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Posts Tagged ‘ermolao barbaro’

Cristofano dell'Altissimo (1525 ca. - 1605), Ritratto di Giovanni Pico della Mirandola, Galleria degli Uffizi, Firenze

Primavera – estate 1485: due umanisti protagonisti assoluti della propria epoca, Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) e il veneziano Ermolao Barbaro (1454-1493), e il loro scambio epistolare a proposito di filosofia ed eloquenza: quale delle due discipline è superiore all’altra, a quale dunque dedicare la propria vita?

In aprile comincia Barbaro a pungolare l’amico Pico invitando quest’ultimo dall’intelligenza universalmente nota a lasciar perdere i suoi “filosofi barbari”, in specie quelli medievali e tedeschi, per un sano e totale ritorno alle lettere e al loro bello stile, latino s’intende, e possibilmente allo studio del greco.

Il conte di Mirandola, presenza fissa della cerchia di Lorenzo Medici a Firenze insieme all’altro grande amico e poeta Agnolo Poliziano, non fa attendere la propria risposta giocata sul filo di ironia e cultura al massimo livello: dopo i complimenti e le dichiarazioni di stima iniziali, Pico mette in bocca ad un immaginario “filosofo barbaro” le difese delle proprie “barbare posizioni” presso l’altro Barbaro, quello di nome e non certo di fatto: in sostanza, si chiede il nostro, se la filosofia ha come unico scopo la ricerca della verità, di quali ornamenti abbisogna? Certo, lo stile di alcuni filosofi non sarà pulito ed elegante come quello degli antichi, ma è forse meglio avere un’eloquenza vuota benché ornata?

Il bello è che quest’arringa è detta dal “barbaro” nel più colto e raffinato dei modi, con le citazioni classiche più ricercate per l’epoca, oltre a rispecchiare le tesi platoniche e socratiche antisofistiche ben note al circolo ficiniano fiorentino.

Ciò detto, Pico conclude ambiguamente: egli ama le lettere e ad esse è già tornato come voleva il suo interlocutore, ma dalle posizioni del suo personaggio egli prende le distanze solo in parte: sempre meglio gli studi dei filosofi barbari rispetto alle vanterie vacue di qualche “grammaticuzzo” moderno. Per il resto, lascia all’aristotelico Barbaro la difesa della materia sua, la nobile eloquenza, cosa ch’egli farà nella missiva successiva con un nuovo ribaltamento dei personaggi fittizi, per cui proprio un barbaro filosofo patavino dice, ancora una volta in maniera coltissima e densa di riferimenti classici, che Pico ha fatto più danno che bene alla loro causa: tanto vale, termina Barbaro, lasciar perdere tali “scimmie” ingrate e “non dimenticarti dei vecchi amici, mio carissimo (Pico), per fartene di nuovi”. In realtà va riconosciuto che uno degli intenti di Barbaro era rifondare un legame fra eloquenza e filosofia da troppo tempo disgiunte dagli stessi filosofi e letterati, anche attraverso nuove traduzioni aristoteliche, purtroppo mai portate a termine. E, credo, a questo fine non fosse estraneo il pensiero di Pico secondo una delle espressioni più belle e da me amate della sua lettera: “Peccant qui dissidium cordis et linguae faciunt”/ “Errano quanti scindono il cuore dalla lingua”.

A proposito, le epistole originali di questi due grandi sono ovviamente in latino, come si conviene a due fra i massimi intellettuali del tempo: qui di seguito un breve estratto da quella pichiana nel prezioso volumetto “Filosofia o eloquenza?” (Napoli, 1998), a cura di Francesco Bausi.

Cicerone preferisce una saggezza non eloquente a una stolta loquacità. Nel denaro non guardiamo con quale conio sia battuto, ma di quale metallo sia. Non c’è nessuno che non preferirebbe avere oro puro di conio teutonico, piuttosto che oro falso sotto contrassegno romano. Errano quanti scindono il cuore dalla lingua; ma coloro che, senza cuore, sono tutti lingua, non sono forse, come dice Catone, puri e semplici glossari di morti? Vivere senza lingua possiamo, anche se forse non bene; ma vivere senza cuore non possiamo in alcun modo. Non è uomo di cultura chi non abbia alcuna pratica delle lettere più raffinate; non è uomo chi sia ignaro di filosofia. La sapienza del tutto priva di eloquenza può giovare; l’eloquenza priva di sapienza, come una spada in mano a un pazzo, non può non nuocere sommamente.” Giovanni Pico della Mirandola a Ermolao Barbaro, Firenze, 3 giugno 1485.

Centro Internazionale di Cultura Giovanni Pico della Mirandola

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Nelle ultime due settimane ho assistito al primo e all’ultimo MozartIdomeneo e Requiem, allo Stabat Mater di Pergolesi e, su indicazione di un’amica preziosa, ho scoperto i Baustelle, in particolare gli album capolavoro Amen I Mistici dell’Occidente, appena uscito.

In musica, come nella vita, possiamo parlare davvero solo delle nostre reazioni e delle nostre percezioni. E se provo a parlare di musica, è perché l’impossibile mi ha sempre attratto più del difficile. (Daniel Barenboim)

Sono tempi da far west quelli toccatici in sorte: la dissoluzione di un mondo, di punti di riferimento e regole credute solide è più rapida che mai (cfr. Modus vivendi di Zygmunt Bauman e Giustizia e Bellezza di Luigi Zoja). Eppure la morte dell’anima è evitabile: la musica una possibile cura quotidiana e per alcuni la salvezza, come sanno bene i ragazzi venezuelani di Claudio AbbadoJosé Antonio Abreu (L’altra voce della musica, libro e dvd, Il Saggiatore, Milano 2006).

Trovare ogni giorno il tempo dell’ascolto è un po’ continuare ad arare ciò che resta del tempo intatto dei grandi ideali, dell’adolescenza, quando i compromessi e gli altri agenti inquinanti non erano che puntini opachi e lontani all’orizzonte: “peccant qui dissidium cordis et lingua faciunt“, scriveva Giovanni Pico della Mirandola a Ermolao Barbaro nel 1485 (epistola De genere dicendi philosophorum).

Oggi dedico Gli spietati dei Baustelle ad Anna M., che con queste loro parole me li ha fatti conoscere: “c’è un amore che non muore mai/ più lontano degli dei/ a sapertelo spiegare che filosofo sarei.

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