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Posts Tagged ‘cristiano berti’

Il secondo lavoro dell’artista Cristiano Berti della serie Cicli futili è dedicato ad una figura già presente in Cicli futili. Gaggini, col ruolo di intermediario nella committenza della Fuente de la India (L’Avana).

La colonna di tempo interessata dall’indagine è ben più ampia rispetto al progetto precedente, e va dall’ultimo quarto del settecento fino ai nostri giorni. Il protagonista principale è infatti capostipite di una discendenza eterogenea, sparsa nel mondo.

Antonio Boggiano

Il savonese Antonio Boggiano (1778-1860) emigrava a Cuba alla fine del settecento, stabilendosi a Trinidad. La ricerca fin qui compiuta ha permesso di appurare l’avventurosa ricchezza della biografia di questo personaggio perduto nell’oblio, di cui molti afrocubani di Trinidad portano oggi il cognome.

Il progetto

Prevede la realizzazione di una ricerca storica, con la collaborazione di storici trinitari, la realizzazione di una serie di scatti effettuati per l’artista dal fotografo Piero Ottaviano, una pubblicazione.

I Cicli futili

Il progetto Cicli futili prende in prestito il titolo dalla biochimica, per la quale il “ciclo futile” è una dissipazione di energia, un processo che spreca energia. Riguarda la storia, la ricerca storica e il suo significato oggi. L’artista si interroga sul presente e sul futuro di questa disciplina, su quale sia la capacità della storia di contribuire all’interpretazione della realtà, in un mondo che sempre più mescola culture e genti, e su come la pratica della ricerca storica possa sopravvivere in un mondo che fa della velocità un valore imprescindibile. I Cicli Futili di Berti fanno perciò della storia lo strumento di un progetto artistico.

Il progetto è sfociato nella mostra al Museo di Villa Croce di Genova (ottobre 2015) e nella pubblicazione di Gaggini. Le Alpi e il Tropico del Cancro (Quodlibet, Macerata) (novembre 2017).

altroQuale per i Cicli futili

L’associazione altroQuale ha il ruolo di segreteria di produzione del progetto. I contributi economici corrisposti all’associazione, attraverso il crowdfunding o altre fonti di finanziamento, saranno interamente destinati alla produzione di Cicli futili #2: Boggiano.
Obiettivo della raccolta è raggiungere la somma di € 3.900,00.

Per effettuare una donazione:

http://www.altroquale.it/it/cristiano-berti-cicli-futili-2-boggiano/

Ps. Ho voluto dare il mio contributo sia con questo post sia con una donazione anche a questo progetto dell’amico e artista Cristiano Berti perché credo nell’onestà e nella nitidezza priva d’ogni retorica dei suoi lavori. Spero che anche voi lettori vogliate sostenere questa campagna. Grazie a tutti.

 

 

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Cristiano Berti è un grande perché mette densità di ragionamento, in una parola “animacorpo”, in ciò che fa e cura e prosegue nel tempo. Il suo agire gli sta a cuore. Non abbandona ciò che coglie il suo sguardo. Il suo perseguire ne rende testimonianza.

E ora, dopo due anni dall’avviato Cicli Futili #1:Gaggini, Cristiano lo espone a Genova, presso il Museo d’Arte Contemporanea Villa Croce, prima di approdare a Cuba. L’onestà e la perseveranza della coerenza in arte sono attributo dell’artista vero. Chi può venga a Genova stasera o sino al 5 novembre e non ne resterà deluso.

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Ingrid Pollard, Self Evident series (1995). Colour light box, 20×20 in. Courtesy, the artist.

Ingrid Pollard, Self Evident series (1995). Colour light box, 20×20 in. Courtesy, the artist

Developed as part of FORMAT International Photography Festival 2015Residual: Traces of the Black Body looks at the process of imaging the black presence in relation to memory and erasure. ‘Residual’ refers to the idea of what remains after the main visual or tangible part of something has been removed or has disappeared. The focus of this exhibition lies more precisely on traces and stories around the black body through the multidisciplinary approaches of a cross-generational and cross-cultural group of five international visual artists and photographers. Bringing together Larry Achiampong (UK), Cristiano Berti (Italy), George Hallett (South Africa), Zanele Muholi (South Africa), and Ingrid Pollard (UK), the project examines how each of those artists apprehends black corporeality, in such manner that both its materiality and embodied narratives are either visually or conceptually concealed, codified and complexified.

The works selected include Self Evident (1995) by Ingrid Pollard, a series of light boxes presenting colourful and picturesque full-length portraits taken in British landscapes, with each person holding a symbolic item that often evokes Britain’s colonial history. Larry Achiampong’s Glyth series (2013) consists of family photographs reworked with the faces being replaced by black circles with sharp red lips. Through the “mask”, the hidden and performed identities transpose on a personal photographic archive a symbol schematising the racial experience of figures perceived as alien. Zanele Muholi’s photographs She’llUmthombo and Dis-ease (2012) show a different aspect to her upfront visual activism. Trading her portraits and intimate scenes of the black South African LGBTI community, this series uses metaphors to depict the physiological patterns and aftermath of hate crimes committed against black lesbians. Each organic element evokes female and male private parts, and diseased cells.

Cristiano Berti challenges the voyeurism and spectacle that often characterise Western gaze on the black female body. His sound piece Happy (2004) invites the audience to an imaginary mapping of a body which scars are related in Edo, a Nigerian language. Likewise Iye Omoge (2005), an installation consisting of site photographs, polypropylene maps and sound, articulates a compelling relationship between location and morphology in a context of migration and marginalisation.
Finally the pictures taken by George Hallett in District Six and Bo-Kaap, Cape Town, in the late 1960s, mark the first traces of textual inscriptions in his work. These rare photographic inscriptions are tags mapping gang territories. They also contribute to convey the physicality of places that have been erased by the Apartheid regime. They are visual remnants of a lifestyle, culture and coding related to a marginalised existence then imposed on black bodies.

Curated by Christine EyeneResidual: Traces of the Black Body responds to the theme of FORMAT FESTIVAL 2015: Evidence, and aims to take on a dialectical approach to the notion of photographic evidence through engaging with the dual positioning of discourse and counter-discourse in the field of black visual representation.

Alongside the exhibition is planned a public programme consisting of an artists and curator’s talk and a photography workshop.

Residual: Traces of the Black Body
13 March – 17 April 2015

New Art Exchange
Mezzanine Gallery (first floor)
39-41 Gregory Boulevard
Nottingham
NG7 6BE
More information

This exhibition is organised in collaboration with Making Histories Visible, an interdisciplinary visual art research project based in the Centre for Contemporary Art (School of Art, Design and Performance) at the University of Central Lancashire.

FORMAT International Photography Festival is UK’s most significant biennale of photography. Curated around the theme of EVIDENCE, the seventh edition of FORMAT takes place between 13 March and 12 April 2015.

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Giuseppe Gaggini, Fuente de la India, 1835-37, l'Avana, Cuba

Giuseppe Gaggini, Fuente de la India, 1835-37, L’Avana, Cuba

Come ogni anno saluto i miei followers e lettori con un ultimo post prima della pausa estiva. Quest’anno in particolare vi invito a partecipare e a diffondere questa iniziativa di raccolta fondi attiva sino al 16 settembre 2013 per finanziare un importante progetto dell’amico artista Cristiano Berti, di cui questo blog ha avuto il piacere di occuparsi un anno fa.

Scopo dell’iniziativa è realizzare con l’aiuto del fotografo Piero Ottaviano due panorami interattivi, uno della cava di Rocca Bianca in Piemonte, con la firma dello scultore Giuseppe Gaggini (Genova, 1791-1867) sulla parete di marmo, uno della piazza dell’Avana dov’è collocata la sua fontana “de la India” (1835-37). Queste fotografie saranno ad alta definizione, di tipo immersivo (visione a 360°) e operabili con il movimento delle mani, senza toccarle. Inoltre sarà prodotta una pubblicazione digitale che riporti i risultati della ricerca storica svolta in Italia e a Cuba (80 pagine, illustrata, lingue: italiano, inglese, spagnolo).

Il crowdfunding è una modalità forse ancora non abbastanza diffusa in Italia, ma è assai valida e permette in tempo breve di attuare idee altrimenti difficilmente fattibili (se non in periodi lunghi o con l’intervento del classico mecenate): qui tutti noi possiamo diventare piccoli sponsor di un progetto comune, anche perché per partecipare la quota minima parte da 10 $ (circa 7,60 €). Dunque, non mancate l’occasione!

Ci rivediamo a settembre, buona estate.

For english version, you can see the video below and the following link: Futile Cycles – Gaggini 

Cristiano Berti, Cicli Futili #1: Gaggini 

“(…) Il progetto Gaggini fonde due immagini e storie che concernono luoghi lontanissimi da loro, per collocazione geografica ed aspetto, seppure uniti da un tenue tratto comune.

Il fatto che la Fuente de la India sia collocata in uno dei gangli vitali della capitale cubana, costantemente circondata dal movimento di persone e mezzi, contrasta fortemente con il panorama alpino di Rocca Bianca. La firma di Giuseppe Gaggini che resta là, in alta montagna, lontana dagli sguardi degli uomini, mi appare come un ideale trait d’union tra la scultura uscita dal suo studio e lo scenario selvaggio da cui furono tratti i marmi che presero il suo nome.

Fontana e firma vengono infine ricongiunte con Gaggini. Accostandone le due immagini si produce un rovesciamento di prospettiva: all’esotismo dei Caraibi, qui stemperato dalla modernizzazione, si va contrapponendo l’immagine di un Europa in forma di rudere preda della natura. Si ribaltano i ruoli tra vecchio e nuovo continente, la metropoli sta ai tropici e la natura la fa da padrona nel cuore dell’Europa. L’Europa appare esotica e a fare da ponte tra questi due mondi lontani è la storia.

Cava di Rocca Bianca, Val Germanasca, Piemonte

Cava di Rocca Bianca, Val Germanasca, Piemonte

Questo lavoro è il primo di una serie che chiamo dei Cicli futili.

Un ciclo futile è una dissipazione di energia, un processo che spreca energia. Sono termini usati in biochimica, ma il mio progetto non ha nulla a che vedere con la biochimica. Riguarda la storia, la ricerca storica e il suo significato oggi. Mi sto interrogando, cioè, sul presente e sul futuro di questa disciplina. Mi chiedo non solo quale sia la capacità della storia di contribuire all’interpretazione della realtà, in un mondo che sempre più mescola culture e genti, ma anche come possa sopravvivere, la pratica della ricerca storica, in un mondo che fa della velocità un valore imprescindibile.
Con i Cicli Futili guardo alla storia facendone strumento di un progetto artistico, mi travesto da storico andando alla ricerca di fatti minuti, ma non irrilevanti, eppure trascurati fin qui. Rifletto sulla ricerca storica, ma a ben vedere basta sostituire un aggettivo per capire a cos’altro sto pensando.”

Per ulteriori informazioni e per contribuire al progetto di Cristiano Berti Cicli Futili #1: Gaggini:

www.indiegogo.com projects futile cycles – gaggini

www.cristianoberti.it

help@cristianoberti.it

Intervista di Cristiano Berti su Exibart

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Cristiano Berti, Incubo Succubo, 2004

L’immaginazione è un rito/ che si celebra/ nella dimora del reale.” Adonis

Lo sguardo di Cristiano Berti (Torino, 1967) ha molto a che fare con l’antropologia, essendo le cose sue (fotografie, installazioni/ready-made, video, etc.) votate interamente all’indagine sull’uomo, in particolare al recupero delle zone d’ombra della bestia feroce fragile che definiamo essere umano.

Non sono immagini facili o piacevoli, né ambiscono ad esserlo: del resto nella tradizione figurativa italiana l’ingresso del reale senza infingimenti è qualcosa cui non siamo abituati, se non da certa fotografia degli ultimi decenni, e prima giusto Masaccio e pochissimi altri esempi nel corso di secoli (cfr. Federico Zeri, La percezione visiva dell’Italia e degli italiani, Torino, 1989).

A Berti non interessa la metafisica né il decorativo: è realtà diretta quella che tratta, necessaria, talvolta sino allo scarno.

Ancora più forte dunque il rendere assente la figura umana da molti suoi lavori, cui però tutto si riconduce, dagli oggetti usati agli ambienti ripresi, dai racconti ai suoni delle voci, alla lingua stessa.

Un fantasma dannatamente concreto, dunque.

E su quale tipo d’uomo si posa lo sguardo dell’artista mediando e conducendo anche il nostro di spettatori? La messa a fuoco è sul mondo delle ombre che sono realtà sfuggite più che sfuggenti, oltre lo specchio, nel cuore di tenebra di fatti dimenticati (non necessariamente con intenzione, forse per rimozione, o perché nulla ce ne importa alfine) perché la memoria dei luoghi, come quella delle persone, essendo fatta di tempo (più che mai rapido oggi) scivola più veloce della sabbia in una clessidra, evapora, persino, sotto le nostre coscienze intente intontite dall’andare avanti, perché avanti bisogna andare. O no?

Non moralizza, Berti, non dice qui è il bene, questo è male, ma rende noto, dà spessore alla parola consapevolezza, non informando, ma narrando. E chiedendo di fermarci. Ad ascoltare, poi a guardare, anche.

E di un grande romanzo tratta quindi l’antologica Vertigine del Reale, presso la Mole Vanvitelliana di Ancora sino al prossimo 1 aprile, a cura di Gabriele Tinti con un saggio critico di Luigi Fassi in catalogo (Allemandi, Torino 2012), organizzata dall’ottima Fuorizona ArteContemporanea di Macerata in collaborazione col Museo Omero. A questo proposito, vale la pena dire che Berti da tempo vive fra la sua Torino e le Marche, a Jesi in particolare.

Cristiano Berti, Memorial, 2001-2002

Questa mostra dà contezza degli ultimi dieci anni di ricerca dell’artista, della sua coerenza e del rigore nel ritrarre, nel classificare senza mistificare ciò che ci circonda, ciò in cui siamo immersi, di cui facciamo parte e che contribuiamo a creare, con richiami, legami forti, dall’una all’altra opera, come capitoli di un medesimo libro, realizzati sì in anni differenti ma consecutivamente: Memorial (2001-2002), immagini di campagna torinese desolata, talvolta qualche stabile abbandonato, scenari per vero di omicidi di ben 19 prostitute; Exeunte (2011), frammenti video di stellette e stelline semianonime del nostro cinema, talvolta neanche presenti nei titoli di coda, paradossalmente esistite perché queste pellicole testimoniano le loro comparse nella finzione mentre come uomini e donne reali perché rimasti vittime di delitti (da cui le domande: qual è stata la loro vita vera? Ne hanno avuta una? Sono mai realmente esistiti questi disgraziati ectoplasmi di celluloide? Di una in particolare la risposta è più che affermativa, avendo avuto ai tempi gli onori delle cronache, Anna Fallarino, uccisa dal marito poi suicida, il marchese Casati Stampa. E ancora: siamo sicuri noi stessi di non confondere la realtà con la fiction? Una delle immagini più inquietanti forniteci via etere nell’ultimo anno è quella di Obama col suo stato maggiore seduti in salotto mentre assistono in diretta TV all’uccisione di Bin Laden e dei suoi, come in una normale, tranquilla fiction casalinga, appunto).

Nella traccia sonora Happy (2004) è una voce femminile, africana, a dire delle macchie, delle ferite, delle cicatrici insospettabilmente lasciate dalla vita sul suo corpo; in Iye Omoge (2005-2006) la riflessione coinvolge udito vista e senso delle parole, intorno al torinese corso Regina Margherita, sino a una decina d’anni fa spartito in zone da diverse categorie di prostitute: quelle di “terza classe” erano dette Iye Omoge, termine nigeriano in disuso come la memoria di ciò che lì accadeva, qui documentata fotograficamente e cartograficamente, oltre che dal racconto di una delle protagoniste disponibile in rete. E sempre riguardo al recupero della memoria di parole e luoghi si vedano Incubo Succubo (2004), inerente ai nomi dei demoni, rispettivamente maschile e femminile, della tradizione cristiana che nel sonno hanno rapporti sessuali col fedele, e Universal Embassy (2006) sugli edifici che a Roma, Londra (in questo caso le due capitali colonialiste) e Bruxellles erano le ambasciate della Somalia, dimenticati come il destino di quel Paese devastato dalla guerra civile negli anni ’90, e poi divenuti, almeno in Belgio, spazio occupato dai profughi clandestini.

Cristiano Berti, Bosco, 2010-2012

C’è poi una serie di lavori che definirei nature morte, o meglio, più correttamente, still life, che non hanno cessato di parlare: in Scuola di modellato (2006) sono 24 calchi di arti umani ordinatamente appesi a parete a dirci di storie e corpi frammentati; in Prestige (2002) è un cumulo di sei valigie perdute sul treno tuttora col sigillo delle Ferrovie dello Stato a farci riflettere sul piccolo grande mistero del loro contenuto, dei frammenti di vite in esse contenute; in Corpi di reato (2005) sono oggetti di scasso arrugginiti + uno zaino + una bicicletta citazione desichiana a parlare degli uomini che li hanno usati e delle storie ad essi legati, cose scomparse, come i ricordi di una cara amica che mi raccontava di quando da giovane, nei primi anni ’60, cenava a Montmartre, circondata da ladri in lupetto e maglione a righe, topi di appartamento d’una Parigi degna del Maigret di Gabin.

E ancora: la locandina di giornale col titolo “Rogo API assolti i vertici condannato un operaio” (2005), in riferimento al fatto accaduto ad Ancona nel ’99 e che non necessita di ulteriori commenti (l’artista, con la consueta nettezza, si è limitato a riprodurre su laminati di plastica lo stampato, affinché la cronaca non potesse più essere carta straccia e dunque oggetto di oblio); i salotti borghesi di Sweet Home (2002-2003), ritratti senza i loro proprietari, e in genere accoglienti, non fosse per i diagrammi che testimoniano della concentrazione mortale di gas radon sui terreni di quelle case; l’installazione in progress Bosco (2010-2012) in cui ancora una volta oggetti ormai in disuso, in questo caso alberi di natale artificiali, sono chiamati a vita nuova, a rappresentare un bosco con tanto di traccia sonora di bosco vero, saltando continuamente il confine fra realtà e finzione come in altre opere. E questo saltellare si tinge d’humour nero in Best regards (2010), titolo credo non casualmente in inglese vista l’attenzione di Berti all’uso linguistico, in cui da una foto dell’87 di Marco Ugarte su Giovanni Paolo II e il dittatore Pinochet affacciati al medesimo balcone per salutare la folla, sono stati ritagliati i volti dei due protagonisti e chiunque può apporre la propria faccia a posto della loro, come in un gioco innocente da luna park.

Resta da chiedersi se nell’indagine serrata, nuda e cruda di Berti, ci sia spazio per una catarsi possibile dal tipo di umanità e d’uomo che ne emerge: la risposta è positiva ed è l’altra faccia della medaglia: la dimenticanza è disumanità, il non accorgersi delle cose è disumanità, il non saper più ascoltare o vedere è disumanità. Basta ribaltare i termini e tutto torna umano, profondamente umano e non privo di un certo lirismo insito nelle cose, nelle situazioni stesse, fosse anche solo l’apertura di un ascensore alle luci della notte (Silent nights, 2007).

Ma il riscatto vero lo si ha nel tornare a contatto con l’altro da sé, come in Lety (2009), video viaggio sul luogo dello sterminio nazista dei rom, fatto in compagnia di Ferko e Martinka, due persone cieche e con altri handicap fisici, ma soprattutto due artisti, due musicisti e memoria del loro popolo, oltre che fonte di entusiasmo vero per la vita pur con tutte le difficoltà annesse: ancora una volta l’oggetto delle attenzioni di Berti, l’umano, si esplica privo di pietismo e volto solo a mostrare ad occhi e orecchie l’insostenibile allegria di un canto sorgivo, di due vite che il senso comune giudicherebbe beffate dalla natura e che per forza e dignità e, oso nominarlo, amore, sono la quintessenza stessa di quella vertigine (ir)raggiungibile detta Vita.

Cristiano Berti Vertigine del Reale – Fuorizona ArteContemporanea

Cristiano Berti, Ferko e Martinka in Lety, 2009

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