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Posts Tagged ‘einaudi’

“L’arte appartiene a tutti e a nessuno. L’arte appartiene a tutti i tempi e a nessun tempo in particolare. L’arte appartiene a chi la produce e a chi l’assapora. L’arte non appartiene più al Popolo e al Partito di quanto una volta appartenesse all’aristocrazia e ai mecenati. L’arte è il mormorio della storia udibile aldilà del rumore del tempo. L’arte non esiste per sé: esiste per il pubblico. Ma quel pubblico, chi lo stabilisce? Aveva sempre pensato alla propria come una forma d’arte anti-aristocratica. Scriveva forse, come sostenevano i suoi detrattori, per un’élite borghese cosmopolita? No. Scriveva forse, come i suoi detrattori avrebbero voluto, per il minatore del Donbass sfinito dal turno di lavoro e bisognoso di un cicchetto corroborante? Nemmeno. Lui scriveva musica per tutti e per nessuno. Per chi meglio sapeva apprezzare le sue composizioni, indipendente dalle origini sociali. Scriveva musica per le orecchie in grado di intendere. E dunque sapeva come ogni vera definizione di arte debba essere circolare, mentre ogni definizione falsa attribuisca all’arte una funzione specifica.”

Julian Barnes, Il rumore del tempo, trad. Susanna Basso, Torino 2016, pp.96-97.

 

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Dmitrij Šostakovič è il compositore di cui parla il bellissimo romanzo di Julian Barnes: per sopravvivere alla claustrofobia mortifera del terrore staliniano e in seguito all’abbraccio soffocante di stagioni apparentemente più distese, accettò il ruolo di vigliacco chinando il capo innanzi alle richieste e alle umiliazioni pubbliche inferte dall’ignoranza, dalla cattiveria, dalla rozzezza del potere sempre più feroce quanto più illimitato, specie dunque durante le dittature.

Nonostante una maschera di ironia sottile percepita più che altro da sé stesso, Šostakovič, ormai anziano e coperto di gloria e onorificenze, si disprezzava profondamente. Sentiva di essersi tradito definitivamente.

Al di là delle miserie personali, come compositore restano oggi le sue musiche, fra esaltazione, striature sardoniche e dolore irreparabile: il Concerto per violino n.1, le Jazz Suite, i 24 Preludi e Fughe, e le celebri Sinfonie, la Quinta, la Settima, la terribile Decima, i Quartetti per archi, fra cui l’Ottavo. Era un artista.

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“Sì, adorava Shakespeare; prima della guerra, aveva scritto le musiche per un allestimento teatrale dell’Amleto. Chi poteva dubitare che Shakespeare avesse una comprensione profonda dell’animo e della condizione umana? Esisteva forse un più grandioso ritratto del crollo delle illusioni di quello proposto in Re Lear? Anzi, non era nemmeno proprio così: non si trattava di un crollo, perché il crollo porta l’idea di un’unica grande crisi. No, le umane illusioni succedeva piuttosto di sgretolarsi per inaridimento. Il processo era lungo, estenuante, come un mal di denti la cui infezione si scavi una via fino all’anima. Un dente però si può estrarre e tutto finisce lì. Con le illusioni è diverso, perché anche da morte continuano a marcire e puzzare dentro di noi. Impossibile fuggirne il lezzo e i sapore. Ce le portiamo appresso sempre. O almeno era così per lui.

Come non amare Shakespeare? Dopotutto Shakespeare aveva amato la musica. I suoi drammi ne sono pieni, perfino le tragedie. C’è un momento in cui Lear si riprende dalla follia al suono della musica… E un altro nel Mercante di Venezia in cui Shakespeare dice che l’uomo che non ama la musica non è degno di fiducia; che sarebbe capace di compiere ogni nefandezza, compreso uccidere, compreso tradire. Dunque era naturale che i tiranni odiassero la musica, per quanto si sforzassero di fingere il contrario. Certo ancora di più odiavano la poesia. Come avrebbe voluto essere presente a Leningrado a quella lettura pubblica di poesia durante la quale Anna Achmatova era salita sul palco e tutto il pubblico era istintivamente scattato in piedi per applaudirla. Un gesto per cui Stalin aveva domandato furioso: “Chi ha stabilito che si alzassero?” Ma ancora più della poesia, i tiranni odiavano e temevano il teatro. Shakespeare reggeva uno specchio alla natura, e chi tollerava di vedere la propria immagine riflessa? Dunque l’Amleto fu proibito a lungo; Stalin lo detestava quasi quanto il Macbeth.”

Julian Barnes, Il rumore del tempo, trad. Susanna Basso, Torino 2016, pp.92-93.

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umanisti-italiani

Giovedì 23 febbraio è stato presentato presso la Biblioteca Classense di Ravenna un volume molto importante per gli studi attuali e futuri sull’argomento: “Umanisti italiani. Pensiero e destino” (Einaudi, 2016).

I due autori, Massimo Cacciari, che ha firmato il saggio di apertura, e Raphael Ebgi, che ha curato i testi, ovvero l’antologia in cui sono leggibili anche pagine sinora inedite, hanno spiegato come la visione corrente del Quattrocento, tutta grazia e armonia, sia radicalmente da ribaltare, poiché lo spirito che abitava gli intellettuali umanisti era di piena consapevolezza della crisi già in corso nel loro tempo e che esploderà con ferocia definitiva nel Cinquecento, tra guerre, invasioni, riforme e controriforme. Ma il senso di questa tragicità della storia umana è già propria del secolo umanista che nel pieno smarrimento dei due capisaldi medievali (l’impero in sostanza assente e il papato diviso durante lo Scisma d’Occidente addirittura fra tre contendenti, romano, pisano e francese) non a caso si apre col rogo del riformatore boemo Jan Hus, per chiudersi con l’altro rogo, stavolta fiorentino, del Savonarola, passando per il grande shock della caduta di Costantinopoli (1453), assediata dai turchi di Maometto II.

Agli umanisti non resta che tentare l’impossibile, la quadratura del cerchio, conciliare gli opposti, dalla filosofia platonica con l’aristotelica, alla classicità (non vissuta come erudizione vuota ma come modello) col cristianesimo, scartando però il dogmatismo della Scolastica medievale e preferendo alle regole l’esperienza francescana (sì, il semieretico Francesco torna ad essere il santo di riferimento), senza scordarsi della mistica ebraica, la cabala tanto cara agli studi di Pico della Mirandola, arrivando addirittura a proporre da parte del pontefice Pio II la conversione del sultano Maometto II (potenziale guida temporale e autorevole anche per l’Occidente?).

Insomma, la tensione che animava i dibattiti e le posizioni dei protagonisti di questa stagione straordinaria della storia occidentale (e come non citare le due colonne teoretiche massime del Quattrocento tutto, Nicola Cusano e Leon Battista Alberti) era evidente.

In finale di battuta, ho domandato a Cacciari se nonostante tale certezza della crisi, si possano considerare gli umanisti come intellettuali che hanno conservato fiducia nelle capacità dell’uomo, proprio a partire dal desiderio utopico di concordare posizioni altrimenti inconciliabili. Questa la risposta: “Certo, ma tenendo presente che la tensione intellettuale e spirituale è dovuta anche alla coscienza del rischio che l’uomo corre di divenire, proprio per sua natura, superiore all’angelo o peggiore delle bestie. Sulla nave dei folli di Bosch è imbarcata l’intera umanità.”

umanisti-italiani-ravenna

 

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beckett trilogia

Un piccolo appello rivolto a tutti i miei lettori abituali e occasionali e ai loro amici e conoscenti: vi prego di scrivere all’Einaudi affinché ripubblichino al più presto l’ultima parte della trilogia di Samuel Beckett, ovvero L’innominabile, che da decenni manca dalle librerie italiane e nell’usato ha prezzi folli.

Poiché la storica casa editrice aveva meritoriamente iniziato a ristampare Molloy nel 2005 e Malone muore nel 2011, mancherebbe giusto L’innominabile per completare l’opera.

Questo è l’indirizzo: einaudi@einaudi.it

Spargete la voce, vi ringrazio!

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Emily Elizabeth Dickinson (Amherst, Massachusetts, 1830-1886), dagherrotipo del 1846-47 ca.

Emily Elizabeth Dickinson (Amherst, Massachusetts, 1830-1886), dagherrotipo del 1846-47 ca.

“La nostra lingua è come una vecchia città: un labirinto di viuzze e di larghi, di case vecchie e nuove, di palazzi ampliati in epoche diverse, e, intorno, la cintura dei nuovi quartieri periferici, le strade rettilinee, regolari, i caseggiati tutti uguali… Rappresentarsi una lingua significa rappresentarsi una forma di vita.” L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche 

Naturalmente aveva ragione Madame de Staël sull’utilità delle traduzioni: chi e perché oggi direbbe il contrario? Tutti negli ultimi duecento anni ne abbiamo beneficiato.

Certo, c’è traduzione e traduzione e un autore rischia la rovina, ovvero l’oblio, se il traduttore è scarso. Tanto più questo assunto è valido se si tratta di poesia. Materia fragilissima, fatta di vetro, aria e fuoco. Capace di voli e inabissamenti folli nello spazio di un distico.

Ecco perché i poeti andrebbero tradotti dai poeti, mastri vetrai che sanno (non sempre ma meglio di altri) maneggiare gli elementi incandescenti della poesia altrui.

Tradurre viene dal latino traducere, condurre oltre, trasportare da una lingua all’altra (e sostituisce i più antichi e forse più appropriati traslatare, tralatare). In ogni traduzione però c’è un tradimento, dovuto a una perdita inevitabile, al dover tralasciare qualcosa della lingua, del suono-senso della lettera originale, in favore del senso-suono da rendere nella lingua ospitante. E in genere le traduzioni migliori non sono mai letterali.

A proposito di etimi, tradire viene da tradere, che, vale la pena ricordare, non ha solo il significato negativo che da Giuda in poi gli viene assegnato, ma vuole anche dire “trasmettere”, da cui l’italiano “tradizione”, che ha la medesima radice.

Quando un poeta traduce un altro poeta, accade talvolta che il risultato, pur considerando il gap, restituisca se non la luce (la poesia alfine, come e più della letteratura, resta intraducibile) almeno l’inquadratura giusta all’autore e alla lingua d’origine.

Penso a Bertolucci, Zanzotto, Montale, Ungaretti, Solmi, Giudici, Villa, Magrelli… e a Silvia Bre, che ha recentemente pubblicato il volume-perla “Uno zero più ampio”, stupende sue traduzioni di versi di Emily Dickinson. Se da tempo non la leggete o, ancora meglio, non avete mai incontrato questa grande isolata americana, be’ è proprio l’occasione per scoprirla e innamorarvene.

“…mi sembra di aver lavorato in uno stato di sovvertimento generale, a contatto con le forze telluriche che si liberano dai suoi versi, avendo rinunciato a qualsiasi criterio precostituito per adeguarmi di volta in volta alle misure sempre diverse, sempre eversive, della sua intonazione. Non so altro. Credo che a qualunque lettore tocchi questo stesso compito”. Silvia Bre, da “Emily Dickinson. Uno zero più ampio. Altre cento poesie”, Einaudi, 2013.

 

La luce basta a se stessa –

se altri la vogliono vedere

la si può avere ai vetri alla finestra

in certe ore del giorno –

 

ma non per ricompensa –

lei manda largo lo stesso splendore

allo scoiattolo sull’Himalaya

precisamente – come a me – .

 

Emily Dickinson, da Uno zero più ampio. Altre cento poesie (Torino 2013), a cura di Silvia Bre.

 

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Mi rinchiudono nella prosa –

come quando da bambina

mi mettevano nello stanzino –

perché mi preferivano “tranquilla” –

 

Tranquilla! Avessero potuto sbirciare –

vedere come frullava – la mia mente –

Potevano con simile astuzia chiudere un uccello

a tradimento – nel recinto –

 

Basta che lui lo voglia

e libero come una stella

guarda dall’alto la prigionia –

e ride – Io non facevo altro – .

 

Emily Dickinson, da Uno zero più ampio. Altre cento poesie (Torino 2013), a cura di Silvia Bre.

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