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Andrea Sala e Giulia Alecci in “co-musivo”, 28.04.2012 presso niArt Gallery, Ravenna

In occasione del finissage di After After 2012, lo scorso 28 aprile, è stato proiettato all’interno della niArt Gallery il video co-musivo di Andrea Sala e Giulia Alecci.

I due artisti hanno usato i loro corpi come tele e specchio dell’altro per dipingere una “seconda pelle di tessere”. I due esseri umani, Giulia e Andrea, hanno messo in comunione quanto potevano di se stessi, centimetro per centimetro, realizzando un lavoro intenso e coinvolgente: durante la proiezione si sono tenuti stretti, abbracciati, davanti alle immagini che scorrevano, dopo aver significativamente condiviso un piccolo quadratino di cibo.

Dunque il mosaico può anche essere questo, elastico, effimero (in quanto a durata), video and body art.

Alcuni anni fa in Marocco vidi degli henné stupendi e annotai un’idea che, senza saperlo, questi ragazzi hanno in parte realizzato.

Da sempre e in diverse culture l’uomo si tatua per i motivi più svariati: appartenenza a un gruppo, rito religioso, propiziazione, scaramanzia, segno del passaggio all’età adulta, etc.

Il mosaico, sino all’altro ieri fratello minore dell’arte contemporanea, è oggi libero, maturo, capace di confrontarsi con qualsiasi altro linguaggio: ha ormai passato la propria iniziazione.

 

Come nasce l’idea di co-musivo?

G.A.: Co-musivo nasce come reazione al tempo fisso del mosaico. Elasticizzare sulla pelle il reticolo bizantino per farlo respirare e vivere per qualche ora, renderlo morbido e mobile, pensare a come i suoni del corpo si potessero legare al disegno di una tessera sulla pelle ci è sembrato un esperimento a cui non si poteva rinunciare.

Ci piaceva pensare al mosaico legato direttamente a una prima persona, de-storicizzarla ed immaginarci nei panni pesanti ed importanti dei santi e personaggi dei mosaici di Ravenna. Quei panni li abbiamo poi realmente indossati, con un tempo e una comunione nel lavoro che lo ha consolidato per me, proprio durante la sua esecuzione, come valido.

La curiosità e l’affetto sono stati indispensabili e decisivi, la prima ne è uscita piena di domande e la seconda rafforzata.

A.S.: Questa nostra performance oltre ad essere interessante da un punto di vista materico e visivo, in particolare di come il disegno di un reticolo di tessere si adatti a un corpo, trovo che esprima, raffiguri e descriva ciò che accade fisicamente e spiritualmente in una relazione di coppia.

Una persona analizza e frammenta in infinitesime parti l’altro e allo stesso tempo gli crea una nuova pelle, una nuova veste a seconda della sua manualità e sensibilità. È un azione reciproca che svolgiamo inconsciamente a livello fisico e astratto; grazie all’altro che ci disegna e crea una nuova pelle possiamo scoprire un nuovo modo di vivere e abitare il nostro corpo e veniamo totalmente condizionati e travolti.

Quando invece una relazione finisce, ci troviamo con il nostro corpo ancora tutto ricoperto dell’essenza dell’altro, e la parte più difficile arriva quando dobbiamo pulirlo per tornare noi stessi nella nostra solitudine. Se decidiamo di non pulire questo corpo da soli sarà il tempo che da solo penserà a far sbiadire e a cancellare la “pelle” che l’altro ha creato su di noi.

 

Alla fine della performance eravate visibilmente emozionati: era il vostro primo lavoro sul corpo e col mezzo del video? Cosa avete provato? Avete altri progetti comuni o comunque pensate di tornare a collaborare insieme?

G.A.: Essere vestita da e per mano di Andrea è stato molto emozionante. Mi ha conosciuta, misurata e sentita attraverso e sulla pelle. Lavorare con il corpo è stato intenso, ci si rende conto che il respiro, il battito cardiaco, la pelle d’oca, i riflessi muscolari sono vettori che possono parlarti fisicamente di emozioni. Parlare poi con il corpo ad altri, riuscire a dire qualcosa veramente e mantenerne un senso – senza troppe ambiguità – esternando le emozioni sentite in prima persona e il contenuto che le ha mosse, è per me indice di un’immensa forza e controllo. Alla prima esperienza posso dire che, guardando il lavoro di artisti che hanno deciso di agire con il corpo, non posso che accorgermi di come la loro scelta sia coraggiosa ed impegnativa.

Non è facile significarequalcosa con il corpo, sopratutto venendo da una realtà quale il mosaico, in cui il lavoro che c’è dietro è in qualche modo chiuso nella suo tempo ed esecuzione e rimane, strettamente parlando, individuale.

Lavorare con Andrea, sia nel mosaico che nella vita, è stata un’esperienza interessantissima, colma di propositi e suggestioni. Spero ovviamente di continuare ad averlo vicino per condividere nuove realtà.

A.S.: Lavorare e dipingere il proprio corpo è un’esperienza istintiva e primordiale: specialmente quando tutto il corpo viene dipinto da un’altra persona, impari a risentire, stimolare e riprendere coscienza della parte fisica del nostro corpo.

Utilizzare il proprio corpo è come mettersi in gioco e mettersi nudi davanti ad un azione che agisce direttamente sulla tua pelle: non esiste più nessun tramite o mezzo, ma esiste solo una comunicazione tra l’io il pennello e l’altra persona.

Lavorare con Giulia  è stato intenso e coinvolgente perché la sua pazienza e sensibilità si sposano perfettamente con le caratteristiche del mosaico.

Spero di tornare a lavorare con la body art perché mi ha aiutato semplicemente ad ascoltare il mio battito e quello di Giulia, e questa è una cosa tanto semplice ma allo stesso tempo difficile e complessa.

 

Conosco la poetica di Andrea, incentrata sulla ricerca della relazione. Mentre tu, Giulia?

Del mosaico mi affascina la costruzione, come in un’edilizia in cui ogni elemento per somma va a comporsi. La geometria che ne può scaturire deve essere composta per formare un corpo in cui il bilanciamento, la direzionalità e le masse devono misurare e battere un ritmo. Mi piace sempre, quando guardo un mosaico, pensare al ritmo specifico della mano che lo ha costruito, alla sua concentrazione ed intenzione.

L’uso di materiali alternativi che possono alleggerire la pietra e la tendenza a lavorare in piccolo mi aiutano a trovare piccole architetture nel mosaico, in cui la concretezza della tessera è davvero come rafforzata dall’interstizio, che nonostante sia realmente un intervallo di spazio e tempo, vuoto, mi si presenta come pieno, minimo, segreto e suscettibile.

Fare mosaico significa impostarne la permanenza, la ripetizione che ne dà il senso, l’ordine, il gesto, la sonorità del taglio, di nuovo la ripetizione. Anarchicamente si mette ordine, si presta ascolto a una piccola presunta porzione di cosmo e questo, nei suoi vari momenti, può significare molto.

Info e contatti: www.andreasala.tk ; arend1986@gmail.com  giuliaalecci@gmail.com

 

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