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Giovanni Giudici (1924-2011)

 

Perché con gli occhi chiusi?

Perché con bocca che non parla?

 

Voglio guardarti, voglio nominarti.

Voglio fissarti e toccarti:

 

Mio sentirmi che ti parlo,

Mio vedermi che ti vedo.

 

Dirti – sei questa cosa hai questo nome.

Al canto che tace non credo.

 

Così in me ti distruggo.

Non sarò, tu sarai:

 

Ti inseguo e ti sfuggo,

Bella vita che te ne vai.

 

Giovanni Giudici, da Il male dei creditori, Milano, 1977

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Coniglietto

 

Non è da escludersi la catastrofe,

Coniglietto mio: tutto che ti frana addosso

E non scappi – eccoli già

I castigatori sbràitano a più non posso.

 

Ma non turarti gli orecchi, non tapparti gli occhi,

È appena una previsione teorica e comunque

Saranno gli stessi avvenimenti a guidarti

Sulla strada che altra non se ne dà.

 

Per adesso ancora niente – magari

Ti si volterà la carta,

Chi doveva non esserci sparirà,

Il raggio della stella fissa insiste in viaggio.

 

Però non puoi vederlo com’è fatto in faccia

Il piccolo futuro che ti stringe in pugno.

Senza contare che in tempi passati

Il contrario era forse la regola.

 

Giovanni Giudici, da L’ordine in Il ristorante dei morti, Milano, 1981

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È vero, il paese è come hai detto

tu – con una corte in fondo al nastro

polveroso detto La Serpentina.

 

Sono passato qui sulla tua traccia,

nel luogo dove adolescente e prima

di partire, sventata Caterina

Bandini, anche tu una margherita

avrai sfogliato e lungamente un oro

di farfalla annerito fra le dita.

Giovanni Giudici, da Svolta, 1958, in Prove del Teatro 1953-1988, Torino, 1989

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Ho letto che il limite principale della poesia di Giovanni Giudici (Le Grazie, Porto Venere,1924 – La Spezia, 2011), poeta scomparso un mese fa, sarebbe il manierismo, peraltro sua forza e pregio, oltre che punto d’arrivo d’una ricerca sottilissima, d’una lingua coltissima, benché, da post ermetico, giocata su parole e toni del quotidiano, intellettualmente ironici, di chi ha detto “non cerco la tragedia ma ne subisco la vocazione”, facendo della propria “autobiologia”, titolo di una sua stupenda raccolta del ’69, il teatro d’azione e d’indagine delle molte maschere di un unico e spesso smarrito io, senza dimenticare attimi di lirismo puro: “…però ci furono quelli/ Che ebbero per casa solo il cuore/ Sospeso tra abissi e buio – di una vita/ Tutta nell’invisibile – il cuore/ Che lentamente si crepava e null’altro”.

Ho incontrato per caso i versi di Giudici oltre dieci anni fa: stavo per partire da Genova, ma c’era ancora un buon quarto d’ora per il treno. Vicino al binario c’era un banchettino ambulante di libri nuovi a prezzi stracciati: trovai Petrolio l’incompiuto di Pasolini, cupi frammenti di un discorso spezzato che tuttora, di tanto in tanto, apro a caso e leggo per trovare quella forza, quello stile, quella visionarietà lucida e violenta, tipica dell’ultimo suo periodo.

Lì accanto presi anche le poesie di Rebora e, appunto, quelle di Giudici, che comperai perché dei due volumi previsti ce n’era uno solo, il secondo: chi altri, mi chiesi, avrebbe potuto dare casa e dunque amare quel libro a metà?


Scrittori in corso – Giovanni Giudici

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