Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘felice nittolo’

Lella Borghesi, Une rose pour ma mère

Sabato 9 settembre alle ore 18.00 la niArt Gallery di Felice Nittolo riprende l’attività espositiva con una doppia personale: Une rose pour ma mère – disegni di Lella Borghesi e L’Atelier de Man Ray – fotografe di Maxime Godard, con testi di Michel Butor (1926-2016).

Lella Borghesi presenta una serie di disegni dal tratto vivo e rapido con varianti improvvisate. Tracce di un gesto deciso su carta.

Michel Butor ispirato dal suo lavoro le ha scritto un testo Une rose pour ma mère evocando la stessa sua madre e lo ha dedicato a Elba Granaroli, madre dell’artista romagnola.

Maxime Godard, L’atelier de Man Ray

Maxime Godard dal 1983 al 1990 in compagnia di Lella Borghesi rende visite regolari a Juliet Man Ray nell’atelier del 2bis Rue Ferov, a Parigi, dove Juliet e Man Ray si erano installati al ritorno degli Stati Uniti nel 1951.

Dalla morte di Man Ray nel 1976, Juliet conserva intatto questo luogo di vita e di creazione, guardiana attenta veglia a che niente sia rimosso, neanche la polvere e in questo scenario Maxime Godard scatta foto, muovendosi quasi in punta di piedi, mostrando senza artificio e nei dettagli l’intensa presenza del luogo. Queste immagini sono state pubblicate accompagnate dai testi di Michel Butor in tre edizioni: Gnesi d’Marèla, 1985; Essegi, 1987; Dumerchez, 2002.

Lella Borghesi. Une rose pour ma mère – Maxime Godard. L’atelier de Man Ray

Testi Michel Butor

Inaugurazione: sabato 9 settembre ore 18.00

niArt, via Anastagi, 4a/648121 Ravenna

artgallery@alice.it  www.niart.it

Dal 10- 23 settembre 2017

Orari: martedì, mercoledì 11-12,30; giovedì, venerdì 17-19 sabato 11-12,30 // 17-19; oppure su appuntamento telefonando al 3382791174.

 

 

Annunci

Read Full Post »

 

Foglie di Luca Maggio

Doppia personale, l’idea di Felice: due artisti differenti per età e provenienza in dialogo-confronto.

Takako, Sara e le Foglie: le persone e il tema da me scelti per questo viaggio comune.

Foglie, dunque: l’una ha trovato una scrittura arborea e terrestre, lucente in loro assenza evocativa. L’altra, innamorandosi dell’immagine conchiglia-foglia di mare, ne ha tratto un tutto-pieno in apnea atemporale.

Sulle foglie e altre mimesi[1]

“Se è vero che un giorno perderemo tutto/ serbando in noi l’oro delle foglie” Vesna Parun

Da parete a parete l’occhio cammina su lucori d’oggetti inutili, l’arte, e riconosce le più piccole gemme, doglie di primavera che per nascere si nascondono lasciandosi cadere nella morte colorata d’ogni autunno, quando il tronco nudo dà attenzioni le più minute alla vita d’inverno, alle luci fievoli, al calore tenue che pure giunge in linfa sotto le zolle compattate dal gelo sino all’apice, prima della primavera.

Poi, altre cose si posano, sospese: foglie sui rami e ali sull’aria, le ombre sul corpo. È l’epica silenziosa delle foglie, che s’abbeverano di sole e pioggia e nel cuore umbratile delle pinete vanisce l’umano e allenta il tempo[2], che non è linea né curva, ma un incessante interagire granulare[3].

Esseri minimi s’affollano sulle foglie, su vene e arterie, linfocanali evidenti in controluce, come i miliardi di cellule quadrangolari che senza sapersi collaborano al mutare della vita, al colore e alla stagione, al calore e alla definizione.

I ricordi, anche d’artista, mistificazioni involontarie, auto-mitologie di pomeriggi estivi e tardi, o dell’attimo prima d’assopirsi, i ricordi che sanno d’ingannare chiamano ognuno al proprio gioco, chiedono tempo da restituire in melanconie saporose affette da immagini e parole per colmare il tempo stesso, e farlo poi marcire come fiore o frutto di luce decaduto. Si è così all’oro d’un autunno al femminile, odore vago, klimtiano, di noci il cui gheriglio si circonda di cornici. Non resta che mangiare, uccidere, ricominciare.

Il sorriso di Afrodite permea ogni attimo ogni pulviscolo che accade anche solo se pensato e tutto avvolge come un unico mistero di luce e pietra e carta e vetro. Nulla lascia alla fuga di Orfeo.

Takako Hirai, Komorebi, 2017, marmi, sassi di fiume, smalti, malta

Chi s’addentra nel bosco non vede le chiome d’alberi ma avverte l’incanto del fruscìo. Il resto è Komorebi ovvero “la luce che cade dalle foglie” e dall’alto trabocca come un eccesso liquido e getta sui corpi distesi ombre verdi, polle di tessere che non originano dalla terra ma da fenditure che s’insinuano nel fogliame non visibile e lo attraversano in ipotenuse lucenti.

Takako Hirai, Lùcono, 2017, vetri, gesso

Quello dei tempi recenti di Takako Hirai è un riflettere sui riflessi del vetro, dunque un ragionare di luce mai barocca né ostentata, che anzi si lascia cogliere pudicamente, per caso quasi, preferendo emergere nascosta da nevicate gessose in frammenti trasparenti, isolati, appena sporgenti, e luccicare solo se l’occhio ne sa cogliere i bagliori finissimi (Lùcono), rilucenze che s’infittiscono nel minuzzarsi e s’inseguono nel “mare degli alberi” o Jukai, foresta zen-ernstiana, Stonehenge da scacchiera, intagliata con delicatezza feroce quanto infinitesima col cutter in legnetti d’abete, pino, faggio.

Takako Hirai, Jukai, 2017, vetro, alabastro, onice, legni

E sopra ogni totem, incastonata o appoggiata, una tessera vetrosa sempre sagomata col cutter, strumento della giovinezza dell’artista, nostalgia e dunque ritorno alla gioia della prima età con la difficoltà e il dolore felice del taglio, per trovare una quiete forse possibile nel rifugio del ricordare derive d’erba, per i più da estirpare e per Takako da salvare nel segno mimetico del disegno (L’erbaccia mia), essendo parte dei prati una volta ancora della sua infanzia. Nulla si esaurisce di ciò ch’è verde nella memoria.

Takako Hirai, L’erbaccia mia , 2017, lapis, carta

 

Sara Vasini, Avant que je m’ennuie, 2017, tecnica mista in oggetto già fatto

Sara muove dal cercare conchiglie che il mare rifiuta sulla battigia e lei fiuta e accoglie nelle sue tasche per portarle piene in terra, all’opposto del gesto ultimo della Woolf, e le intende come foglie cadute del mare, da ridurre in lamine-tessere sottili per comporre vortici danzanti d’andamenti musivi che riempiano tutto il breve spazio dei supporti suoi che hanno invece vastità di mondi e non sopportano (o temono) i buchi neri del nulla che circonda le opere, ma che se trovasse spiraglio le farebbe implodere. Ecco l’horror vacui barocco della Vasini nelle cornici di Avant que je m’ennuie, labirinto-autoritratto quanto mai autentico – Sara non sa fingere – , dov’è bloccato allo scorrere del tempo ogni accesso e dove ingresso e uscita coincidono (impossibili) in ogni punto e i rari momenti colorati non sono che inganni.

Sara Vasini, Avant que je m’ennuie (particolare), 2017, tecnica mista in oggetto già fatto

Necessità centripeta di riempire e riempire per tutto tenere – e proteggere – e nulla lasciar fuggire è anche il suo calligrafare (ma qui la giunzione con l’oriente è casuale, nata ben prima di questa mostra essendo da anni parte del percorso dell’artista) riscrivendo l’Ulysses di Joyce[4], privando le parole-tessere della crenatura ovvero dello spazio-vuoto-interstizio fra esse in un grandinare di segni-foresta impenetrabili e inerenti il romanzo-flusso della modernità, che pure copre un giorno solo di durata per centinaia di pagine, fogli-foglie, ora arabesco cartaceo da parati, su cui l’occhio cammina da parete a parete.

Ps. A mia madre, scomparsa un anno fa, dedico questa pagina, scritta ascoltando Cantéyodjayâ e Petites Esquisses d’oiseaux di Olivier Messiaen, nel giugno 2017. 

Sara Vasini, What did you do in the Great War, Mr Joyce?I wrote Ulysses. What did you do?, 2014-2017, work in progress, inchiostro su carta

 

Foglie – Doppia personale: Takako Hirai e Sara Vasini

a cura di Felice Nittolo e Luca Maggio

niArt Gallery, via Anastagi 4a/6 (Zona Porta serrata) Ravenna

dal 24 giugno all’8 luglio 2017

orari: martedì, mercoledì 11,00- 12,30; giovedì, venerdì 17,00-19,00; sabato 11-12,30 /17-19

Web : www.niart.eu

NB. In galleria è disponibile la fanzine della mostra numerata da 1 a 300 e firmata da artisti e curatori.

////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////

[1] Per Platone la mimesi artistica umana non era apprezzabile in quanto corruttrice e ingannatrice (Sofista), essendo copia della realtà che è già copia dell’idea, a meno che non fosse indirizzata verso precisi scopi didattici (Repubblica). Aristotele invece rivaluta il concetto poiché non solo l’arte è catartica, ma la mimesi procura il piacere della conoscenza (Poetica, 1448b 5-15) e l’artista non si limita a imitare, ma partecipa al creare stesso attraverso la sua téchne, che è “una disposizione produttiva accompagnata dalla ragione” (Etica Nicomachea, 1140a 7). Fatta salva l’utilissima e libera inutilità dell’arte, questa pagina è filoaristotelica.

[2] Come non citare The Peregrine (1967) e  soprattutto The Hill of Summer (1969) del pressoché sconosciuto John Alec Baker: “La collina riposa su un giaciglio di silenzio profondo. La luce del mare irrompe con un chiarore di ali pallide. I pioppi sono immobili. Brillano le foglie lisce dell’anserina (…).”, L’estate della collina, Palermo 2008, p.158.

[3] È (quasi) impossibile dare una definizione esaustiva di cosa sia “realmente” il tempo. Per comprendere meglio la questione: C. Rovelli, L’ordine del tempo, Milano 2017, in particolare pp.73-82, 107-111, 163-171.

[4] Il titolo completo di questo work in progress (peraltro espressione joyciana) di Sara Vasini è What did you do in the Great War, Mr Joyce? I wrote Ulysses. What did you do? (2014-2017).

Read Full Post »

 

a r t g a l l e r y    niArt

F O G L I E – Doppia Personale

TAKAKO HIRAI                           SARA VASINI

dal 24 giugno all’8 luglio 2017

INAUGURAZIONE SABATO 24 GIUGNO ore 21,00

a cura di Felice Nittolo e Luca Maggio

 

Doppia personale, ovvero una mostra con protagonisti due artisti differenti per età e provenienza in dialogo-confronto.

Foglie è il tema scelto dal critico e co-curatore Luca Maggio, proposto a Takako Hirai e Sara Vasini, che hanno trovato soluzioni musive terrestri e marine apparentemente opposte e finissime, oltreché pienamente rispondenti alle rispettive poetiche.

Cosa: Foglie – Doppia personale

Chi: Takako Hirai e Sara Vasini

Dove: niArt Gallery, via Anastagi 4a/6 (Zona Porta serrata) Ravenna

QuandoVernissage sabato 24 giugno alle ore 21,00 / dal 24 giugno all’8 luglio 2017

orari: martedì, mercoledì 11,00- 12,30; giovedì, venerdì 17,00-19,00; sabato 11-12,30 /17-19

su appuntamento chiamando il n. 338 2791174

email : artgallery@alice.it

Web : www.niart.eu

Patrocinio: Comune e Provincia di Ravenna

NB. In galleria sarà disponibile la fanzine della mostra numerata da 1 a 300 e firmata da artisti e curatori.

Read Full Post »

Sara Vasini

Sara Vasini, I want to sleep with you, 2016, corallo rosso corallo nero e marmo in oggetto già fatto

Premessa: credo di non aver mai fatto una premessa prima di una delle mie interviste. Ma questa intervista è speciale. Mi ha commosso l’amore totale, l’identificazione di questa ragazza con la sua materia-anima-carne viva e quotidiana, il mosaico, l’aria che la fa vivere.

Ho rispettato le parole, il corsivo, le Maiuscole dell’artista, perché persino i caratteri delle sue parole-tessere hanno significato e desiderano essere scritte come lei le ha pensate.

Anche di questo, grazie, Sara.

Dedico questa pagina a Michele Tosi, professore (anche di Sara) e grande studioso del mosaico, purtroppo recentemente scomparso.

 

Sara Vasini (Bellaria, 1986): quando hai capito che il mosaico faceva parte di te, del tuo mondo-modo di ragionare? Racconta di questa folgorazione, dei tuoi maestri, degli incontri che ti hanno formata.

Quando facevo la terza media, Paolo Racagni e Marco de Luca sono venuti a presentare l’Istituto d’Arte per il Mosaico Gino Severini.

Non ricordo le parole, ma tutt’ora è rimasto quel fascino del mosaico che mi avevano trasmesso. Con molta umiltà e dedizione presentavano un Mondo, come in Correspondances, di Charles Baudelaire, e volevo scoprire quella magia che è il mosaico, che non ha parole.

Avevano fatto vedere una cassetta, uno seduto alla destra e uno alla sinistra del televisore – al centro il mosaico. Ricordo con precisione le mura di San Vitale, il resto delle immagini le ho rimosse. Se penso al mio incontro con il mosaico è questo, e sono ancora lì, fuori, fuori a contemplare le mura di San Vitale, aspettando qualche messaggio confuso.

Ricordo il primo giorno di scuola, Paolo Racagni ci ha fatto tagliare dalla prima ora. Siamo entrati, ci ha presentato tagliolo e martellina, ci ha fatti sedere e abbiamo iniziato a tagliare del marmo.

Poi, le scuole medie e i primi anni delle superiori sono un po’ un Medioevo. Anni poco chiari, ma pieni di colore, dove gli Altri non riescono ad intenderci, perché noi stessi non riusciamo ad intenderci. Ora, mi sento veramente tanto fortunata ad aver avuto il mosaico in quel momento, è la mia lingua madre. Non avevo parole per esprimermi, finché non ho incontrato il mosaico, e nel tempo, negli Alti e nei bassi della mia vita il mosaico è sempre stato Casa, è sempre stato l’abbraccio e la carezza di una Madre. L’Astrazione non è solo ne gli occhi degli Imperatori, è anche in chi fa mosaico, nel momento stesso in cui fa mosaico.

Sono molto legata all’Istituto d’Arte per il mosaico di Ravenna. C’è un’energia particolare quando incontro altre persone che hanno fatto quella scuola, un’intesa, un tacito accordo che si riassume nella parola mosaico. L’Istituto d’Arte di Ravenna è Educazione alla durata interiore. In un mondo dove tutto è veloce l’Istituto d’Arte ci Donava – ci Dona! – il diritto di essere del tutto fuori moda, fin da piccini.

Sara Vasini, Prometeo, 2015, madre perla smalto marmo conchiglie e oro in oggetto già fatto, 11x19 cm

Sara Vasini, Prometeo, 2015, madre perla smalto marmo conchiglie e oro in oggetto già fatto, 11×19 cm

Insomma, l’Istituto d’Arte per il Mosaico è il Vero Maestro. Poi, i Professori – sì, Maestri a loro volta – cambiano, passano, ma tutti Loro hanno il Rispetto della tradizione.

Ultimamente stavo rileggendo L’Arte del Marmo di Adolfo Wildt e nel saggio critico che lo accompagna di Elena Pontiggia ho trovato quello che rappresenta tutti i miei Maestri di Mosaico: L’arte nasce dall’originarietà, non dall’originalità.

Nessuno dei miei Maestri mi ha imposto il proprio stile. Tutti i miei Maestri mi hanno insegnato mosaico sul campo, senza parole. Il mosaico non s’insegna con le parole, ma con il fare, con messaggi confusi. Nessuno di loro mi ha mostrato i propri lavori, sì, li ho scoperti poi – tempo al tempo. Tutti i miei Maestri mi hanno lasciata libera.

Ho avuto veramente tanti Maestri di mosaico, ne ho tuttora talmente tanti che citarne uno toglierebbe la Grazia a un Altro, scrivendone i nomi qua in fila (poi, non tutti i miei Maestri di mosaico hanno fatto un mosaico). Potrei iniziare dal primo all’ultimo, ma in mezzo ci sono piccoli incontri con persone che ho incontrato anche solo per un minuto che hanno detto quella frase saggia che mi ha dato la forza di amare ancora di più il mosaico.

Tutti i miei Maestri di mosaico sono Filosofi, che parlano attraverso la materia, attraverso il rapporto, l’armonia, che si crea tra una tessera e l’altra, nell’andamento.

Marcello Landi, ai tempi dell’Istituto d’arte direttore, diceva che a un certo punto al mosaicista vengono le mani da pianista; s’aprono, s’allungano nel toccare i tasti-tessere.

E sì, il mosaicista è un musicista, di un suono segreto. Il silenzio è cosa della materia e del mosaicista, mentre crea un mosaico e mentre è nel mondo. L’unico suono che gli appartiene è quello tra tagliolo e martellina. Del resto, come ha detto Federico Nietzsche Tutti parlano, parlano e nessuno dice niente.

Non mi sono mai resa conto del fatto che il mosaico facesse parte di me, perché sono stata educata fin da piccola al mosaico. Ho preso coscienza del mondo attraverso il mosaico, come dicevo prima è la mia lingua Madre, il mosaico mi ha insegnato a ragionare. E penso veramente di non avere null’altro al mondo se non il mosaico.

Come un giorno mi disse Ines Morigi Berti: Nella vita puoi avere solo una passione, perché devi dedicarti a lei, totalmente.

Sara Vasini

Sara Vasini, Latte +, 2016, smalto filato in oggetto già fatto

Nel tuo processo creativo, usi il rigore del mosaico bizantino, non necessariamente le tessere tradizionali, anzi. Penso alle serie Nasso, ma anche a Una stanza tutta per sé, titolo significativamente mutuato dalla Woolf. A questo proposito c’è poi tutto il rapporto intimo che hai con la parola, specie se in versi. Potresti illustrare con esempi di tue opere i tratti salienti della tua poetica?

Il mosaico è filosofia del rapporto fra entità differenti – le tessere -, ma allo stesso tempo è concetto pratico di una filosofia monista. Insomma, dal generale al particolare, il mosaico offre differenti spunti di riflessione, che a mio avviso convivono in totale armonia in qualsiasi ambito della vita li si applichi. Il mosaico è come una Religione, con precetti e morale, e quando si lavora si prega. Ma il mosaico è anche una droga (allego un lavoro che sto facendo in questo momento, insomma, che mi guarda perché ora sto scrivendo, Latte + ispirato ad Arancia meccanica di Stanley Kubrick, mosaico filato in ceramica).

Il mosaico è già Arte Concettuale dal momento in cui, in epoca Bizantina, nel suo farsi utilizza tessere di smalto per riflettere la Luce, che rappresenta simbolicamente Dio. È già Arte Concettuale quando all’esterno ritroviamo la semplicità, la povertà dei mattoni e all’interno lo Splendore e la Ricchezza degli Ori e della Pasta Vitrea, a dire che non è importante l’esteriorità ma l’interiorità (questa è una delle motivazioni che mi porta a fare mosaico dentro a oggetti già fatti, e non a ricoprirli).

La ricerca concettuale è un Minotauro fatto per metà di materia e metà di parole, quando le parole non bastano viene in soccorso la materia e viceversa.

Se nei miei lavori metto a proprio agio il Minotauro non è perché la mia educazione bizantina è stata deviata dalla ricerca visiva degli anni Sessanta. Il mosaico Bizantino è ricerca concettuale da molto tempo prima.

La vera tradizione del mosaico bizantino non è qualcosa di materiale che si possa definire in tecnica, a mio avviso. La vera tradizione del mosaico bizantino è una religione del tutto concettuale che sta nel Mondo delle Idee, al di là della materia, nell’Astrazione.

Sara Vasini, Nasso, 2013, Giardino e Chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna

Sara Vasini, Nasso, 2013, installazione presso il giardino e chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna

 

Sara Vasini, Nasso, 2013, Giardino e Chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna

Sara Vasini, Nasso, 2013, legno di rovere, base 9,3×9,3 cm, altezza 250 cm, installazione presso il giardino e chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna

Nasso è un lavoro che nasce in funzione ad un Luogo.

Il luogo è il Chiostro della Biblioteca Oriani, in piazza San Francesco a Ravenna. In epoca Medioevale, il Chiostro rappresentava il percorso del pellegrino e del peccatore per arrivare al centro, al giardino, a Dio. In epoca fascista questo chiostro è stato tagliato. Dunque, oggi, non vi è più possibilità di catarsi. Un gioco a cui non si può giocare.

Ho deciso di riprodurre, rielaborare, il Jenga.

Il Jenga è un gioco da tavolo, il suo nome è tratto dalla lingua Swahili e significa costruisci. Il gioco consiste nella sistemazione di tessere rettangolari, tre per piano, sovrapposte in altezza andando a formare una torre. I giocatori a turno sottraggono un blocchetto – una tessera – dalla torre e lo posizionano sulla sommità della torre. Durante il gioco la torre diventa sempre più instabile, e colui che ha tolto l’ultima tessera, che farà crollare la torre stessa, ha perso. Il vincitore è colui che precede il perdente.

Data l’impossibilità di catarsi del pellegrino e del peccatore, data l’impossibilità di gioco, ho deciso di rielaborare il Jenga rendendolo celibe come il Chiostro stesso. Le tessere del Jenga, rettangolari come le stesse dei mosaici bizantini per andare più a fondo – come denti nella carne, diceva la mia Maestra di mosaico Adriana Morelli -, sono in legno di rovere, Quercus Petraea. Lo stesso rovere che preserva (il rovere è uno tra i materiali più pregiati per le botti) il liquido di quel Dio ignoto, Dioniso, che ha lasciato in Nasso Arianna, nell’isola della pazzia. Nell’isola dell’eterno ritorno. La pazzia, l’abbandono, un chiostro che non ci lascia più la possibilità di redenzione a lato del sepolcro del sommo Poeta che tanto aveva Cantato la catarsi attraverso il rituale del Viaggio.   

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé (particolare di una pagina), 2014, inchiostro acquarelli e tempere su carta, 25×35 cm

Una stanza tutta per sé nasce come omaggio a Ines Morigi Berti. Era l’insegnante di Adriana Morelli. Alle superiori fui accolta a casa sua con Felice Nittolo per un’intervista. Casa sua era il suo studio. Le chiesi perché trasfigurasse dei mosaici su cartoni di Altri, Lei mi rispose che nella vita si può avere solo una passione, perché bisogna dedicarsi a lei totalmente. Ho deciso di ricordarla traducendo un testo che me la ricorda molto. Una stanza tutta per sé è un’insieme di lezioni tenute da Virginia Woolf in un college femminile, il tema del “workshop” era La donna e il Romanzo. In questo libro la Signora Woolf spiega alle studentesse una cosa molto bella: l’artista non è donna o uomo, l’artista è androgino. L’artista deve avere qualcosa di femminile e qualcosa di maschile. E cosa deve avere un artista per poter lavorare alla sua propria ricerca? Un po’ di denaro per potersi mantenere e una stanza tutta per sé, dove poter lavorare e sognare in tutta tranquillità.

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé, 2014, installazione, dimensioni variabili

 

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé, 2014, installazione, dimensioni variabili

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé, 2014, installazione, dimensioni variabili

Lo studio della Signora Berti è le prime Stanze di un’artista nelle quali ho avuto l’Onore di essere accolta. Ho semplicemente trasfigurato un testo scritto, come nel mosaico si trasfigura un’immagine. Ho eliminato la crenatura, per rappresentare l’incomunicabilità della sua perdita, della perdita della Signora Berti. Tuttavia, la storia della crenatura viene da molto lontano.. Dopo il Premio Tesi, dopo Nasso, tu, Luca, mi hai consigliato La casa di carta di  Carlos Marìa Domìnguez; ad un tratto nel libro apparì la parola crenatura, non conoscevo quella parola, cercai il suo significato. La crenatura è quel vuoto – interstizio? – tra una parola e l’altra, quel vuoto che dona senso ad ogni singola parola – tessera? – . Decisi di abolire la crenatura, abolire l’interstizio, per poi ritrovarlo tra una pagina e l’altra durante l’istallazione del lavoro. Il mosaico in Una stanza tutta per sé sta anche nel rapporto tra una pagina e l’altra.

Semplicemente: il mio Minotauro non voleva dire Dio attraverso la Luce delle tessere, come nel mosaico bizantino. Il mio Minotauro voleva parlare senza parole a Ines Morigi Berti, seguendo sempre le regole della composizione. Ogni lavoro, ogni Minotauro, è un mondo a sé. In funzione del concetto, della riflessione, cambio materiale. Certo è che la luce degli smalti rimane una delle più affascinanti.

Sara Vasini, Tu (particolare), RAM 2015, oro conchiglie marmi e smalti in oggetto già fatto, ditale da cucito

Sara Vasini, Tu (particolare), RAM 2015, oro conchiglie marmi e smalti in oggetto già fatto (ditale da cucito), installazione, dimensioni variabili

A che punto sei della tua vita, Sara? Dove ti trovi adesso e quali, se ne hai, progetti prevedi per il futuro?

Sto frequentando il biennio di mosaico presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna. Sono passati anni dal triennio. In questi anni ho avuto l’onore di assistere in studio uno scultore. Ho fatto esperienze mie proprie. Ora, ho deciso di terminare la carriera scolastica, ancora fuori dalle mura, sempre in attesa.

Desidero solo aver seguito in questa cosa piena di Grazia che è il mosaico. Ho ventinove anni e mi sento ancora una quattordicenne: tutte le volte che ne inizio uno nuovo, è sempre la prima volta e non mi sento mai all’altezza del suo Nome.

Il progetto per il futuro forse è proprio questo: rimanere quella quattordicenne che non si sente all’altezza, e seguitare fino all’ultimo dei miei giorni a fare mosaico.

Come mi disse Ines Morigi Berti nel suo studio: Sono sempre stanca, ho poche ore di lucidità al giorno, ma in quelle ore faccio mosaico.

Sara Vasini: favoleperadultiancorabambini.blogspot.it

Sara Vasini, Astrazione, incisione, inchiostro su pergamino argenteo, istallazione, dimensioni variabili, 50x70 cm per stampa (foto di Maurizio Nicosia)

Sara Vasini, Astrazione, 2010, incisione, inchiostro su pergamino argenteo, installazione, dimensioni variabili, 50×70 cm per stampa (foto di Maurizio Nicosia)

 

Sara Vasini, Astrazione, incisione, inchiostro su pergamino argenteo, istallazione, dimensioni variabili, 50x70 cm per stampa (foto di Maurizio Nicosia)

Sara Vasini, Astrazione, 2010, incisione, inchiostro su pergamino argenteo, installazione, dimensioni variabili, 50×70 cm per stampa (foto di Maurizio Nicosia)

Read Full Post »

ravennamosaico_topPremessa: dal 12 ottobre al 24 novembre 2013, sempre all’interno delle manifestazioni del Terzo Festival Internazionale del Mosaico Contemporaneo, è aperta presso lo studio EmmeDi (Via Salara 33, Ravenna) la collettiva da me curata Sei Maestri Ravennati.

Quello che segue è il mio testo critico in catalogo: anche stavolta, come per tutte le collettive che ho seguito nel corso degli anni, ho preferito scrivere un testo “altro” dal dedicare le classiche due tre righe a ciascun artista, cosa che a mio avviso fa somigliare tali scritti alla lista della spesa o al buon compitino diligentemente svolto. Per scrivere io devo divertirmi. Così, essendo in questo caso i sei maestri coinvolti assai diversi fra loro, accomunati tutt’al più da questioni anagrafiche e di mezzo musivo adoperato, ho pensato di dare la parola direttamente alle mura della sala che ospita le loro opere. Buona lettura.

//////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////// 

Quadrati magici

“Il mondo è tutto ciò che accade.”, L. Wittgenstein

Benvenuti. Siete al termine di un viaggio cominciato anni fa, tra queste mie pareti. Oggi è tempo di festa: è ciò che si chiede a questa collettiva dei sei artisti coinvolti nelle personali che hanno visto esposti i lavori di Verdiano Marzi (2007), Paolo Racagni (2007), Giuliano Babini (2009), Luciana Notturni (2009), Felice Nittolo (2010) e Marco De Luca (2011).

A proposito, posso testimoniare quanta cura quanto amore Marco e Roberta abbiano dedicato nel tempo a questi percorsi di gente così differente accomunata da vicinanza di generazione oltre che dall’aver sviluppato la tecnica musiva in linguaggio artistico. E io ne sono stato teatro.

Verdiano Marzi

Verdiano Marzi

Nessuno lo sospetta ma quando le luci si spengono con le opere che contengo parlo e ascolto: mi faccio raccontare le loro storie di vetro e pietra, di metamorfosi di frammenti in forme nuove e i pensieri di chi così le ha disposte: loro hanno letto negli occhi dei loro artefici, sono cariche come nuvole, non attendono che piovere. Io sono qui, a raccogliere quell’acqua che diventa parte della mia storia muta, mai anonima.

Stando fermo ho conosciuto il mondo, anzi i mondi altri che si danno attraverso le possibilità del pensiero dell’arte: scomporre, ricomporre, stravolgere, sintetizzare. Pensate alla diversità di ogni opera e in ogni oggetto alla molteplicità degli andamenti, alle migliaia di forme delle singole tessere, ai colori, alle sfumature. Quante ossessioni, quale precisione. Questo è il mondo dei mondi.[1] Questo siete anche voi umani: guardatevi attorno, specchiatevi dentro.

Paolo Racagni

Paolo Racagni

Le cose che esperite in una mostra sono idee, ipotesi, realizzazioni, contraddizioni. Ma sono, non scordatevelo. E poi io vedo, v’osservo, voi visitatori, quando mi calpestate, quando venite a cercare con gli sguardi rapiti o contrariati ciò che offrono i miei muri. Sento e assorbo anche il peso del vostro odore.

Se la metafora non fosse facile, direi che completate il mosaico, ne fate parte in un divenire senza soluzione di continuità. Sapete, “il mondo non è, esso diventa! Si muove, cambia! (…) Il mondo, il reale, non è un oggetto. È un processo”[2] e quando “si sente il bisogno di un po’ di musica (di un po’ di mosaico) tutto ciò che bisogna fare è prestare molta attenzione ai suoni (alle cose) che ti circondano. Io penso sempre al mio pezzo silenzioso prima di scriverne uno nuovo”[3], diceva il musicista Cage, che amo molto per il suo coraggio e divertimento nel percorrere vie nuove partendo dal punto zero, il silenzio appunto.

Giuliano Babini

Giuliano Babini

E se i sei qui esposti, insieme a qualche altro valente compagno di viaggio, non avessero deciso decenni fa di “tradire” il mosaico dei loro maestri per tradurlo nella contemporaneità voi ora non sareste qui e il futuro del mosaico sarebbe ipotecato o posticipato. Ognuno a suo modo e tutti così diversi hanno reso testimonianza della freschezza di questo porre continuo, quasi infinito se non esistessero limiti umani, dettagli di reale accanto a loro simili, creando mondi accanto al mondo, mondi sopra la pelle del mondo, secondo disegni inediti ma costanti, centrando l’attimo, tanto da ricordarmi il procedere incessante e in crescendo del bolero. E in quest’antica danza, c’è chi s’è avvicinato a Ravel, chi all’A 200, il finale di Burn dei Deep Purple. Mondi paralleli, mondi possibili.

Luciana Notturni

Luciana Notturni

Mondi che nelle loro divergenze, pur sommati in qualsivoglia direzione, obliqua orizzontale o verticale come nel quadrato magico ch’è dietro la testa dell’angelo della Melencolia I di Dürer, danno un risultato medesimo: dicono dell’urgenza millenaria dell’uomo cacciatore-contadino di voler afferrare e ordinare e capire ciò che sfugge, il mondo stesso, la stessa natura umana.

Felice Nittolo

Felice Nittolo

In questa corsa dentro lo specchio, in quest’ansia d’andare avanti, vi siete scordati che Achille per raggiungere la tartaruga di Zenone potrebbe tentare l’azzardo, andare infinitamente all’indietro. Eppure questa vostra miopia e perpetua sconfitta è bellezza, la grandezza mai doma di chi con intuizione artistica o mistica non s’arrende rispetto alla sfida impossibile posta, l’equilibrio, la perfezione, e che anzi produce impensati e imperfetti e mai falliti nuovi mondi, quelli d’una mente che sapientemente crea indeterminazione e mai stasi, l’elastico che fa essere ciò che siete.[4]

Fra i sei che oggi avete visto, molto o tutto sbiadirà nel ricordo, non prima d’essersi stratificato nella roccia sedimentaria e friabile, nel gesso che sfaldandosi sta scrivendo le vostre vite, altri frammenti.

Non resta che presentarmi nel congedo: sono EmmeDi, il Laboratorio.

Marco De Luca

Marco De Luca


[1] Interessante a questo proposito l’interpretazione della meccanica quantistica del fisico Hugh Everett III, che nel ’57 formulò la Many Worlds Interpretation in risposta al cosiddetto “paradosso del gatto di Schrödinger” del ’35: in una battuta, davanti a due alternative se ne vede realizzata una sola, ma parallelamente continua a esistere anche l’altra. Niente come l’arte, il processo creativo del fatto espressivo, e la storia dell’arte rendono immediatamente evidente la sintesi e l’esistenza necessaria di universi opposti.

[2] John Cage, Per gli uccelli. Conversazioni con Daniel Charles, Torino 1999, p. 75.

[3] John Cage, Al di là della musica, Milano, 2013, p. 38. Le parentesi all’interno della citazione sono dello scrivente.

[4] Paradossalmente anche a livello subatomico l’equilibrio percepibile dell’esistente è dato da un apparente disequilibrio delle particelle in moto incessante e casuale, cfr. S. Ortoli, J.P. Pharabod, Metafisica quantistica. I nuovi misteri dello Spazio e del Tempo, Roma, 2013.

 

 

Read Full Post »

MostraAFTER AFTER 

Curatori: Felice Nittolo, Luca Maggio, Daniele Torcellini

Sede: Art Gallery “niArt”

Periodo: Ravenna, 7 – 28 aprile 2012

Finissage: sabato 28 aprile 2012 ore 18.30

Catalogo: http://afterafter02.wordpress.com/

Patrocinio: Comune e Provincia di Ravenna, Ravenna 2019

Col sostegno di: Ravennae – ori e smalti per il mosaico

 

Comunicato stampa

Si è svolta con successo l’inaugurazione della seconda edizione di After After, collettiva inerente la scena artistica ravennate che gravita intorno al mosaico, quest’anno impreziosita da alcune performances d’apertura, fra cui una composizione per piano preparato con tessere di mosaico di Matteo Ramon Arevalos, eseguita dal vivo dall’autore, e la lettura dei versi di Gregor Ferretti da parte di Franco Costantini.

Il catalogo della mostra è disponibile online al sito web http://afterafter02.wordpress.com/

Anche il finissage di sabato 28 aprile sarà caratterizzato da un momento performativo con la proiezione di un video, la presenza e l’intervento degli autori stessi, Andrea Sala e Giulia Alecci, che così introducono il proprio lavoro:

“Cosa nasce dalla trasposizione della fissità ritrattistica del sistema musivo ravennate su di corpo vero?

Come può un’organicità viva e calda accogliere e relazionarsi con la linearità geometrica della figura umana dei mosaici bizantini?

Dove si incontra l’atteggiamento storico di astrarre il corpo, che cerca una simbolicità nella quale non vi è attenzione per i caratteri somatici individuali e che arriva a costruire una rappresentazione grafica “magica” del corpo, e una performance in cui una nudità tutta tridimensionale e totalmente rivolta verso una lettura specifica della persona accoglie un reticolo di tessere?

Attraverso il disegno sul corpo dell’altro di un reticolo di mosaico si esprime inoltre un desiderio di eternità e stabilità nella relazione con l’altro, omettendo volutamente come spesso accade nelle relazioni che è inutile cercare la stabilità in un mondo e su di un corpo che è in costante cambiamento ed evoluzione.

Quello che è un esperimento, introduce poi al suo interno un romanticismo nella posa, giustificato dall’intento di render vivi quei mosaici e dal lavoro di coppia che vi è dietro. È inoltre importante ricordare a che punto in una relazione si impari a conoscere, analizzare, scomporre, frammentare e ricreare ogni singola parte del corpo dell’altro, come appunto accade in un mosaico.

L’azione di disegnare questa seconda pelle di tessere sul corpo dell’altro sarà documentata da un video che verrà proiettato in occasione della performance, nella quale gli interpreti si fermeranno per cinque minuti in un abbraccio.”

La mostra After After, curata da Felice Nittolo, Luca Maggio e Daniele Torcellini, è aperta presso la galleria d’arte niArt dal 7 al 28 aprile 2012 ed espone opere di Matteo Ramon Arevalos, Raffaella Ceccarossi, Silvia Danelutti, Naghmeh Farahvash Fashandi, Filippo Farneti, Simone Gardini, Samantha Holmes, Sergio Policicchio e Andrea Sala.

L’esposizione è visitabile nei giorni di martedì, mercoledì e sabato dalle 11.00 alle 12.30 e nei giorni di giovedì, venerdì e sabato, dalle 17.00 alle 19.00, oppure su appuntamento chiamando il numero (+39) 338 2791174.

Info: Art Gallery “niArt”

Catalogo online: http://afterafter02.wordpress.com/

After After 2012, foto Rafael Puerto Dominguez

Read Full Post »

Premessa: ho scritto il testo che segue per la seconda edizione di After After inaugurata a Ravenna sabato 7 aprile 2012 presso la niArt Gallery.

Chi volesse scaricare gratuitamente l’intero catalogo incluse le immagini delle opere in mostra può cliccare il link: http://afterafter2012.tumblr.com/

Alighiero Boetti, Tutto, 1988-89

Più o meno tutto

Un mosaico è un mosaico è un mosaico”, after Gertrude Stein

Aneddoto:

Pare che la serie Tutto di Alighiero Boetti sia nata così: un giorno l’artista dice ai suoi collaboratori: «Andate a comperare delle riviste», «Quali?» chiede uno di loro, «Tutte» risponde lui. Tornati in studio:«Bene, ora cominciate a ritagliare le figure», «Quali?», «Tutte»[1].

Come in molte altre sue intuizioni, l’artista shaman showman ha anticipato il nostro tempo, in cui c’è bisogno di tutto per capire una parte anche minima dei prodotti umani (non solo artistici), perché la realtà è qualcosa di devastantemente complesso: la realtà è tutto.

Elenco 1: la realtà

Le azioni meccaniche che fai al tuo risveglio sono reali, ma lo sono anche i sogni di cui hai o non hai più memoria nonostante siano di qualche ora fa.

Le ambizioni, le umiliazioni, i successi, i morti in battaglia e i soldatini dei bambini, gli studi geologici sul nucleo della Terra, ma anche il Viaggio di Jules Verne. La fisica, la metafisica e la patafisica. Dio e la sua assenza. Il caso. La malattia. Il tempo e la filosofia. Gli specchi. La prospettiva. Il vuoto. Il buono e il cattivo senso che ti fanno agire ogni giorno e la ricerca del senno perduto di Orlando da parte di Astolfo sulla Luna: tutto reale è. Ridere. L’illusione dolcissima della letteratura. La musica. La malinconia. L’immaginazione sia essa realizzata o solo, va da sé, immaginata, non lo è meno del pane che hai addentato prima o della sigaretta che accenderai più tardi, in pausa, mentre starai pensando a come risolvere quella pratica, a quando fare la spesa, a quando rivedrai tuo figlio e tua moglie o il tuo compagno stasera, alle vacanze, sì, le vacanze.

Le liti e l’amore. La solitudine e la compagnia. Il calore e il gelo. Le differenze. Il maschile e il femminile e ciò che sta in mezzo. I problemi sono reali e le ipotesi di soluzione sono tutte altrettanto reali per il solo fatto di essere state pensate. Il passato da cui non c’è scampo e la partita del futuro, sempre aperta. Le bollette, le multe, lo spread, la povertà, le ruberie e il desiderio di fuga. La forza di restare. Reali sono le idee e con buona pace di Platone anche i corpi che, maldestramente a detta sua, ne rivestono le forme. L’imperfezione e l’incompletezza sono reali. Come i loro opposti. Esistono solo nella mente? Appunto, esistono.

Senza soluzione di continuità, teoria e pratica, anima e corpo, come nei tratti biro di Boetti, come nelle trame dei suoi arazzi, come nelle dimensioni parallele alla nostra (undici a quanto pare), già pensate all’infinito dal vecchio Borges. In alcune di queste, le variazioni rispetto a quanto sta accadendo ora e qui sono minime, in altre sono agli antipodi e si realizzano le opportunità scartate sino a giungere alla nostra scomparsa, al noi mai esistito, almeno in una di esse. E lo stesso continueremmo ad essere reali. Sì, perché talvolta l’affermazione di qualcosa passa anche attraverso la sua negazione.

Di fronte a questa babele che pure è in tutti noi, è tutti noi e i noi paralleli, che fare? Scegliere un punto di appoggio, di vista che ci assomigli e cominciare a osservare. A capire. A collegare.

Space Invader, (making of) Florence Rey portrait, 2005

Elenco 2: il mosaico

Un puzzle, una combinazione, una sequenza, un insieme frammentato e ricomposto del reale (e il reale è nell’Elenco 1, incluso ciò che non c’è): i lego e i sassi, i quadratini colorati del cubo di Rubik, le cellule e le costellazioni, la progressione dei secondi e l’incastro dei flashback, le forme dei frattali e qui mi fermo, elenco breve. Perché tutto, davvero tutto e senza paradosso, può diventare mosaico, essere visto e risolto come mosaico. Sta all’autore decidere: nella sua intenzione è il discrimine[2].

Disgregare e ricostruire, insomma (se questo è un suo specifico possibile). Rielaborando per tornare o non tornare al punto di partenza. Puoi costruire un sasso tridimensionale “mosaicando” sassi (e Ceci n’est pas une pipe che fine fa?). O farne un gatto o qualcosa di astratto. Luce e colore, vetri e smalti. A proposito, un mosaico puoi farlo di pietra di vetro di carta di metalli di parole di danza di matita di cera di legni di scarti di musica di tessuti di video di pixel di materia organica e inorganica di ciò che vuoi[3]. È qualcosa di pensato, di controllato alla fine, sebbene le combinazioni si realizzino in fieri.

Fa parte e non fa parte del mondo dell’arte, tale e quale la pittura, la scultura, la fotografia e tutte le altre voci espressive che in sé, fra l’altro, sono categorie vuote, spettando agli uomini divenirne facitori e testimoni nel (proprio) tempo[4]. C’è chi le definisce tecniche (ma diversi sono i modi di fare un mosaico, un dipinto, etc.) e chi, più correttamente, linguaggi. Non è facile afferrarne la natura, a volte sembra di dover lottare con Nereo senza essere Ercole.

Arte è desiderio, scienza, scoperta, identità, confronto, battaglia, rito, forma, percezione, superficie, fenomenologia, commozione, provocazione, potere, necessità ma è vero anche che non serve a nulla, non deve servire a nulla. O no?

Tanto vale fermarsi prima di infilarsi nell’orrida ridda delle definizioni.

Se è vero che il “il medium è il messaggio” (©McLuhan), intervistando alcuni dei ragazzi presenti in questa seconda edizione di After After ho avuto conferma di una tendenza sinaptica del mosaico, anzi scusate dell’arte, perché alla fine di questo si tratta: in realtà la ricerca di collegamento (fra l’artista e il proprio passato, fra l’artista e la storia dell’arte, fra i materiali usati dall’artista, fra l’artista e la società, fra l’artista e l’evento cui sta partecipando, …continuate voi) fa parte del bagaglio identitario del comunicare con l’arte. E non solo: “i ponti” sono nella natura del cervello umano: “neurons that fire together wire togheter”, diceva il neuroscienziato canadese Donald Olding Hebb già nel ’49. E su questa scorta si potrebbe continuare con le recentissime scoperte inerenti il funzionamento della nostra memoria, grazie alle molecole a “fagiolo” dei peraltro assai eleganti microtubuli sinaptici[5].

Jack Tuszynski, Modello informatico del funzionamento dei microtubuli sinaptici, 2012

In accordo si direbbe naturale con tutto questo, qui si assiste ad una volontà precisa, quasi una necessità (in controtempo rispetto alla nostra epoca liquido-proteiforme) di connettere frammenti di realtà (nel senso dell’Elenco 1) e dare loro, per quanto si possa (in termini anche di durata effimera talvolta), una solidità autentica. Per fare questo il medium mosaico viene da molti apparentemente nascosto o meglio ibridato con ciò da cui ognuno degli artisti presenti proviene o sente come humus proprio: il design, la scultura, la pittura, la poesia, la videoarte, la composizione musicale o il mosaico stesso, perché no[6]? La realtà è declinata secondo la visione musiva che più si avvicina a ciò che si è[7]. Per sé, anzitutto. Così il mosaico, liberato da se stesso e dai discorsi in difesa di esso, sembra scomparire[8]. Per essere, finalmente.

Ps. Questa pagina è un piccolo omaggio al grande Georges Perec (1936-1982), nel trentennale della scomparsa. In finale cito una sua riflessione riguardante i puzzle, ma che potrebbe estendersi, non senza inquietudine, a tutte le nostre esistenze, incluse quelle parallele, a quelle che, coscienti e consenzienti o meno, sono le nostre realtà: “Se ne potrà dedurre quella che è probabilmente la verità ultima del puzzle: malgrado le apparenze, non si tratta di un gioco solitario: ogni gesto che compie l’attore del puzzle, il suo autore lo ha compiuto prima di lui; ogni pezzo che prende e riprende, esamina, accarezza, ogni combinazione che prova e prova ancora, ogni suo brancolare, intuire, sperare, tutti i suoi scoramenti, sono già stati decisi, calcolati, studiati dall’altro”[9].

Georges Perec (1936-1982)


[1] Cfr. Corrado Levi nel dialogo con Giacinto Di Pietrantonio in Alighiero Boetti – Quasi tutto, Milano 2004.

[2] La “texture” della materia stessa può apparire come uno (pseudo)continuum in equilibrio danzante – in sé, a livello subatomico e fra corpo e corpo, e con la luce – , tale da realizzare la percezione della stabilità: molecole attimi atomi sembrano effettivamente uniti fra loro, ma non privi di “interstizi” – in sé, a livello subatomico e fra corpo e corpo, e con la luce -. E persino dai buchi neri, regioni più dense della velocità della luce, “fuggono” particelle, secondo la radiazione di Bekenstein-Hawking.

[3] Libertà creativa già dichiarata da Felice Nittolo riguardo l’Aritmismo in Esprimersi col mosaico è possibile, Ravenna, 1984: “…propongo un movimento Artistico che abbia all’origine la “tessera” come veicolo per esprimere un’idea. Tessera di qualsiasi materiale, di qualsiasi forma, di qualsiasi dimensione; accostata e allontanata improvvisamente, costante e disomogenea nello stesso tempo-spazio. Creare, generare, “dipingere” con la tessera che ha in sé il potere naturale di vivere per secoli. (…) Il movimento non è necessariamente musivo, parte dal musivo (tessera) ma vuole coinvolgere l’Arte in senso generale: Artista unico ideatore-esecutore del risultato, senza intermediari.”

[4] Ogni opera, ogni artista, informa di sé il proprio linguaggio nel proprio tempo. Infatti l’occhio allenato del connoisseur riconosce i falsi dai particolari errati rispetto all’epoca cui dovrebbero riferirsi, cfr. Federico Zeri, Il falsario in calcinaccio in Diari di lavoro 1, Bergamo 1971.

[5] Il riferimento è all’articolo apparso l’8 marzo 2012 sulla rivista scientifica internazionale PLoS Computational Biology a firma dei fisici canadesi Travis Craddock e Jack Tuszynski (Università di Alberta) e del neuroscienziato americano Stuart Hamenoff (Università dell’Arizona).

[6] A proposito, è il mosaico che diventa pittura, scultura, etc., o viceversa?

[7] Ogni artista resta intimamente legato alla propria visione nonostante possa usare mezzi diversi per esprimerla: esempio noto, Michelangelo è scultore anche quando si trova a dipingere, come Giacometti, quanto Mondrian o Piero della Francesca sono strettamente connessi all’architettura, pur avendo sempre e solo usato i pennelli, a quanto se ne sa. Non solo: l’operare artistico è elaborazione continua di sé. Celebre, in questo senso, l’aforisma di Cocteau (sulla scorta di Wilde, di Montaigne): che si ritragga un paesaggio o una natura morta, si finisce sempre col fare un autoritratto.

[8] Ricordate? Negare per affermare.

[9] Georges Perec, La vita istruzioni per l’uso, Milano 1984 (ed. originale, 1978).

Read Full Post »

Older Posts »