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Posts Tagged ‘derrick de kerckhove’

Premessa: pubblico la mia introduzione al volume LiberoLibroEssegi. Rivisitazione di libri (Edizioni Essegi, San Michele-Ravenna 2016), progetto nato nel 2008 e che ha già avuto altre edizioni di successo. In sostanza, alcuni studenti di Accademie e Facoltà d’arte italiane e straniere (Ravenna e Bologna, Urbino, Lecce, Brera-Milano, Catanzaro, Carrara, Roma, Lisbona, Bilbao, Barcellona) si sono cimentati nell’elaborare opere a partire da vecchi testi Essegi da loro interpretati, stravolti, manipolati, in una parola ricreati, fatti rivivere. Non posso che ringraziare Paola Babini, coordinatore didattico dell’Accademia di Ravenna, e Patrizia Dal Re, editore Essegi, per avermi coinvolto in questa bella iniziativa.

libero-libro-essegi-2016

LiberoLibroEssegi 2016. Una piccola rivoluzione manuale

di Luca Maggio

“Il linguaggio è ciò che rende sopportabile vivere con gli altri ma è anche ciò che fa riaprire le ferite.” Anne Carson, Antropologia dell’acqua

L’occidente è la civiltà della parola, in particolare dell’alfabeto vocalico che in forma scritta si traduce in sequenze lette da sinistra a destra, cosa questa che ha sollecitato l’uso dell’emisfero sinistro del nostro cervello e dunque delle sue funzioni analitiche e razionali, al contrario di altre tradizioni scritte non vocaliche, con lettura da destra a sinistra, che sono ricorse all’emisfero destro, più spaziale, sintetico e sede delle emozioni umane.

Dallo studio di questa premessa, Derrick de Kerckhove[1] mostra come proprio a partire dalla scelta espressiva dei due diversi tipi di alfabeto siano derivate società differenti, in particolare quella vocalica occidentale caratterizzata da un pensiero logico-sequenziale-scientifico alternativo, se non opposto, ai modelli orientali non a caso più aperti all’ambito del mistero (del resto, dove sono nate le grandi religioni mono e politeiste?).

Tuttavia proprio i nuovi media occidentali (di un occidente però globalizzato, con influenze e apporti da ogni latitudine) stanno mettendo in crisi questa dicotomia linguistica nel momento in cui attraverso il tablet, la tavoletta-schermo, pur confermando l’antica e più pratica forma del codex-libro rispetto ai volumina, ovvero i rotoli in papiro o pergamena dell’antichità, hanno creato un testo (e perché no, ipertesto) multimediale che necessita delle attitudini proprie dell’emisfero destro, prima fra tutte la simultaneità spaziale, peraltro con conseguenze sulla riorganizzazione del linguaggio e delle informazioni da parte delle generazioni attuali e a venire.

Tornando alle radici dell’occidente più classico, si dice che l’Europa moderna sia nata dall’incontro fra civiltà greco-romana ed ebraica, troppo spesso scordandosi dei contributi fondamentali dati dai cosiddetti barbari, germani o asiatici che fossero, che rinvigorirono un impero esausto e in crisi economico-sociale da secoli, sino ad adottarne alcune forme o a trasformare in altre quelle originali: emblematico in questo senso l’Editto del longobardo Rotari (643) che, in caso di controversie, pur tentando una sostituzione delle faide con risarcimenti in beni e denaro (guidrigildo), continuava ad ammettere l’ordalia, ovvero il “giudizio di Dio” in cui il presunto colpevole si doveva sottoporre a prove fisiche purificanti con acqua o più spesso fuoco e carboni ardenti.

Entra (o per tanti versi rientra) dunque nel riordinato mondo occidentale dopo la codificazione legislativa giustinianea (il Digesto del 533) l’elemento performativo-corporale che scacciato dall’ufficialità rigorosa e cristiana, non solo percorre lunghe vie carsiche che, a parte le nudità plastico-pittoriche inaugurate dal Rinascimento in poi, lo conducono a una libertà definitiva solo nell’inoltrato XX secolo, ma qua e là rispunta beffardo proprio dove e quando meno lo si attenderebbe: nel cuore del cuore del medioevo, civiltà biblica nel senso del Libro per eccellenza e dei libri suoi commentari e derivati, manoscritti talvolta con miniature provocanti e più che esplicite, come un’invocazione degli artisti a non rinunciare mai da parte dell’uomo alla festa del suo corpo.

Ed ecco che il corpus di testi avanzati e destinati al macero delle Edizioni Essegi, provenienti da un magazzino che ci si augura infinito e s’immagina alchemicamente soffuso di polvere e lucore metafisico in sottofondo di Scelsi, viene barbaricamente aperto, sezionato, vivificato da una piccola rivoluzione manuale, giunta ormai alla terza edizione, attuata da giovani artisti di svariate Accademie, che trasformando ma non snaturando l’oggetto a loro capitato in sorte, compiono l’operazione inversa del praghese rabbi Jehuda Löw scrivendo in fronte al loro piccolo golem solo “emet” (verità) e non più “met” (morte), applicando in senso più che attivo la “responsabilità creativa del lettore” di cui parlava George Steiner[2], dunque giocando con la carta e connettendo quelle parole obliate al lavorio dei loro emisferi destri, come a dimostrare che libri si nasce ma si diventa anche, avendo più vite insospettate a disposizione in pochi cm quadrati, purché essi siano sede di “scoperta (inventio) … di immagini vergini e giustificate solo da se stesse, la cui validità è determinata solo dalla quantità di GIOIA DI VITA che contengono.”[3]

Dice uno dei personaggi del folgorante La casa di carta di Carlos Maria Domínguez: “La biblioteca che si mette insieme è una vita. Non è mai una somma di libri”, cosa che infatti causerà la follia di Carlos Brauer, il bibliofilo e misterioso protagonista del romanzo. La biblioteca “altra” rinata e cresciuta negli ultimi anni grazie al progetto “LiberoLibroEssegi” ne è fra le testimonianze più generative.

(Introduzione al volume LiberoLibroEssegi. Rivisitazione di libri , Edizioni Essegi, San Michele-Ravenna 2016)

 

[1] D. de Kerckhove, Dall’alfabeto a internet. L’homme «littéré»: alfabetizzazione, cultura, tecnologia, Milano 2009.

[2] G. Steiner, Nessuna passione spenta, Milano 2001.

[3] Camillo Corvi-Mora, Piero Manzoni, Ettore Sordini, Giuseppe Zecca, Per la scoperta di una zona d’immagini, 9 dicembre 1956.

 

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Premessa: l’articolo che segue apparirà su Mosaïque Magazine n.12, Parigi luglio 2016. 

A proposito di Silvia Naddeo, terrò con questa splendida artista una conversazione sul suo lavoro in occasione della Festa Artusiana 2016 lunedì 27 giugno alle 21.00 presso la Piazzetta Berta e Rita (Via delle Cose Diverse – Via A. Saffi 78) a Forlimpopoli. Non mancate!

Infine, ricordo che è attualmente in corso sino al 3 luglio la sua personale Trasfigurazioni del gusto, a cura di Raffaele Quattrone, presso il Palazzo del Monte di Pietà, Corso Garibaldi 37, a Forlì.

Silvia Naddeo, Eat Meet, 2009

Silvia Naddeo, Eat Meet, 2009

Bistrot Naddeo: realtà, virtualità, relazione

di Luca Maggio

“Il gioco è una funzione che contiene un senso.” Johan Huizinga, Homo ludens

È noto l’episodio narrato da Plinio il Vecchio in cui il pittore Zeusi, orgoglioso di aver ingannato alcuni uccelli che volevano beccare dell’uva da lui dipinta, venne a sua volta ingannato da un telo dipinto su un quadro dal rivale Parrasio.[1]

L’uso e il gioco di moltiplicazione del reale del trompe l’œil è dunque conosciuto sin dall’antichità anche in ambito musivo, basti pensare ai tanti esempi di “asárotos òikos”, il “pavimento non spazzato”, con la rappresentazione dei resti di un pasto e, sebbene l’inganno dell’occhio abbia trovato l’epoca di massimo splendore in età manierista e barocca, è giunto sino al nostro tempo.

Silvia Naddeo, Eg(g)0, 2009

Silvia Naddeo, Eg(g)0, 2009

Non mi riferisco tanto alle varie correnti e personalità dell’arte cinetica del secolo scorso, ma alla grande illusione del cinema e, tecnicamente, al moto dei singoli fotogrammi altrimenti fissi, mentre in anni recenti, a realtà virtuali come Second Life sviluppatesi in termini sempre più sofisticati: “al momento della scoperta del trompe l’œil si provava un piacere simile a quello che oggi proviamo con la realtà virtuale. Era una forma estatica del vedere che nasceva in un momento storico di grande cambiamento. Oggi viviamo nel Neo-barocco, che come il Barocco è un momento di cambiamento storico e sensoriale”[2].

Partendo da una tecnica musiva perfettamente curata nel dettaglio, l’attività figurativa messa a punto da Silvia Naddeo coglie questi ambiti di significato e vi si muove attraverso il punto d’osservazione del cibo inteso sia come passione personale[3] sia come catalizzatore socio-antropologico, essendo sempre più desiderosa di mettere in relazione le sue opere col pubblico o meglio con le persone grazie a media tecnologici multimediali.

Silvia Naddeo, Sweet Things (particolare), 2010

Silvia Naddeo, Sweet Things (particolare), 2010

Nel giro di brevi anni, l’attenzione dell’artista si è spinta da una produzione dall’eco iperrealista come nella carota gigante Eat meat  del 2009 o nelle uova a grandezza naturale di  Eg(g)o e Sweet things del 2009 e 2010, all’avviare studi sulle tradizioni culinarie popolari e tipiche di alcuni luoghi a lei noti come il classico crescione romagnolo con squacquerone e rucola ironicamente chiamato Romagna Pride[4] del 2011 o l’enorme e visivamente sontuosa Transition di ben 170 cm di diametro, realizzata grazie a una residenza d’artista presso la Ismail Akhmetov Foundation di Mosca nel 2012 e rappresentante il blin, la frittella-focaccina della tradizione russa accompagnata da panna acida e caviale, legata a origini antiche e culti pagani: la forma, il colore e il calore ricordano il sole e dunque la transizione di rinascita primaverile, tanto che il primo blin preparato con abiti rituali veniva offerto in senso propiziatorio alle anime dei morti. Poiché la storia del cibo è storia intima della cultura umana, i bliny si ritrovano oggi nella festa della Maslenitsa, corrispondente alla settimana carnevalesca precedente la Quaresima: sono quindi stati assorbiti dal cristianesimo, come del resto è avvenuto in occidente sin dall’associazione vino e pane quali sanguis et corpus Christi.[5]

Silvia Naddeo, Transition, 2012

Silvia Naddeo, Transition, 2012

Parallelamente a queste ricerche, forse nelle prime opere con un sincretismo più vicino a surrealtà, dada e pop della poetica di un Pino Pascali quanto all’apparente semplicità dei disegni, per quanto di realizzazione faticosa, e complessità dei simboli trattati, rispetto ad esempio ai Tableaux-Pièges di Daniel Spoerri (alla nostra artista interessa il cibo integro e non i suoi resti), è sempre più forte nella Naddeo la volontà di coinvolgere lo spettatore in modo più diretto, rendendolo soggetto attivo delle proprie opere.

Silvia Naddeo, Storia di una zucchina

Silvia Naddeo, Storia di una zucchina, 2011

Da una parte iniziano le narrazioni coi rimandi pittorico letterari dell’installazione Byron’s delight, vera e propria déjeuner sur l’herbe del 2011. Dall’altra, sul piccolo formato, ecco spuntare nello stesso anno la Storia di una zucchina in cui la comune verdura tagliata a rondelle racconta su ciascuna di queste la propria vicenda attraverso miniature su carta stampate col computer e incollate sul supporto musivo, dall’annaffiatura del primo seme sino all’ortaggio maturo che si sta guardando e toccando, con una sorta di autobiografia dall’umore meta-teatrale e pirandelliano, essendo comunque finto, ricostruito, in apparenza muto, l’oggetto a mosaico che a suo modo sta invece parlando.

Silvia Naddeo, Byron's Delight, 2011

Silvia Naddeo, Byron’s delight, 2011

Se ogni racconto necessita di un ascoltatore, il passaggio successivo della regia visiva della Naddeo avviene con l’operazione MyPanino del 2013 e consiste nel trasformare il visitatore in costruttore dell’opera, per cui ognuno può scegliere su una tavola gli ingredienti in mosaico preparati dall’artista e fabbricare da sé il panino specchio della propria personalità. Fatto questo si scatta una foto con un dispositivo connesso col sito www.mypaninoproject.com o con un mezzo proprio, smartphone o tablet, per poi condividerlo con l’hashtag #mypanino in vari social network: in pochi secondi, il millenario mosaico passa da tattile a multimediale, creando una galleria, anzi uno spartito di caratteri umani pressoché infinito variando preferenze e disposizione delle poche note di alimenti proposti.[6]

Silvia Naddeo, My panino

Silvia Naddeo, MyPanino (particolare), 2013

Questo si deve all’intuizione di Silvia Naddeo che cercando attraverso il cibo, centro mitico dell’umano, un sistema di relazioni fra oggetto, persona e comunicazione, ottiene quella che per Lévi –Strauss era “un’inversione del rapporto fra il mittente e il ricevente, giacché in fin dei conti è il secondo che si scopre significato dal messaggio del primo: la musica vive sé stessa in me, io mi ascolto attraverso di essa. Il mito e l’opera musicale appaiono dunque come direttori d’orchestra i cui uditori sono silenziosi esecutori.”[7]

Silvia Naddeo, A cena con – No ordinary dinner, 2015

Silvia Naddeo, A cena con – No ordinary dinner, 2015

Approfondendo il discorso sulla realtà virtuale collegata al mosaico, nel 2015 è la volta del progetto A cena con – No ordinary dinner presentato come il precedente al Premio GAeM[8]: su una tavola elegantemente apparecchiata per due sono presenti alcuni cibi in mosaico che rimandano a un misterioso artista, in questo caso Salvador Dalí. Per completare tale quadro e indovinare chi sia l’ospite, una volta che si siede l’invitato può letteralmente entrare nell’universo creativo del convitato di pietra attraverso una Google Cardboard, il visore virtuale che viene così posto in relazione ad un evento artistico, non solo musivo, in modo originale e inedito, creando un circuito ininterrotto che rende (quasi) impossibile distinguere fra sogno e realtà come voleva il vecchio Breton dei Vasi comunicanti (1932).

Sempre nel 2015 la Naddeo porta avanti un piccolo ma significativo piano musivo, Day by Day, un percorso manuale e digitale della durata di un anno in cui per ogni giorno/frammento viene scelta una tessera/frammento simbolo del giorno stesso, posta su un biglietto da visita firmato e datato, il tutto associato a un oggetto caratterizzante l’unicità del momento effimero e infine fotografato e pubblicato su daybydaysilvianaddeo.tumblr.com.

Silvia Naddeo, Day by Day, 2015

Silvia Naddeo, Day by Day, 2015

Questo omaggio quotidiano alla propria materia espressiva è anche testimonianza autentica del carpe diem oraziano, dal momento che “carpere” nel senso usato dal poeta non vuole genericamente dire “prendere, cogliere l’attimo”[9], ma “sbocconcellare” l’intero rappresentato dal tempo, giorno per giorno, anzi istante dopo istante, cercando di assaporare sino in fondo cosa sia quel mistero chiamato vita, senza necessariamente spiegarsi tutto.

Dunque la mente di questa artista è vero luogo dell’incontro di forme e mezzi materiali, umani, virtuali, una sorta di “Bistrot Naddeo” in cui sotto lo sguardo complice, presente, mai giudicante della proprietaria, gli incontri “respirano. I discorsi che vi s’incrociano sono pieni di illusioni e delusioni, desideri e paure, speranze e dubbi: insomma, per dirla tutta, d’intelligenza.”[10]

www.silvianaddeo.com

 

[1] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXV, 65, Milano 2000, p. 185.

[2] Derrick De Kerckhove, in Flaminio Gualdoni, Trompe l’œil, Ginevra-Milano 2008, p.26.

[3] “So che all’apparenza possa sembrare strano, ma trovo che il mosaico come la cucina abbiano molti punti di contatto e similitudini rispetto al processo creativo. Un mosaicista, come del resto un cuoco, sceglie accuratamente le materie prime che utilizzerà per creare ed esaltare la propria opera. Il taglio delle tessere non si discosta poi tanto dalla preparazione dei singoli alimenti, come poi  l’interazione che avviene tra di essi, l’attesa del risultato che si compone lentamente (e che a volte può richiedere l’aggiunta di un po’ più di condimento), fino al risultato finale che sfocia in un’esperienza di condivisione e nutrimento per i sensi. (…) Ciò che più mi affascina,  per quanto riguarda la tematica del cibo, è tutto quello che si nasconde dietro ad un alimento o pietanza che sia, gli aspetti socio culturali a cui è legato e che lo contraddistinguono.” Silvia Naddeo da un’intervista rilasciatami nel 2011 e pubblicata sul mio blog: https://lucamaggio.wordpress.com/2011/11/09/mosaico-oggi-intervista-a-silvia-naddeo/

[4] Quest’opera fa parte delle collezioni del CIDM – Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico, sezione del Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna.

[5] Massimo Montanari, La fame e l’abbondanza. Storia dell’alimentazione in Europa, Bari 1997, pp.24-25.

[6] Volendo associare una musica al lavoro di Silvia Naddeo, il suo usare strumenti classici come la tradizionale tessera musiva in relazione a media contemporanei mi ricorda lo stile jazz di Page One di Joe Henderson e più delle sofisticazioni mascherate di semplicità e ironia di Quatre Hors d’Oeuvres e Quatre Mendiants di Rossini, le dinamiche delicate ma inusuali e piene di brio della Sonate K.282 en mi bémol majeur di Mozart.

[7] Claude Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto, Milano 1990, p. 35 (Mythologiques I. Le cru et le cuit, Paris 1964).

[8] Il Premio Giovani Artisti e Mosaico viene organizzato dal CIDM di Ravenna ogni due anni dal 2011.

[9] Secondo il senso che si vuole attribuire alla frase, il latino prevede più verbi col significato di “prendere”, ad esempio l’oraziano “carpere”, oppure “capere” da cui “captivus”/“prigioniero”, o “sumere” nella Vulgata di San Girolamo, quando Cristo offre da mangiare agli apostoli il pane consacrato come suo corpo (Mc 14,22).

[10] Marc Augé, Un etnologo al Bistrot, Milano 2015, p. 83 (Éloge du bistot parisien, Paris 2015).

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