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Posts Tagged ‘dadà’

Con i se, si sa, la storia non si fa, al più ci si può divertire a disfarla. È però lecito chiedersi se Joan Miró (Barcellona, 1893 – Palma di Maiorca, 1983) non fosse andato quasi trentenne a Parigi, nel 1921, non più giovanissimo dunque, sarebbe diventato l’artista singolare in seguito a tutti noto?

 

Joan Miró, L'orto con l'asino, 1918, Modernamuseet, Stoccolma

 

Opere precedenti, non prive di qualità, si attestano in un ambito figurativo non classico, piuttosto post fauves, sebbene cromaticamente non così acceso, e, in certi casi, quasi al limite del naïf. Ma l’originalità, il tratto fantastico del Miró più celebre, sono di là da venire.

Poi, Parigi: Hemingway, Miller, Pound, Prévert e soprattutto, più di Picasso, il lavoro dei dadaisti (già nel ’17 l’incontro con Picabia a Barcellona) e dei surrealisti (Éluard, Aragon, Breton, Masson, Ernst), con influenze e benefici reciproci, liberatori: e Miró divenne Miró. Dal 1923-24 elaborò un linguaggio peculiare, non assimilabile all’astrattismo russo, pur stimando Kandinskij, o a quello razionalista alla Mondrian, il quale forse gli è debitore per certi “fatti di colore”, come suggerisce Zeri.

 

Joan Miró, Il carnevale di Arlecchino, 1924-25, Albright-Knox Art Gallery, Buffalo, New York

 

Partendo dal dato reale e dalla memoria della terra catalana, coi suoi contadini e le lepri, farfalle e fiori, e grazie alle spinte autocognitive surrealiste, Miró distillò ogni immagine restituendola per segni elementari, quasi appoggiati a campiture semimonocrome, dai colori basici, con un’operazione culturale estremamente semplificante e raffinata al contempo, unica, tanto da far scuola indirettamente a molta grafica pubblicitaria posteriore.

 

Joan Miró, Paesaggio (La lepre), autunno 1927, Solomon R. Guggenheim Museum, New York

 

I quadri spesso non sono spiegabili razionalmente, nonostante i titoli, e forse solo il pittore, a livello inconscio, ne sa il senso preciso. D’altro canto, proprio per la loro presunta semplicità, risultano facilmente visibili a chiunque, da cui il granchio di certa critica che al tempo scartò Miró quale pittore senza sostanza, certo non un caso di cui occuparsi, salvo oggi essere inserito in qualsiasi manuale di storia artistica.

 

Joan Miró, Paesaggio catalano (Il cacciatore), 1923-24, MoMA, New York

 

Sempre Federico Zeri in una delle sue lezioni radiofoniche (poi raccolte in Un velo di silenzio, Milano, 2003, e in Abecedario pittorico, Milano, 2007), accosta le pitture del catalano a quelle preistoriche di Lascaux: schiuse da una sorta di memoria umana collettiva, hanno potenza ancestrale e archetipica e non a caso tornano in Miró certe forme, virgole, riferimenti talvolta sessuali o meglio alla fertilità, mostrando come l’unione perfetta, antica quanto il tempo umano, di razionale e irrazionale, sia parte a sua volta di un tutto inestricabilmente denso, per l’artista e per ognuno di noi. Quasi non andrebbero incorniciati i suoi quadri, ma lasciati espandere idealmente su pareti (come nelle grotte del Magdaleniano), soffitti, pavimenti persino e senza un verso preciso, non ci fosse la firma ad indicarne uno.

 

Joan Miró, Senza titolo, 1926, Fundación Alorda-Derksen, Barcellona

 

L’artista, da figlio di orefice, seppe rendere ciò con eleganze minute, quasi pari a una musica, sebbene non intenzionale come in Klee, piuttosto una sensazione insinuante, tra le Tzigane per violino e orchestra di Ravel e i giri del Valzerino nº 72 (già nelle Prove d’orchestra felliniane) di Nino Rota, anch’egli autore al tempo dequalificato come musicista da film, arte, peraltro, nobilissima.

 

Joan Miró, Personnages et oiseaux dans la nuit, 1974, Centre Georges Pompidou, Parigi

 

A partire dal secondo dopoguerra, Miró si tenne in aggiornamento costante rispetto alle novità dell’informale europeo (Dubuffet, Burri, Tàpies, etc.) e statunitense (Pollock, Motherwell, etc.), con collages di oggetti eterogenei, tele e murali gestuali o altri esperimenti, ma la parte più originale del suo percorso era compiuta, sebbene meriti più di un cenno l’attività talvolta involontariamente totemica di scultore in bronzo e ceramista, ovvero il contatto coi metalli e le materie terrose, l’altra fondamentale metà di Miró, con opere in collaborazione col ceramista conterraneo Josep Llorens Artigas, fino agli estremi di una vita fra le più longeve e prolifiche del secolo scorso.

 

Joan Miró - Josep Llorens Artigas, Courge (Zucca), 1956, ceramica, coll. privata

 

Fundació Joan Miró – Barcellona

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“La magia di una parola – DADÀ – che ha aperto ai giornalisti la porta di un mondo insospettato, non ha per noi la minima importanza.

(…) Scrivo questo manifesto per provare che si possono fare contemporaneamente azioni contraddittorie, in un unico refrigerante respiro; sono contro l’azione; per la contraddizione continua, e anche per l’affermazione, non sono né favorevole né contrario, e non dò spiegazioni perché detesto il buonsenso.

DADÀ – ecco una parola che spinge le idee alla caccia; (…).

Hans Arp, Ritratto di Tristan Tzara, 1916, coll. privata

DADÀ NON SIGNIFICA NULLA

Alcuni giornalisti eruditi ci vedono un’arte per neonati, per altri santoni, versione attuale di gesùcheparlaifanciulli, è il ritorno a un primitivismo arido e chiassoso, chiassoso e monotono.(…) L’opera d’arte non deve rappresentare la bellezza che è morta (…). Un’opera d’arte non è mai bella per decreto legge, obiettivamente, all’unanimità. La critica quindi è inutile, non può esistere che soggettivamente, ciascuno la sua, e senza alcun carattere di universalità.

Si crede forse di aver trovato una base psichica a tutta l’umanità? (…)

Così nacque DADÀ da un bisogno di indipendenza, di diffidenza nei confronti della comunità. Quelli che dipendono da noi restano liberi. Noi non ci basiamo su nessuna teoria. Ne abbiamo abbastanza delle accademie cubiste e futuriste: laboratori di idee formali. Forse che l’arte si fa per i soldi o per lisciare il pelo dei nostri cari borghesi? (…)

Il pittore nuovo crea un mondo i cui elementi sono i suoi stessi mezzi, un’opera sobria e precisa, senza soggetto. L’artista nuovo si ribella: non dipinge più (riproduzione simbolica e illusionista) ma crea direttamente con la pietra, il legno, il ferro, lo stagno, macigni, organismi, locomotive che si possono voltare da tutte le parti secondo il vento limpido della sensazione del momento. Qualunque opera pittorica o plastica è inutile; che almeno sia un mostro capace di spaventare gli spiriti servili, e non la decorazione sdolcinata dei refettori degli animali travestiti da uomini, illustrazioni della squallida favola dell’umanità. (…)

Marcel Duchamp, Roue de bicyclette, 1913 (originale perduto, replica), coll. privata

DADÀ è l’insegna dell’astrazione (…). Si crede di poter spiegare razionalmente attraverso il pensiero, quel che si scrive. Ma anche questo è molto relativo. Il pensiero è una bella cosa per la filosofia, ma relativa. La psicanalisi è una malattia pericolosa, addormenta le tendenze anti-realtà dell’uomo e fa della borghesia un sistema.

L’Estrema Verità non esiste. (…) Continuate pure miei cari, umanità… La scienza ci dice che siamo servi della natura: tutto è perfetto, fate all’amore e rompetevi il collo. Continuate miei cari, umanità, bravi borghesi e giornalisti vergini…Io sono contro tutti i sistemi, l’unico sistema accettabile è quello di non seguirne, sistematicamente, nessuno. Completarsi, perfezionarsi nella propria esiguità fino a colmare la misura del proprio io, coraggio di combattere pro e contro il pensiero, mistero del pane, scatto improvviso di un’elice infernale verso elisi economici (…).

Ma se la vita è una farsa mal riuscita, senza scopo né parto iniziale e, dal momento che noi riteniamo di doverne uscire puliti, crisantemi lavati da ogni macchia, abbiamo proclamato come unica base di intesa: l’arte.

Che non ha quell’importanza che noi, masnadieri dello spirito, le stiamo cianciando da secoli. L’arte non affligge nessuno e coloro che se ne sanno interessare, ne ricevono in cambio carezze e belle occasioni di popolare il terreno della loro conversazione. L’arte è una cosa privata, l’artista la fa per se stesso (…).

Kurt Schwitters, Merzbild Rossfett, 1918-19, Ginevra, Musée d'Art et d'Histoire

Noi abbiamo rimosso la nostra tendenza al piagnisteo. Ogni infiltrazione di questo tipo è diarrea candita. Incoraggiare quest’arte significa digerirla. Abbiamo bisogno di opere forti diritte precise e incomprese una volta per tutte. La logica è una complicazione. La logica è sempre falsa. (…)

La morale atrofizza come tutti i flagelli prodotti dall’intelligenza. (…) La morale ha avuto come conseguenze la carità e la pietà, due palline di sego che si sono ingrossate come elefanti o pianeti, e che si usa definire buone. Ma non hanno nulla a che vedere con al bontà. La bontà è lucida e chiara e decisa, senza pietà per i compromessi e per la politica. (…) La pietà è un sentimento quanto lo è la diarrea rispetto al disgusto che guasta la salute: funzione immonda, da carogne, quella di compromettere il sole. Io proclamo l’opposizione di tutte le facoltà cosmiche alla blenorragia del putrido sole che vien fuori dalle fabbriche del pensiero filosofico, la lotta accanita, con tutti i mezzi possibili, del

DISGUSTO DADAISTA

Qualsiasi prodotto del disgusto suscettibile di trasformarsi in negazione della famiglia, è Dadà; protesta a suon di pugni di tutto il proprio essere teso nel’azione distruttiva: DADÀ; presa di coscienza di tutti i mezzi repressi finora dal sesso pudibondo: DADÀ; abolizione della logica, balletto degli impotenti della creazione: DADÀ; di ogni gerarchia ed equazione sociale di valori stabilita dai servi che bazzicano tra noi: DADÀ; ogni oggetto, tutti gli oggetti, i sentimenti e il buio, le apparizioni e lo scontro inequivocabile delle linee parallele, sono armi per la lotta: DADÀ; abolizione della memoria: DADÀ; abolizione dell’archeologia: DADÀ; abolizione dei profeti: DADÀ; abolizione del futuro: DADÀ; fede assoluta irrefutabile in ogni dio che sia il prodotto immediato della spontaneità: DADÀ; salto elegante e senza pregiudizio dall’armonia all’altra sfera; traiettoria di una parola lanciata come un disco sonoro grido; rispettare tutte le individualità nella loro follia momentanea: grave, timorosa, timida, ardente, possente, decisa, entusiasta; sfrondare la propria chiesa di ogni accessorio mastodontico e inutile; sputare come una cascata luminosa l’idea scortese o amorosa, oppure accarezzarla –con la sensazione altamente compiaciuta che tanto è lo stesso- con uguale intensità nel cespuglio, non contaminato da insetti per il sangue nobile e dorato dai corpi degli arcangeli, dalla sua anima.

Libertà: DADÀ DADÀ DADÀ, urlo di colori contratti, groviglio degli opposti e di tutte le contraddizioni, del grottesco e dell’incongruenza: LA VITA.”

Tristan Tzara, Manifesto Dadà, 1918 (da “Tristan Tzara Manifesti del dadaismo e Lampisterie“, Torino, 1964)

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