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Posts Tagged ‘enrico crispolti’

Nane Zavagno (foto Danilo De Marco, 2012)

Nane Zavagno (foto Danilo De Marco, 2012)

In quanto all’alveare, sia che di vuote/ cortecce ben connesse sia fatto,/ o di giunchi pieghevoli, fa in modo/ che abbia stretto l’ingresso: infatti il gelo/ rapprende il miele e il calore lo scioglie. Virgilio, Georgiche, IV, 53-57.

Nane Zavagno (San Giorgio della Richinvelda, Pordenone, 1932) è un uomo diviso, in cerca di.

È come se tutto il suo percorso speso fra mille materiali (sebbene classici) spesso caratterizzanti decenni differenti, sia concettualmente sospeso a trovare punti possibili di congiunzione “tra moto e stabilità, natura e struttura”[1].

Nane Zavagno, Senza titolo, 2012

Nane Zavagno, Senza titolo, 2012

Benedetto Varchi, celebre umanista fiorentino, pose al Pontormo la questione se fosse più nobile cosa la pittura o la scultura. L’artista aggirò genialmente la domanda rispondendo che sopra a tutto era da porre il disegno: idea e intuizione, struttura e ragionamento, ma anche sfumatura e scatto emotivo: il disegno è tutto questo e molto altro. È l’uomo nudo, primordiale, che crea senza finzioni o trucchi per lasciare traccia di sé, del suo corpo, della sua storia, dei suoi dei naturali. È, in parole semplici, la porta di mente e anima.

Sono rare le mostre che dedichino spazio a questo genere in realtà fondamentale per ogni faber creativo. Dunque rimarchevole La natura e le forme sull’opera di Zavagno (a Pordenone sino al 30 dicembre 2012) anche per l’ampia sezione dedicata alle ultime sue chine, acrilici e carboni su carte e tele, siano essi colorati o solo neri. Naturalmente, essendo un excursus antologico, sono presenti anche altre pitture più lontane di un primo tempo informale, poi gli allumini cinetici, gli inconfondibili mosaici e le sculture più recenti.

Nane Zavagno, Senza titolo, 1991

Nane Zavagno, Senza titolo, 1991

A questo proposito, ha ragione Crispolti quando in catalogo scrive che il modus explorandi degli ultimi venti anni di Zavagno è con ogni evidenza in direzione scultorea, ma di una scultura che tenta (e a cui riesce) la sintesi poiché se “entra nel paesaggio, tuttavia è anche il paesaggio stesso a entrare, visivamente nella sua scultura”[2]: le forme sono quelle indagate da una vita e con ogni mezzo, il concavo e il convesso, il toccarsi e ritrarsi delle materie tangenti, il maschile e il femminile (così è dai progenitori preistorici ai manifesti di Marinetti, El Lissitskij e Malevič) qui geometrizzati, regolarizzati e finalmente fusi col paesaggio a sua volta entrante, permeante queste strutture grazie alle loro trasparenze reticolari, abbastanza ampie da permettere la visione del circostante in cui la scultura è inserita e vive, ma non così larghe da farne equivocamente scomparire l’identità: così, parafrasando le parole virgiliane, il miele ideale che informa queste architetture di mente e metallo resta intatto, non sfugge né rimane rappreso, anzi circolando fa tutt’uno con la loro stessa ossatura.

Nane Zavagno, Senza titolo, 1995

Nane Zavagno, Senza titolo, 1995

Così, il miele dei suoi allumini è nella luce e lo è anche per i mosaici non a caso di pietra, fatti di natura, di sassi bianchi, sia i rosoni sia gli altri quadrangolari, ma ancora una volta geometricamente precisi, definiti, stabili, eppure sui quali corre inafferrabile e si riflette la luce interstiziale, trait d’union fra opera e mondo esterno, fra idea, sua realizzazione e sua irradiazione negli occhi di chi guarda o negli occhi stessi dell’aria, della natura stessa del luogo di collocazione.

Nane Zavagno, Senza titolo, 1962

Nane Zavagno, Senza titolo, 1962

Nane Zavagno,  Rosone in sassi, 1986

Nane Zavagno, Rosone in sassi, 1986

Direbbe Sol LeWitt “Once the idea of the piece is established in the artist’s mind and the final form is decided, the process is carried out blindly. There are many side effects that the artist cannot imagine. These may be used as ideas for new works”[3].

Spesso, punto di partenza per progetti e opere future è il disegno e questa mostra, come detto, ha fra le virtù di render conto dell’attività disegnativa dell’artista, tuttavia non come realtà meramente accessoria o propedeutica, ma a se stante e primaria essendo nell’intento critico del suo curatore Giancarlo Pauletto “la sorgente intima”, oltre a una vera e propria “base culturale che è nello stesso tempo anche sostrato antropologico”[4]. Del resto, già Panzetta riteneva il disegno il medium privilegiato con cui “rendersi conto dell’esistenza, in realtà, di una sola anima di Nane Zavagno”[5].

Nane Zavagno, Senza titolo, 2008

Nane Zavagno, Senza titolo, 2008

Nane Zavagno, Senza titolo, 1995

Nane Zavagno, Senza titolo, 1995

Nane Zavagno, Senza titolo, 2011

Nane Zavagno, Senza titolo, 2011

Ed ecco, mentre scorrono le sue visioni di carte dai molti occhi che sbucano da un’oscurità che sa di Blake e Goya (e non te lo aspetteresti da un razionale come Zavagno: l’ennesima conferma dell’altra faccia della sua personalità, come della natura stessa che egli indaga: giustamente Pauletto legge questo artista in chiave “espressiva, solare” sebbene su “base emozionale e saturnina”[6]. Alla fine nessun artista può essere mai univocamente e pienamente risolto, capito, incasellato), si arriva ai neri in apparenza più geometrici e vicini agli esiti scultorei, per quanto in questo caso le trame sono talmente fitte da espellere qualsiasi luce, sino al buio protagonista assoluto, sino a sovrapporre, a unire i due classici elementi dialettici di Zavagno, il concavo e il convesso, in un corpo unico, dalla fenditura non equivocabile e sempre misteriosa e potente, la grande origine femminina del tutto, che già affascinò Moreni con le sue angurie spaccate e prima ancora l’occhio scandalosamente serio di Courbet.

Nane Zavagno, dunque, è un artista completo proprio perché uomo diviso in un’inesausta ricerca di.

Mostra: Nane Zavagno – La natura e le forme (Pordenone 15.09 – 30.12.2012)

Nane Zavagno – web site


[1] Riccardo Barletta, Nane Zavagno: un artista “spiralico”, in Nane Zavagno, Milano 1989.

[2] Enrico Crispolti, Sulla naturalità alternativa di Zavagno, in Nane Zavagno, la natura e le forme, Torino 2012.

[3] Sol LeWitt, Sentences on Conceptual Art,  first published in 0-9 (New York), 1969, and Art-Language (England), May 1969.

[4] Giancarlo Pauletto, Zavagno, la natura interrogata, op. cit. 2012.

[5] Alfonso Panzetta, Nane Zavagno dipinti e sculture. Cinquant’anni di attività artistica, Torino 2002

[6] Giancarlo Pauletto, op. cit. 2012.

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Lucio Fontana fotografato da Ugo Mulas, Milano 1964

Lucio Fontana (Rosario de Santa Fé 1899–Comabbio, Varese, 1968): quello dei buchi e dei tagli.

Questo post, che non vuole né potrebbe essere esaustivo essendo da tempo Fontana un classico, è dedicato a quanti lo amano ma non lo capiscono e, viceversa, a quanti non lo amano ma vorrebbero capirlo.

Lucio Fontana, Concetto spaziale, Venezia d'oro, 1961

Riferimento è la mostra genovese del 2008/2009, Lucio Fontana luce e colore, curata da Sergio Casoli ed Elena Geuna, in collaborazione con la Fondazione Fontana, utile a chiarire ulteriormente la grandezza e la coerenza delle varie fasi creative dell’artista e pensatore “per forza di mano”: come si evince anche dal catalogo, l’esposizione contava oltre un centinaio di opere, dalle ceramiche figurative di Albissola, “l’acquario pietrificato e lucente” degli anni ’30 e ’40, con pesci, conchiglie, farfalle, stelle, cavalli, fondi marini e coccodrilli, alle sezioni degli anni ’50 e ’60 divise per luci e cromie, il nero, il rosa, l’oro, il rosso, il bianco e il giallo degli innumerevoli concetti spaziali su tele perforate e monocrome ad olio, idropitture e acrilici semplici o con graffiti, ferri, legni, mosaici, vetri e lustrini, come nella serie non casualmente titolata Barocchi, o, ancora, i bronzi delle ultime Nature ottenuti da terrecotte precedenti o gli ambienti spaziali con la luce di Wood, ovvero strutture e spirali al neon,  che richiamavano quelli del ’49 e del ’51, rispettivamente pensati per la Galleria del Naviglio di Carlo Cardazzo a Milano (proprietario anche della veneziana Galleria del Cavallino, i due quartieri generali degli spazialisti) e per la IX Triennale sempre a Milano.

Lucio Fontana, Struttura al neon per la IX Triennale di Milano, 1951

Scrive Fontana al critico Enrico Crispolti il 16 marzo del 1961: “L’ambiente spaziale è stato il primo tentativo di liberarti da una forma plastica statica, l’ambiente era completamente nero, con la luce nera di Wood, entravi trovandoti completamente isolato con te stesso, ogni spettatore reagiva col suo stato d’animo del momento, precisamente, non influenzavi l’uomo con oggetti e forme imposte come merce in vendita, l’uomo era con se stesso, colla sua coscienza, colla sua ignoranza, colla sua materia ecc. ecc. l’importante era non fare la solita mostra di quadri e sculture, ed entrare nella polemica spaziale.”

Un percorso dunque pressoché completo quello dell’esposizione genovese, ad eccezione degli esordi, gli anni ’20 e l’inizio dei ‘30, con le prime prove scultoree già strepitose, grazie anche all’apprendistato in Argentina nell’impresa del padre (scultura cimiteriale), originario di Varese, e alle lezioni di Adolfo Wildt a Brera sull’estetica dell’infinito, che lo porteranno ad “esiti barocchi nei ritratti umani sospesi tra voglia di figurazione (sono i medesimi anni di Arturo Martini e Marino Marini) e mistero della materia nelle pieghe borgesiane dei particolari” (Philippe Daverio, Visione e parola, Passepartout del 09.03.2008).

Lucio Fontana, Stella marina e conchiglia, 1938

Fontana, argentino per nascita e meneghino d’adozione, artista concettuale di statura pari a pochi nel ‘900 mondiale, dopo Albissola (metà anni ’30, anche se continuerà a frequentarla sempre) ed il contatto con la fisicità e i colori della ceramica posta in relazione motoria allo spazio e alla luce, matura ancor più le proprie capacità plastiche e di uomo che opera in rapporto rinnovato col circostante.
Dopo un altro rientro in Argentina durante la seconda guerra mondiale, ecco la sua ultima grande stagione tutta italiana e milanese, lo Spazialismo, sebbene affondi le radici nell’oggetto e nel segno dell’infanzia e della giovinezza, il cuchillo, il coltello argentino che sotto forma di cutter porta l’artista a squarciare le terrecotte prima e le tele poi, aprendo così lo spazio pittorico alla realtà fisica della terza dimensione, per secoli solo illusoriamente dipinta e, forse, ad una quarta ipotizzabile, oltre la tela: l’ineffabile (in altro ambito, si sarebbe potuto dire Through the Looking-Glass, and what Alice found there).

Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese, 1961

Tali novità rivoluzionarie del pensiero e dell’agire fontaniani fanno di lui un maestro per schiere di giovani affamati di modernità (loro luogo d’incontro spesso è il mitico bar Jamaica di via Brera a Milano), come del resto lo era l’Italia intera ridotta in macerie dal conflitto bellico e dal disastro fascista, che per vent’anni aveva, fra le altre cose, isolato il Paese anche a livello culturale. Spazialisti come Crippa, Dova, Bergolli, Peverelli, Tancredi, Deluigi, nuclearisti come Baj, Dangelo e Joe Colombo, figure più indipendenti e informali come Burri, Capogrossi o Scanavino, surrealisti come Matta e Donati o protagonisti di quasi una generazione più giovane come Manzoni, Dadamaino, Castellani, Gianni Colombo, Luciano Fabro e altri ancora, furono influenzati, chi più chi meno direttamente, da questo nuovo tipo di linguaggio dagli sviluppi aperti, inesplorati. Come ricorda Arnaldo Pomodoro in un’intervista al Corriere della Sera (28.02.2011, pag.31): “Per tanti giovani Fontana è stato maestro nel comprendere le capacità e i percorsi di ricerca individuali: anche per me è stato come un padre che mi ha incoraggiato e seguito sempre. Aveva lo studio in corso Monforte (a Milano, n.d.r.), vicino al Genio Civile. Ricordo il suo sorriso espressivo e ironico, il suo modo di muoversi e di gesticolare. Ha inventato una nuova prospettiva, un nuovo spazio, arrivando all’assoluto, al concetto, al gesto primario del “buco”, del “taglio”.”

Fondazione Lucio Fontana

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