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ALFAZETA. Andy Warhol

Andy Warhol, Gold (ALFAZETA)

In occasione dell’undicesima edizione Artelibro Festival del Libro e della Storia dell’Arte, sarà presentata domani, martedì 16 settembre alle ore 19.00, grazie alla collaborazione della Biblioteca Universitaria di Bologna che ha messo a disposizione la sua prestigiosa Aula magna e i suoi arredi, la mostra ALFAZETA, una nutrita selezione di libri d’artista conservati nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.

Si tratta di libri straordinari, in tiratura limitata, illustrati da alcuni tra i massimi artisti che hanno operato nel secolo scorso e che si sono misurati, oltre che con la pittura e la scultura, anche con l’oggetto libro. Libri che sembravano riservati a una ristretta cerchia di bibliofili e collezionisti e che ora sono patrimonio comune, in seguito all’acquisto da parte del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo della Collezione di Loriano Bertini, conservata presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, e offerti alla fruizione di tutti nell’importante cornice della Biblioteca Universitaria di Bologna, composta, quasi a contrappunto, da rari e preziosi manoscritti, incunaboli e cinquecentine.

Il progetto espositivo a cura di Sergio Risaliti – e realizzato in collaborazione con Maria Letizia Sebastiani, Silvia Alessandri e Micaela Sambucco della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze – costituisce una campionatura essenziale della cospicua raccolta della biblioteca fiorentina. Il titolo ALFAZETA richiama alla mente una forma di consultazione elementare e primaria, una possibile selezione secondo la prospettiva alfabetica, che vige e detta legge in ogni archivio, in quel labirinto che è la biblioteca. Per ogni lettera dell’alfabeto la scelta è ricaduta su un artista, e in molti casi il punto di partenza è stata la qualità intrinseca dell’oggetto libro, con le sue specifiche editoriali e il suo peculiare design.

ALFAZETA. Alexander Calder

Alexander Calder, Fetes (ALFAZETA)

Due sole eccezioni a questa regola: una coppia composta da un letterato artista e da un artista: Raymond Queneau insieme a Enrico Baj,  a rappresentare la lettera Q  e una doppia rappresentanza di artisti per la lettera L: El Lissitzky con un altro poeta artista, Vladimir Majakovskij e Fernand Léger con le sue composizioni in colori ad illustrare un’ opera di Blaise Cendrars.

Da sempre il libro con le sue pagine bianche ha attratto l’artista, in una competizione antica con il mondo delle parole, dominio incontrastato di poeti e scrittori. Pittori e scultori si sono impossessati di quello scrigno cartaceo per restituirlo trasformato secondo un fare arte diverso, plastico e visivo, manipolandone la forma, i caratteri, scegliendo la qualità della carta, giocando con le misure, l’inizio e la fine, il recto e il verso, il bordo della pagina, con la composizione grafica e l’impaginato, fino a distribuire parole e caratteri in libertà sul foglio, usato come materia povera, quindi bruciato, tagliato, stropicciato e impastato con ogni sorta di elemento utile a farsi lettera e segno.

Tra le molte rarità esposte in questa occasione, si fanno notare per qualità Fêtes di Alexander Calder e Gold di Andy Warhol: uno è un’epifania di colori, un equilibrismo di forme, l’altro è un libro d’oro prezioso come un’icona neo-bizantina. Dalla lettera A di Vincenzo Agnetti alla Zeta di Ossip Zadkine si è inteso organizzare la mostra come un itinerario nell’arte del libro d’artista del Novecento, partendo da Oscar Kokoschka (1908) e Fernand Léger (1919) fino ad arrivare alle più contemporanee invenzioni di Claes Oldenburg, Jasper Johns, Maurizio Nannucci ed Emilio Isgrò, passando per il surrealismo di René Magritte, la metafisica composizione di Giorgio De Chirico, la genialità di Pablo Picasso, la verve grafica di El Lissitszky, il taglio di Lucio Fontana, la ferita aperta nella carta da Alberto Burri e molte altre declinazioni di questa modalità artistica su carta.

Testo a cura di Irene Guzman – Ufficio stampa Artelibro 2014

ALFAZETA. Giorgio De Chirico

Giorgio De Chirico, Mythologie (ALFAZETA)

In mostra i libri d’artista di: Vincenzo Agnetti, Alberto Burri, Alexander Calder, Giorgio De Chirico, James Ensor, Lucio Fontana, George Grosz, Georges Hugnet, Emilio Isgrò, Jasper Johns, Oscar Kokoschka, Fernand Léger, Vladimir Majakovskij/El Lissitzkij, René Magritte, Maurizio Nannucci, Claes Oldenburg, Pablo Picasso, Raymond Queneau/Enrico Baj, Robert Rauschenberg, Kurt Schwitters, Yves Tanguy, Raoul Ubac, Ben Vautier, Andy Warhol, William Xerra, Ylla, Ossip Zadkine.

 

ALFAZETA – Libri d’artista della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze
Biblioteca Universitaria di Bologna, Via Zamboni, 35
Dal 16 settembre al 17 ottobre
A cura di S.Risaliti in collaborazione con M.L.Sebastiani, S.Alessandri e M.Sambucco
Mostra promossa da Artelibro Festival del Libro e della Storia dell’Arte in collaborazione con Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e Biblioteca Universitaria di Bologna

Orari: lunedì-venerdì 10.00-18.00; sabato 9.30-13.00; domenica chiuso
Ingresso gratuito

Per info: www.artelibro.it

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La scultura mi permette di rivivere il passato, per vedere il passato nella sua oggettività e nelle sue reali proporzioni. Finché le paure del passato sono connesse con le funzioni del corpo, esse riappaiono attraverso il corpo. Perciò la mia scultura è il corpo. Il mio corpo è la mia scultura.” Louise Bourgeois

Louise Bourgeois ritratta da Robert Mapplethorpe, 1982

Si può provare a scordare il passato, ma liberarsene definitivamente è impossibile. C’è poi chi riesce ad usare le miniere oscure che si celano nelle viscere della memoria, per trarne pensiero inquietudine forme liberazione.

Louise Bourgeois (1911-2010), una storia tessuta la sua nel senso letterale del termine: ha conosciuto stoffe, cuciture e arazzi sin da bambina, nel laboratorio dei genitori nella Parigi nativa. E riguarda le tessiture inedite degli anni ultimi, la mostra curata da Germano Celant, che oggi si inaugura a Venezia, presso la Fondazione Vedova, sino al prossimo 19 settembre.

Arch of Histerya, 1993, courtesy Galerie Karsten Greve, Cheim & Read and Galerie Hauser & Wirth

Ma tutto comincia prima: prima dell’incontro con Léger, prima di sposare il critico Goldwater e seguirlo nel 1938 a New York, sua città d’adozione, dove avrebbe conosciuto surrealisti e artisti europei sfuggiti all’orrore nazista, prima dunque di diventare ella stessa uno dei grandi scultori totemici del ‘900, secondo la definizione di Rosalind E. Krauss, insieme a Louise Nevelson, David Smith, Isamu Noguchi, David Hare, Seymour Lipton, etc.

Cell (Eyes and Mirrors), 1989-93, London, Tate Gallery

Prima: tutto ha origine nell’infanzia strappata con dolore e rabbia da un trauma, la scoperta del tradimento del padre con l’istitutrice familiare e dunque la delusione lacerante per questa figura così centrale, causa della frantumazione del nucleo affettivo e sua ossessione-ispirazione per ogni opera, insieme ai temi della maternità e della sessualità, tutti interconnessi e cuciti nella sue vene, nella memoria dell’artista, scene di un unico grande arazzo, parafrasando Borges, quello del suo volto.

Alcuni titoli sono più che evocativi, come La distruzione del padre del 1974 (titolo anche di un bellissimo libro di scritti autobiografici, edito in Italia da Quodlibet nel 2009). Altri accompagnano esperienze visive che non si scordano, dalle claustrofobie delle sue Cells, cellule-celle, vere e proprie gabbie metalliche dell’io, ai Giorni rosa e giorni blu (1997), in cui abiti fini di seta rosa e blu, pendono da un appendiabiti freddo, fatto di acciaio e ossa animali scarnificate, segni di un’infanzia irrimediabilmente offesa.

Fillette, 1968, New York, MoMA

Del resto le immagini forti sono caratteristica della Bourgeois, come il suo Fillette (1968), fallo-prosciutto, simbolo maschile per antonomasia, potente ed esibito, reso ora inoffensivo e, anzi, potenzialmente affettabile, perciò oggetto delicato da proteggere, da moglie e madre al contempo, ancora una volta sospeso (o meglio appeso), come tante sue opere, tra cui Arch of Histerya (1993) o come la sua creatura forse più inquietante, il ragno Maman (1999), per la hall della Tate Modern di Londra (poi replicato in altre sedi o con varianti di altri Spider), che poggia a terra, ma si eleva per ben dieci metri dal suolo: “il ragno è lei, l’artista, che emette materia, che seduce, attira, e uccide. È la madre che soffoca il figlio oppure lo salva nel suo grembo”, dice Germano Celant.

Dunque, una volta di più nell’età contemporanea, è l’animale mostro ad essere sintesi di una poetica e di un’esistenza e paradigma dell’umano: attrae per il suo stesso essere com’è e, in quanto tale, è colui o, in questo caso, colei che tesse e avviluppa nella tela per divorarci e garantire vita e protezione ai suoi piccoli indifesi simili. È la madre della Bourgeois, che onnipresente tesseva nell’impresa di famiglia ed è la Bourgeois stessa, madre a sua volta (delle sue creazioni anzitutto), che ha sempre cercato di ricostruire in arte il filo spezzato nella sua vita di bambina.

Louise Bourgeois, Maman, 2003, Ottawa, National Gallery of Canada

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