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Posts Tagged ‘elio petri’

Filippo Berta, Istruzioni d'uso (particolare), 2012

Filippo Berta, Istruzioni d’uso (particolare), 2012

“Molti dei mortali preferiscono l’apparire all’essere, e così commettono ingiustizia.” Eschilo, Agamennone

L’assunto della mostra curata da Raffaele Quattrone e visibile presso la Galleria OltreDimore (Piazza San Giovanni in Monte 7, Bologna) sino al prossimo 25 maggio è chiaro sin dal titolo, pensare l’impensabile ovvero “attraverso l’arte e la creatività provare a superare i limiti” di una società, quella occidentale, che ha fatto della gloria effimera (dal fiato corto, non certo quella dell’eroe omerico) connessa al denaro e al successo in termini di notorietà warholiana, i cardini fenomenologici su cui costruirsi. Da qui sembra non ci sia via d’uscita se questo modello è esportabile anche in altre culture che ammaliate dal potere dell’immagine desiderano farlo proprio: si pensi ai neomiliardari cinesi, russi, arabi o indiani o, anche, alle fasce più basse di reddito anche nostrane che ambiscono all’ultimo modello di telefonino o di Nike pur essendo disoccupate: viene in mente, tristemente profetica, la casa dei proletari interpretati da due superlativi Volontè-Melato, piena di cianfrusaglie scambiate per lusso, nel capolavoro di Petri, La classe operaia va in Paradiso (1971).

Filippo Berta, Istruzioni d'uso, 2012

Filippo Berta, Istruzioni d’uso, 2012

Ma non è sempre stato così. Ad esempio nell’antichità classica la questione etica era strettamente connessa a quella estetica, per cui la ricerca del bene era inseparabilmente composta da giustizia e bellezza, come nelle tragedie greche, Antigone di Sofocle in testa: “Assistendovi, siamo commossi dalla bellezza del dramma e, contemporaneamente, pensiamo a cosa è il bene”[1].

Alessandro Moreschini, Ora et Labora, 2004

Alessandro Moreschini, Ora et Labora, 2004

Poi il cammino occidentale ha progressivamente scisso questa unità, per cui se nel ‘500 la Chiesa raggiunse il massimo estetico toccando il minimo etico, viceversa, la ben più rigida e pragmatica morale protestante-calvinista produsse attraverso il puritanesimo la base “spirituale” del capitalismo americano (Max Weber docet) ma anche, quale conseguenza diretta del moralismo ad essa sottostante, un senso anestetico essendo ogni sforzo umano volto al profitto. Dunque in ambo i casi un vuoto.

Michele Giangrande, Mike The Headless Chicken, 2010

Michele Giangrande, Mike The Headless Chicken, 2010

Come ben argomenta Zygmunt Bauman, si è passati da un atteggiamento premoderno da guardiacaccia, sostanzialmente accettando l’equilibrio naturale Dio-Natura, a quello rinascimentale da giardiniere, che fa, disfa, pensa, progetta e concepisce però anche utopie, sino alla deregulation attuale, individualista e consumatrice, tipica del cacciatore che semplicemente continua a uccidere per sé: chi non partecipa alla caccia non ne viene esattamente escluso, diventa selvaggina. Questa caccia ha ipotecato l’idea di futuro per un “qui ed ora” senza scopo. O meglio: per i giardinieri l’utopia era la meta ideale della strada, per il cacciatore è la strada stessa.[2]

Alberto Di Fabio Musica cosmica, 2012

Alberto Di Fabio Musica cosmica, 2012

Del resto, anche a livello sociale e urbanistico si è passati dalla contrapposizione machiavellica fra palazzo (il “palagio” delle Istorie fiorentine, 1525), sede del potere, e la piazza, luogo del ritrovo e anche di protesta popolare, alla scomparsa di quest’ultima in favore della street [3], dove non ci si ferma, non ci si raccoglie per discutere, ma si scorre mentre tutt’attorno sorgono alti e algidi i grattacieli, torri distanti di un’economia sempre più spesso non reale.

Enrica Borghi, Medusa, 2010

Enrica Borghi, Medusa, 2010

La stessa modernità virtuale rischia di isolare ancora di più l’essere umano privandolo del contatto fisico con l’altro, cancellando il residuo spazio fisico dello scambio, della condivisione, che senza indirizzo etico (ed estetico nel senso antico) può falsare se non annullare le potenzialità buone della rete, facendo sprofondare la vita di milioni di persone in una zona grigia melmosa, anonima, senza vita vera, ovvero destinata all’estinzione etica e priva di bellezza, come della complessità necessaria in cui può agire l’eroe tragico, mai veramente riducibile alla dicotomia bene-male.[4]

Roberta Grasso, 25 €/etto, 2009

Roberta Grasso, 25 €/etto, 2009

È in grado oggi l’arte di dare risposte multiformi rispetto a tale ansia-urgenza etico-estetica? Porre un punto definito e definitivo al riguardo non è possibile, ma sempre usando la forza dell’immagine (e dell’immaginazione) le opere di questa mostra rendono credibili situazioni altrimenti contraddittorie o meglio impensabili: i “giochi militari” del video e delle foto di Filippo Berta, le plastiche riciclate aggrovigliate scultoree di Enrica Borghi, l’energia che si fa pittura nelle tele di Alberto di Fabio, il mosaico che si fa morbido in Roberta Grasso, i neon ironici e relativisti di Michele Giangrande, l’installazione analitica di Alessandro Moreschini circa Crescita e sviluppo insostenibili all’infinito (quando lo capiremo?) e la performance culinaria del collettivo ZUP-Zuppa Urban Project.

Sino a che l’arte saprà domandare e domandarsi criticità complesse (riguardo a sé, al circostante  e contemporaneamente meta-riflettendo sui differenti linguaggi espressivi) avrà un ruolo fondamentale e giammai decorativo nel riscatto dell’uomo dalle prigioni che egli stessi si è fabbricato.

Think The Unthinkable – Galleria OltreDimore, Bologna

Zuppa Urban Project, ZUP nella città di Milano, 2012

Zuppa Urban Project, ZUP nella città di Milano, 2012


[1] Luigi Zoja, Giustizia e Bellezza, Torino 2007.

[2] Zygmunt Bauman, Modus vivendi, Bari 2007.

[3] Luigi Zoja, op. cit.

[4] Luigi Zoja, op. cit.

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José Saramago (1922-2010)

 

Aveva coraggio don José. E aveva fantasia.

Il coraggio di chi si è opposto al regime salazarista e ne ha ricevuto le persecuzioni: certe esperienze lasciano un segno indelebile e possono liberare la creatività o zittirla per sempre (Manuale di pittura e calligrafia, 1977).

Ma don José ha sempre coltivato il coraggio di andare in direzione ostinata e contraria (per dirla con Mutis-De André), anche in anni recentissimi e riguardo affari internazionali: a questo proposito, penoso il rifiuto dell’Einaudi, sua casa editrice storica per l’Italia, un tempo povera ma libera (si legga l’appassionato I migliori anni della nostra vita di Ernesto Ferrero, Feltrinelli, Milano, 2005), e oggi tra le proprietà di Mr B., la quale, in ossequio al nuovo padrone, non pubblicò l’anno passato Il quaderno di Saramago (poi editato da Bollati Boringhieri, sempre nel 2009), raccolta di j’accuse dal suo blog su fatti e personaggi quali G.W. Bush o, appunto, il suo amico e nostro onnipotente sultano-premier.

 

José Saramago (1922-2010)

 

Inutile dire quanti scribacchini nostrani che si litigano questo e quel premio giornalistico-letterario, non abbiano un’oncia del talento della coscienza della spina dorsale di don José, che volendo svegliare l’individuo dalla Cecità (1995) in cui si è lasciato cadere e di cui la società lo ha fatto ammalare, ha dichiarato guerra con la sua opera ad ogni ipocrisia, e dunque, ad una delle sue dispensatrici più antiche, la Chiesa Cattolica, da sempre dimentica ai suoi vertici del messaggio radicale e vitale di Cristo, poiché alleata del potere costituito (come già aveva lucidamente intuito Piero Gobetti nel binomio col fascismo, ma si veda anche quel gioiello di Todo Modo di Sciascia, divenuto due anni dopo la pubblicazione, nel 1976, film altrettanto valido di Elio Petri).

Dunque al Vaticano lo scrittore era piuttosto inviso, per le sue prese di posizione, per essere comunista, ateo e aver dato una rilettura del Messia in chiave puramente umana nel suo Il Vangelo secondo Gesù Cristo (era il 1991: in seguito, per le violente polemiche suscitate, lasciò il Portogallo e si trasferì alle Canarie, a Tías, dov’è deceduto), come, ad anni di distanza, una visione di Caino (2009) vittima di un Dio veterotestamentario vendicativo e crudele: tutte cose su cui si può dissentire, naturalmente, come sulle sue dichiarazioni contro lo stato di Israele o contro le vignette anti-islamiche o rimproverandogli l’assenza critica sui gulag.

Ma, a proposito di garbo e di coraggio, se “i coccodrilli” sono stucchevoli, che dire della demolizione totale e feroce, cavallerescamente attuata il 19 giugno 2010, il giorno dopo la sua morte, da Claudio Toscani su L’osservatore Romano e da Fulvio Panzeri su l’Avvenire? Credo si commenti da sé.

Aveva fantasia, s’è detto, don José. Esplicitata attraverso un flusso magmatico e polistilistico (dal picaresco al sacro, dal parastorico al politico, dal lirico al ludico, etc.) di frasi lunghe e discorsi diretti non virgolettati, senza soluzione di continuità col seguito del testo, scarno di punti e segni d’interpunzione e ricco di allegorie (per averne un saggio breve, si veda il delizioso Il racconto dell’isola sconosciuta, 1998).

 

José Saramago (1922-2010)

 

Nei suoi intrecci c’è spesso lo svolgersi parallelo e incrociato della Storia con le storie (e l’amore) degli individui comuni, come nel meraviglioso affresco Memoriale del Convento (1982), dove accanto a re, regine, questioni dinastiche legate alla costruzione grandiosa e caotica del convento di Mafra, la musica di Domenico Scarlatti e i roghi dell’Inquisizione, si narrano le follie di padre de Gusmào e la passione che stringe la veggente Blimunda al povero ex soldato Baltasar.

E dal momento che il Portogallo è lo scenario di tanti suoi romanzi, qui si saluta il loro autore con alcuni passi tratti da opere dedicate alla sua terra, striscia breve da sempre affacciata sul grande oceano.

L’universo mormora sotto la pioggia, mio Dio, che dolce tenera tristezza, speriamo che non ci manchi mai, neanche nei momenti di gioia.” (José Saramago, da Storia dell’assedio di Lisbona, 1989)

Avvicinatevi, pesci, voi della sponda destra che siete nel fiume Douro, e voi della sponda sinistra che siete nel fiume Duero, avvicinatevi tutti e ditemi quale lingua parlate quando, laggiù, attraversate le acquatiche dogane, e se avete anche voi passaporti e timbri per entrare e uscire.

Io sono qui a guardarvi dall’alto di questo sbarramento, e voi guardate me, pesci che vivete in quelle acque che si confondono, voi che altrettanto rapidamente vi trovate da una parte o dall’altra, in una grande fratellanza fra pesci che si mangiano l’un l’altro solo per i bisogni della fame e non per noia della patria. Da voi, pesci, infine mi congedo, arrivederci, riprendete la vostra vita finché non arrivano i pescatori, nuotate felici e auguratemi buon viaggio, addio, addio.” (José Saramago, da Viaggio in Portogallo, 1980)

Blog – Il Quaderno di Saramago

Blog – Fundação José Saramago

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