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Con questa premessa desidero ringraziare Alessandra Carini, direttrice artistica della galleria MAG di Ravenna per la bellissima esperienza data all’artista Sara Vasini e al sottoscritto come suo curatore per la mostra Paradiso visitabile gratuitamente dal 4 ottobre al 24 novembre 2019 parallelamente all’esposizione Mai più curata dalla stessa Carini insieme a Benedetta Pezzi sul talentuoso Marco De Santi, quest’anno vincitore del premio Gaem.

L’evento è inserito nella programmazione della Biennale del Mosaico 2019.

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Sara Vasini, Paradiso, 2019

Sara Vasini. Paradiso (abstract dal catalogo)

di Luca Maggio

“La maggior parte degli uomini disprezza troppo facilmente la grazia.” Stendhal

Paradiso è cosa differente per ogni cultura, per ogni individualità.

Parádeisos originariamente è la trascrizione greca dell’avestico pairidaeza  che per Senofonte indicava il grande giardino recintato del re nella Ciropedia. Venne in seguito scelto per tradurre l’ebraico gan della Genesi biblica al posto del vocabolo più comune kẽpos, proprio per la sua valenza regale “che meglio si adattava a un giardino piantato da Dio” (G. Agamben, Il Regno e il Giardino, Vicenza 2019, p.13).

Paradiso è luogo terrestre celeste, tangibile ideale, perduto ritrovato, irraggiungibile vicinissimo mentale. È la meta possibile della ricerca di felicità o la ricerca stessa.

Nella riflessione di Sara Vasini, Paradiso è avere a che fare con la sua lingua madre, il mosaico, non una tecnica, più di un linguaggio, modo d’essere, di vivere nulla mai facile, anzi da esplorare con più tecniche e linguaggi, come nell’opera qui presente.

Alcuni anni fa, Sara acquista per caso un cartone del 1953 del maestro mosaicista Romolo Papa raffigurante il viso del San Pietro musivo del 1112 già nel Duomo di Ravenna. Dopo Codificazioni, il workshop da lei tenuto presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce nell’aprile 2019, capisce che questo volto può essere inserito nel Saggio sulla cecità, sua serie in progress ispirata all’opera omonima di José Saramago e iniziata fra 2015 e 2016: circa una volta all’anno, Sara rielabora una copia musiva antica virandone i colori sino al monocromo “poiché a mio avviso il mosaico non è nel colore, come i più pensano, ma nell’andamento (…) nell’accostamento tra una tessera e l’altra” afferma con l’intento di far scoprire anche ai profani la bellezza del ritorno alla grammatica musiva – suo paradiso – senza distrazione o inganno cromatico.

Qui i San Pietro sono due: azzurro e rosa che, nella vulgata occidentale, rappresentano il maschile e il femminile: l’Adamo e Eva del video che collega, completa e chiude questa installazione.

Romolo Papa, Piazza Armerina, 1959

In un catalogo dedicato a Romolo Papa (niArt, Ravenna 2008) si vedono tre immagini in cui Romolo Papa, a Piazza Armerina nel ’59, si fotografa pressoché nudo, a parte un paio di mutande bianche, davanti allo specchio della sua camera, a pochi passi dai sontuosi mosaici romani. Perché si è autoritratto così?

L’ipotesi di Sara è che non si possa essere che nudi davanti alla lingua madre del proprio paradiso, come Adamo e Eva nell’Eden biblico o mentale o, in questo caso, in forma di video, dove Lorenzo e Adele, novelli Adamo e Eva, partono nudi – provvisti solo delle mutande bianche in omaggio alla foto di Papa – dalla propria dimensione identitaria e posizione di riconoscimento, ovvero l’azzurro/maschile e il rosa/femminile dei San Pietro della Vasini, e seguendo un rettilineo invisibile – come talvolta sono gli andamenti e le vie musive e sorgive della vita – camminano verso il centro, verso San Pietro, sotto gli occhi del quale accade l’avvicinarsi, l’incontro, la scoperta dell’Altro, occhi negli occhi, relazione possibile, incognita Paradiso. A quel punto tutto si interrompe, sospeso, e fa ingresso il mistero del presente. Forse del futuro.

Sara Vasini, Paradiso, frame dal video, 2019

In Ultimo tango a Parigi, c’è una scena breve e rivelatrice in cui Jeanne/Maria Schneider descrive il matrimonio pop moderno, quello della pubblicità felice e sorridente, che gli sposi come operai in tuta da lavoro possono sempre riparare, persino in caso di adulterio. Ma “l’amore no, l’amore non è pop” e quando si manifesta, la finzione cessa e “gli operai entrano in un appartamento segreto, si levano le tute e ridiventano uomini, donne e fanno l’amore.” Certo tenendo presente che “Amore non è solo vicenda di corpi, ma traccia di una lacerazione, e quindi incessante ricerca di quella pienezza, di cui ogni amplesso è memoria, tentativo, sconfitta” (U. Galimberti, Le cose dell’amore, Milano 2018, p.155).

Sara Vasini, Paradiso, frame dal video, 2019

Paradiso è anelare a questa autenticità scoprendo nell’altro l’inatteso, “l’enigma” direbbe Lévinas, il diverso da sé, esplorando confini e slanci insospettati, non già un autospecchiarsi sterile per trovare nell’altro la conferma ennesima di sé, un altro sé privo della spinta esplorativa, che è moto di vita. In questo senso “compito dell’arte e della poesia è sicuramente quello di liberare la percezione da tale rispecchiamento, e di aprirla a favore dell’interlocutore, a favore degli altri, dell’Altro.” (B. Han, L’espulsione dell’Altro, Milano 2017, p.82)

Sara Vasini, Paradiso, frame dal video, 2019

A questo appuntamento non si può presentarsi che in luce e nudità, privi di vergogna, come erano i progenitori del mito biblico, come sono gli attori del video che pure danno corpo a una verità, poiché avere desiderio dell’altro e farne esperienza in dolore e amore, con le difficoltà e la fatica spiazzante dell’altro, realizza in pienezza anche il proprio sé finalmente liberato, non più bloccato dai lacci delle paure autoinflitte, anzi arricchito dalla rivelazione della propria follia, l’altro sé in sé, come voleva Socrate nel Simposio platonico, pronto a essere nuovo, più profondamente umano nelle occasioni che verranno. L’altro spariglia le carte dell’io, rimette in gioco tutto, induce a donargli cura e tempo, cura nel tempo, il nostro proprio tempo. Avvicina a una natura più intima e umana che, come intuì Scoto Eriugena nel Periphyseon, è la sede vera del mistero di un possibile paradiso terrestre. Grazie, Sara.

Sara Vasini, Nuda Veritas, 2019

Ps. “Wahrheit ist Feuer und Wahrheit reden heisst leuchten und brennen” / “La verità è fuoco e parlare di verità significa illuminare e bruciare”: sono i versi di Leopold Schefer che Gustav Klimt scelse per la prima versione litografica della Nuda Veritas (1898), in cui la donna-Verità si svela di fronte all’osservatore significativamente reggendo uno specchio da cui si originano raggi luminosi.

Con il trittico finale Nuda Veritas, volutamente nascosto in sede di mostra dietro un tendaggio nero, Sara Vasini riconduce al mosaico proprio Klimt che dei mosaici bizantini di Ravenna si era nutrito per tradurli nello splendore della Secessione viennese. Il lavoro si sviluppa su linee con le tipiche lamelle-tessere di conchiglia della Vasini, insieme a qualche virgola colorata. Nella seconda fase di strappo, col cemento, qualcosa è andato diversamente. Alcune tessere sono rimaste agganciate alla tarlatana. Un errore? Quante volte nella vita di ognuno gli accadimenti prendono direzioni impreviste, incontrollabili? Per quanto non sia facile, bisogna accettarle, integrarle nel nostro percorso. Coerentemente Sara non ha voluto rifare l’opera, decidendo di esporre il dittico con la piega nuova, la bruciatura quasi, che esso ha deciso di assumere. Nuda veritas.

Nella terza immagine, il corpo nudo dell’artista stessa (a parte le mutande bianche, trait d’union con il Paradiso precedente), restituito dal medium fotografico come nell’autoscatto di Papa, veste la Veritas klimtiana, sostenendo uno specchio su uno sfondo marino, Bellaria, suo luogo di nascita, dove lei trova le amate conchiglie-tessere, sua lingua madre. Non è solo una posa speculare a quella di Klimt: questo ritratto è lo svelarsi di un’anima in tutta la sua forza sorgiva, nella sua fragilità definitiva: “Wahrheit ist Feuer und Wahrheit reden heisst leuchten und brennen.”

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Premessa: dall’8 al 22 settembre presso il MAR sarà aperta con ingresso gratuito la mostra “R.A.M. 2013 – giovani artisti a Ravenna”“R.A.M. 2013 – giovani artisti a Ravenna” a cura di Elettra Stamboulis e Gianluca Costantini – Associazione Mirada, quest’anno dedicata al tema nomade del “Trasumanar e organizzar”.

In esposizione le opere di Alessandro Camorani (fotografia), Naghmeh Farahvash (mosaico), Maria Ghetti (installazione), Fabiana Guerrini (scultura), Samantha Holmes (mosaico), Giovanni Lanzoni (pittura) e Stefano Pezzi (fotografia), coi testi critici rispettivamente di Linda Chiaramonte, Antonella Perazza, Elettra Stamboulis, Sabina Ghinassi, Luca Maggio, Massimiliano Fabbri e Maria Rita Bentini.

Di seguito la mia presentazione in catalogo (Giuda edizioni) dell’opera Home di Samantha Holmes.

Associazione Mirada – R.A.M. 2013

R.A.M. 2013 – foto allestimento di Stefano Pezzi

MAR – Mostra R.A.M. 2013 – Trasumanar e organizzar

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Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Home

di Luca Maggio

“Di solito si dice che bisogna avere radici. Ma io son convinto che le uniche creature che le radici ce l’hanno, gli alberi, preferirebbero tanto farne a meno: così potrebbero anche loro prendere il volo con l’aeroplano.” Bertolt Brecht, Dialoghi di profughi

Vista dall’alto una città coi suoi bagliori somiglia a una sequenza musiva coi suoi accenti d’oro e rimandi di luce necessari all’occhio per ordinare la frammentarietà apparente dell’insieme proprio attraverso quegli elementi-tessera che, distinguendosi, marcano le differenze coi loro analoghi dando senso e continuità all’altrimenti indistinto.

Poiché quest’operazione di interpretazione coinvolge direttamente lo spettatore, è a te che mi rivolgo, tu che leggi. Dunque riduci lo sguardo su un quartiere di quella mappa, anzi su una singola abitazione, isolata. Va’ oltre, concentrati sui muri, sui mattoni.

È così che nasce Home: trasferire su carta una sezione di muro d’una vecchia casa ravennate, portarla a New York, svuotarla delle tessere-mattoni e rispedirla in Italia affinché sia sotto il tuo occhio, ora, qui.

Samantha Holmes, l’autrice, ti sta dicendo di riflettere sull’identità: delle cose, di te stesso.

È da tempo che lei lo fa, spesso usando la carta[1], quel biancore cui gli uomini affidano parte del loro mistero perché si tramandi: avvertendo la propria finitudine di fenomeno che passa come e più del circostante, è a lei, alla carta, che essi consegnano i rigurgiti della propria memoria.

Ma qui nulla è scritto e tutto è da guardare. Dunque gira attorno alle quattro mura e annota cosa vedi: assenza e sospensione.

Prosegue Samantha nel suo riflettere sullo svuotamento delle cose[2], meglio percepibile se attorno è aria, se il manufatto è calato dall’alto e non tocca terra[3] come un interrogativo che s’apre a dubbi ulteriori fluttuando all’altezza del tuo sguardo, coi suoi nei tuoi occhi: è fatto di vento, anche, alito del mondo, che Carver sente “soffiare lieve in faccia e nelle orecchie/ (…) più delicato, pare,/ delle dita di una donna”[4], e dentro entra e ramifica impalpabile, lui senza radici, nella tua mente. E cosa vedi?

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Sequenze vuote di mattoni, malta-carta di contorno a sostenere una struttura altrimenti evanescente, una casa che è l’opposto della solidità che questo nome evoca. Eppure.

Non t’inganni la forma: non è lezione d’architettura. Va’ piuttosto al ritaglio: esso è dettagliato, ogni segmento diverso perché tutti vengono da mattoni reali e mai eguali, frammenti di realtà seguiti nella loro autentica imperfezione, benché composti nello stereotipo, il disegno della casa degli schizzi d’infanzia, qui però fluttuante e aperto, valenza metaforica dell’io, perché come ricorda Montaigne negli Essais “io non posso fermare il mio soggetto. Esso va ondeggiante e tremolante, per una naturale ebbrezza. (…) Non dipingo l’essere: descrivo il passaggio.”[5]

Essere e passaggio qui coincidenti. Perché l’io-casa è mutevole, è tenda nomade, è della famiglia dei paradossi moderni come il silenzio-musica di Cage. E attraverso il tutto aperto che questa casa è, chi vedi?

L’altro, te stesso. Perché questo è il punto: l’uomo è straniero errante (colui che vaga, colui che sbaglia) sulla terra, ospite di un mondo altro da sé che egli abita ma non deve forzare, pena l’odierno scempio cementifero[6] e l’orrore “onnipolitano” di cui profetizza Paul Virilio.[7]

Dai Veda ai Salmi veterotestamentari ai Canti dei nativi d’America, altri e più antichi uomini ricordano la nostra natura di forestieri non già padroni del suolo che pretendiamo di sfruttare senza ritegno, il cui unico proprietario è semmai la divinità: “Nessuna terra sarà alienata irrevocabilmente, perché la terra è mia e voi siete presso di me come stranieri e inquilini.”[8]

Vacuo credersi possessori d’alcunché, a parte gli affetti, i ricordi, il proprio tempo, in una casa così aperta che neanche le pareti sono fra esse legate, eppure parti indissolubili, corrispondenti, dello stesso edificio, fatto di andamenti di mattoni-tessera differenti quanti e quali sono i momenti di una vita, delle vite che s’incontrano per costruire la propria, e invisibili poiché nell’assenza si ritrova l’essenza: nel deserto del mondo estraneo alla pelle dell’uomo “nessuno si può chiudere in se stesso: l’umanità dell’uomo, la soggettività, è responsabilità per gli altri, estrema vulnerabilità.”[9]

La casa, lo vedi, se non vola, è comunque sospesa, non per dare un’idea irraggiungibile di sé (di te), giacché la Laputa di Swift è tanto dotta quanto inutile[10] e la Bersabea calviniana delle Città invisibili[11] capovolge ciò che vorrebbe essere, quella Gerusalemme celeste che, avverte Agostino, non da manichei si raggiunge, ma equilibrando anima e corpo.[12]

E il tuo corpo, i tuoi occhi sono la chiave dell’esperienza, per Levinas “delegati dell’Essere”[13] che è qualcosa di estremamente concreto: è la tua storia di umano che qui si offre nuda, davanti all’immagine reale di mattoni assenti di una casa priva di distrazioni cromatiche quale quesito e specchio di ciò che di più puro e buio alberga in te.

Puoi comprendere e accettare o dissipare: che l’uomo si avvicini all’uomo, questa la lunga speranza.

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm


[1] S. Holmes, Unspoken 10.22.10 – 07.07.11, 2011 (Premio G.A.E.M., Ravenna, 2011)

[2] S. Holmes, Absence (Moscow), 2012 (Ti desidero, Musivum Gallery, Mosca, 2012). Un’eco possibile di questo tipo di ricerca giocata sulla scomparsa e l’epifania di tracce musive si può ravvisare nella serie Vestigia di Felice Nittolo (anni 2000).

[3] S. Holmes, Devotion, 2012 e Novena, 2012 (Ti desidero, Musivum Gallery, Mosca, 2012).

[4] R. Carver, da Vento, in Orientarsi con le stelle, Roma, 2013, p. 279.

[5] M. de Montaigne, Saggi, Vol. III, Libro III, cap. II, Milano, 1996, p. 1067.

[6] Oggi “non è sostanzialmente possibile in Italia tracciare un cerchio di 10 km di diametro senza intercettare un nucleo urbano, con tutto ciò che ne consegue in ragione della diffusione dei disturbi a carico della biodiversità…”, B. Romano, Una proliferazione urbana senza fine, in AA.VV., Terra rubata. Viaggio nell’Italia che scompare. Le analisi e le proposte di FAI e WWF sul consumo del suolo, dossier del 31 gennaio 2012, p. 9; si veda inoltre A. Garibaldi, A. Massari, M. Preve, G. Salvaggiulo, F. Sansa, La colata. Il partito del cemento che sta cancellando l’Italia e il suo futuro, Milano, 2010.

[7] “In questo inizio di terzo millennio, l’ultimo sinecismo non è più tanto geofisico quanto, piuttosto, “metageofisico”, dato che al raggruppamento di un popolamento agrario succede la concentrazione ONNIPOLITANA di queste città visibili, in via di metropolizzazione avanzata per formare domani l’ultima città: l’ONNIPOLIS; città fantasma, quest’ultima, METACITTÀ senza limiti e senza leggi, capitale delle capitali di un mondo spettrale, ma che si pretende tuttavia AXIS MUNDI – in altre parole, l’omnicentro di nessun luogo.”, P. Virilio, Città panico, Milano, 2004, p. 74.

[8] Levitico, 25, 23.

[9] E. Levinas, Senza identità (1970), in Umanesimo dell’altro uomo, Genova, 1998, p. 150.

[10] J. Swift, I viaggi di Gulliver, Parte terza, Cap. I-IV, Roma, 1995, pp. 141-158.

[11] I. Calvino, Le città e il cielo. 2., in Le città invisibili, Milano, 2002, pp. 111-112.

[12] “Chi esalta l’anima come bene supremo, e condanna il corpo come cosa malvagia, abbraccia e accarezza l’anima in maniera carnale e fugge carnalmente la carne, perché non si attiene alla verità divina, ma alla vanità umana.”, Sant’Agostino, La città di Dio, XIV, 5, Torino, 1999.

[13] E. Levinas, Il significato e il senso (1964), in op. cit., Genova, 1998, p. 47.

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