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Erik Satie (Honfleur, 17 maggio 1866 – Parigi, 1 luglio 1925)

Erik Satie (Honfleur, 17 maggio 1866 – Parigi, 1 luglio 1925)

Spesso rimpiango di essere venuto personalmente nel mondo di quaggiù; non che io provi odio per il mondo. No… Io amo il mondo, il bel mondo – e anche il demi-monde, dato che sono io stesso una specie di demi-mondain.

Ma che mai sarò venuto a fare su questa Terra così terrestre e così terrosa?

Avrò dei doveri da compiere? Sono venuto per assolvere una missione – per fare una commissione?…

Mi ci han mandato per divertirmi… per distrarmi un pochino?… per dimenticare le miserie di un aldilà di cui non ricordo più? Non sarò mica importuno?

Che cosa rispondere a queste domande?

Credendo di far bene, poco dopo essere arrivato quaggiù, mi misi a suonare qualche motivo musicale che mi ero inventato da solo…

Tutti i miei fastidi nascono di qui…

Erik Satie, Recessi della mia vita (2), in Quaderni di un mammifero, Milano 2010, p.98.

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Il pleut, Apollinaire  (1)

 

Il pleut des voix de femmes comme si elles étaient mortes même dans le souvenir

C’est vous aussi qu’il pleut, merveilleuses rencontres de ma vie, ô gouttelettes!

Et ces nuages ​​cabres se prennent à hennir tout un univers de villes auriculaires

Écoute s’il pleut tandis que le regret et le dédain pleurent une ancienne musique

Écoute tomber les liens qui te retiennent en haut et en bas

 

Il pleut, Apollinaire  (2)

(Piovono le voci delle donne come se fossero morte anche nel ricordo

Siete anche voi che piovete, meravigliosi incontri della mia vita, o goccioline!

E quelle nuvole imbizzarrite cominciano a nitrire tutto un universo di città auricolari

Ascolta se piove mentre il rimpianto e lo sdegno piangono una musica antica

Ascolta cadere i legami che ti trattengono in alto e in basso)

 

Guillaume Apollinaire (Roma, 1880 – Parigi, 1918), Il pleut da Calligrammes, poèmes de la paix et de la guerre 1913-1916 (aprile 1918).

 

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baroncelli

Anni fa, chissà quanti, si pensava col fraterno amico Andrea, quello di una vita, di scrivere un libro fatto di soli titoli, inventati, di libri altrettanto inesistenti, o meglio non ancora scritti. Esercizio borgesiano, direte voi. Sarà.

Comunque, era un periodo di tale sintonia su questo divertimento che senza sforzo ci venivano in mente titoli su titoli, talvolta davvero brillanti. Ma l’intenzione era più giocosa che ferma e nessuno s’è mai appuntato nulla e tutto è tornato a essere tempo.

Per la verità s’era pensato di accompagnare ogni titolo con due righe di presentazione, magari quelle del risvolto di copertina, o di critica ora divertita e spietata ora accondiscendente fino alla piaggeria, o perché no direttamente scrivendo l’incipit del (nostro) testo fantasma.

Come dicevo nulla è rimasto, salvo in un angolo semibuio della mia memoria questo titolo Tra le trippe del topo, ricavato da un’affermazione di Martin Lutero, secondo la quale se Dio c’è, è ovunque, anche negli anfratti più impensati, tra le trippe del topo appunto, con quella sequenza mitragliante di “t”, allitterazione che da sola vale l’affermazione.

Avrebbe potuto essere un trattato serissimo di critica teologica o una biografia (ironica?) del padre del protestantesimo: impossibile oltre che inutile indagare la fantasia a posteriori.

Perché mi viene in mente tutto questo?

M’è capitata fra le mani l’ultima fatica di Eugenio Baroncelli, Pagine bianche. 55 libri che non ho scritto (Sellerio, Palermo, 2013) ovvero la concretizzazione di quanto esposto sopra: le idee volano non hanno fretta aspettano anche anni quanto il capriccio comanda loro e poi si posano, benché mai a caso. Perché le idee vogliono nascere.

Ed ecco i 55 titoli con le rispettive prefazioni, incipit, risvolti di copertina, avvertenze e persino il Libro di titoli di libri, bell’e servito a pagina 73, et voilà!

Ora, nonostante quanto detto e nonostante il fantasma di Borges evocato qua e là quale nume tutelare, rispetto ai precedenti (chicche minibiografiche dense di grazia elegante alla Fénéon, colte e intelligenti come Montaigne, ovvero il Libro di candele. 267 vite in due o tre pose, il primo e forse il più bello, o Mosche d’inverno. 271 morti in due o tre pose e Falene. 237 vite quasi perfette) quest’ultimo di Baroncelli m’è piaciuto meno. La trama del mosaico c’è, la realizzazione però presenta più di qualche smagliatura con cali di tensione in qualche caso evidenti.

E tuttavia alcune pagine sono perle del Baroncelli migliore (che alfine è un lirico asciutto, credo non insensibile a Satie o alla Música Callada di un Mompou), tanto che ti secca – ma è bene – che tutto finisca lì, poche righe sotto, essendo questo il gioco di un libro di libri immaginari. Ve ne propongo qualche assaggio, buona lettura.

1) “Confutazione della «Vita di Macrina» di Gregorio di Nissa

Chi è destinato a vivere, quand’anche muoia, non muore.”

2) “Cose. Libro di tutte le cose e molte altre ancora che stanno sulla mia scrivania

Avvertenza. Le cose non muoiono mica: durano più di noi. (Fa eccezione il cd di George Harrison che mi aveva regalato il professor Briganti: quello ha avuto l’umana malizia di sparire davvero, il che spiega perché sembra uno sproposito, o una menzogna, quanto mi manchi adesso). Noi ci ricordiamo delle cose, ma le cose ci dimenticano. Ce ne andremo, e non sapranno mai che ce ne siamo andati. È un’ingiustizia. Questo libro, naturalmente, non può correggerla: si limita a descriverla, con la necessaria pazienza e senza un inutile rancore. Le scatole di Toscani, una mezza piena di sigari e l’altra gremita di penne biro. La lampada monotona. La pila dei libri, che possono non servire. La capricciosa stampante. L’agenda, che resta chiusa tutto l’anno. Il calendario, omaggio del Museo di storia naturale delle scienza biomediche di Chieti. Il dizionario di toponomastica della Vallardi. Il computer, che non vuole aprirsi. Il portacenere e la bussola. Il lettore portatile di cd, il temperamatite… Se qualcuna l’ho dimenticata, è perché a nasconderci le cose, come la nuvola il suo dio, è giusto l’abitudine. Se molte altre le ho aggiunte, è perché esistono anche le cose che non stanno qui, perché una scrivania è il mondo.”

3) “Il doppio dell’oppio. Ventidue vite stupefacenti

Prefazione. (…) La droga è la morte, ma anche la vita: stupefacente, appunto. Il campo è una losca fumeria di Chinatown (lo stesso, si badi, su cui si apre il film): Noodles, disteso su un lettuccio sudicio, fra le volute del fumo getta un sorriso ebete alla camera, che lo coglie dall’alto, attraverso una garza sottile, zoomando in allontanamento. È l’ultimo fotogramma di C’era una volta in America di Leone, ma forse ci sbagliamo. Forse è il primo. Da lì Noodles non si è mai mosso, e lì, nell’incantato torpore dell’oppio, ha sognato il film.”

4) “È andata via la luce. Elogio dell’ombra

(…) Un giorno riferirono al Maestro che Yu-Y’an, un uomo grossolano e volgare, era morto. Quella sera, i discepoli sorpreso il Maetsro in meditazione sulla tomba di Yu-Y’an, che era di cattivo gusto come lui. «Maestro», gli chiesero stupiti, «che cosa c’è da contemplare in un luogo così volgare?». Rispose il Maestro: «L’eleganza dell’ombra».

«Oh, se invece fossi rimasta in qualche oscura parte del Nord o in qualche isola sperduta, / dove la strada non è mai battuta da carrozze dorate, / dove nessuno impara l’ombra».

Riparare nell’ombra in tempi bui. È una parola.

Prefazione. A Auguste Dupin, «innamorato della notte». Se siamo l’ombra di un sogno, come lasciò detto Pindaro, tanto varrebbe viverlo senza svegliarsi mai. L’ombra non è le tenebre: è una fra le forme della solitudine. L’ombra è rivelatrice: non è la dentro che le cose, finalmente, si illuminano? Per questo lascio questo libro nell’ombra, cioè nella sua versione migliore. Fra poco ripeterò il consiglio del vecchio Pitagora: «Nascondi la tua vita, o almeno la tua morte».”

5) “Lassù. Breve storia del cielo

(…) Questo libro racconta questo e anche altro: per esempio le aurore, quella musica, da cui sappiamo che i nostri morti non sono morti ma lontani, così lontani che la loro voce ci arriva travestita da brusio della brezza, per esempio certi crepuscoli di fuoco, che sembrano una fine e invece, con quei riflessi rosso sfacciato da tintura da poco che a me ricordano le donne perdute, sono un principio, almeno per un po’. Per esempio i banditeschi tramonti in cui se ne va in sangue, con quegli spaventevoli cani che fiutano la notte.”

6) “Questi fantasmi. Preistoria, storia e leggenda della mia biblioteca

(…) Questi fantasmi, i libri, ci confondono. Se ne comprano tanti che poi non si sa più dove metterli né come leggerli tutti. Certuni, se lo scaffale è profondo, si nascondono come bambini dietro quelli della prima fila. Certuni, se non vi fidate più della scaletta che invecchia scricchiolando come voi, non si raggiungono più. Stanno lassù intatti e muti, a prendere la polvere che intanto diventiamo noi. Non so se sia l’inferno o il paradiso, ma mettere insieme una biblioteca è organizzare una solitudine.”

Eugenio Baroncelli, da Pagine bianche. 55 libri che non ho scritto (Sellerio, Palermo, 2013)

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