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 Álvaro Mutis (1923 – 2013)

Álvaro Mutis (1923 – 2013)

Conobbi anni fa l’opera di Álvaro Mutis (Bogotà 1923 – Città del Messico 2013), in particolare la Summa di Maqroll il Gabbiere grazie a Smisurata preghiera di De André, perla fra le perle assolute di Anime salve (1996), dichiaratamente ispirata ai versi del poeta colombiano scomparso lo scorso settembre.

Ed è con una sua immagine piccola e sorridente, lo sguardo aperto davanti a noi e le finestre non chiuse alle spalle (in fondo futuro e passato sono lo stesso flusso: siamo noi), insieme alle sue parole che saluto lettori e affezionati, augurando a tutti buone feste e che l’anno nuovo vi porti una “goccia di splendore”.

Un abbraccio, a gennaio 2014,

Luca

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I viaggi

È doveroso lanciarsi alla scoperta di nuove città. Ci attendono razze generose. I pigmei meticolosi. I grassocci e imberbi indiani della selva, asessuati e bianchi come i serpenti delle paludi. Gli abitanti delle piane più alte del mondo, stupiti dinanzi al fremito della neve. I deboli abitanti delle distese ghiacciate. Le guide delle greggi. Coloro che vivono in mezzo al mare da tanti secoli e che nessuno conosce perché viaggiano sempre in direzione contraria alla nostra. Da loro dipende l’ultima goccia di splendore.

Restano ancora da scoprire luoghi importanti della Terra: i grandi condotti da cui respira l’oceano, le spiagge dove muoiono i fiumi che non vanno da nessuna parte, i boschi dove nasce il legno di cui è fatta la gola dei grilli, il posto dove vanno a morire le farfalle scure dalle grandi ali lanute con il colore acre dell’erba secca del peccato.

Bisogna cercare e inventare di nuovo. Resta ancora tempo. Ben poco, è vero, ma è doveroso approfittarne.

Álvaro Mutis, da Prime poesie in Summa di Maqroll il Gabbiere, Torino 1993

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Giorgio Caproni (1912-1990)

Non so più, non ricordo se i primi versi di Giorgio Caproni (Livorno, 1912 – Roma, 1990) me li ha fatti conoscere mia madre facendomi leggere e amare Preghiera, quel delicatissimo battere d’ali e lettere dedicate dal poeta a sua madre Anna Picchi (“Anima mia, leggera/ va’ a Livorno, ti prego./ E con la tua candela/ timida, di nottetempo/ fa’ un giro; e se n’hai il tempo,/ perlustra e scruta, e scrivi/ se per caso Anna Picchi/ è ancor viva tra i vivi.// (…) Anima mia, sii brava/ e va’ in cerca di lei./ Tu sai cosa darei/ se la incontrassi per strada.”), oppure se per caso ho incontrato questo maestro intimo grazie alla serie benemerita dei “Miti Poesia Mondadori” di metà anni ’90, col libretto che presentava in quarta di copertina un sussurro delicatissimo, non casualmente aperto e chiuso dai puntini di sospensione, sistole e diastole di cuore e pensiero: “…perch’io, che nella notte abito solo,/ anch’io, di notte, strusciando un cerino/ sul muro, accendo cauto una candela/ bianca nella mia mente – apro una vela/ timida nella tenebra, e il pennino/ strusciando che mi scricchiola, anch’io scrivo/ e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto/ che mi bagna la mente…”.

Anni dopo, all’università, un amico, in occasione di un reading teatrale che stavamo preparando, mi suggerì di concludere la scaletta col Congedo del viaggiatore cerimonioso di Caproni, proposta che subito accettai ormai qualificando questo poeta come uno dei familiares ideali più cari. Nella stessa raccolta di inizio anni’60, si trova il Lamento (o boria) del preticello deriso, un personaggio che non stonerebbe nella galleria d’un Fabrizio De André, con quell’intuizione finale, quasi beckettiana, “non so più agire/ e prego; prego non so ben dire/ chi e per cosa; ma prego:/ prego (e in ciò consiste/ – unica! – la mia conquista)/ non, come accomoda dire/ al mondo, perché Dio esiste:/ ma, come uso soffrire/ io, perché Dio esista”, poi ripresa da Jovanotti nel bel rap Date al diavolo un bimbo per cena (2002) col verso “prego non perché Dio esiste ma perché Dio esista”.

Giorgio Caproni con l'amico Pier Paolo Pasolini

In una mostra bibliotecaria, infine, di qualche tempo fa, dedicata a microversi in microlibri, accanto ad alcune perle di Luzi (“La mia pena è durare oltre quest’attimo”, verso dal sapore goethiano, che poi volli riscrivere su una piccola foglia d’autunno, lasciando che lentamente si seccasse, mutando colore, sino a sbriciolarsi sulla parete cui l’avevo appesa) e della Merini (“Son crudele, lo so,/ ma il gergo dei poeti è questo”), che certo non avrebbero sfigurato, anzi, in uno dei preziosi gioiellini editi da Pulcinoelefante di cui forse fanno già parte, c’era una teca completamente dedicata a Giorgio Caproni.

Ricorrendo quest’anno il suo centenario di nascita compiuto lo scorso 7 gennaio, saluto il lettore e il grande poeta che amava definirsi un genovese di Livorno (insieme a Roma, le tre città della sua vita), proprio con alcuni di quei frammenti, illuminazioni folgoranti scritte in periodi diversi, dense di grazia, ironia, tensione (e rassegnazione) metafisica e consapevolezza che il linguaggio, cui tanto affidiamo la ricerca e l’eredità del nostro messaggio umano, è limitato e può tradire, nascondendo fratture in cui cadere, da cui i numerosi e caratteristici enjambements delle sue liriche, sebbene nel caso della poesia sia anche l’ultimo corrimano cui aggrapparsi (Wisława Szymborska).

 

Versi di Giorgio Caproni:

 

Bisogno di guida: M’ero sperso. Annaspavo./ Cercavo uno sfogo./ Chiesi a uno. «Non sono,»/ mi rispose, « del luogo.»

 

Istanza del medesimo: «Cosa volete ch’io chieda./ Lasciatemi nel mio buio./ Solo questo. Ch’io veda.»

 

Postilla: (Non ha saputo resistere/ al suo non esistere?)

 

Deus absconditus: Un semplice dato: Dio non s’è nascosto./ Dio s’è suicidato.

 

Le carte: Imbrogliare le carte,/ far perdere la partita./ È il compito del poeta?/ Lo scopo della sua vita?

 

Sassate: Ho provato a parlare./ Forse, ignoro la lingua. Tutte frasi sbagliate./ Le risposte: sassate.

 

Esperienza: Tutti i luoghi che ho visto,/ che ho visitato/ ora so – ne son certo:/ non ci sono mai stato.

 

Indicazione: – Smettetela di tormentarvi./ Se volete incontrami,/ cercatemi dove non mi trovo./ Non so indicarvi altro luogo.

 

Falsa pista: Credevo di seguire i passi./ D’averlo quasi raggiunto./Inciampai. La strada/ si perdeva fra i sassi.

 

I pugni in viso: «La morte non mi avrà vivo,»/ diceva. E rideva,/ lo scemo del paese,/ battendosi i pugni in viso.

 

Le parole: Le parole. Già./ Dissolvono l’oggetto./ Come la nebbia gli alberi,/ il fiume: il traghetto.

 

Ansava sul suo violino/ stonava. Allegro con moto/ Si può, in un bicchiere vuoto/ bere il ricordo del vino?

 

Rivelazione: Mi sono risolto/ mi sono voltato indietro./ Ho scorto/ uno per uno negli occhi/ i miei assassini./ Hanno/ – tutti quanti – il mio volto.

 

Mentore: Devi perseverare,/ usare buona pazienza./ Ricordalo, se vuoi arrivare/ al punto di partenza.

 

I baci: Oltre il bene e oltre il male./ Oh amore…amore…/ …E i baci,/ che cambiano sapore/ di capitale in capitale

 

Raggiungimento: Andavo. Andavo./ Cercavo dove poter sostare./ Ero ormai sul discrimine./ Dove finisce l’erba/ e comincia il mare.

 

La morte non finisce mai

 

Pensatina dell’antimetafisicamente: «Un’idea mi frulla,/ scema come una rosa./ Dopo di noi non c’è nulla./ Nemmeno il nulla,/ che già sarebbe qualcosa».

 

Per le spicce: L’ultima mia proposta è questa:/ se volete trovarvi,/ perdetevi nella foresta.

 

Ps. Ricordo che Tutte le poesie di Giorgio Caproni, inclusi i versi sopra riportati, sono state riunite e pubblicate in un volume postumo degli Elefanti – Garzanti (Milano, 1999) oltre che in un precedente Meridiano Mondadori (Milano, 1995).

Inoltre Caproni fu traduttore dal francese finissimo (fra gli altri di Proust, Maupassant, Genet): in particolare consiglio la sua bellissima versione della Mort à crédit di Céline.

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José Saramago (1922-2010)

 

Aveva coraggio don José. E aveva fantasia.

Il coraggio di chi si è opposto al regime salazarista e ne ha ricevuto le persecuzioni: certe esperienze lasciano un segno indelebile e possono liberare la creatività o zittirla per sempre (Manuale di pittura e calligrafia, 1977).

Ma don José ha sempre coltivato il coraggio di andare in direzione ostinata e contraria (per dirla con Mutis-De André), anche in anni recentissimi e riguardo affari internazionali: a questo proposito, penoso il rifiuto dell’Einaudi, sua casa editrice storica per l’Italia, un tempo povera ma libera (si legga l’appassionato I migliori anni della nostra vita di Ernesto Ferrero, Feltrinelli, Milano, 2005), e oggi tra le proprietà di Mr B., la quale, in ossequio al nuovo padrone, non pubblicò l’anno passato Il quaderno di Saramago (poi editato da Bollati Boringhieri, sempre nel 2009), raccolta di j’accuse dal suo blog su fatti e personaggi quali G.W. Bush o, appunto, il suo amico e nostro onnipotente sultano-premier.

 

José Saramago (1922-2010)

 

Inutile dire quanti scribacchini nostrani che si litigano questo e quel premio giornalistico-letterario, non abbiano un’oncia del talento della coscienza della spina dorsale di don José, che volendo svegliare l’individuo dalla Cecità (1995) in cui si è lasciato cadere e di cui la società lo ha fatto ammalare, ha dichiarato guerra con la sua opera ad ogni ipocrisia, e dunque, ad una delle sue dispensatrici più antiche, la Chiesa Cattolica, da sempre dimentica ai suoi vertici del messaggio radicale e vitale di Cristo, poiché alleata del potere costituito (come già aveva lucidamente intuito Piero Gobetti nel binomio col fascismo, ma si veda anche quel gioiello di Todo Modo di Sciascia, divenuto due anni dopo la pubblicazione, nel 1976, film altrettanto valido di Elio Petri).

Dunque al Vaticano lo scrittore era piuttosto inviso, per le sue prese di posizione, per essere comunista, ateo e aver dato una rilettura del Messia in chiave puramente umana nel suo Il Vangelo secondo Gesù Cristo (era il 1991: in seguito, per le violente polemiche suscitate, lasciò il Portogallo e si trasferì alle Canarie, a Tías, dov’è deceduto), come, ad anni di distanza, una visione di Caino (2009) vittima di un Dio veterotestamentario vendicativo e crudele: tutte cose su cui si può dissentire, naturalmente, come sulle sue dichiarazioni contro lo stato di Israele o contro le vignette anti-islamiche o rimproverandogli l’assenza critica sui gulag.

Ma, a proposito di garbo e di coraggio, se “i coccodrilli” sono stucchevoli, che dire della demolizione totale e feroce, cavallerescamente attuata il 19 giugno 2010, il giorno dopo la sua morte, da Claudio Toscani su L’osservatore Romano e da Fulvio Panzeri su l’Avvenire? Credo si commenti da sé.

Aveva fantasia, s’è detto, don José. Esplicitata attraverso un flusso magmatico e polistilistico (dal picaresco al sacro, dal parastorico al politico, dal lirico al ludico, etc.) di frasi lunghe e discorsi diretti non virgolettati, senza soluzione di continuità col seguito del testo, scarno di punti e segni d’interpunzione e ricco di allegorie (per averne un saggio breve, si veda il delizioso Il racconto dell’isola sconosciuta, 1998).

 

José Saramago (1922-2010)

 

Nei suoi intrecci c’è spesso lo svolgersi parallelo e incrociato della Storia con le storie (e l’amore) degli individui comuni, come nel meraviglioso affresco Memoriale del Convento (1982), dove accanto a re, regine, questioni dinastiche legate alla costruzione grandiosa e caotica del convento di Mafra, la musica di Domenico Scarlatti e i roghi dell’Inquisizione, si narrano le follie di padre de Gusmào e la passione che stringe la veggente Blimunda al povero ex soldato Baltasar.

E dal momento che il Portogallo è lo scenario di tanti suoi romanzi, qui si saluta il loro autore con alcuni passi tratti da opere dedicate alla sua terra, striscia breve da sempre affacciata sul grande oceano.

L’universo mormora sotto la pioggia, mio Dio, che dolce tenera tristezza, speriamo che non ci manchi mai, neanche nei momenti di gioia.” (José Saramago, da Storia dell’assedio di Lisbona, 1989)

Avvicinatevi, pesci, voi della sponda destra che siete nel fiume Douro, e voi della sponda sinistra che siete nel fiume Duero, avvicinatevi tutti e ditemi quale lingua parlate quando, laggiù, attraversate le acquatiche dogane, e se avete anche voi passaporti e timbri per entrare e uscire.

Io sono qui a guardarvi dall’alto di questo sbarramento, e voi guardate me, pesci che vivete in quelle acque che si confondono, voi che altrettanto rapidamente vi trovate da una parte o dall’altra, in una grande fratellanza fra pesci che si mangiano l’un l’altro solo per i bisogni della fame e non per noia della patria. Da voi, pesci, infine mi congedo, arrivederci, riprendete la vostra vita finché non arrivano i pescatori, nuotate felici e auguratemi buon viaggio, addio, addio.” (José Saramago, da Viaggio in Portogallo, 1980)

Blog – Il Quaderno di Saramago

Blog – Fundação José Saramago

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Mario Tursi (Roma, 1929-2008) è stato uno dei grandi fotografi di scena del cinema italiano e internazionale.

Il suo nome significa quasi tutto Visconti e, fra gli altri, Buñuel, Pasolini, Petri, Scola, Rosi, Lattuada, Maselli, Giuseppe Bertolucci, Liliana Cavani, l’indimenticabile Sergio Leone di C’era una volta in America, Polanski, Rappeneau, Molinaro, Jean-Jacques Annaud, Patroni Griffi, Troisi, Benigni, Julie Taymor, Scorsese, Tornatore, etc.

Maria Callas e Pasolini sul set di Medea a Göreme (Cappadocia), giugno 1969

Set di Medea (particolare), Göreme (Cappadocia), giugno 1969

In particolare, nel 1969 realizzò una serie di scatti formidabili sul set della Medea pasoliniana, tra Cinecittà, Grado, in Friuli, e alcune località turche, nell’antica Cappadocia (poi raccolti nel volume Pasolini, Callas e Medea, Bologna, 2007).

“È un vecchio lavoro”, disse. Eppure sono cose mai invecchiate.

Queste immagini non si limitano al reportage d’autore: l’equilibrio generale e di ogni scatto, l’abilità nel rendere i volti sui e dei paesaggi turchi, talvolta lunari, attraverso una conoscenza non comune delle luci e dei colori, dei bianchi e dei neri, senza mai eccedere, dicono della sua sapienza tecnica, ma non bastano. Il trucco sta nella semplicità: far credere facile, ciò che in realtà non lo è.

Maria Callas-Medea, Göreme (Cappadocia), giugno 1969

E ciò che rende uniche queste foto è la capacità di Tursi di aver dato spazio e consegnato per sempre al futuro, non icone imbalsamate di miti lirico-letterari, trappola in cui era più che facile cadere, trattandosi della Callas e di Pasolini alle prese con un altro mito, Medea, ma assai più magistralmente, essi sono sia figure potenti, ancestrali, il demiurgo e la Mater mediterranea primigenia (una greca, fra l’altro), sia Maria e Pier Paolo, circondati dalla troupe, durante le riprese, seri o mentre si ride, in pausa, fumando una sigaretta. Pier Paolo, a Pa’, in costume da bagno e Maria che beve alla bottiglia, o insieme, un anno dopo, a riprese finite, risalendo sottobraccio una via di Napoli.

Maria Callas e Pasolini a Napoli, settembre 1970

Cinema e vita quotidiana: ognuno a suo modo felice, almeno in quel frangente, quasi dimentico delle tristezze personali e ignaro della fine ingiusta che di lì a pochi anni avrebbe divorato i loro corpi, nella solitudine parigina o su una desolata spiaggia romana.

Come direbbero Mutis e De André, per consegnare alla morte una goccia di splendore/ di umanità di verità. Un’ultima.

Pasolini a Göreme (Cappadocia), giugno 1969

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