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Posts Tagged ‘diego rodríguez de silva y velázquez’

Premessa: oggi è Festa della Repubblica. Il 2 giugno del 1946 questo Paese sceglieva la via democratica della modernità. Nella nostra Costituzione (ricordiamolo, in vigore dall’1 gennaio 1948) l’articolo 9 recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” Ed è l’unica al mondo ad avere fra i suoi principi fondamentali (i primi dodici straordinari articoli) una dichiarazione così.

Chissà cosa sarà passato in mente a quei “folli” dei padri costituenti per pensare e scrivere una cosa del genere sulle macerie ancora fumanti del dopoguerra. In realtà quegli uomini vedevano lontano perché conoscevano la storia. E sapevano che ciò che resta del tempo, nel tempo, è solo la bellezza. 

Viva la Costituzione! Viva la Repubblica!

Diego Velázquez, Ritratto del buffone Juan Calabazas, 1636-38 ca., Museo del Prado, Madrid

Diego Velázquez, Ritratto del buffone Juan Calabazas, 1636-38 ca., Museo del Prado, Madrid

“Nella natura della ragione è di percepire le cose sotto una certa specie di eternità.” Baruch Spinoza[1]

Il Prado di Madrid è un luogo di incontro impareggiabile. Le gallerie somigliano a strade affollate di vivi (i visitatori) e di morti (i personaggi dipinti).

I morti però non hanno lasciato questo mondo; il “presente” in cui furono dipinti, il presente inventato da chi li dipinse, è vivido e animato come il nostro oggi. Di tanto in tanto più vivido. Gli abitanti di questi momenti dipinti si mescolano ai visitatori della sera e insieme, i morti e i vivi, trasformano le gallerie in ramblas.

Ci vado di sera in cerca dei ritratti di buffoni dipinti da Velázquez. Mi ci sono voluti anni a comprendere il loro segreto, e forse mi sfugge ancora. Velázquez dipinse questi uomini con la medesima tecnica e lo stesso sguardo scettico ma non giudicante con cui dipinse le infante, i re, cortigiani, domestiche, cuochi ambasciatori. Eppure tra lui e i buffoni c’era qualcosa di diverso, qualcosa di cospiratorio. Secondo me la loro tacita, discreta cospirazione riguardava le apparenze, vale a dire, dato il contesto, l’aspetto delle persone. Né loro né lui si lasciavano ingannare o schiavizzare dalle apparenze; piuttosto ci giocavano: Velázquez come maestro delle illusioni, loro come giullari. (…)

Il loro mestiere consisteva nel distrarre di quando in quando la corte reale e chi aveva l’onore di governare. Per questo, beninteso, i buffoni sviluppavano e utilizzavano talenti da clown. Tuttavia le anomalie del loro aspetto svolgevano anch’esse un ruolo importante nel divertimento offerto agli spettatori. I giullari erano mostri grotteschi che, per contrasto, dimostravano la finezza e la nobiltà di chi li osservava. Le loro deformità confermavano l’eleganza e la statura dei loro signori. Questi ultimi e i loro figli erano prodigi di natura; i giullari erano spassosi errori di natura.

Gli stessi buffoni ne erano perfettamente consapevoli. Erano scherzi di natura e signori delle risate. Le battute possono ribattere al riso che provocano, e a quel punto è chi ride che diventa ridicolo: tutti gli stupefacenti clown circensi sfruttano questa altalena.

La facezia che solo il buffone spagnolo era in grado di cogliere era che l’aspetto di tutti noi è una faccenda passeggera. Non un’illusione, ma qualcosa di effimero, tanto per i prodigi quanto per gli errori! (Anche la transitorietà è una freddura: guardate come escono di scena i grandi comici.)

Il giullare che amo di più è Juan Calabazas. Giovanni La Zucca. (…)

Nel secondo e ultimo ritratto, Giovanni la Zucca è accovacciato sul pavimento, sicché è alto come un nano e ride e parla e le sue mani sono eloquenti. Lo guardo negli occhi.

Sono inaspettatamente fissi. L’intero viso tremola nella risata – la sua o quella che sta provocando, ma nei suoi occhi non c’è alcun tremolio; sono impassibili e fermi. E non è a causa del suo strabismo, giacché lo sguardo degli altri giullari – me ne rendo conto a un tratto – è simile. Le diverse espressioni dei loro occhi contengono tutte un’identica immobilità, estranea alla durata del resto.

Théodore Géricault, La Monomane de l’envie ou La Hyène de la Salpêtrière, 1819-1821 ca., Musée des Beaux-Arts, Lione

Théodore Géricault, La Monomane de l’envie ou La Hyène de la Salpêtrière, 1819-1821 ca., Musée des Beaux-Arts, Lione

Il che potrebbe far pensare a una profonda solitudine, ma per i buffoni non è così. I matti possono avere un’espressione fissa negli occhi perché sono smarriti nel tempo, incapaci di riconoscere un pur minimo punto di riferimento.

Géricault, nel suo straziante ritratto di pazza nell’ospedale parigino della Salpêtrière (dipinto nel 1819 o 1820), ha rivelato questo disfatto sguardo d’assenza, lo sguardo di chi è stato bandito dalla durata.

I giullari dipinti da Velázquez sono distanti quanto la donna della Salpêtrière dai normali ritratti celebrativi; tuttavia sono diversi, perché non sono smarriti e non sono stati messi al bando. Semplicemente – finite le risate – si ritrovano al di là del transitorio.

Gli occhi fissi di Giovanni La Zucca osservano noi e la parata della vita dallo spioncino dell’eternità. Ecco il segreto che mi è stato proposto da un incontro sulle ramblas.

John Berger, da Il taccuino di Bento (Vicenza 2014).

 

[1] B. Spinoza (Amsterdam, 1632 – L’Aia, 1677), Etica, Parte II, Proposizione 44, Corollario 2 (Torino 1959).

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Miguel Ángel Sánchez, Marina Abdel Nour Barsoum

Altro che l’ennesima bolla estiva (tutta italiana) sui presunti disegni del Fondo Peterzano arbitrariamente attribuiti al Merisi da due sedicenti studiosi del grande pittore (i cui nomi non citerò per evitare l’effetto Erostrato e, del resto, sono stati ampiamente smentiti da studiosi veri e seri, non ultimo il giovane Davide Dotti): ci sono invece caravaggeschi moderni intenti a rapire e a consegnare all’eternità (per il valore che questa parola può avere riferita alle umane cose) l’anima del mondo attraverso i ritratti degli uomini che questo mondo abitano, sognano, amano, combattono, desiderano.

Miguel Ángel Sánchez, Kirolos Nagy, el activista

E, appunto, El alma del mundoè il progetto fotografico sviluppato a partire dal 2009 e pubblicato in Spagna nel 2011 con le immagini di Miguel Ángel Sánchez e il commento altrettanto intenso di Nuria Tesón che dà voce a quei volti, alle loro storie, alla dignità di ciò che fanno per vivere e rendere vivo il proprio paese, l’Egitto.

Miguel Ángel Sánchez, La Madre del mundo

Si tratta di un’ottantina di fotografie di cittadini di Il Cairo, in cui sono presenti tutti i tipi umani, uomini e donne ovviamente, vecchi, adulti e bambini, e fra essi verdurai, attivisti politici, musicisti, artisti, mercanti e ambulanti, barbieri, giornalisti e scrittori, madri e cantatrici di un intero popolo.

Miguel Ángel Sánchez, El vendedor de algodón de azúcar

Tuttavia, pur volendoli ritrarre in un momento storico ben preciso, quello del cambiamento della cosiddetta “Primavera araba”, ciascuna figura è di fatto quasi ieraticamente isolata (come in Zurbarán) per far risaltare “l’espressionismo” psicologico di ogni volto (come in de Ribera), posta su sfondi quasi sempre neutri, fatti di sole grandi pareti con colpi di luce mirati e molta ombra (come l’ultimo Caravaggio), e spesso accompagnata dai propri strumenti di lavoro (come nei bodegones del primo Velázquez, così attento al dato quotidiano), che insieme all’eleganza senza tempo dei caftani o d’altri abiti di antica tradizione mediorientale fanno di questa galleria non tanto un reportage databile (e fra qualche anno datato), ma un’opera in grado di trascendere il proprio periodo anche grazie alla conoscenza e all’uso di citazioni che vanno dallo “spinario” classico sino ai maestri della ritrattistica occidentale – fotografi inclusi – (da Raffaello a Ingres sino a Steve McCurry), passando ovviamente per il sostrato indubbiamente spagnolo di Sánchez che indica non tanto e non solo una filiazione diretta col Merisi quanto con le sue declinazioni iberiche.

Miguel Ángel Sánchez, Scairon, el rey sudanés

A differenza però dei grandi pittori secenteschi, qui nulla di religioso, postborromaico, gesuitico o controriformato: se c’è una passione in quegli occhi è tutta civile, anzi umana: del voler vivere anzitutto e del volere sempre e ancora altro futuro e un futuro altro, come in apertura del testo dicono i due verdurai attraverso le parole di Tesón: El futuro es difuso como una bocanada de humo que no esperan que se disipe.

Miguel Ángel Sánchez – website

Miguel Ángel Sánchez, Los verduleros

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Paolo Sorrentino e Nanni Moretti

Paolo Sorrentino è uno dei migliori registi italiani dell’ultimo decennio insieme a Garrone, Molaioli, Guadagnino, Frammartino e… aggiungete chi volete, tanto ogni elenco è carente per natura. Non solo: scrive e anche bene: Tony Pagoda, protagonista impagabile e “merdaviglioso” del suo per ora primo romanzo Hanno tutti ragione (2010), è uno dei personaggi letterari più azzeccati degli ultimi venti anni e sarebbe adattissimo per una sceneggiatura. Per la verità, a modesto mio parere, la storia da un punto di vista narrativo decolla dal nono capitolo per entrare in un crescendo inarrestabile, ma va comunque letta tutta: castigat ridendo mores, anche se a dire così è riduttivo… insomma, fidatevi, non vi deluderà.

Per quanto riguarda il suo film in concorso a Cannes, This must be the place con Sean Penn, non l’ho visto (uscirà il prossimo 14 ottobre), dunque non dico nulla.

Mi limito a notare che avere ben due registi in concorso per la prestigiosa Palma è già un ottimo risultato.

A proposito di Habemus Papam di Moretti due parole voglio spenderle, anche perché l’ho visto e mi è piaciuto. Non è il suo capolavoro (che, a gusto personale e per mille motivi, per me resta Caro diario), ma è davvero un bel film. Molto si deve a un Michel Piccoli in stato di grazia totale. Per quanto anche nel resto del cast nessuno sfiguri, anzi, dalla Buy allo stesso Moretti, ai cardinali dai volti popolari e dall’interpretazione magnifica di Renato Scarpa, Camillo Milli, Franco Graziosi, Roberto Nobile e numerosi altri.

Forte l’immagine del balcone degli annunci di San Pietro che resta vuoto, con le tende svolazzanti, e originale (e forse oggi, in alcuni casi, non lontana dal vero) l’idea di un papa fragile, che ha fede in Dio ma non in sé, al compito grave cui lo Spirito lo ha chiamato. Forse questa è anche la contraddizione più debole della sceneggiatura che per il resto scorre assai bene fra l’isteria crescente dell’ottimo Jerzy Stuhr, già attore kieślowskiano qui portavoce della Santa Sede in ansia per la fuga del Papa, l’incontro di Piccoli col meraviglioso matto Dario Cantarelli e col Čechov della sua giovinezza (e la consapevolezza di fare un mestiere in cui tanta parte ha la teatralità) e l’ironia con cui il regista tratta se medesimo e la categoria psicoanalitica del suo personaggio, ovviamente ateo e “il migliore” del settore, di cui fa parte anche l’ex moglie Margherita Buy, analista col pallino per il cosiddetto “deficit di accudimento”, da cui nessuno è esente.

L’ironia morettina si fa quasi tenerezza verso il collegio cardinalizio, composto da anziani in sostanza fuori dal mondo, privi di invidie reciproche e trattati in generale con simpatia, tanto da impegnarli in un improbabile torneo di pallavolo, che a me ha tanto ricordato certe immagini di Nino Caffè o di Giacomelli, senza però la malinconia del grande fotografo-poeta, tanto quanto l’urlo iniziale di Papa Melville, in piena crisi di panico, mi ha fatto venire in mente l’urlo dei papi in gabbia replicati da Bacon, rielaborando l’Innocenzo X di Velázquez.

Ciò detto, proprio non si capisce la natura di polemiche che sanno di gratuito: da sinistra, perché avrebbe dovuto picchiar duro su pedofilia, IOR e altri scandali. Ma sarebbe stato un altro film e decisamente più scontato. Da parte cattolica con annunci di boicottaggi e un gruppo di fanatici che ha addirittura denunciato il regista perché avrebbe mancato di rispetto alla figura del pontefice.

Quanta sciocca e immeritata piccolezza per il grande Piccoli e verso questo ennesimo bel lavoro morettiano, che, fra gli altri pregi, annovera anche quello di aver fatto riscoprire ad un pubblico più vasto la voce potente e commovente della compianta Mercedes Sosa, la “cantora popular” cui senza dubbio dedicherò un post.

Habemus Papam – sito ufficiale

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