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L'imperatrice Teodora, particolare del mosaico del VI sec. nella Basilica di San Vitale, Ravenna

Perché l’oro?

Si pensi alle memorie medievali, sacre, alle icone d’oriente, come alle pale d’altare d’occidente sino ad inoltrato ‘400: l’oro è l’inalterità incorrotta, retaggio imperiale della Roma antica, perciò confluito nel linguaggio cristiano ad indicare altra dimensione, quella divina.

Dunque, con balzo di secoli, perché nel lavoro sensuale di Gustav Klimt (Vienna, 1862 – Neubau, 1918) l’oro?

Prezioso (si ricordi l’appartenenza del viennese alla schiera antica di artisti-artigiani, creatori e decoratori d’oggetti, come di ambienti, e, del resto, il padre era orafo), l’oro, a dire della sacralità liofilizzata dell’oriente bizantino, confinante in antico con le terre slave d’Austria, educate da Costantinopoli, è perciò una delle varianti, non solo cromatiche, ma di traditio, d’essere e forma, che agiscono nel ventre magmatico austrungarico. Sono i Balcani tappeti iconici, cui il giovane Gustav non doveva essere indifferente. Si sa infine del viaggio fondamentale (1903), tra Venezia, Ravenna e Firenze, l’input del cosiddetto periodo d’oro, grazie alla scoperta del mosaico antico, bizantino, che in quell’inizio di secolo, anteriore agli sconvolgimenti bellici mondiali, doveva presentarsi ancora intatto, in decadimento, forse, per l’accumulo dei secoli, ma integro nell’insieme.

È facile intuire l’impressione di bellezza e di eterno che tali superfici musive suscitarono in Klimt: non restava che rendere propria la potenza e la luce di quell’oro per sfondi senza tempo e abiti magnifici, semimonocromi in bidimensione, in cui avvolgere immergere i corpi (non più) tridimensionali delle donne, per creare icone nuove di memoria indelebile: e l’imperatrice Teodora divenne il Ritratto di Adele Bloch-Bauer.

Gustav Klimt, Ritratto di Adele Bloch-Bauer I, 1907, olio e oro su tela, Österreichische Galerie, Vienna

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I mosaici medievali di San Giovanni Evangelista a Ravenna, basilica di fondazione placidiana (V sec.), sono stati ripuliti in poco più di un mese (su iniziativa del parroco, don Giorgio Fornasari, grazie ad una assicurazione privata, quanto mai opportuna) dallo spray nero con cui un vandalo li aveva brutalizzati il marzo scorso. Nel frattempo è stato preso anche il colpevole, che, è facile supporre, non correrà alcun rischio di pena: siamo pur sempre in Italia e, in fondo, si tratta “solo” di beni culturali.

Eppure questi antichi mosaici pavimentali (già studiati dalle prof.sse R. Farioli Campanati e N. Kenaan-Kedar), che per fattura ed età sono di secoli posteriori all’edificio che li contiene e ai cicli più noti delle altre chiese ravennati-bizantine, hanno importanza duplice, essendo testimonianze rare in città del primo ‘200 ed uniche per i temi affrontati.

La resa di Costantinopoli durante la IV Crociata, mosaico del 1213, Ravenna, Basilica di San Giovanni Evangelista

In parte scoperti nel 1763 e oggi collocati lungo le pareti delle due navate minori, essi appartengono al livello pavimentale del 1213, quello commissionato dall’abate Guglielmo.

Scena d'amor cortese, mosaico del 1213, Ravenna, Basilica di San Giovanni Evangelista

Crociati all'attacco, mosaico del 1213, Ravenna, Basilica di San Giovanni Evangelista

In particolare quelli della navata di sinistra (alla cui metà sorge una cappella con lacerti d’affreschi tardo giotteschi, oggetto di indagini ancora in corso, forse attribuibili a Jacopo Avanzi e bottega) raffigurano scene d’amor cortese e soprattutto episodi della IV crociata (1202-1204), dunque quasi contemporanei ai fatti terribili che portarono ai massacri e alla devastazione di Zara e Costantinopoli da parte dei crociati, qui rappresentati con armi (lance, spade e scudi amigdaloidi) e armature tipiche (camaglio e usbergo): senza pietà alcuna per umani o reliquie sacre, essi si resero colpevoli delle atrocità peggiori, usando ferocia e violenza inaudite, come racconta un testimone oculare, Niceta Coniata. I veneziani, con a capo il doge Enrico Dandolo, guidarono tale spedizione (non a caso nuovo patriarca d’oriente fu eletto un altro veneziano Tommaso Morosini, già abate nel ravennate di S. Maria in Porto, monastero alle dipendenze dell’abbazia di San Giovanni Evangelista, dove sono i mosaici in questione), distinguendosi nella razzia di ori, smalti e icone dal valore inestimabile, tuttora parte del Tesoro di San Marco, come del resto la quadriga della celebre Basilica, un tempo arredo dell’ippodromo di Costantinopoli.

L’antico impero bizantino, ridotto per decenni al giogo occidentale (1204-1261), di fatto non si riprese più da tanta recrudescenza: in seguito il suo fu uno stillicidio sino all’estinzione totale sotto i turchi nel 1453.

Grifone, mosaico del XIII sec., Ravenna, Basilica di San Giovanni Evangelista

Lamia, mosaico del XIII sec., Ravenna, Basilica di San Giovanni Evangelista

Altri mosaici sempre in San Giovanni Evangelista rappresentano invece temi medievali classici, un frammento di mesi, scene di caccia e soprattutto animali fantastici e favolistici, interpretabili alla luce del Physiologus e del Roman de Renart, perciò collegabili a mosaici coevi o precedenti, da San Marco a Venezia, a Murano (SS. Maria e Donato, forse i modelli originari), da quelli scomparsi di S. Maria Maggiore a Vercelli,  alle Cattedrali di Pesaro e Otranto, e attestanti, ove siano presenti le “furbizie” della volpe Renart, il successo di tali racconti in alcuni casi già precedente la versione redatta da Pierre de Saint-Cloud (metà XII sec.), in un’epoca in cui l’oralità era il grande veicolo di diffusione del sapere popolare dell’umanità.

La volpe Renart si finge morta, XIII sec., Ravenna, Basilica di San Giovanni Evangelista

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