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Manuele Fior, Cinquemila chilometri al secondo, 2010

E la vita continua/ anche senza di noi/ che siamo lontani ormai/ da tutte quelle situazioni che ci univano/ da tutte quelle piccole emozioni che bastavano, Vasco Rossi, Anima fragile, 1980 

Vi è mai capitato di pensare che quella volta, se aveste preso un’altra direzione, fatto un’altra scelta, forse la vostra vita sarebbe cambiata, in meglio o in peggio chissà, comunque sarebbe diversa?

Del resto ogni scelta implica una rinuncia, sono possibilità che ci precludiamo in forza di ragionamenti o spinti dall’emotività che assai più spesso di quanto non riconosciamo condiziona, se non guida costantemente, i nostri passi.

Ma è poi vero che possiamo scegliere del tutto liberamente? Non sono qui a fare una lezione sul libero arbitrio, ci mancherebbe, ma ognuno di noi è  vincolato da se stesso, dal proprio passato che ha una parte non piccola nel continuare a formare il nostro carattere, dunque acuendo o meno la nostra capacità di rispondere in determinati modi, talvolta anche prevedibili, ai bivi che la vita ci pone dinanzi. Certo, mica vero sempre. Sempre si fa in tempo a sparigliare le carte, a fregarsene di orgoglio e calcoli e compagnia bella. Per fortuna. O la vita sarebbe un déjà vu inutile.

E la vita è qualcosa di delicato, fragile, quanto più ci fa male più si chiarisce la visione. Lo hanno capito (o sempre saputo) i tre struggenti protagonisti di Cinquemila chilometri al secondo, gioiello del 2010 di Manuele Fior, giustamente libro dell’anno ad Angoulême 2011.

Manuele Fior, Cinquemila chilometri al secondo, 2010

Manuele Fior, Cinquemila chilometri al secondo, 2010

Piero e Nicola, due adolescenti, amici per la pelle. Nel condominio dove abitano arriva Lucia, la timida magra Lucia, con sua madre, una donna ingrassata separata e dal pollice verde.

Inutile dire che le vite dei tre ragazzi si incroceranno sulla strada dell’amore, dell’innamorarsi reciproco e della gelosia conseguente sullo sfondo di un paesino della provincia italiana che, sbaglierò, ma a me ha ricordato Cervia sul finire degli anni’70 o inizio ’80. Ma queste supposizioni non sono importanti, perché questa vicenda è ovunque valida e attuale.

Con le dovute differenze di trama, l’atmosfera di certe scene riporta alla mente C’eravamo tanto amati di Scola, capolavoro denso di battute folgoranti che valgono il pur tutto stupendo film: “Vincerà l’amicizia o l’amore? Sceglieremo di essere onesti o felici?”.

Dopo la fine della storia fra Piero e Lucia, lei va a studiare in Norvegia, lui comincia la sua carriera di archeologo fra le sabbie dell’Egitto. Nicola appartiene al passato.

Entrambi, come si dice, si rifanno una vita: lei con Sven, un norvegese, lui con Cinzia un’italiana. E i loro percorsi corrono paralleli, al punto che più o meno nello stesso tempo aspettano un bimbo coi rispettivi compagni, solo che Lucia abbandonerà Sven divenuto così ostile a lei così dolce in gravidanza. Tornerà in Italia, da sua madre, dove crescerà sua figlia diventando insegnante di lettere in un istituto tecnico e come sua madre ingrassando oltre misura e oltre misura intristendosi.

Piero riuscirà a diventare un nome dell’egittologia e una sera, dopo anni, tornando al paese, eccolo al tavolo di un bar di un barista sgarbato o solo stanco, con l’unica voglia di chiudere bottega.

All’altro capo del tavolo Lucia. E che risate quei due ragazzi invecchiati, ma per una sera ancora così freschi e leggeri. Bellissimi, perché l’amore sembra non vedere i chili in eccesso di lei, la stempiatura di lui, le rughe, le borse sotto gli occhi e anche le rispettive amarezze, delusioni, dispiaceri e solitudini paiono svanire alla luce dell’altro. Tanto da riaccendersi la voglia dell’altro, il desiderio del corpo, che importa se nel bagno del bar. Invece importa. Perché è un attimo e tutto l’incantesimo, la sospensione temporale che aveva annullato il loro essersi persi, si rompe e tutto appare più buio, quasi squallido, impossibile continuare. La vita, quella loro vita, è andata via. È stata.

Manuele Fior, Cinquemila chilometri al secondo, 2010

Manuele Fior, Cinquemila chilometri al secondo, 2010

E così a volte ci aggrappiamo ai ricordi anche con alcuni amici per non dover ammettere che è finita, che abbiamo più passato che futuro davanti, anche se lo si sa benissimo ma non lo si dice per non essere sommersi dal dolore della perdita che ne conseguirebbe, trovarsi privi di una parte di vita importante sui cui abbiamo costruito la nostra identità, il nostro essere oggi.

Una passeggiata lungo la strada lucida di pioggia e la spiaggia di tanti anni prima ed ecco Lucia a casa. Piero sale sul taxi e via. Si volta, però. E vede. Vede dal portone uscire Nicola, anch’egli imbolsito, accogliere Lucia. Qualcosa si è salvato o doveva, poteva andare tutto diversamente? Sono domande cui ognuno risponderà ai propri giorni in fila fra dieci, venti o più anni, con pietà, c’è da augurarsi.

Ad alcune già ora chi è più che trentenne può cominciare a rispondere. Non prima di essersi commosso nelle ultime pagine del libro, in cui con un flashback l’autore ci fa tornare all’adolescenza dei tre ragazzi, dove i toni stessi dell’acquarello tornano solari (poteva esserci un linguaggio più delicato per raccontare questa storia? Si è catturati dalla magia di Fior proprio grazie al suo saper annegare i nostri occhi nei suoi colori, che a nuoto ci conducono nel tempo pagina dopo pagina, personaggio per personaggio, paesaggio dopo paesaggio), lasciandosi anni luce alle spalle i blu viola lividi del presente delle pagine appena precedenti e si chiude così, sulle note di una canzone di cui non sapremo mai il titolo né l’autore, ma che ha fatto da colonna sonora alla prima volta di Piero e Lucia e non li ha più lasciati. Si chiude così: appena prima di fare l’amore.

www.manuelefior.com

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Giuseppe Gioachino Belli (Roma, 1791-1863)

Giuseppe Gioachino Belli (Roma, 1791-1863)

Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizii, le superstizioni, tuttociò insomma che la riguarda, ritiene una impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza.

Così Giuseppe Gioachino Belli (Roma, 1791-1863) nell’Introduzione ai suoi Sonetti, opera tuttora freschissima e operazione assai colta, quella di catturare l’anima di un popolo attraverso la sua lingua viva, sebbene filtrata dalla finezza sapiente e tagliente del poeta (benché l’intenzione, nella Roma del Papa Re, non sia mai veramente sovversiva, anzi, e al riguardo molto dicono l’ipocondria e il silenzio finale del Belli, che dal ’47-’49 alla morte nulla più scrisse in dialetto, chiudendosi in un conservatorismo papalino, non tanto per amor di Curia in sé, ma perché vedeva, e con orrore, sgretolarsi quel mondo da lui affrescato, pure pieno di vizi e indolenza, ma più in generale dei caratteri così tipici della sua Urbe).

Tale lezione corale e moderna sarà appieno colta dalla miglior cine-commedia romanesca e non, da Sordi anzitutto a Gassman, da Manfredi alla stupenda Vitti, da Proietti a Gabriella Ferri, da Magni a Scola a Risi, da Garinei e Giovannini, a Steno e Verdone (ma anche, perché no, da Germi a Monicelli, Loy, De Sica e, con le dovute differenze, da Fellini e Pasolini).

Questo blog, in genere, non celebra nessuna festa o data comandata. Unica e significativa eccezione è il 1° aprile (2010, 2011, 2012), giornata del sorriso, del “pesce” beneaugurante, quest’anno coincidente con altra festività religiosa. Modo migliore dei versi del Belli per mettere insieme diavolo e acquasanta m’è parso non ci fosse, in particolare due sonetti del 1831 in cui si canta dell’inizio e della fine del mondo. Dunque, buon pesce d’aprile a tutti.

LA CREAZZIONE DER MONNO

L’anno che Ggesucristo impastò er monno,

Ché ppe impastallo ggià cc’era la pasta,

Verde lo vorze fà, ggrosso e rritonno,

All’uso d’un cocomero de tasta.

Fesce un zole, una luna, e un mappamondo,

Ma de le stelle poi di’ una catasta:

Sù uscelli, bbestie immezzo, e ppessci in fonno:

Piantò le piante, e ddoppo disse: «Abbasta».

Me scordavo de dí ccreò ll’omo,

E ccoll’omo la donna, Adamo e Eva;

E jje proibbí de nun toccajje un pomo.

Ma appena che a mmaggnà ll’ebbe viduti,

Strillò per dio con cuanta vosce aveva:

«Ommmini da viení, sséte futtuti».

Giuseppe Gioachino Belli, Terni, 4 ottobre 1831

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ER GIORNO DER GIUDIZZIO

Cuattro angioloni co le tromme in bocca

Se metteranno uno pe ccantone

A ssonà: poi co ttanto de voscione

Cominceranno a ddí: «Ffora a cchi ttocca».

Allora vierà ssú una filastrocca

De schertri da la terra a ppecorone,

Pe rripijjà ffigura de perzone,

Come purcini attorno de la bbiocca[1].

E sta bbiocca sarà Dio benedetto,

Che ne farà du’ parte, bbianca, e nnera:

Una pe annà in cantina, una sur tetto.

All’urtimo uscirà ‘na sonajjera

D’angioli, e, ccome si ss’annassi a lletto,

Sorzeranno li lumi, e bbona sera.

Giuseppe Gioachino Belli, 25 novembre 1831

PS. Quelli che… moglie, marito e figlio si ritrovano un sabato mattina ad ascoltare le canzoni di uno e ridono perché quello sapeva far ridere e, i due adulti, piangono un po’ perché alcuni versi sono struggenti, diretti come aghi, un po’ perché lui non c’è più e qualcosa senti che ti manca, come una sicurezza in meno. Ma poi tornano a sorridere perché in tutto questo, fra un Se me lo dicevi prima, un Messico e Nuvole, un Vengo anch’io, L’Armando, Via del Campo e Sfiorisci bel fiore, Ho visto un re e Quelli che… naturalmente, E, la vita la vita, Silvano e le voci di Cochi e Renato e quanti altri momenti di felicità, si accorgono che il piccolo di neanche due anni balla, si muove contento, perché dentro quelle musiche che evidentemente gli arrivano, gli sanno parlare senza filtri, c’è il segreto del jazz, perché hanno ritmo e un bimbo lo capisce subito e subito lo mette in pratica con la cosa più naturale antica difficile del mondo, ballare. Perché in definitiva Ci vuole orecchio per apprezzare la vita che è movimento.

Allora senti che lui c’è ancora, sta già parlando a tuo figlio e ti viene da ridere rincuorato. E poi “il nostro piangere fa male al re”.

Questa pagina, scritta prima di venerdì scorso per essere pubblicata oggi, coi suoi versi scherzosi, benché in romanesco (la stessa lingua del povero Califfo-Califano, pace anche a lui), è dedicata al grande Enzo Jannacci (Milano, 3/6/1935-29/3/2013), con una lacrima, sì, ma sopra un sorriso.


[1] Chioccia.

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