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Ketty La Rocca, Non commettere sorpassi impuri (1964-65)

Una delle grandi protagonista dell’arte italiana degli anni Sessanta e Settanta, oggi al centro di una vera riscoperta internazionale, è stata Ketty La Rocca (La Spezia, 1938 – Firenze, 1976).

Quest’anno, in occasione della XVII Biennale Donna, a quasi vent’anni dall’ultima mostra antologica a lei dedicata in Italia e a ottant’anni dalla nascita, verrà inaugurata (domani, sabato 14 aprile alle ore 18.00) una mostra intitolata Ketty La Rocca 80. Gesture, speech and word, a cura di Francesca Gallo e Raffaella Perna, in cui si presenteranno una selezione di opere focalizzate sul rapporto tra linguaggio verbale e corpo, cuore della poetica dell’artista. La mostra è realizzata in collaborazione con l’ Archivio Ketty La Rocca di Michelangelo Vasta e sarà aperta al  Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara dal 15 aprile al 3 giugno 2018.

Ketty La Rocca, Via col vento, locandina (1975)

Ketty La Rocca 80. Gesture, speech and word si muoverà su un doppio binario, tematico e cronologico: opere di anni diversi saranno raccolte attorno al polo della parola, centrale nella fase verbovisiva e a quello del gesto, che invece caratterizza la produzione del decennio seguente. Il pubblico potrà vedere una selezione di circa 50 opere scelte tra le più rappresentative della produzione dell’artista – dai collage verbovisivi ai cartelli, dai videotape alle sculture sagomate, dalle Riduzioni alle Craniologie – più alcuni progetti, opere e materiali documentari mai esposti prima in Italia, come la documentazione dell’azione Verbigerazione (1973), realizzata nell’ambito della X Quadriennale d’Arte di Roma, recentemente ritrovata nell’archivio dell’ente romano, e l’audio originale della performance Le mie parole, e tu? (1975). Sarà inoltre presentato un progetto mai realizzato: In principio erat verbum, un gioco-performance che ribadisce l’interesse dell’artista per la comunicazione gestuale.

Ketty La Rocca, Le mie parole e tu (1971)

Ketty La Rocca 80. Gesture, speech and word

15 aprile – 3 giugno 2018

Padiglione d’Arte Contemporanea

Corso Porta Mare 5, 44121 Ferrara

Orari

da martedì a domenica 9.30 – 13.00 / 15.00 – 18.00

Aperto anche 23 e 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno

Sara Zolla press

 

 

 

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de chirico

piero-della-francesca-a-forli

Sono anni che le mostre organizzate presso il ferrarese Palazzo dei Diamanti e il forlivese complesso dei Musei di San Domenico riscuotono successo di critica e pubblico.

Se a fine febbraio a Ferrara si è conclusa trionfalmente la retrospettiva dedicata a De Chirico e alla nascita della Metafisica pittorica, con oltre 100.000 visitatori e catalogo esaurito prima della chiusura dell’esposizione, a Forlì si è da poco aperta un’antologica che ha come fulcro Piero della Francesca indagato sia nei rapporti coi suoi contemporanei sia per l’influenza sul ‘900, e pare stia andando molto bene. Meritatamente.

Qual è dunque il segreto di tanto successo? Nessuna alchimia misterica, solo una combinazione di fattori positivi voluti e armonizzati da tutti i soggetti coinvolti.

Anzitutto le amministrazioni di queste città, quale che sia la loro appartenenza politica, insieme alle indispensabili fondazioni bancarie, credono in tali progetti culturali (ovviamente anche come ritorno turistico economico) e lo dimostrano investendo somme adeguate, circa due milioni di euro per ciascun evento.

Ai non addetti ai lavori tale cifra potrà apparire ingente: in realtà è giusta per coprire le assicurazioni e il trasporto dei quadri primari (quante mostrine vengono altrimenti allestite annunciando grandi nomi nel titolo che poi corrispondono a opere in esposizione minori se non scadenti?), la guardianìa, gli allarmi, i cataloghi coi servizi fotografici relativi, la pubblicità sui vari media, i servizi di guide, etc.

Inoltre, per la curatela vengono chiamati di volta in volta i migliori esperti dei vari artisti o argomenti che si desiderano trattare, essendo impossibile che un singolo direttore/storico dell’arte, per quanto preparato, sia un tuttologo onnisciente. In questo modo si possono affrontare con coraggio e originalità anche personalità già studiate e importantissime come appunto De Chirico o Piero della Francesca.

Infine, benché elemento non meno importante, gli allestimenti sono disposti in luoghi adatti a ricevere il grande pubblico, essendo stati per tempo e opportunamente restaurati e attrezzati, ancora una volta evidenziando il pieno appoggio cittadino, sin dagli esordi.

Dunque, persone preparate e dotate di idee, spazi e mezzi congrui e l’intera città che ci crede: il successo di Forlì e Ferrara è il segreto di Pulcinella. Ma va ribadito, sottolineato, lodato anche. Mancando uno solo dei fattori sopraddetti è inutile poi versare pianti da coccodrilli ipocriti.

Nel tempo, va da sé, la fama dei prodotti culturali di queste città è andata consolidandosi e crescendo, sino a creare attese per le mostre successive: rispettare il pubblico vuol dire farlo tornare  ancora più numeroso.

A proposito: non sono mai stato a Conegliano, dove è stata da poco inaugurata l’esposizione sui Vivarini tra Gotico e Rinascimento, ma il fatto che sia curata da Giandomenico Romanelli, sommo conoscitore della cultura artistica veneziana, è indice sicuro di qualità.

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Giovan Francesco Barbieri detto Guercino, Caino ed Abele, secondo decennio del XVII secolo

Giovan Francesco Barbieri detto Guercino, Caino ed Abele, secondo decennio del XVII secolo

C’è chi sostiene che in arte sia bello ciò che è bello, ma piace ciò che piace. Affermazione che può essere contestata facilmente, ma sia presa qui per buona, almeno sino a buona parte del XIX secolo, quando valevano parametri e criteri, ovvero canoni, per stabilire cosa fosse bello, ovviamente cambiando secondo le epoche.

Faccio un esempio: Raffaello, pittore sommo, anzi “il pittore”, uno davvero in grado di dipingere anche a occhi chiusi. Pensate alle sue Madonne o alla Scuola di Atene. Sebbene la sua grandezza sia indiscutibile e il suo “bello” rappresenti come pochi altri i valori culminanti del Rinascimento di inizio ‘500, a me non piace. Va studiato e certo non lo ignoro, anzi ne ammiro razionalmente le creazioni, ma alla fine non mi interessa. La sua perfezione semplicemente non fa per me.

Della stessa epoca e a quel livello amo invece e profondamente Leonardo, un “non pittore”. Ah, come mi ritrovo in quello sfaldarsi continuo delle forme, in quello sfumare di tutto nel tempo che non puoi fermare o afferrare come le nuvole, perché alfine non esiste (il tempo quando non è, è, quando è, non è, pressappoco diceva Hegel). Amo anche i suoi disegni e gli sgorbi caricaturali, mi sento coinvolto nel suo empirismo, nel suo essere perennemente affascinato dal circostante con la voglia accecante di iniziare a capire (non necessariamente di finire).

Ne consegue che in genere non amo coloro che nei decenni e nei secoli si sono richiamati “per li rami” al classicismo raffaellesco, per esempio la scuola bolognese che discende dai Carracci (benché la figura di Annibale sia tra le più commoventi della storia dell’arte e gli esordi suoi realisti mi prendano l’anima, tanto quanto trovi insopportabile suo cugino Ludovico e l’influenza sua, specie in area emiliana).

Sto parlando fra gli altri di Guido Reni o del centese Giovanni Francesco Barbieri detto Guercino, pittori secenteschi valentissimi, benché per me non interessanti, soprattutto dopo il loro rientro a Bologna, dove diventano noiosissimi, in particolare se si consideri la maturazione rapida quanto sfolgorante in ambito romano, quando davvero avevano desiderio di affermare la loro novità.

Giovan Francesco Barbieri detto Guercino, Caino ed Abele (particolare), secondo decennio del XVII secolo (foto di Marco Baldassari)

Giovan Francesco Barbieri detto Guercino, Caino ed Abele (particolare), secondo decennio del XVII secolo (foto di Marco Baldassari)

Tutto questo per dire che venerdì 4 dicembre 2015 verrà presentato al Castello estense di Ferrara il dipinto Caino e Abele e lì  sarà possibile vederlo solo per una settimana, sino al 13.

Già ritenuto di Guido Reni, è stato recentemente attribuito proprio al Guercino grazie a storici dell’arte come Andrea Emiliani e Claudio Strinati, in particolare al suo fecondo periodo giovanile (si ipotizza il secondo decennio del ‘600, quando il pittore era poco più che ventenne).

E in effetti la composizione con la visione ribassata e diagonale del cadavere di Abele a contrasto col piccolo opposto verticale Caino sullo sfondo è qualcosa di potente e originale.

Unica cosa che non sono riuscito a capire e se l’opera faccia ancora parte dell’Holburne Museum di Bath, visto che era nelle raccolte ottocentesche del fondatore Sir Thomas William, o se sia passata alla Zanasi Foundation, che ha promosso questo evento. Comunque sia, la visione vale la pena.

Caino e Abele. Un’opera inedita
Castello Estense di Ferrara
 (5 – 13 dicembre 2015)
Lunedì  – Domenica: 9.30-17.30
Biglietto comprensivo del percorso museale

Castello estense – Ferrara

 

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