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Guariento da Arpo (notizie dal 1338 1l 1367), Schiera di angeli armati (Arcangeli?), Musei Civici, Museo Bottacin, Padova

Bella giornata mercoledì scorso per visitare la doppia mostra padovana sul tempo dei da Carrara, signori cittadini del XIV secolo (Civici Musei agli Eremitani e Palazzo Zuckermann), e sul Guariento (Palazzo del Monte), pittore che nel rispondere alle loro esigenze diede stile ad una corte e a un’epoca in terra veneta, nel tentativo riuscito di andare oltre il dettato giottesco e radicale degli Scrovegni di inizio ‘300 (espressività dei volti, massa dei corpi, prospettiva intuita, eredità che, toccando poco più che nulla la vicina Serenissima per il tramite di Paolo Veneziano, sarà appieno e per primo colta dal toscano Masaccio cent’anni dopo), eseguendo personaggi bizantineggianti ma dalle linee sempre più eleganti, sinuose e allungate nel tempo, e così anticipando il gusto cortese e fiabesco definito in tempi moderni “gotico internazionale” poiché diffuso in tutte le più raffinate corti europee tra la fine del ‘300 e la metà del ‘400 e oltre in più di qualche caso.

Antonio Vivarini e Giovanni d'Alemagna, Incoronazione della Vergine, 1444, Chiesa di San Pantalon , Venezia

Chi può si affretti a visitare queste due intelligenti ben curate e interconnesse esposizioni ormai in chiusura (il 31 luglio!), non solo per la riscoperta piacevolissima di un autore medievale null’affatto minore ma protagonista vero del suo tempo (a proposito, di Guariento da Arpo si hanno notizie dal 1338 al 1367 circa, con l’ultima grande commissione nota, il Paradiso di Palazzo Ducale a Venezia, sostituito da quello del Tintoretto dopo l’incendio del 1577), qui messo a confronto con altri grandi che lo precedettero, ne furono contemporanei o ne presero il lascito (da Giotto ai riminesi Pietro e Giuliano all’espressionista bolognese Vitale, da Giusto de’ Menabuoi ad Altichiero, dai veneziani Pietro e Lorenzo sino alla sontuosa Incoronazione della Vergine di Antonio Vivarini  e Giovanni d’Alemagna), ma anche per le sezioni ricche di codici miniati e disegni, vasi e sculture, avori, oreficerie religiose, monete, armi e ricostruzioni urbane ottocentesche e odierne dedicate appunto al contesto in cui molti di quegli artisti fiorirono, ovvero l’età carrarese di Padova, dal 1318 al 1405, date dell’ascesa e della caduta di questa famiglia fra gli artigli della Repubblica di San Marco, con relativa incarcerazione e uccisione violenta, per strangolamento, degli ultimi sfortunati da Carrara, Francesco Novello e figli.

Cronaca Carrarese, Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia

Questi signori, come del resto Petrarca che aveva casa a due passi da qui, ad Arquà, e che probabilmente ispirò gli affreschi perduti di alcune sale della loro reggia, furono vero e proprio esempio di intelligenza e avanguardia protorinascimentale, capendo che nel rendere davvero grande la città di cui, sebbene per breve tempo, ressero le sorti, di riflesso anche la loro dinastia, la loro immagine e il loro ricordo ne avrebbero beneficiato per sempre (passatemi l’avverbio, in realtà assai relativo riguardando cose umane): commissionarono architetture e affreschi religiosi e civili, potenziarono l’università e la ricerca, specie gli studi scientifici e un aristotelismo indipendente dai dettami rigidi della Chiesa (indipendenza mantenuta anche sotto Venezia, come si legge nel motto universitario “universa universis patavina libertas”/“la libertà di Padova è totale per tutti”), in generale fecero prosperare l’economia e la cultura, costituendo anche una delle biblioteche più preziose del tempo, poi dispersa: Padova visse un’età d’oro e divenne uno dei centri più illustri e attivi dell’Europa di allora, oltre che incubatrice del tempo a venire, da Donatello al giovane Mantegna, sino a Galilei.

Giovanni Dondi, astrario, sec. XIV (ricostruzione moderna)

E di fatto, dopo sei secoli dalla scomparsa dei carraresi, non solo gli studiosi, ma l’intera città li celebra e ne riconosce i meriti, comuni anche ad altre signorie di cui anticiparono il modello: Medici, Farnese, Gonzaga, Sforza, etc., usurai, tagliagole, predoni ripuliti ma tutti dotati di gusto eccezionale, senza il minimo dubbio sì sul potere dell’immagine, ma anche sull’amore autentico per le proprie terre, che tuttora continuano a risplendere proprio grazie ai loro antichi domini.

Si rifletteva su queste cose con Andrea Picco, l’amico fraterno, quello vero di una vita, che anche in questa passeggiata m’ha accompagnato, e si concludeva su come quella gente, talvolta illetterata ma non rozza o comunque spesso più ferrata di cavalli e guerra che di pennini e inchiostri e con mezzi economici e tecnici infinitamente minori rispetto agli attuali, abbia voluto e saputo lasciare segno indelebile di sé cambiando in bene urbano le proprie scorribande, peraltro figlie delle loro epoche feroci, senza mai dubitare del fatto che economia e potere abbiano il dovere di produrre cultura nuova, altro che svilirla, sentirla estranea o dichiarare che non rendendo moneta sia cosa inutile, anzi sentendola come bene personale e collettivo, sino a far identificare il proprio nome con essa, traccia del presente e via per il futuro, e non caso circondandosi, anzi, contendendosi i migliori talenti d’ogni ambito, senza gerarchie… il paragone col nostro presente è talmente impietoso che conviene fermarsi qui.

Senza pensare di cosa parleranno i cosiddetti posteri, quelli dell’ardua sentenza, in riferimento all’oggi fra sei o sette secoli, in finale di battuta faccio solo notare come l’occhio possa abituarsi alla bellezza delle nostre città e paesaggi, dandola quasi per scontata: errore! Essa è frutto di secoli e di più congiunture fortunate e bastano pochi dissennati anni e qualche criminale politico e cementifero per distruggerla in un lampo.

Palazzo della Ragione, XIII-XV sec., Padova

A Padova, come in tante altre località dal cento storico quasi intatto, è il tessuto connettivo a commuovere, non il singolo benché straordinario monumento, ma l’infilata di strade, case, logge, porticati, piazze, muri medievali, rinascimentali, settecenteschi, che fanno l’armonia diffusa pur nella diversità di stili, epoche ed in assenza totale di piani regolatori (e lo stesso si potrebbe dire dello straordinario paesaggio italiano, coltivato, collinare, boschivo, etc., con villaggi o cascine da presepe, in equilibrio perfetto ma delicato): a questo proposito, passata Piazza delle Erbe col meraviglioso Palazzo della Ragione e infilandoci nel ghetto antico, benché assorbiti dal nostro chiacchierare, sia io che Andrea siamo subito rimasti male nel vedere una discontinuità palese causata da una palazzina anni ’60, con intonaco d’un giallastro tipo maionese scaduta, crepato e con tanto di luminaria natalizia ancora attaccata con babbo natale, si suppone perenne, come l’orrore che causa tale visione.

Cosa può aver spinto a costruire in un luogo così un cesso (anche in senso etimologico, essendo posto indietro rispetto alle abitazioni adiacenti) di tal fatta? Cosa spinge tanti imprenditori veneti (e non ultimi i Marzotto, come mi è stato confermato) a cementificare a “capannonizzare” una campagna bellissima, ora palladiana ora selvatica, a quanto pare inutilmente difesa da fior di poeti, non ultimo il grandissimo Zanzotto?

La sete di denaro, si dirà… forse però la differenza fra i signori spietati del passato e quelli attuali non è nella brama di ricchezze, comune ad entrambi, ma è nel sentirsi davvero e profondamente parte di un territorio, amarlo non solo come cosa da sfruttare, vendere e dimenticare, ma essendone depositari e responsabili: di là si viene, da lì partiranno anche i discendenti: meglio che lo trovino al meglio. Così, semplicemente, dovevano ragionare in tempi andati, spero non del tutto perduti in favore di un disamore e di un disinteresse apparentemente verso ciò che non è nostro possesso, in realtà verso la vita tout court, poiché si è sempre parte di un contesto, per quanto grande è bello ci si illuda possa essere il nostro giardino chiuso con villone annesso.

Omar Galliani, Blu Oltremare, 1995 (foto Luca Trascinelli)

Meglio consolarsi col finale di mostra, in Piazza Duomo: dopo le tavole angeliche del Guariento al Monte di Pietà, già parte della decorazione della cappella privata nella reggia dei da Carrara, tempere su tavola che mi hanno indotto a rileggere con piacere il paragrafo dedicato da Chiara Frugoni alle nove schiere angeliche descritte dallo pseudo-Dionigi l’Aeropagita nel suo bellissimo e recente La voce delle immagini. Pillole iconografiche dal Medioevo (Torino 2010), si è proceduti verso l’antistante Museo Diocesano, dove, sempre in tema d’angeli, nello splendido Salone dei Vescovi è l’omaggio al Guariento di Omar Galliani, grazia preraffaellita e delicatezze ora in punta di grafite ora di blu, come il primo angelo al book-shop, colore che, ricordano gli antichi, è quello del sogno, dell’oltremondo, degli dei: se appare essi ti vogliono parlare.

A questo proposito, non si può che concludere con l’immagine paradisiaca della cupola del vicinissimo Battistero, altra commissione carrarese e capolavoro totale del fiorentino Giusto de’ Menabuoi (1376-78), vero e proprio mandala cristiano, vortice di colore, ali e nimbi verso l’assoluto aperto, il Cristo col libro su cui è scritto: “Ego sum ΑΩ”.

Ps. Caro Andrea, va da sé, questo post è dedicato a te.

Giusto de' Menabuoi, Cupola del Battistero, 1376-78, Padova

Guariento e la Padova Carrarese – sito ufficiale

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