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Georges Grosz, Eclissi di sole, 1926

Avendone fatte troppe di guerre, ho certamente dei pregiudizi in materia, e spero di averne molti. Ma è ragionata convinzione dell’autore di questo libro che le guerre siano combattute dalla miglior gente che ci sia, o diciamo pure soltanto dalla gente (…); ma sono fatte, provocate e iniziate da rivalità economiche precise e da un certo numero di porci che ne approfittano. Sono convinto che tutta questa genia pronta ad approfittare della guerra dopo aver contribuito alla sua nascita, dovrebbe venir fucilata il giorno stesso che essa incomincia a farlo da rappresentanti legali della brava gente candidata a combattere.

Ernest Hemingway, dalla Prefazione aggiunta nel 1948 ad Addio alle armi, 1929

 

Diretto ed efficace l’ultimo pamphlet di Fabio Mini (Manfredonia, 1942) dal titolo altrettanto significativo: Perché siamo così ipocriti sulla guerra? (Chiarelettere, Milano 2012).

L’autore è più che competente in materia essendo militare di carriera, generale di corpo d’armata dell’Esercito italiano, con incarichi internazionali importanti come quello di capo di stato maggiore del Comando Nato per il Sud Europa.

“L’ipocrisia”, sostiene, “è quel tipo particolare d’inganno che ricorre alla simulazione di buoni sentimenti per approfittare della buona fede altrui e coprire i vizi propri”: noto il pretesto mitico di Elena per la guerra di Troia (in realtà combattuta “per il controllo delle rotte dell’Egeo e degli stretti per il Mar Nero”), meno nota la resa nipponica al termine del secondo conflitto mondiale non tanto a seguito delle due devastanti bombe su Hiroshima e Nagasaki, quanto per la sorprendete invasione della Manciuria da parte dell’Armata rossa di Stalin che avrebbe così potuto raggiungere l’Hokkaidō, l’Honshū e dunque ripetere “a Tokyo il blitz europeo che le aveva fatto vincere la battaglia di Berlino”. E a proposito delle due atomiche americane, più che a chiudere la guerra in Asia, servirono a preparare la Terza guerra mondiale, ovvero quella oggi conosciuta come Guerra fredda.

Dunque, la guerra in genere parte da un inganno, “ma”, avverte Mini, “non tutto ciò che inganna è ipocrita, come non tutto ciò che è sincero è necessariamente buono”. Secondo Sun-tzu “l’essenza, il Tao, della guerra è l’inganno”. Ecco perché secondo lo stratega del VI secolo a C. vale la pena spiare il nemico, confonderlo prima di muovere battaglia, anzi “il generale migliore non è colui che vince tutte le battaglie, ma colui che è in grado di vincerle senza combatterle”.

In ogni caso la menzogna è la base da cui partire (e quanto sono ipocrite le definizioni di missione umanitaria e/o di pace che vengono propinate all’opinione pubblica, non solo nazionale, con tanti saluti all’art. 11 della nostra Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Almeno qui vengono chiamate per ciò che sono: azioni militari, di guerra, punto e basta) e uno dei cinque punti-risposta alla domanda iniziale analizzati da Mini insieme agli affari (ovviamente “la guerra è un grosso affare”), la politica (e noi italiani, coi tradimenti e la mediocrità dei nostri rappresentanti, non ne usciamo affatto bene, ben da prima della Grande guerra, dai tempi del “brigantaggio” postunitario, sino alla caduta di Gheddafi), il terribile insopprimibile, a quanto pare, “gusto della guerra” (la voglia primordiale di sangue della bestia umana, insomma, e non solo: “il piacere del combattimento, della conquista e della razzia. Perché solo la guerra è in grado di soddisfare i bisogni più reconditi di sopraffazione, violenza, uso e abuso della forza; perché c’è gente non necessariamente pazza o idiota che ha bisogno di usare violenza sugli altri esseri umani e sulle cose terrene per dimostrare a se stessa di essere viva e potente.”) e, infine, la cosiddetta “ipocrisia della normalità”: “siamo così ipocriti sulla guerra perché l’ipocrisia riesce a far considerare «normale» tutto ciò che vi accade, dagli eroismi ai crimini”. Esemplare nella sua (apparentemente) irrisolvibile tragicità la questione israelo-palestinese. Eppure, conclude Mini, in un afflato se non di speranza almeno di umanità, dobbiamo rifiutare questa normalità “anche a costo di apparire ipocriti”.

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Antonio Gramsci (Ales, Cagliari 1891 – Roma 1937)

“Gli operai della Fiat sono ritornati al lavoro. Tradimento? Rinnegamento delle idealità rivoluzionarie? Gli operai della Fiat sono uomini in carne e ossa. Hanno resistito un mese. Sapevano di lottare e resistere non solo per sé, non solo per la restante massa operaia torinese, ma per tutta la classe operaia italiana.

Hanno resistito per un mese. Erano estenuati fisicamente perché da molte settimane e da molti mesi i loro salari erano ridotti e non erano più sufficienti al sostentamento familiare, eppure hanno resistito per un mese. Erano completamente isolati dalla nazione, immersi in un ambiente generale di stanchezza, di indifferenza, di ostilità, eppure hanno resistito un mese.

Sapevano di non poter sperare aiuto alcuno dal di fuori: sapevano che ormai alla classe operaia italiana erano stati recisi i tendini, sapevano di essere condannati alla sconfitta, eppure hanno resistito per un mese. Non c’è vergogna nella sconfitta degli operai della Fiat. Non si può domandare a una massa di uomini che è aggredita dalle più dure necessità dell’esistenza, che ha la responsabilità dell’esistenza di una popolazione di 40.000 persone, non si può domandare più di quanto hanno dato questi compagni che sono ritornati al lavoro, tristemente, accoratamente, consapevoli della immediata impossibilità di resistere più oltre o di reagire. (…)

Gli operai della Fiat per anni e anni hanno lottato strenuamente, hanno bagnato del loro sangue le strade, hanno sofferto la fame e il freddo; essi rimangono, per questo loro passato glorioso, all’avanguardia del proletariato italiano, essi rimangono militi fedeli e devoti della rivoluzione. Hanno fatto quanto è dato fare a uomini di carne e ossa; togliamoci il cappello dinanzi alla loro umiliazione, perché anche in essa è qualcosa di grande che si impone ai sinceri e agli onesti.”

Antonio Gramsci, 8 maggio 1921, da Odio gli indifferenti, ed. Chiarelettere, Milano 2011.

Sito della Fondazione Istituto Gramsci – Roma

Ps. In questo ennesimo week-end elettorale, consiglio vivamente la lettura del libro appena citato, non perché io sia comunista o post comunista nostalgico o tanto meno berlusconiano: per motivi diversi da sempre rifiuto questi schieramenti che in modi e tempi differenti si sono dimostrati arroganti, corrotti, non propositivi e fallimentari (a Ravenna il PD ex PCI-PDS-DS in 41 anni ininterrotti di feudo bulgaro-coreano non si è certo comportato in maniera migliore del PDL ex FI-AN, già ex DC-PSI-MSI, a livello sia locale che nazionale. Giusto la facciata. Ma neanche ormai. Basta vedere la cementificazione selvaggia della costa nell’ultimo decennio. Per non parlare della lottizzazione di dirigenze pubbliche e private importanti o degli ammanchi milionari in coop. sociali. Naturalmente ogni città fa storia a sé: fossi a Firenze ad esempio darei fiducia a Renzi, a Bari a Emiliano o alle regionali a Vendola, mentre in Veneto all’ottima Puppato. Per la verità, anche l’attuale sindaco uscente di Ravenna, Fabrizio Matteucci, ha cercato di lavorare meno malvagiamente del suo predecessore… ma altri membri riciclati della sua giunta, altri volti immarcescibili del PD locale… insomma, se qualcuno volesse saperlo, visto anche il lavoro di controllo e denuncia svolto in Regione dai consiglieri “grillini” Favia e Defranceschi, quest’anno proverò a votare l’ultima ratio, il Movimento 5 stelle).

Il testo di cui sopra è una formidabile raccolta di articoli gramsciani, lucidi, profetici e ancora colmi di ideali, tutto ciò che si è ormai estinto nella politica più che mai miope di questo Paese. Forse l’aspetto più penoso e sorprendente a un tempo di questo pezzo è proprio il suo essere profetico, perché fa venire il sospetto che da noi la storia si ripeta instancabilmente, in questo caso a novant’anni di distanza, come un incubo da cui non si riesce ad uscire. E in tutto questo la politica o meglio i politici, con quelle facce sorridenti bene in mostra in questi giorni, hanno la loro gran parte di responsabilità.

A proposito, cari cittadini, per fare la differenza e ridare dignità alla parola responsabili, non scordiamo il referendum del 12 e 13 giugno, totalmente censurato dalle reti pubbliche e non. Un suggerimento? Votate Sì per dire NO a nucleare, privatizzazione dell’acqua e (il)legittimo impedimento.


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Tutt’ad un tratto, una botta di retorica?

No, sono sincero: buon compleanno Italia! E non per dimostrare il valore storico dello stato unito in polemica coi leghismi, coi pericolosi secessionismi nordisti o i ridicoli neoborbonici, etc., etc.

Un augurio schietto, di cuore e non dovuto, o avrei parlato d’altro. È bello essere, sentirsi italiano almeno una volta ogni 150 anni! Ma sono felice d’esserlo ogni giorno, nonostante… gli italiani, o almeno certi italiani… scherzo, ma non troppo.

Leggere i libri inchiesta di Rizzo e Stella, come l’ultimo, Vandali (Milano 2011), sul disastro in atto contro il nostro patrimonio culturale, di cui la “bondeide” col suo totale disinteresse e passività non è che il capitolo più recente di uno sfascio pluridecennale (e probabilmente il seguito sarà l’agghiacciante Galan), o La colata (Milano, 2010) di Ferruccio Sansa, Andrea Garibaldi, Antonio Massari, Marco Preve e Giuseppe Salvaggiulo, edito da Chiarelettere, casa editrice benemerita, coraggiosamente specializzata nelle denunce di ogni scempio italico, in questo caso sullo stupro paesaggistico e ambientale inaudito che, ad esempio, fra il 1990 e il 2005 ha portato alla cementificazione di 3,5 milioni di ettari, una superficie superiore a Lazio e Abruzzo, leggere certe cose dicevo, provoca uno sconforto (ma siamo davvero così indegni del nostro grande Paese, così privi di amore per Esso?), un attacco di bile e una rabbia tali che… meglio soprassedere per oggi. Tacere mai.

Non scriverò sulla storia della bandiera, né farò l’apologo dell’inno nazionale, non citerò nessun articolo della nostra pur bellissima Costituzione repubblicana, né i pensieri di Gramsci o Calamandrei, di moda ultimamente, ma almeno sono ricordati com’è giusto che sia, né racconterò aneddoti sui padri della patria, Cavour, Cattaneo, Mazzini, Garibaldi o altri eroi anche anonimi (non ultimi quei poveri cristi dimenticati delle trincee del ’15-’18, o, con le dovute proporzioni, quanti oggi pagano le tasse, fanno il loro dovere, qui studiano o rischiano realizzando onestamente un’impresa sul territorio o da dipendenti tengono in piedi famiglie o se stessi e sono sottopagati, sottostimati, precari, in cerca di lavoro, cassaintegrati, ma resistono e affrontano ogni giorno le trincee della vita senza mollare, alla fine), né vi comunicherò le ragioni numerose del mio disprezzo per i Savoia, incluso Vittorio Emanuele II, che galantuomo non fu affatto (salverei giusto l’ultimo sfortunato re d’Italia, Umberto II, ma i suoi eredi…): mi limito a constatare che quand’ero bambino, venti-venticinque anni fa (al momento ne ho trentadue), sarebbe stato impensabile dir male di alcuno di loro, erano una sorta di santi laici, sicuramente con un eccesso di piaggeria storica… oggi (ma i primi pamphlets circolavano già da metà anni ’90, poi il diluvio) si è scaduti nell’esagerazione opposta, addirittura coi fantocci di Garibaldi bruciati fuori dalle discoteche: proprio non se lo merita. Ci credeva, lui.

Fortunatamente ci sono libri per il grande pubblico, pochi ma buoni, che rivalutano senza incensare e con equilibrio il Risorgimento, a cura di giornalisti attenti come Massimo Gramellini (La patria, bene o male. Almanacco essenziale dell’Italia unita, Milano 2010, scritto col grande Carlo Fruttero) o Aldo Cazzullo (Viva l’Italia! Risorgimento e Resistenza: perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra storia, Milano 2010).

A ben vedere, la nostra unità poteva essere fatta meglio, ma è andata così: sta a noi raccoglierne l’eredità storica (che a livello identitario comincia ben prima dell’’800, coi grandi di ogni tempo e ambito che tuttora fanno l’orgoglio d’Italia nel mondo), raddrizzarla, farla fruttare, anche con un federalismo purché condiviso, che responsabilizzi le Regioni e ne rispetti le differenze, i dialetti ad esempio, ma non solo, senza scendere nella coglioneria più ottusa, al capo opposto ed equivalente del fascismo che voleva la traduzione, l’italianizzazione di ogni parola estera e la messa al bando di ogni localismo: per la gioia dei lettori consiglio Gran Circo Taddei (Palermo 2011), l’ultimo Camilleri, in particolare il racconto che dà il titolo al libro, o uno qualsiasi dei testi ripubblicati di Gian Carlo Fusco, ad esempio Le rose del ventennio (Palermo 2000).

Oggi, 17 marzo 2011 per la prima volta esporrò il tricolore alla finestra: mi va. E andrò a procurarmi la nuova edizione del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani di Giacomo Leopardi, edita quest’anno da Bollati Boringhieri, coi Pensieri di un italiano d’oggi di Franco Cordero.

Infine, essendo un genetliaco importante e simbolico, desidero dedicare una canzone alla diretta interessata: già, ma quale? Un’aria classica del povero Beppino Verdi, ormai appannaggio delle capre celtico-padane, o l’ufficialità (almeno in origine) commossa di Mameli-Novaro (magari nella versione femminile dello spot Calzedonia 2009 che tante polemiche, fastidiose e inutili come sempre, ha suscitato e che io ho trovato bellissimo)? Meglio le note cantautorali ed accorate di De Gregori, Gaetano, Battiato, Gaber e Tricarico o quelle nazionalpopolari di Cutugno e Reitano?

Il mio sentire spingerebbe verso due gioielli recentissimi che sono anche fotografie esatte dell’Italia d’oggi: Precario è il mondo di Daniele Silvestri e AAA Cercasi di Carmen Consoli (di cui senza pudore confesso di essere innamorato: mia moglie spero mi perdonerà!).

Ma credo sarebbe brutto presentarsi al compleanno di qualcuno e dire: sì, tanti auguri alla vecchia, ma è zoppa, cieca, pure un poco sorda… povera Italia! Che poi vecchia non è, ma giovanissima e forse proprio per questo si presenta così ai suoi primi centocinquanta, in preda a furori adolescenziali…

Oggi è festa: le dedico Meraviglioso del grandissimo Modugno.

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