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Posts Tagged ‘cristianesimo’

Premessa:

Guardammo la chiesa che ormai ardeva lentamente (…). Diversamente fiammeggiava ancora l’Edificio. (…) “Era la più grande biblioteca dell’umanità,” disse Guglielmo. “Ora,” aggiunse, “l’Anticristo è veramente vicino perché nessuna sapienza gli farà più da barriera. D’altra parte ne abbiamo visto il volto questa notte.”

Sean Connery e Christian Slater in "Il nome della rosa" di Jean-Jacques Annaud (1986)

“Il volto di chi?” domandai stordito.

“Jorge, dico. In quel viso devastato dall’odio per la filosofia, ho visto per la prima volta il ritratto dell’Anticristo, che non viene dalla tribù di Giuda, come vogliono i suoi annunciatori, né da un paese lontano. L’anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente. Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro. Jorge ha compiuto un’opera diabolica perché amava in modo così lubrico la verità da osare tutto pur di distruggere la menzogna. Jorge temeva il secondo libro di Aristotele perché esso forse insegnava davvero a deformare il volto di ogni verità, affinché non diventassimo schiavi dei nostri fantasmi. Forse il compito di chi ama gli uomini è far ridere della verità, far ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.” (Umberto Eco, da Il nome della Rosa, Milano, 1980)

Agorà di Alejandro Amenábar: un film che pur nei limiti di certi anacronismi e della semplificazione romanzesca degli avvenimenti trattati, risulta ben fatto e dà spunto a più riflessioni, anzitutto sulla libertà di pensiero e sulla condizione della donna, nell’antichità come in ogni tempo, e della filosofa pagana Ipazia (Alessandria d’Egitto, 370 ca. – 415 d.C.) in particolare, essendo la vittima paradigmatica del racconto, trucidata dalla setta dei parabolani del vescovo Cirillo, poi dichiarato santo e dottore dalla chiesa (e ricordato ancora nel 2007 da Benedetto XVI per “la grande energia”).

Dunque una pellicola sulla ferocia e sulla follia legate agli estremismi religiosi di qualsiasi luogo e tempo, incluso l’attuale, per cui in nome del vero dio, qualunque esso sia, si legittima il massacro degli altri, pagani (con relativa distruzione della biblioteca, quella mitica di Alessandria), ebrei o cristiani stessi se non la pensano esattamente come chi in quel momento incarna il potere e la parola.

Questo, mentre con idea registica originale, viene più volte inquadrata la Terra dallo spazio, offrendoci il punto di vista di Dio (o dello spettatore): il pianeta, piccolo punto dell’universo, continua  a girare nel silenzio della sua orbita, indifferente alle stragi che i minuscoli animali umani perpetrano contro i propri simili.

A questo proposito vengono in mente alcune parole attribuite a Bertold Brecht, in realtà del pastore Martin Niemöller (1892-1984):

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti e io non dissi niente perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Enciclopedia delle donne: Ipazia

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I mosaici medievali di San Giovanni Evangelista a Ravenna, basilica di fondazione placidiana (V sec.), sono stati ripuliti in poco più di un mese (su iniziativa del parroco, don Giorgio Fornasari, grazie ad una assicurazione privata, quanto mai opportuna) dallo spray nero con cui un vandalo li aveva brutalizzati il marzo scorso. Nel frattempo è stato preso anche il colpevole, che, è facile supporre, non correrà alcun rischio di pena: siamo pur sempre in Italia e, in fondo, si tratta “solo” di beni culturali.

Eppure questi antichi mosaici pavimentali (già studiati dalle prof.sse R. Farioli Campanati e N. Kenaan-Kedar), che per fattura ed età sono di secoli posteriori all’edificio che li contiene e ai cicli più noti delle altre chiese ravennati-bizantine, hanno importanza duplice, essendo testimonianze rare in città del primo ‘200 ed uniche per i temi affrontati.

La resa di Costantinopoli durante la IV Crociata, mosaico del 1213, Ravenna, Basilica di San Giovanni Evangelista

In parte scoperti nel 1763 e oggi collocati lungo le pareti delle due navate minori, essi appartengono al livello pavimentale del 1213, quello commissionato dall’abate Guglielmo.

Scena d'amor cortese, mosaico del 1213, Ravenna, Basilica di San Giovanni Evangelista

Crociati all'attacco, mosaico del 1213, Ravenna, Basilica di San Giovanni Evangelista

In particolare quelli della navata di sinistra (alla cui metà sorge una cappella con lacerti d’affreschi tardo giotteschi, oggetto di indagini ancora in corso, forse attribuibili a Jacopo Avanzi e bottega) raffigurano scene d’amor cortese e soprattutto episodi della IV crociata (1202-1204), dunque quasi contemporanei ai fatti terribili che portarono ai massacri e alla devastazione di Zara e Costantinopoli da parte dei crociati, qui rappresentati con armi (lance, spade e scudi amigdaloidi) e armature tipiche (camaglio e usbergo): senza pietà alcuna per umani o reliquie sacre, essi si resero colpevoli delle atrocità peggiori, usando ferocia e violenza inaudite, come racconta un testimone oculare, Niceta Coniata. I veneziani, con a capo il doge Enrico Dandolo, guidarono tale spedizione (non a caso nuovo patriarca d’oriente fu eletto un altro veneziano Tommaso Morosini, già abate nel ravennate di S. Maria in Porto, monastero alle dipendenze dell’abbazia di San Giovanni Evangelista, dove sono i mosaici in questione), distinguendosi nella razzia di ori, smalti e icone dal valore inestimabile, tuttora parte del Tesoro di San Marco, come del resto la quadriga della celebre Basilica, un tempo arredo dell’ippodromo di Costantinopoli.

L’antico impero bizantino, ridotto per decenni al giogo occidentale (1204-1261), di fatto non si riprese più da tanta recrudescenza: in seguito il suo fu uno stillicidio sino all’estinzione totale sotto i turchi nel 1453.

Grifone, mosaico del XIII sec., Ravenna, Basilica di San Giovanni Evangelista

Lamia, mosaico del XIII sec., Ravenna, Basilica di San Giovanni Evangelista

Altri mosaici sempre in San Giovanni Evangelista rappresentano invece temi medievali classici, un frammento di mesi, scene di caccia e soprattutto animali fantastici e favolistici, interpretabili alla luce del Physiologus e del Roman de Renart, perciò collegabili a mosaici coevi o precedenti, da San Marco a Venezia, a Murano (SS. Maria e Donato, forse i modelli originari), da quelli scomparsi di S. Maria Maggiore a Vercelli,  alle Cattedrali di Pesaro e Otranto, e attestanti, ove siano presenti le “furbizie” della volpe Renart, il successo di tali racconti in alcuni casi già precedente la versione redatta da Pierre de Saint-Cloud (metà XII sec.), in un’epoca in cui l’oralità era il grande veicolo di diffusione del sapere popolare dell’umanità.

La volpe Renart si finge morta, XIII sec., Ravenna, Basilica di San Giovanni Evangelista

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Nella Roma del II-III secolo d.C. circolavano numerosi culti misterici di provenienza orientale, con vari gradi di iniziazione e promesse di resurrezione, motivo non secondario del loro ampio successo rispetto agli dei tradizionali, sempre più simulacri vuoti del passato.

Se ne ricordano d’origine egizia (Isis, Osiris, Serapis, Apis), frigia e microasiatica (Magna Mater o Cibele, Attis, Sabazio), siriaca (Dea Syria, Atargatis, Adonis, Aphrodite), indo-iranica ed ebraica, ovvero  mitraismo e cristianesimo, i cui rapporti sono l’argomento di questo e del post precedente.

Lapide di Mitra, III sec. d.C., Bolzano, Museo Archeologico dell'Alto Adige

Va premesso che non esistono scritti originali dei seguaci di Mitra: a parte le informazioni preziose involontariamente riportate da apologeti cristiani come San Gerolamo (Epistola 107) e Origene (Contro Celso) per dare contro ad essi, i testi su cui studiosi come Cumont, Vermaseren e Ulansey hanno basato le loro ipotesi ricostruttive sono le grotte dove avvenivano i riti, con gli altari, le statue, talvolta gli affreschi, luoghi tuttora visitabili a Roma (mitreo di San Clemente, del Circo Massimo, delle Terme di Caracalla o di Santa Balbina, di Santa Prisca e Barberini), ad Ostia antica e in altre località laziali e campane, a Duino vicino Trieste o a Ptuj in Slovenia, l’antica Poetovio, per citare i più noti.

Mitreo sottostante la Basilica di San Clemente, Roma

Ciò detto e tenendo presente una delle differenze fondamentali fra i due culti in oggetto, differenza che contribuirà al successo planetario dell’uno, rivolto ad una predicazione ecumenica, e alla scomparsa dell’altro, ad uso di una cerchia di iniziati, ecco qualche analogia e alcuni casi di acquisizione dal mitraismo al cristianesimo:

– anzitutto il 25 dicembre, compleanno di Mitra attribuito a Cristo, poiché è il momento in cui, subito dopo il solstizio d’inverno, il sole comincia a risalire rispetto all’equatore terrestre.

Cristo-Sol Invictus sul carro solare, IV sec. d.C., Necropoli Vaticana

– Mitra, vinto il dio Sol, riceve da questi, suo nuovo alleato, la corona raggiata, ovvero il nimbo degli imperatori o l’aureola di Cristo e dei santi poi.

– Mitra sacrifica un toro nella grotta (l’utero primordiale dell’universo), dal cui corpo e sangue germogliano piante benefiche, tra cui grano e vite.

Statua leontocefala di Aiòn, II sec. d.C., Biblioteca Vaticana

– Mitra ascende al cielo sul carro del dio Sol, lo stesso su cui è rappresentato Cristo vittorioso-Sol invictus in alcuni mosaici antichi (ad es. nella necropoli vaticana o nel lacerto della cappella di Sant’Aquilino in San Lorenzo a Milano).

Mitreo affrescato di Marino (Roma)

– l’ascensus di Mitra (e dell’iniziato), partendo dal buio delle grotte (e della morte) va verso l’aeternitas del dio leontocefalo Aiòn, sorta di deus pater, caratterizzato dal tenere in mano due chiavi e vicino a sé un galletto, attributi anche di San Pietro (n.b.: il campanile dell’antica basilica vaticana, di fondazione costantiniana, era sormontato da un grande gallo metallico sino alla demolizione rinascimentale).

– aiutanti di Mitra sono i dadofori Cautes e Cautopates, due geni (comuni nel paganesimo) reggi fiaccola, l’una alzata, l’altra abbassata, a significare l’alba e il tramonto, la vita e l’approssimarsi della notte/morte: sono tema ricorrente nelle chiese cristiane da Wiligelmo a Canova e oltre, se si pensa alla scultura cimiteriale del XIX secolo. Del resto, anche la distribuzione a pannelli laterali degli episodi agiografici in alcune tavole medievali, si può ipotizzare d’antichissima origine mitraica, come suggerisce en passant Federico Zeri (Diari di lavoro 2, pg. 24, Torino 1976). 

Mitreo affrescato di Marino (Roma), particolare: alle estremità Cautes, Cautopates e pannelli laterali istoriati

– 7 erano i gradi d’iniziazione mitraica e 7 è numero simbolico importante anche per i cristiani (i sacramenti, le virtù e i vizi, etc.): al culmine del cursus era il sacerdote massimo, il Pater Patratus o Pater Patrum, abbreviato in PaPa.

– per essere affiliati, dopo un certo numero di prove anche fisiche, ci si sottoponeva ad una sorta di cresima, la confirmatio, caratterizzata dal segno di una “X” o croce sulla fronte (antico simbolo solare, prima che i nazisti lo pervertissero nella loro svastica), come nel ritratto dell’imperatore Ostiliano (251 d.C) sul sarcofago Ludovisi a Roma. Va detto che gli imperatori favorivano questo culto presso i soldati, sentito come espressione di lealtà al potere ufficiale (cfr. la ripresa del culto sotto Giuliano l’Apostata, fra 361 e 363 e, precedentemente, il sacrarium dedicato a Mithras fautor imperii sui nel 307 a Carnuntum, oggi Petronell-Carnuntum in Austria, da Diocleziano, Galerio e Licinio).

Chrismon, particolare del sarcofago dell'Anastasis, IV sec. d.C., Musei Vaticani

– Costantino, uno dei politici più gelidi, lungimiranti e determinati della storia, capì che il sincretismo vince sempre e usò uno dei nuovi culti, il cristianesimo, come collante dell’impero: “in hoc signo vinces” tramanda la leggenda legata al chrismon, il monogramma delle prime due lettere greche (X e P) del nome di Cristo, simbolo del suo esercito vittorioso al Ponte Milvio (28.X.312). Non importa qui stabilire se egli sia sinceramente convertito: probabilmente sì, ma la domanda da porsi è: in quale Cristo credeva l’imperatore? Forse in una sorta di fusione di vari culti solari (Cristo-Sol invictus), come attesterebbe anche la collocazione dell’Arco a lui dedicato dal senato nel 315 in un punto fortemente simbolico, tra l’anfiteatro Flavio detto Colosseo per l’antistante colosso neroniano-adrianeo di Apollo-Sol e i vicini templi di Venere e Roma Aeterna d’origine adrianea, rinnovati poi da Massenzio, nemico sconfitto da Costantino.

Mitreo delle Terme di Caracalla o di Santa Balbina, Roma

– infine, una suggestione che in quanto tale non ha alcun riscontro scientifico, ma che lasciando la porta aperta all’interrogativo aiuta a concludere l’excursus fatto: a Roma molti misteri orientali venivano praticati sul colle Vaticano e anche in altre città il luogo di tali culti era detto Vaticanum, come a Lugdunum, l’odierna Lione: e se sotto la Cappella  Sistina, luogo di elezione del Papa, si trovasse un mitreo e dunque non sia stata casuale la scelta per la sua edificazione? Ripeto è solo una suggestione, perché stando ai fatti la cappella è di fine ‘400 e costruita secondo le dimensioni del Tempio di Salomone, ma a volte, in certe foto, sembra ricordare una grotta, con la sua volta a botte ribassata.

Cappella Sistina, Città del Vaticano

Come detto nella parte prima (cui si rimanda anche per la bibliografia minima), molti di questi scambi e neocodificazioni sono avvenuti fra IV e V secolo, in epoca assai posteriore alla predicazione di Cristo: infatti più che riguardare i suoi insegnamenti, integri nella loro radicalità, gettano luce sui processi di strutturazione della Chiesa e dei simboli contestualmente adottati, sulla mentalità di un’epoca cruciale per l’occidente e degli uomini che contribuirono a formularla: “la conoscenza del tempo (kairos) equivale alla conoscenza di se stessi.” (Raimon Panikkar, La porta stretta della conoscenza, Milano, 2005).

Mitra e Mitrei

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Chiariamo subito il titolo: i due soggetti non sono parenti neanche alla lontana, l’uno essendo d’origine indo-iranica e attestato sin dal 1200 a.C., l’altro più recente e giudeo. Dal II secolo a.C. il mitraismo si diffonde nel mondo ellenistico e romano, specie tra le fila dei legionari e dei generali-imperatori alla loro testa. Dopo l’Editto costantiniano (313 d.C.), evento fondamentale per la storia della civiltà occidentale a distanza di pochi mesi dalla vittoria su Massenzio al Ponte Milvio (28 ottobre del 312), molti particolari di questo culto sono stati più o meno velocemente fatti propri dall’astro ascendente del cristianesimo.

Rilievo mitraico, III sec. d.C., Roma, Museo Nazionale Romano

Questo non deve sorprendere: per secoli la Chiesa, ultima struttura del tardoantico tuttora operante, ha metabolizzato cristianizzandoli, antichi usi pagani (non solo mitraici) tanto nelle terre nordiche, quanto nel mondo mediterraneo, cosa tuttora verificabile in una qualsiasi sagra di paese del centro o sud Italia.

Filosofo (Plotino?), fine III sec. d.C., Ostia, Museo Ostiense

Del resto, l’assorbimento e la trasformazione del dato altro nella propria civiltà è tipico della mentalità romano-ellenistica già precristiana e tale resterà per buona parte del medioevo: il volto del saggio calvo e barbuto identificato con San Paolo, rappresenta in realtà il tipo del filosofo (Plotino in particolare) e risale al periodo (IV-V sec. d.C.) in cui il cristianesimo, accusato d’essere religione di poveri ignoranti, si rifaceva un pedigree culturale prendendo a prestito le immagini altrui. Analogo discorso per il bucolico pastore crioforo divenuto il buon pastore evangelico o l’aver messo in cattedra San Pietro, come si conveniva ad un vero magister dell’antichità.

Pastore crioforo, III sec. d.C., Roma, Musei Capitolini

Così per le reliquie: bastava raffigurassero l’oggetto di fede ricordandone la forma. Ciò spiega la diffusione in tutta Europa di decine di sacre spine, chiodi e frammenti lignei della vera croce, che messi insieme farebbero probabilmente l’equivalente di un bosco. Certo è un concetto di autentico simbolico diverso dal nostro modo razionale d’intendere: gli edifici della Terra Santa, ad esempio, sono stati riprodotti in Europa rispettando la pianta più che l’alzato.

Ma per tornare all’oggetto di questa breve indagine, i rapporti e i prestiti tra mitraismo e cristianesimo, l’argomento è vasto e richiederà almeno un altro approfondimento. Per ora segnalo alcuni testi per una bibliografia minima: Franz Cumont, Le religioni orientali nel paganesimo romano (Bari, 1967, postumo, 1a ed. Paris, 1906) e The Mysteries of Mithra (New York, 1956, postumo); Georges Dumézil, Mithra-Varuna, essai sur deux représentations indo-européennes de la Souveraineté (Paris, 1940 e 1948, 2a ed. accresciuta); Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni (Torino, 1954); Maarten J. Vermaseren, Mithra, The Secret God (New York, 1963) e con M.J.Van Essen, The exscavations in the Mithraeum of the Church of Santa Prisca in Rome (Leiden, 1965); Hans Peter L’Horange, L’impero romano dal III al VI secolo, forme artistiche e vita civile (Milano, 1985); Federico Zeri, Orto aperto (pg. 17-46, Milano, 1990) e, postumo, L’arco di Costantino. Divagazioni sull’antico (Ginevra-Milano, 2004, su un ciclo di lezioni del 1989); Carlo Pavia, Guida dei Mitrei di Roma Antica (Roma, 1999); Ivana Della Portella, Roma sotterranea (Verona, 1999); David UlanseyI Misteri di Mithra (Roma 2001); l’antologia a cura di Paolo Scarpi e Benedetta Rossignoli, Le religioni dei misteri, Vol.I-II (Farigliano, Cn, 2002); Paolo Liverani, Giandomenico Spinola, Pietro Zander, Le necropoli vaticane. La città dei morti di Roma (Milano-Città del Vaticano, 2010).

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