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Posts Tagged ‘damien hirst’

E bravo Hirst che ha saputo reinventare sé stesso dopo la caduta del 2008!

Quella veneziana di Palazzo Grassi e Punta della Dogana è una mostra che consiglio per ogni età e grado di conoscenza: ognuno potrà leggere ciò che vuole, inclusi i divertiti e divertenti saccheggi e citazioni di cui il nostro fa uso ampio e consapevole.

È un gran bazar in cui si mescolano differenti livelli fra realtà e finzione, Topolino e l’Antichità, anime, manga e miti, l’arte e la sua negazione, una profusione d’oro e meraviglia neobarocca e presa in giro della stessa, invito a credere ancora nel potere dell’immaginazione e del feticismo dell’oggetto manu-arte-fatto (ma non dall’artista, sia chiaro) e sospetto d’un nichilismo totale del senso di tutto ciò, non a caso sospeso fra precisione infinitesima del dettaglio più minuto e chiassosa baracconata hollywoodiana, benché presentata in grande stile ovvero come Hirst (e Pinault) comanda.

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Dunque una via d’esposizione-narrazione da riscoprire e esplorare per l’arte dei prossimi anni (certo avendo i mezzi adeguati) o un unicum celebrante la sua stessa resa di fronte all’immagine liquida contemporanea (© Bauman) con festa finale e fuochi d’artificio? Inoltre, ha ancora senso parlare di individualità sacrale-post romantica dell’artista o a certi livelli è più che mai necessario avere oltre a un finanziatore anche una squadra organizzativa che produca non solo gli oggetti ma le idee stesse, cui poi l’artista pone il proprio nome-marchio?

A proposito: quanto finora ho scritto potrebbe non avere pieno senso se non si tiene conto del cinismo anche economico dell’arte della comunicazione di cui Hirst è fra i maestri riconosciuti: forse è questo il vero punto e unico scopo di tutta questa montagna di cose (accumulazione di sontuosa e luccicante e affascinante paccottiglia di lusso): far parlare di sé, dell’evento, del cosiddetto artista. E la possibilità di scattare liberamente fotografie lungo tutto il percorso credo sia parte di questa strategia dello spettacolo di diffusione dell’immagine.

 

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Tirando le somme, il biglietto e il (pur costoso) catalogo valgono la pena, purché stiate al gioco dell’inganno-fattoide narrativo: “Nel 2008, al largo della costa orientale dell’Africa fu scoperto un vasto sito con il relitto di una nave naufragata (Apistos – l‘Incredibile). Il ritrovamento ha avallato la leggenda di Cif Amotan II, un liberto di Antiochia, vissuto tra la metà del I secolo e l’inizio del II secolo d.C. (…)”.

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Ora, tralasciando il nome Cif (potrebbe simpaticamente ricordare un noto detersivo proprietà della multinazionale anglo-olandese Unilever o meglio ancora l’acronimo “Cost, Insurance and Freight” – ovvero “costo, assicurazione e nolo” – una delle clausole abituali nelle transazioni commerciali internazionali), guarda caso la storia di questo ritrovamento parte dal 2008, data del fatidico crollo delle quotazioni di Hirst, mescolando ancora una volta biografia e attività artistica. Il gioco (di cui ovviamente fa parte anche questa pagina come le centinaia di altre che argomentano su questa mostra: basta averne contezza e poi lasciarsi andare) continua senza soluzione di continuità. Buona visita.

Damien Hirst – Treasure from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

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Ier sera, un critico ravennate voleva convincermi di come oggi l’arte sia in piena decadenza, solo spot e trovate, mentre Burri o Arman, sì che erano maestri. In particolare ce l’aveva con l’arte povera, il concettuale tutto e la triade Hirst, Cattelan e Koons.

Inutile tentare la difesa di Boetti, Kounellis o De Dominicis, o della nuova scuola romana (Tirelli, Nunzio, Pizzi Cannella, etc.): tutto a ramengo o nel migliore dei casi déjà vu. Per non dire della fotografia, puah!

Che in giro ci sia molta paccottiglia è vero, ma è sempre stato così: semplicemente, il discrimine del tempo non ha ancora avuto tempo di agire. Che la triade piaccia poco e nulla anche al sottoscritto altrettanto, non perché sia di moda sparare su chi abbia successo, ma perché da anni hanno smesso di fare ricerca (qualcuno non ha mai neanche cominciato) diventando manieristi di se stessi. Costosissimi, bontà del marketing proprio e dei loro galleristi.

Ma da qui a trincerarsi dietro l’altrettanto stantìo “ai miei tempi era meglio”, ne passa, roba da far venire le verruche a  Omero.  Non fosse altro perché, assai banalmente, finché sarà l’uomo, sarà anche l’arte. Estinto l’uno, via anche l’altra. E, come sempre, buttare nel bidone grano e pula è la vera operazione maldestra e trita, fatta di parole vuote.

Tutta questa retorica mi ha fatto venire in mente una sequenza stracult: a proposito di avanguardia, ecco il mitico Albertone con Buzzicona (Anna Longhi) alla Biennale del ’78 (episodio Le vacanza intelligenti, dal film Dove vai in vacanza?, 1978).

Sito ufficiale dedicato ad Alberto Sordi (Roma, 1920-2003)


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