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Posts Tagged ‘eric rohmer’

In foto particolare dell’opera di CaCO3, Essere Quadrato / Essere Rosso, 2011, limestone / smalti on polystyrene, 100x100x3,5 cm / ø 27 cm

Premessa: ho scritto il testo critico seguente per il catalogo della collettiva Ti desidero – I long for you, esposizione organizzata grazie alla Ismail Akhmetov Foundation presso la Musivum Gallery di Mosca dal 24 ottobre al 2 dicembre 2012. In mostra opere di CaCO3, Roberta Grasso, Samantha Holmes, Vadzim Kamisarau, Silvia Naddeo, Matylda Tracewska e Aleksey Zhuchkov.

Ti desidero

A volte l’avvenire abita in noi senza che ce ne rendiamo conto e le nostre parole che credono di mentire descrivono una realtà vicina. Marcel Proust, Sodoma e Gomorra

CaCO3, Organismo, 2009, gold, 45 x 45 x 3 cm

Desiderare: essere umani. Desideriamo per vivere: oggetti, risposte, successi, amore, denaro, la sapienza, la semplicità, le complicazioni, il lusso, il corpo o talvolta un suo particolare (Il ginocchio di Claire), desideriamo sino a oltrepassare il confine del lecito, l’uccisione di sé e dell’altro, così da Narciso a Hitchcock, tutti soggetti ad una medesima potentissima pulsione, quella del desiderio che produce piacere.

Matylda Tracewska, Black Square II, 2011, marble, smalti, 80 x 80 x 4 cm

Matylda Tracewska, Black Square III, 2011, marble, smalti, 80 x 80 x 4 cm

È inevitabile dicono gli studi di David Linden[1], fa parte della nostra storia evolutiva e di come si è modificata conseguentemente l’area tegmentale ventrale del cervello. D’accordo, ma proprio perché non travalichi è necessario orientare e capire la natura del desiderio che è anzitutto scoperta dell’altro[2], della necessità che ognuno di noi ha dell’altro (e dunque sana presa di coscienza della propria incompletezza, vero riflesso nello specchio di ogni mattino).

Silvia Naddeo, Transition, 2012, smalti, ceramic glass, hand colored glass spheres, 40 x ø 170 cm

Silvia Naddeo, Transition (particolare), 2012

Gli artisti non sono certo esenti da questo tipo di processi, anzi per certi versi ne sono tramiti privilegiati: il desiderio indica sempre una mancanza, un vuoto da riempire, un’assenza di stelle (questo è l’etimo della parola) da aspettare per riprendere il cammino, come facevano di notte i soldati di Cesare nel De Bello Gallico, desiderantes in attesa del rientro dei loro commilitoni[3].

Roberta Grasso, Memory of a Dream, 2012, silicon, smalti, ceramic glass, organza, tulle, 460X230 cm

Roberta Grasso, Memory of a Dream (particolare), 2012

I desideri di questi artisti li state vedendo ora, qui: vivono in queste immagini di pensiero e realtà raggrumata attraverso l’interpretazione musiva, che facendosi incontro, scontro, dramma, analisi della loro visione dell’altro (e di sé), traducono la vita del nostro tempo inclusa la sua assenza di tempo.

Alexey Zhuchkov, Still Life with Bottles and White Teapot, 2012, natural and artificial stone, smalti, 44 x 65,6 cm

Alexey Zhuchkov, Still Life with Half an Apple, 2012, natural and artificial stone, smalti, 50 x 65 cm

Sono modi diversi di vedere questo tempo e i suoi desideri fatti di ombre di memoria personale e oggettuale da recuperare, da fissare, come di attimi globali da voler conservare come fotogrammi intimi (la Nostra storia, la mia storia), di passioni ipertrofiche che, novelle sirene, attirano per divorarci, di intrecci impalpabili come un sogno (si chiarirà al risveglio, ci imprigionerà?), di astrazioni di colore e materia alla ricerca della sfida (im)possibile, raggiungere l’assoluto (e la sua follia), non a caso in quest’era così straripante di icone che si annullano nell’oceano del proprio vorticare impazzito.

Vadzim Kamissarau, The Main News 1, 2012, cement, smalti, 73 х 93 х 25 cm

Vadzim Kamissarau,The Main News 3, 2012, cement, smalti, 50 x 95 cm

Sono idee che non cercano alibi per piacere: pietra, vetro, silicone, metallo, legno, carta e volontà: di questo si tratta e di questo oggi sa trattare il mosaico, per la verità già da anni, ma oggi con forza rinnovata anche grazie all’apporto di questi giovani artisti, consapevoli abitatori del loro tempo internauta, e coautori essi stessi della terribile euforica festa pop e dunque neobarocca di inizio XXI secolo, in cui al rigore scientifico-chimico si affianca violenta e leggera la meraviglia (quasi eco secentesca) di cui sono veicolo i cosiddetti cinque sensi, qui tutti sollecitati. Recentemente John M. Henshaw[4] ha proposto di raddoppiarli, visti gli sviluppi ultimi delle neuroscienze, ma già in tempi remoti venivano completati dal cosiddetto sesto senso, sorta di summa, affinamento e potenziamento dei precedenti, per raggiungere capacità intuitive superiori, che questi artisti possiedono e che la compositrice finlandese Kaija Saariaho ha perfettamente descritto nel suo  D’om le vrai sens (2010)[5], musica adattissima quale ideale colonna sonora, lirica e inquieta, di queste opere che nude si offrono ai nostri occhi ingombri e sporchi, quale igiene visiva e mentale.

Samantha Holmes, Devotion, 2012, paper and wire, 92 х 42 cm

A questo punto, più di qualche dubbio sorge, se sia ormai il caso di capovolgere la distinzione del Fedone platonico sull’immortalità dell’anima rispetto al corpo, ovvero fra l’eternità dell’idea e il suo riflesso fisico legato ad una durata: è vero, un giorno tutto scomparirà, incluso il Pianeta, ma in ogni opera d’arte l’essere delle cose risiede nella sua attuazione realizzata, testimone particolare d’un epoca, d’un io e insieme universale, non “senza tempo”, ma “oltre” il proprio tempo: è lo scandalo e l’assurdità sempre attuale della bellezza, il sommo dei piaceri, il primo fra i desideri.

Musivum Gallery Mosca – Ti desidero/I long for you

Mosaic Art Now Interview

Samantha Holmes, Absence (Moscow), 2012, marble, smalti, ceramic glass, gold, 260 x 150 cm


[1] Cfr. David J. Linden, The Compass of Pleasure (New York 2011); The Accidental Mind: How Brain Evolution Has Given Us Love, Memory, Dreams and God (Cambridge, MA, 2007).

[2] Lacan opportunamente parla dell’Altro da sé come potenza esterna e beneficamente contraria all’impero dell’Io, che solo così può percepirsi non più monade autosufficiente ma finalmente bisognoso di relazione e in sostanza capace di desiderare, cfr. Jacques Lacan, Scritti (ediz. ital. Torino 1974) e il bellissimo saggio del lacaniano Massimo Recalcati, Ritratti del desiderio (Milano 2012).

[3] Cfr. Massimo Recalcati, op.cit.

[4] John M. Henshaw , A Tour of Senses: How Your Brain Interprets the World (John Hopkins University Press, 2012): in particolare lo scienziato americano propone di aggiungere ai tradizionali vista, udito, olfatto, gusto, tatto, anche equilibrio, temperatura, dolore, senso chimico comune, “propriocezione” (ovvero la percezione di sé), senza contare altri sensi di cui sono dotati alcuni animali, l’ecolocazione dei cetacei, l’elettrolocazione di squali e anguille, la capacità di vedere l’ultravioletto delle api e l’infrarosso di alcuni serpenti, etc.

[5] Ispirato alla Storia della Dama e dell’Unicorno degli arazzi del Museo di Cluny, Parigi.

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Poeta d’una poesia appartata, Luciano Erba (Milano, 1922-2010), come la sua vita, spesa fra versi, insegnamento, traduzioni bellissime dal francese e spentasi senza clamore pochi giorni fa, poiché i poeti, quando ci lasciano, non fanno rumore.

Eppure, per scrivere poesia, bisogna provare un sentire più vasto, più attento alle cose minime della vita, anche per accorgersi della “pena di quanto ci sfugge/ sia pure se in un raggio di verde”, forse lo stesso di Rohmer (di Verne), quando “l’istante sembra avvicinarsi all’eterno”, o “sulla strada di Jaipur”, vedere come bruchino “altri animali di lungo collo/ (…) tutti con l’innocenza degli inizi/ e la grande pazienza della fine”.

Linea K, Il male minore, Il nastro di Moebius, Il cerchio aperto, Il tranviere metafisico, L’ippopotamo, L’ipotesi circense, I remi in barca, sono alcuni titoli delle sue raccolte, dal ’51 a oggi: qui lo si saluta con due liriche, rispettivamente da Il prato più verde (Milano, 1977) e da Nella terra di mezzo (Milano, 2000):

GLI ANNI QUARANTA

Sembrava tutto possibile/ lasciarsi dietro le curve/ con un supremo colpo di freno/ galoppare in piedi sulla sella/ altre superbe cose/ più nobili prospere cose/ apparivano all’altezza degli occhi./ Ora gli anni volgono veloci/ per cieli senza presagi/ ti svegli da azzurre trapunte/ in una stanza di mobili a specchiera/ studi le coincidenze dei treni/ passi una soglia fiorita di salvia rossa/ leggi “Salve” sullo zerbino/ poi esci in maniche di camicia/ ad agitare l’insalata del tovagliolo./ La linea della vita/ deriva tace s’impunta/ scavalca sfila/ tra i pallidi monti degli dei.

MANI

Mani che ti hanno accarezzato sopra la testa/ mani di preti di zie di ortolani/ mano del compagno di scuola/ che scriveva in inchiostro verde/ mani di Berta asciugate dal vento/ se appendeva il bucato sopra i fili/ larghe mani polacche/ che spaccavano legna nell’Arbeit Lager/ mani e dita affusolate/ degli amici indiani/ mano scarnita che prendi la penna per firmare/ mano che arrivata la sera/ accarezzi la gatta più nera.

Luciano Erba (1922-2010), doppio ritratto

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