il latino prevede più verbi col significato di “prendere”, ad esempio l’oraziano “carpere”, oppure “capere” da cui “captivus”/“prigioniero”, o “sumere” nella Vulgata di San Girolamo, quando Cristo offre da mangiare agli apostoli il pane consacrato come suo corpo (Mc 14,22).

[10] Marc Augé, Un etnologo al Bistrot, Milano 2015, p. 83 (Éloge du bistot parisien, Paris 2015).

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Scorcio di una parte della Collezione dei Mosaici Contemporanei del CIDM, presso il MAR: in primo piano, Francesca Fabbri, Puttino assopito, soddisfatto e satollo, III millennio, 2008

Linda Knifftz: sin dalla nascita tu dirigi il CIDM (Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico) presso il Museo d’Arte della città di Ravenna.

Direi di cominciare con una breve biografia e un bilancio di questi anni: quando è nato il Centro e che obiettivi avevate in origine? Quali se ne sono aggiunti in corso d’opera?

Quando Claudio Spadoni – redigendo il progetto fondante del Museo d’Arte della città nel 2001/2002 -, mi ha chiesto di occuparmi di una sezione dedicata al Mosaico, conosceva la mia formazione – laurea in Archeologia e Storia dell’Arte Bizantina all’Università di Bologna con tesi sull’Imago potestatis nei mosaici parietali paleocristiani e bizantini, e specializzazione in Catalogazione dei Fondi Antichi presso l’Istituto per i Beni Culturali dell’Emilia-Romagna – e la mia lunga esperienza nella sezione Fondi Antichi e Archivio Storico della Classense di Ravenna.

L’Amministrazione Comunale, in un programma di ampia riqualificazione dell’Istituzione, voleva creare un luogo che promuovesse gli studi e la ricerca sul mosaico e che valorizzasse quest’arte così identitaria per la nostra città. Nel febbraio 2001 un Gruppo di lavoro, presieduto da Anna Puritani (allora Direttore del Museo, e tornata oggi a ricoprire quell’incarico, mentre Claudio Spadoni è attualmente il Direttore scientifico), aveva stilato alcune idee guida per il Progetto, presentate alla cittadinanza dal Sindaco Mercatali.

Abbiamo declinato il progetto iniziale cercando di creare un Dipartimento che fosse un osservatorio permanente sul mosaico: raccogliendo, uniformando e rendendo fruibili le informazioni afferenti a varie discipline; creando una bibliografia ragionata e un percorso storico e geografico; approfondendo i sistemi estetici da cui il mosaico viene generato, senza dimenticare l’importanza della prassi. Un luogo che divenisse il luogo in cui cercare il mosaico nel mondo.

Alla genesi del CIDM ha contribuito nel 2003 un Comitato Promotore a cui hanno preso parte le Soprintendenze Archeologica, Architettonica e Artistica, la Scuola per il Restauro del Mosaico dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, l’Istituto per i Beni Culturali dell’Emilia Romagna, l’Associazione Internazionale Mosaicisti Contemporanei e la Fondazione RavennAntica, le Facoltà di Lettere e Filosofia e di Conservazione dei Beni Culturali dell’Università di Bologna  e l’Accademia di Belle Arti di Ravenna, accanto ad altri istituti di formazione.

Il CIDM porta avanti tre azioni principali: la cura della collezione dei Mosaici Contemporanei; la gestione di una Sala Archivio e Biblioteca, che raccoglie documenti cartacei e digitali relativi al mosaico ravennate del XX secolo; la messa in rete di tutte le informazioni relative alle decorazioni e alle opere musive e agli artisti, senza limiti cronologici e geografici, con il ricorso ai metadati – dati elaborati con l’aiuto dell’informatica -, incrociando ed espandendo informazioni tratte da opere bibliografiche, manoscritte e documentali, che non risiedono in buona parte presso la nostra istituzione. Quest’ultimo progetto, che ha richiesto anni di lavoro, la creazione di specifici sistemi informatici con l’aiuto dell’ENEA e la collaborazione di 12 borsisti laureati delle Facoltà di Lettere e di Conservazione dei Beni Culturali, e della Scuola per il Restauro del Mosaico, è sempre in aggiornamento ed è fruibile attraverso il sito www.mosaicoravenna.it e due Banche Dati: Mosaico e Mosaicisti. Le nostre schede catalografiche sono visibili anche nel Catalogo del Patrimonio Culturale dell’Emilia Romagna, nel sito dell’Istituto per i Beni Culturali della nostra Regione, e presto saranno reperibili anche nel Portale Cultura Italia. 

Luca Barberini, Bone Flower, 2011, Selezionato al Premio GAEM 2011

Il mondo del mosaico, specie contemporaneo, è una realtà artistica ancora poco nota al grande pubblico, sia di semplici fruitori sia di collezionisti, nonostante il fermento creativo continuo oltre che di qualità oggettiva raggiunta: sono fermamente convinto di questo ed è uno dei motivi che mi hanno spinto a dare voce a chi partecipa a questa rinascenza musiva anche attraverso queste interviste.

Credo inoltre che la carta del mosaico odierno insieme a quella della darsena possano essere i due assi vincenti su cui la città dovrebbe puntare per la candidatura a capitale europea della cultura, Ravenna 2019, possibilmente unendo le cose e dando al progetto un respiro culturale, innovativo ed economico davvero unico in Europa.

CaCO3, Movimento n. 18, 2011, Vincitore Premio GAEM 2011, Collezione Mosaici Contemporanei, Mar, Ravenna

In qualità di funzionario pubblico e curatrice di mostre ed eventi legati al mosaico attuale e d’ultima generazione in particolare, di cui so che sei sostenitrice attenta e appassionata (fra le cose più recenti da te organizzate ricordo il premio G.A.E.M., Giovani Artisti E Mosaico, svoltosi fra ottobre e novembre 2011 a Ravenna), ti chiedo quali siano state nel tempo le risposte dell’Amministrazione pubblica, dei partners privati locali e stranieri, oltre che dei visitatori interessati alle vostre proposte e, in questo senso, quali siano le maggiori ed eventuali difficoltà che ancora si incontrano.

Io opero nel Museo d’Arte della città che è un’Istituzione Comunale: la nostra esistenza testimonia già da sola gli ideali e i principi che hanno portato alla nostra formazione e configurazione. Senza dilungarmi sull’argomento possiamo ricordare che il nostro Museo – la Loggetta Lombardesca, nome assunto negli anni settanta con il trasferimento qui della Galleria dell’Accademia che diventa Pinacoteca Comunale – da contenitore di una collezione soprattutto didattica al servizio degli allievi dell’Accademia,  si è nel tempo strutturato come luogo pubblico dove i cittadini possono fruire di importanti raccolte di opere d’arte, espressione del loro territorio, preservate a beneficio anche delle generazioni future, e di un vivace luogo di intrattenimento per curiosi e appassionati, di consumo d’arte di alto profilo, grazie all’organizzazione di Eventi espositivi che favoriscono il confronto culturale, formativo e didattico di un vaso pubblico.

Naturalmente la crisi della finanza pubblica, iniziata negli anni novanta, che ha investito negli ultimi tempi anche le risorse private, costringe tutti a inventare nuove strategie per tenere alto il livello qualitativo dei progetti. In questo contesto però credo che l’aggiornamento delle abitudini mentali e procedurali possa liberare la creatività e la voglia di rischio delle nuove generazioni di artisti.

Forte di una competenza maturata in anni di studio, cura delle collezioni, raccolta e gestione di dati, pubblicazioni di documenti e informazioni, il Centro di Documentazione vuole ora sempre più sostenere la tecnica musiva come una delle forme espressive dell’arte contemporanea con varie iniziative.

Abbiamo acquisito dei parternariati importanti, con Progetti Europei e collaborazioni a riviste straniere, con la lunga consuetudine con l’Accademia di Ravenna, con lo stretto contatto con l’Associazione Internazionale Mosaicisti Contemporanei, e con l’apertura a Paesi emergenti in ambito storico-artistico.

Nel 2011 siamo stati invitati in Israele a partecipare alla mostra Mosaic Code con sette opere musive della nostra collezione.

L’affermazione del binomio Ravenna=Mosaico è un merito che va equamente diviso fra i Mosaici Paleocristiani e Bizantini della nostra città e la grande attività messa in campo nel secolo scorso dal Gruppo Mosaicisti dell’Accademia. Noi abbiamo il dovere di non disperdere questa identità, ma di accompagnarla al confronto, non più eludibile, con le esigenze curatoriali, commerciali, formative e didattiche dell’arte contemporanea.

Takako Hirai, Istinto, 2011, Selezionato al Premio GAEM 2011

Una delle cose che più amo delle recenti esperienze musive è l’approccio di ricerca creativa, concettuale anche, verso la materia e il comporre-scomporre tessere in senso lato, di tutti gli artisti con cui ho avuto a che fare: il mosaico non è più, e da tempo ormai, una stampella della pittura come nella classicità e fino a buona parte del ‘900, ma è uno stato mentale, parafrasando Chance il giardiniere, tanto da arrivare a soluzioni originali o che s’appropriano di modalità scultoree, d’installazione etc., sino a verificare atteggiamenti musivi più o meno inconsapevoli anche in artisti che non si occupano direttamente di tessere, ma che di fatto creano-pensano musivamente (l’esempio più noto credo sia Vik Muniz).

Cosa è per te il mosaico e in quali direzioni sta andando? A questo proposito, che progetti anche collaborativi ha il CIDM nel prossimo futuro?

Come ho già avuto occasione di scrivere, Ravenna rappresenta un buon paradigma dell’evoluzione del concetto di arte musiva: gli apparati musivi dei suoi antichi monumenti di V e VI secolo sono uno splendido esempio della originaria funzione celebrativa del mosaico parietale paleocristiano, un’arte che, per la ricchezza dei materiali e per l’estrema specializzazione delle maestranze, necessitava di una committenza ricca e potente, che voleva compiere un forte investimento simbolico per scopi politici e dottrinari.

Quando l’importanza politica della città decade, il canone cattolico è pienamente affermato in Occidente e il mosaico non è più il genere-guida della pittura, a Ravenna si vivono secoli d’oblio.

Ma, a partire dai primi anni del Novecento, proprio qui rinasce il fare mosaico: si intensificano i restauri, rendendo necessario formare delle maestranze locali. Nel 1924 viene istituito il corso quadriennale di Mosaico all’Accademia di Belle Arti, grazie al quale si formano maestranze specializzate. L’Accademia di Ravenna oggi offre un percorso di alta formazione, interamente dedicato al mosaico, affiancata dall’Istituto Statale d’arte per il Mosaico G. Severini che fornisce un’istruzione superiore di secondo grado.

Oggi possiamo constatare che, nelle nostre scuole di formazione e nelle nostre botteghe operanti da quasi un secolo, si è venuta a costituire a pieno titolo una Scuola Ravennate, con caratteristiche stilistiche e tecniche pienamente riconoscibili e un prestigio affermato in tutto il mondo.

Certo che, nella pluralità eterogenea di esperienze che caratterizzano l’orizzonte artistico attuale, il mosaico può oggi mutare la propria identità e cercare una nuova autonomia, aperta a  sperimentazioni e ibridazioni, come il caso di Muniz che tu hai citato, ma se ne potrebbero fare tanti altri nel campo della Video art e in quello della Land art. Ma a Ravenna si respira il talento di dare forma e senso alla materia, non sprechiamolo e agevoliamo l’apprendimento della nostra arte.

La crisi economica minaccia la sopravvivenza di questo virtuoso sistema. Auspico che non si voglia disperdere il patrimonio di idee e esperienze già consolidato: l’investimento in cultura è fondamentale per lo sviluppo economico e sociale di un territorio.

Per quanto riguarda il CIDM, per difendere i risultati di qualità, visibilità e anche sperimentazione che stiamo portando avanti, vogliamo concretizzare una serie di progetti. Alcune anteprime: a giugno inaugurerà una mostra sul Micromosaico legato all’esperienza Sette-Ottocentesca del Grand Tour. Fra non molto daremo la comunicazione ufficiale, intanto ti anticipo che intendiamo coinvolgere anche l’Accademia. A fine settembre una mostra antologica del percorso artistico di Marco De Luca, un mosaicista che non ha bisogno di presentazioni.

E’ uscito il catalogo del Convegno che abbiamo organizzato su Architettura e Mosaico, appena possibile pubblicheremo il ciclo di conferenze sulle Capitali del Mosaico, in cui è intervenuta tra gli altri Maria Andaloro.

Nel frattempo stiamo lavorando al nuovo Catalogo della collezione dei Mosaici Contemporanei del MAR, circa 90 pezzi, che sarà edito da Longo.

Grazie al Progetto Europeo Open Museum che abbiamo vinto l’estate scorsa, vogliamo attrezzare meglio e possibilmente ampliare, il percorso espositivo delle collezioni permanenti della Pinacoteca e della Collezione Musiva.

Un’ultima notazione: il CIDM ha l’ambizione di presentarsi come una vivace piazza di confronto culturale, formativo e didattico (inteso come visione globale da tutti i punti di vista: storico e tecnico) in grado di accogliere e stimolare il dibattito sul contemporaneo, coinvolgendo l’Associazione Mosaicisti, che ha sede presso di noi, le associazioni di giovani artisti e curatori, le Istituzioni culturali e gli esperti del settore, un pubblico di appassionati d’arte. A questo proposito stiamo cercando di offrire ai giovani artisti un luogo adatto alle esposizioni temporanee, che sia in parte autogestito. Vedremo . . .

La sfida dell’artista è di aiutarci a vedere di più, con tutti i mezzi che gli sono congeniali, l’evoluzione della società e in ultima analisi, la vita, nel suo farsi: la nostra quella di creare un ambiente adatto al ripensamento, all’equilibrio e al riordino, alla progettazione di nuovi traguardi.

Info e contatti: CIDM

Associazione Mosaicisti Ravenna, Mobile aulico, 1987, Collezione Mosaici Contemporanei, Mar, Ravenna

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Samantha Holmes, Unspoken 10.22.10 - 07.07.11, 2011, legno, carta e filo di ferro, 55 x 55 cm (opera vincitrice del primo premio G.A.E.M. 2011, sezione "mosaico di ricerca")

Samantha Holmes (Carmel, New York, U.S.A., 1984): vieni da una formazione incentrata sul design: laurea all’Harvard University in Visual and Environmental Studies, studi presso la Parsons New School for Design di New York, città dove hai dato vita alla rivista Design mind.

Dal 2010 hai deciso di frequentare l’Accademia di Belle Arti di Ravenna per specializzarti sul mosaico. Oltre a chiederti le ragioni di questa scelta, vorrei sapere se nel tuo lavoro riesci a connettere mosaico e design. Mi spiego: ci sono già stati grandi designers che hanno progettato oggetti e usato il mosaico come tecnica d’alto artigianato (un paio d’anni fa ho intervistato in proposito Ugo La Pietra), ma credo che tu ne faccia un discorso più artistico, o sbaglio?

Bisognerà vedere se troverò un modo di unire questi due campi nel mio lavoro, ma la cosa più importante per me è affrontare il mosaico con ogni strumento che si ha a disposizione, ogni materiale che possa essere trovato, trattato e ricombinato. E questo, oggi, include la tecnologia. Se affermo che Schwitters o Rauschenberg o Alberto Burri hanno fatto un tipo di “mosaico” prendendo gli elementi della cultura della loro epoca, tagliandoli e ricomponendoli in un’opera che parla della società – nel suo caos, nel suo ordine –, devo accettare che per farlo adesso, per mettere in discussione la vita che conosciamo oggi, non è possibile negare la centralità della tecnologia.

Prima del mosaico per me c’è stata la pittura, che ho studiato presso una Facoltà che univa la pratica della tecnica con una ricerca della cultura visiva – come rispondiamo agli stimoli visivi intorno a noi e come questi stimoli riflettono la cultura in cui sono stati creati -. Quest’idea della contestualità mi sembra di un’importanza centrale quando penso al mosaico; chi guarda un mosaico contemporaneo lo vede attraverso due contesti: quello della tradizione – serie di associazioni storiche che ci riportiamo al mosaico – e quello della contemporaneità, una cultura della velocità e della tecnologia, di un atteggiamento dell’usa e getta verso gli oggetti e le esperienze.

Nel campo del digital design, lavoravo completamente dentro questa seconda sfera, focalizzata sull’esperienza dello schermo, dell’informazione che può essere sempre accessibile, cambiata, corretta, estesa. Ma sentivo che nel ridurre tutto all’informazione, la nostra esperienza si riduceva al solo intelletto, dimenticando che abbiamo altri sensi con cui sperimentare il mondo, come l’esperienza tattile e quella spaziale. A livello più basilare, la mia scelta di dedicarmi al mosaico è stata soprattutto dettata dal tornare a un rapporto più diretto con il mondo fisico. Ma anche un modo per prendersi cura di tutto ciò che resta inosservato in mezzo a tutta quest’informazione che ci circonda.

Dato il contrasto tra le caratteristiche più tipiche del mosaico – la sacralità con cui si trattano i suoi soggetti, la lentezza della sua creazione, la permanenza dei suoi materiali – e la società di oggi, il suo impiego mi permette di assegnare una certa nobiltà di contesto ai dettagli della vita quotidiana che scelgo di raffigurare.

 

Samantha Holmes, Wrestlers, 2011, ardesia e metallo, 28 x 28 cm

Ho visto più di qualche tua opera, apparentemente tutte in direzioni di ricerca differente: nella mostra Frammentamenti (Ravenna, ottobre 2011), ad esempio, erano presenti sia mosaici-quadro come la serie Rain, sia esperimenti più arditi, in cui attraverso frammenti di sughero, talvolta leggermente bruciati, ricomponevi corpi e volti umani, puntellati da spilli su tavola. Uno di questi lavori era anche presente nella mostra Avvistamenti, collettiva dell’Accademia di Belle Arti presso i Chiostri francescani di Ravenna, all’interno del festival biennale internazionale RavennaMosaico, concluso lo scorso novembre.

Samantha Holmes, Unspoken 10.22.10 - 07.07.11 (particolare), 2011

Infine, durante lo stesso mese, hai partecipato e vinto la prima edizione del premio G.A.E.M. (Giovani Artisti e Mosaico, organizzato con la collaborazione fra ditta Orsoni e CIDM), in particolare per la sezione “mosaico di ricerca” con un’opera del 2011, Unspoken 10.22.10 – 07.07.11, in cui hai adoperato una delle bacheche tradizionali da campionario di mosaico, per ordinare i numerosi foglietti di carta stampata o manoscritti che hanno segnato il tuo arrivo in Italia un anno fa sino al 7 luglio 2011, come recita il titolo, sul tema del “non detto”, della difficoltà di comprendere e farsi comprendere in un’altra lingua dalla tua.

Hai poi piegato questi tuoi pensieri ed esperienze di vita in forma quadrangolare, come tessere, infine li hai legati fra loro col filo di ferro, riannodando anche in questo caso elementi inizialmente a sé stanti, con atteggiamento compositivo tipico del mosaico.

A questo proposito, che idea hai del fare mosaico? Potresti spiegare più  in generale che linee segui nel definire la tua poetica e il tuo agire?

 

In tutto il mio lavoro, c’è un’attenzione per i materiali che mostrano le tracce delle loro esperienze – la venatura di un marmo, la ruggine di un pezzo di metallo, i graffi su una vecchia asse di legno. Nella serie Rain (Greenpoint), ho usato pezzi di cartongesso che ho trovato vicino al mio vecchio appartamento a New York: un materiale usato per costruire le case, adesso sbriciolato, abbandonato alla pioggia. C’è una storia dietro questo materiale.

Nell’opera per il GAEM, la storia raccontata dai materiali è una più personale: i bigliettini raccontano delle mie esperienze attraverso la scelta della carta – biglietti del treno, scontrini del caffè – ma anche attraverso la scrittura sopra, dove ho ricordato tutte le cose che non ho detto, all’inizio per la limitazione del mio italiano, più tardi per tutte le altre ragioni per cui non sempre riusciamo ad esprimerci: la proprietà, la cortesia, il desiderio, la necessità, la paura.

Questo non vuol dire che la mia ricerca sia un’investigazione formale dei materiali. Non lo è. Piuttosto sono molto coinvolta dai materiali per quello che mi dicono della loro vita e per il modo in cui quest’aspetto può offrire una metafora su come costruiamo noi stessi, dagli scarti delle nostre esperienze.

Samantha Holmes, Nudo, 2011, sughero, spilli tela e legno, 90 x 150 cm

 

A che punto del tuo viaggio umano e artistico ti trovi ora? Con quali occhi guardi al tuo futuro? Hai progetti da realizzare a breve o a lungo termine?

Questo è un momento decisivo per me perché quando finirò l’Accademia il futuro sarà tutto aperto. L’unica cosa di cui sono sicura è che voglio andare avanti con la mia ricerca artistica. Voglio sperimentare di nuovo la tecnica del collage, che per me è profondamente collegata al mosaico, non solo per la sua discontinuità, ma per il modo in cui la sua fragilità crea un rapporto con l’idea della permanenza e della facile perdita. Sono anche all’inizio di un progetto di ritratti contemporanei resi col mosaico, basato su foto di persone a me sconosciute. In ogni modo, cerco di continuare con l’atto di costruzione che rappresenta il cuore del mosaico – un atto non solo di creazione, ma di ricomposizione e rivalutazione.

Non so quando, ma tornerò a New York, dove spero di espandere la presenza del mosaico contemporaneo nel nostro mercato dell’arte e dell’arte pubblica, con una consapevolezza della tecnica tradizionale e un occhio verso la sperimentazione.

Info e contatti: samantha.holmes@gmail.com

Sito: samantha-holmes.com

Samantha Holmes, Mobile Home (Moscow), 2011, ardesia, ceramica, metallo e filo di ferro, 54 x 48 cm

Samantha Holmes, Mobile Home (New York), 2011, materiali lapidei, legno, metallo, carta e filo di ferro, 25 x 18 cm

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Naghmeh Farahvash Fashandi, Senza titolo, 2011

Naghmeh Farahvash Fashandi (Tehran, Iran, 1981): ti sei laureata a Tehran in Grafica pubblicitaria e a Bologna in Storia dell’Arte e Scultura per poi incontrare il mondo del mosaico presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna. Cosa ti ha spinto verso questa direzione? E, a proposito, come ti sei trovata in Italia dal punto di vista degli studi? E nel tuo Paese d’origine, com’è la situazione per una ragazza che vuole intraprendere la via dell’arte?

Mi sono avvicinata al mondo del mosaico spinta da pura e semplice curiosità. Venendo dal mondo della scultura mi sembrava interessante ampliare la visuale abbracciando anche altre tecniche e prendendo in mano altri strumenti come ad esempio le tessere di mosaico. Voglia di fare e sperimentare quindi, essenzialmente.

Avendo come termini di paragone prima l’esperienza di studi in Iran e poi, anche se di minor durata, quella in Spagna, devo ammettere di aver riscontrato nell’ambiente accademico italiano una generale e diffusa, seppur lieve, mancanza di stimoli ed input, nonché di attenzione, entusiasmo e intraprendenza, da parte di chi ti sta sopra. Ma ciò non dipende dal mio essere straniera, credo sia una pecca che riscontrano tutti gli studenti italiani. Ciò non toglie che io abbia anche avuto la fortuna di incontrare nel mio percorso persone competenti e stimolanti alle quali devo molto. Se invece parliamo di integrazione posso dire di non aver mai avuto particolari problemi e di essere stata sempre accettata in maniera molto naturale.

La figura della donna è da sempre presente dietro l’arte iraniana. Prendi per esempio i tappeti che a tutti gli effetti fanno parte della produzione artistica della mia terra d’origine, dietro alla loro produzione ci sono le donne! A parte questo dipende molto dal campo artistico in cui una ragazza della mia età decide di muoversi: in mondi come quelli del teatro, del cinema, della musica è veramente difficile affermarsi per una donna. In questi ambiti vengono imposti molti più limiti rispetto a ciò che comunemente viene definita “arte”, nel campo della pittura o scultura credo sia più semplice esprimersi e agire liberamente. I problemi di base sono molti, sicuramente tra questi è proprio la messa in mostra del corpo femminile.

Naghmeh Farahvash Fashandi, Senza titolo (particolare), 2011

Ho visto l’opera che hai presentato a Ravenna al primo premio internazionale G.A.E.M. 2011 (Giovani Artisti e Mosaico, evento organizzato con la collaborazione fra CIDM e ditta Orsoni di Venezia): una tavola di legno letteralmente trafitta a profondità differenti da gruppi di cunei sempre in legno e di dimensione diversa, alcuni dei quali presentavano una tessera di marmo sulla cima, concentrati in varie zone della superficie.

Dunque, contrariamente all’apparenza solida e fissa dei materiali usati, peraltro tutti naturali, un’opera estremamente mobile per l’occhio, anche per le ombre proiettate dai cunei, come una sorta di tastiera da pianoforte riassemblata come forse neanche John Cage, sebbene con un’armonia complessiva.

A parte gli aspetti plastici e cinetici, questo lavoro è leggibile anche sotto altri ambiti? Ad esempio un’eventuale implicazione dolorosa data dall’atto stesso del trafiggere (la memoria?).

Ti chiedo infine di parlare della tua poetica non solo in riferimento a quest’opera, ma più in generale a tutto il tuo lavoro, a tutto il tuo pensiero.

Venendo dalla scultura sono sempre stata abituata a lavorare in tre dimensioni, a giocare con il volume dei corpi e con la loro fisicità nello spazio. Il mosaico, nel modo in cui ti viene insegnato e nella maniera in cui è sempre stato eseguito fin dalla sua nascita, è solitamente un corpo fisso, incastonato su di una superficie piana e la singola tessera non è mai vista nella sua individualità, ma sempre come parte del tutto finale. Non che io rinneghi la natura originaria del mosaico (ho lavorato infatti anche ad opere in cui invece accetto con piacere la sua bidimensionalità e la sua tradizionale esecuzione), ma con questa opera ho deciso letteralmente di tirarlo fuori, e, ancora più specificatamente, di tirare fuori la tessera dallo spazio in cui viene solitamente confinata. Così ho deciso di uscire dalla schematicità della tecnica e isolare la tessera che viene presentata a 360° nella sua profondità ed estensione. Un aspetto fondamentale inoltre è quello del gioco di ombre che si viene a creare attraverso i coni sporgenti sia nella parte anteriore sia in quella posteriore. Quindi ancora sperimentazione e voglia di fare qualcosa di nuovo in primis, ma è logico che anche il momento in cui ho lavorato all’opera ha influenzato il risultato finale. Stavo attraversando un periodo difficile e anche quello probabilmente a livello inconscio ha condizionato la realizzazione dell’opera. La scelta dei materiali è dovuta alla mia predilezione per quelli naturali come legno, marmo o pietra e al fatto che preferisco adottare una tecnica mista che ne coinvolga più di uno. Per quanto riguarda la mia poetica, Oscar Wilde diceva che l’arte non esprime mai altro che se stessa e io mi trovo pienamente d’accordo con lui. Le mie opere nascono spontaneamente da una semplice visione ispiratrice così come da un pensiero o da un’idea già presente nella mia mente a livello astratto. Non sempre dietro c’è un messaggio definito, spesso sono più una proiezione di ciò che sto vivendo in quel momento o di particolari stati d’animo. 

Naghmeh Farahvash Fashandi, Albero nero, 2011

Quali sono i tuoi progetti ed eventuali sogni futuri che vorresti realizzare?

I progetti sono sempre tanti, sicuramente continuare a lavorare nel campo dell’arte come artista e magari anche in quello della didattica. Mi piacerebbe viaggiare con e grazie a quello che faccio, conoscere altre culture ed entrare in contatto con realtà diverse. Dipingo e creo da quando sono piccola, direi che il sogno principale si è realizzato!

Info e contatti: naghifash60@yahoo.com

Naghmeh Farahvash Fashandi, Albero nero (particolare), 2011

 

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