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Adriano Olivetti (1901-1960)

Adriano Olivetti (1901-1960)

“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti?

Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?

Possiamo rispondere: c’è un fine nella nostra azione di tutti i giorni, a Ivrea, come a Pozzuoli. E senza la prima consapevolezza di questo fine è vano sperare il successo dell’opera che abbiamo intrapresa.

Perché una trama, una trama ideale al di là dei principi dell’organizzazione aziendale ha informato per molti anni, ispirata dal pensiero del suo fondatore, l’opera della nostra Società.

Il tentativo sociale della fabbrica di Ivrea, tentativo che non esito a dire ancor del tutto incompiuto, risponde ad una semplice idea: creare un’impresa di tipo nuovo al di là del socialismo e del capitalismo giacché i tempi avvertono con urgenza che nelle forme estreme in cui i due termini della questione sociale sono posti, l’uno contro l’altro, non riescono a risolvere i problemi dell’uomo e della società moderna.

La fabbrica di Ivrea, pur agendo in un mezzo economico e accettandone le regole, ha rivolto i suoi fini e le sue maggiori preoccupazioni all’elevazione materiale, culturale, sociale del luogo ove fu chiamata ad operare, avviando quella regione verso un tipo di comunità nuova ove non sia più differenza sostanziale di fini tra i protagonisti delle sue umane vicende, della storia che si fa giorno per giorno per garantire ai figli di quella terra un avvenire, una vita più degna di essere vissuta.

La nostra Società crede perciò nei valori spirituali, nei valori della scienza, crede nei valori dell’arte, crede nei valori della cultura, crede, infine, che gli ideali di giustizia non possano essere estraniati dalle contese ancora in eliminate tra capitale e lavoro. Crede soprattutto nell’uomo, nella sua fiamma divina, nella sua possibilità di elevazione e di riscatto.” Adriano Olivetti, Discorso ai lavoratori di Pozzuoli, 23 aprile 1955, da Ai lavoratori, Edizioni di Comunità, 2012[1]

Olivetti fra i suoi operai

Olivetti fra i suoi operai

In questi giorni d’elezioni e di miserrime promesse elettorali, meglio rileggersi i discorsi di Adriano Olivetti (1901-1960), faro non raro ma unico della storia non solo imprenditoriale italiana.

Una vicenda incredibile la sua, d’un’utopia realizzata (“La luce della verità, usava dirmi mio padre, risplende soltanto negli atti, non nelle parole”) e dissoltasi con la sua scomparsa prematura per trombosi celebrale su un treno diretto in Svizzera.

Nato a Ivrea, figlio d’un ebreo, Camillo, e una valdese, Luisa Revel, sin da ragazzo crebbe in una famiglia di straordinaria apertura socio-pedagogico-culturale. Nel ’25 ebbe a viaggiare in America dove studiò il sistema produttivo più avanzato del mondo, poi tornato nell’Italia mussoliniana, frequentò Gobetti, casa Levi, Carlo Rosselli e Ferruccio Parri coi quali collaborò per organizzare la fuga di Turati in Francia.

Quando all’inizio degli anni ’30 il padre gli passò il testimone dell’azienda di macchine da scrivere da lui fondata e peraltro già ben avviata, Adriano cominciò quella rivoluzione progressiva e totale che portò allo stile Olivetti  noto nel mondo. E non senza difficoltà, dovute al fascismo prima (nel ’43 fu anche incarcerato a Regina Coeli) e ai partiti repubblicani poi, oltre alla totale miopia e grettezza degli industriali suoi colleghi: “se teorizzo qualcosa di irrealizzabile, incontrerò sicuramente consenso in qualche salotto, se vado oltre, spiegando come realizzarlo tecnicamente, nel dettaglio, rischio di rendermi immediatamente ridicolo, se poi lo realizzo, quel qualcosa, vengo trattato con ostilità.”

Olivetti Lettera 22

Olivetti Lettera 22

E cosa realizzò Adriano Olivetti è ormai storia: all’apice della sua ascesa, negli anni ’50, i suoi dipendenti in Italia e nel mondo toccarono le 36.000 unità complessive, oltre all’acquisizione dell’americana Underwood con la sua strategica rete commerciale, senza contare le nuove frontiere che si stavano studiando, l’Europa dell’Est e la Cina, a proposito di lungimiranza.

Nel frattempo ai vertici dell’azienda erano stati posti intellettuali, poeti e scrittori come Geno Pampaloni, Volponi, Fortini, Ottieri, oltre alle collaborazioni culturali a vario titolo con Moravia, Pasolini, Chagall, Eduardo de Filippo, De Sica, Gassman etc., ben prima dello slogan sessantottino la fantasia al potere.

Agli operai erano date buste paga più alte della media nazionale, mense, biblioteche, quartieri abitativi, trasporti, asili, il tutto con un’architettura davvero in relazione al circostante e all’individuo. Dal ’57, in anticipo pure sui sindacati, alla Olivetti la settimana lavorativa era di 45 ore con tutti i sabati liberi.

Tutto questo era possibile perché Adriano davvero usava i profitti per reinvestirli in servizi e ricerca ai fini di migliorare la stessa produttività aziendale sempre nel rispetto dell’uomo (e come stridono al confronto i casi degli ultimi anni, da Parmalat all’Ilva, alla stessa Fiat). Certo, nessun dirigente avrebbe mai avuto stipendi centinaia e centinaia di volte superiori a quello di un operaio. Il fine era più elevato del profitto per il profitto. Oltre ogni ideologia, alla Olivetti stavano realizzando un sogno chiamato Comunità. Era questo il fine e il motore ideale che muoveva fondatore e collaboratori: al centro l’uomo da non abbandonare alla solitudine individualistica o alla massa indistinta, due facce della stessa medaglia, ma da inserire in un contesto migliore, farlo sentire parte di un  gruppo di suoi simili in un territorio, insomma una comunità. Anzi la Comunità, concetto nato durante la guerra (si veda il testo olivettiano fondamentale L’ordine politico delle Comunità, 1945) che porterà a fondare una casa editrice e un movimento che però non incontrerà l’affermazione sperata, prendendo nel ’58 solo l’1% dei consensi.

Olivetti Programma 101

Olivetti Programma 101

Il successo e il denaro per costruire quest’utopia nella realtà veniva dalle favolose macchine Olivetti, eleganti e sempre all’avanguardia tecnica e di design: si ricordino la calcolatrice meccanica Divisumma di Nicola Capellaro del ’48, la mitica Lettera 22 del ’50, sino alla svolta nella ricerca elettronica con l’assunzione dal ’54 di una delle migliori menti esistenti nel campo, l’italo cinese Mario Tchou, accanto a cui Adriano mise suo figlio Roberto. I risultati arrivarono qualche anno dopo, nel’60, col primo calcolatore Elea 9003, cui seguì l’Elea 6001. Purtroppo anche Tchou morirà troppo presto, nel ’61, in un incidente stradale.

Da lì in poi il disastro. Crollo delle azioni nel ’62 e cordata di banche e avvoltoi (tra cui Cuccia di Mediobanca e Valletta della Fiat) che rilevarono il tutto decidendo in primis di eliminare il settore più dispendioso in quanto a ricerca (e ovviamente il più carico di futuro), l’elettronica, ceduta all’americana General Electric. E dire che l’ultimo frutto nato pochissimi anni dopo fu il primo personal computer al mondo, Programma 101 ideato da Pier Giorgio Perotto. Così l’Italia si giocò per sempre il suo ruolo di leader in ciò che più tardi riusciranno a fare Jobs, Gates e altri protagonisti della scena contemporanea. Viene rabbia, vero?

Il fatto è che stavolta non me la sento di concludere speranzosamente, almeno non a breve termine: non credo che neanche queste elezioni cambieranno molto il mio Paese, che amo disperatamente e che vedo sfinito, ingovernabile, intrappolato nel marciume. Chissà, forse ha ragione Marco Peroni che insieme al disegnatore Riccardo Cecchetti ha dedicato alla figura del leggendario imprenditore di Ivrea uno stupendo libro disegnato, Adriano Olivetti, un secolo troppo presto (BeccoGiallo, 2011), in cui s’immagina un’intervista impossibile fra Olivetti (fra l’altro usando le parole tratte dai suoi discorsi per le risposte), proprio a poche ore dalla morte su quell’ultimo fatale treno, e una laureanda dell’anno accademico 2060-2061, ovvero cento anni dopo, quando le sue idee sono ormai diventate realtà, anzi patrimonio comune, in una parola Comunità.

Fondazione Adriano Olivetti.it

Olivetti beccogiallo


[1] A questo proposito, faccio notare che a differenza di qualsiasi altro testo abbia mai letto, col divieto di pubblicare qualsiasi riga nel presunto rispetto del diritto d’autore, qui, coerentemente al pensiero del fondatore, a pag. 2 si legge “Condividiamo la conoscenza: i testi contenuti in questo libro sono rilasciati con licenza Creative Commons. Puoi condividere e diffondere quest’opera riportandone sempre l’origine e senza fini di lucro.”

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Piero Calamandrei (Firenze, 1889 – Roma, 1956)

C’è stato in Italia un autentico partito degli onesti, nato clandestinamente in un periodo a dir poco devastante per il Paese: era il ’42 e si trattava del Partito d’Azione.

I suoi fondatori e rappresentanti (molti provenivano dal movimento Giustizia e Libertà) erano fra le menti migliori e più libere dell’Italia di allora, tutti partigiani e intellettuali che, sconfitto il nazifascismo, volevano ricostruire una nazione laica, democratica, attenta al sociale, repubblicana, e, in nuce, europeista e per questo si presentavano come un’alternativa tanto all’immobilismo democristiano quanto alla dittatura comunista.

Finita la guerra, gli azionisti durarono poco: alle elezioni del ‘46 presero poco più dell’1% delle preferenze e divisi da spaccature interne, si sciolsero un anno dopo nell’ottobre del ’47.

Perché un tonfo siffatto? Quando chiesi a Montanelli di tracciarmi un ritratto di Ferruccio Parri, leader indiscusso e fra i padri del Partito d’Azione, il grande giornalista mi rispose che era sì un galantuomo, non a caso scelto per rappresentare l’Italia di fronte agli alleati e primo Presidente del Consiglio dopo la Liberazione, ma era anche un “puritano”, un uomo senza compromessi né fronzoli verso se stesso e verso gli altri: cosa che gli fu di fatale antipatia in un Paese come il nostro (e che la dice lunga anche sulla natura irrimediabile degli italiani).

Passata la cometa di questo partito, gli ex azionisti andarono a portare i loro buoni semi in numerose altre formazioni politiche, da quella socialista alla repubblicana, qualcuno in quella comunista, mentre altri diedero vita al Partito Radicale nel 1955.

Tanto per fare qualche nome di illustri azionisti oltre a Parri, Ugo La Malfa, Emilio Lussu, Alberto Carocci, Riccardo Lombardi, Ernesto Rossi, Leo Valiani, Carlo Azeglio Ciampi e il suo maestro Guido Calogero, Norberto Bobbio e Vittorio Foa di cui si è già parlato su questo blog.

Fra di essi, un posto d’onore spetta a Piero Calamandrei (Firenze, 1889 – Roma, 1956): insigne giurista, antifascista della prima ora (da professore e avvocato mai chiese durante il ventennio la tessera del Partito Fascista), fu anche fra i padri costituenti e sino all’ultimo si spese per il bene nazionale sia in Parlamento sia in conferenze pubbliche, affinché i valori positivi della Costituzione nata dalla Resistenza fossero conosciuti, diffusi, discussi e sentiti vivi nel corpo vivo del Paese (ricordate il verso “libertà è partecipazione” di Gaber?). Calamandrei era parte di quella generazione nobile che ci credeva, eccome, al futuro dell’Italia.

Recentemente Chiarelettere ha pubblicato nei suoi Instant book una serie di suoi illuminanti interventi dal titolo Piero Calamandrei, Lo Stato siamo noi (Milano, 2011), di cui consiglio l’acquisto e la lettura.

A questo proposito, non essendo presenti nel libretto, lascio spazio ad alcune sue attualissime parole a proposito di giovani, scuola e democrazia.

(…) La scuola, come la vedo io, è un organo “costituzionale”. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. (…) Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il Presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue .

La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l’alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società (…).

A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità. Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali. (…)

Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito.

Come si fa a istituire in un Paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c’è un’altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime… Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l’operazione (…). Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito (…).

E c’è un altro pericolo: di lasciarsi vincere dallo scoramento. Ma non bisogna lasciarsi vincere dallo scoramento. Vedete, fu detto giustamente che chi vinse la guerra del 1918 fu la scuola media italiana, perché quei ragazzi, di cui le salme sono ancora sul Carso, uscivano dalle nostre scuole e dai nostri licei e dalle nostre università. Però guardate anche durante la Liberazione e la Resistenza che cosa è accaduto. È accaduto lo stesso. Ci sono stati professori e maestri che hanno dato esempi mirabili, dal carcere al martirio. Una maestra che per lunghi anni affrontò serenamente la galera fascista è qui tra noi. E tutti noi, vecchi insegnanti abbiamo nel cuore qualche nome di nostri studenti che hanno saputo resistere alle torture, che hanno dato il sangue per la libertà d’Italia. Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell’avvenire. Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale.”

Piero Calamandrei, dal Discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale, Roma, 11 febbraio 1950.

Fondazione Centro di iniziativa giuridica Piero Calamandrei

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Indro Montanelli (1909 - 2001)

Oggi, a dieci anni esatti dalla scomparsa, desidero ricordare uno dei più grandi (il più grande?) fra i giornalisti italiani del secolo scorso, Indro Montanelli (Fucecchio, 22 aprile 1909 – Milano, 22 luglio 2001).

La prima e unica volta che lo incontrai fu a Milano, di sfuggita, in università, nel dicembre 1999: forse usciva da una conferenza, non so. Mi colpì questo altissimo e magrissimo signore nel suo cappotto cammello, occhi di ghiaccio (e il paragone col pistolero interpretato da Eastwood non mi pare del tutto inopportuno) severi e sicuri, cui mai avrei dato 90 anni compiuti, non fosse altro per l’andamento agile e svelto e la schiena dritta (anche in senso morale). La leggenda che voleva la sua figura simile al profeta Abacuc di Donatello non era poi così infondata, anzi.

Un paio di anni più tardi, stavo preparando l’esame di storia contemporanea e volevo saperne di più su Ferruccio Parri, trovando le notizie sul manuale del liceo che avevo piuttosto scarse.

Gli scrissi, chiedendogli anche due parole su Hemingway, su cui all’epoca avevo costruito un reading teatrale col mio gruppo di recita universitario. Per la verità la parte iniziale della mia lettera era un elogio del coraggio e della coerenza di Montanelli nella vicenda Berlusconi: non so se gli abbiano fatto piacere le mie chiacchiere, che opportunamente non vennero pubblicate sul giornale, ma sono lo stesso contento di avergliele scritte.

Oggi riporto la risposta che mi diede, con la consueta franchezza, sulla sua mitica rubrica La stanza di Montanelli, uscita sul Corriere della Sera mercoledì 30 maggio 2001 col titolo “Parri non poteva rappresentare l’Italia” . Per me resta una testimonianza ancor più preziosa dal momento che fu uno degli ultimi ritratti che tratteggiò, visto che di lì a meno di due mesi sarebbe scomparso.

Purtroppo, causa un’imprecisione dello stesso Montanelli, dopo tre giorni seguì una breve polemica degli eredi di Parri e Pizzoni, vero presidente del CLNAI: anche di questo strascico dal titolo “Parri, Pizzoni e il primato resistenziale” (Corriere della Sera, sabato 2 giugno 2001) si dà qui contezza, specie per la battuta finale del gigante Indro (“su questo non ho proprio nulla da rettificare né tanto meno da ritrattare.”), che immagino accigliato e anche piuttosto annoiato dalla solita immancabile italianissima (per quanto con giusta precisazione in questo caso) discussione a seguire.

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La stanza di Montanelli: “Parri non poteva rappresentare l’Italia” (Corriere della Sera, mercoledì 30 maggio 2001)

Caro Montanelli,
Sono un ragazzo ventiduenne appassionato di storia. Ultimamente, per una serie di coincidenze, mi è più volte capitato sotto gli occhi il nome di Ferruccio Parri. Le notizie circa questo personaggio sono scarse, sul mio testo liceale.
La prego, dunque, di dedicargli una «stanza» per aiutarmi a capire chi fosse e cosa fece.
Infine le chiedo la cortesia di un parere su Ernest Hemingway, sull’uomo e sullo scrittore da me molto amati.
Luca Maggio

Caro Luca,
Mi poni due domande difficili da incollare l’una all’altra. Ho conosciuto entrambi i personaggi, che più umanamente dissimili non si potrebbero immaginare, e non ho avuto particolari simpatie né per l’uno né per l’altro. Che l’uno sia stato un grande scrittore, ne sono convinto. Che lo sia stato per i motivi per i quali la critica letteraria gliene ha attribuito i galloni, ne dubito (ma non apro questo discorso, che ci porterebbe fuori strada). Che avesse, sul piano umano, alcunché di accattivante, lo escludo: tutto ciò che fece, lo fece per il successo e badando solo a quello. E qui mi fermo.
Ferruccio Parri fu esattamente il contrario. Nulla di più rettilineo del suo passato di uomo e di cittadino. Fu un combattente coraggioso e superdecorato (non sempre le due qualifiche coincidono, ma nel caso di Parri sì) nella prima guerra mondiale e un inflessibile oppositore del fascismo fin dal suo apparire.
Faceva parte del movimento «Giustizia e libertà», padre (o madre) del futuro Partito d’Azione, destinato a vivere lo spazio d’un mattino. Fu condannato al confino. Al ritorno, visse del tutto in disparte come impiegato di serie B di un’azienda privata. E ne emerse, diventando una figura pubblica, al momento della Resistenza, occupandone la carica più pericolosa: quella di presidente del Cln (Comitato di liberazione nazionale). Scoperto e arrestato nella primavera del ’45, ebbe salva la vita grazie a un intervento degli inglesi che posero ai tedeschi il salvataggio di Parri come condizione alla trattativa della resa.
A Liberazione avvenuta, Parri fu nominato capo del governo come l’italiano più qualificato a trattare con gli Alleati in nome di un’Italia sinceramente democratica e antifascista: qual era, nel suo rigore politico e morale, quella di Parri; ma quale non era, proprio per il suo rigore ideologico e morale, quella degli italiani.
Quest’uomo irreprensibile, cui non c’era nulla da perdonare, ma che non intendeva perdonare nulla a nessuno che fosse sceso a compromessi con un regime durato vent’anni; povero in canna, refrattario a qualsiasi retorica; che rifiutava automobile blindata e guardia del corpo, che mangiava pane e salame al suo tavolo di presidente del Consiglio, non solo non piaceva all’Italia, ma aveva tutto per dispiacerle. Lo chiamavano Fessuccio Parri, a Napoli gli rovesciarono la macchina, i vignettisti lo flagellavano.
Insomma, fu una crisi di rigetto che pose prematura fine a una carriera politica in realtà e nella sostanza sbagliata. Come poteva un moralista, anzi un puritano come Parri «rappresentare» un Paese come l’Italia? Si dirà che anche De Gasperi era un galantuomo. È vero, ma non un puritano. Il galantuomo è quello che non transige con la propria regola morale. Il puritano è chi non vuol transigere nemmeno con quella altrui, e in tal caso non può «rappresentare» un Paese come l’Italia.
Non finì male, Parri. Finì, com’era giusto, Senatore a vita; circondato, com’era giusto, dal generale rispetto e, come era altrettanto giusto, dalla generale antipatia. Siccome lo scrissi (sul Borghese di Longanesi) press’a poco con queste stesse parole, me ne volle. Ma anche questo lo trovai giusto.

Indro Montanelli

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La stanza di Montanelli: “Parri, Pizzoni e il primato resistenziale” (Corriere della Sera, sabato 2 giugno 2001)

Caro Montanelli,
Con riferimento alla figura di Ferruccio Parri, da lei efficacemente tratteggiata, desideriamo precisare e sottolineare quanto segue (…).
Per quanto riguarda il giudizio sul puritanesimo come componente del carattere di Parri, riteniamo che, se Puritanesimo fu, esso sia stato rafforzato, se non determinato, dalle particolari vicende storiche che egli ebbe la ventura di vivere e dalla partecipazione alla guerra di Resistenza condotta in qualità di vicecomandante generale del CLN, che lo portò, di necessità, a adottare delle decisioni, anche, dolorose e a sentirne, fin dentro la propria pelle, e per tutto il resto della vita, la responsabilità. Da ciò la sua intransigenza (come di tanti silenziosi resistenti), da ciò la necessità di «non mollare» anche nell’impegno politico che non può, e non dovrebbe, essere valutato solo con il metro del successo, ma che fu foriero, secondo la nostra opinione, attraverso l’esperienza parlamentare della «Sinistra Indipendente» di nuove, e per l’epoca (fine Anni 60) inattese, consonanze politiche e morali (…).
Solo in parte ci sentiamo di concordare con l’affermazione secondo la quale Parri (assunto a personaggio paradigmatico, ma si dovrebbe piuttosto dire le idee di Parri, così come quelle di Carlo e Nello Rosselli, di Gobetti e di tanti altri) non poteva rappresentare l’Italia. Certamente egli non poteva, né tantomeno voleva, rappresentare quella parte dell’Italia che, acquisiti benefici e benemerenze di ogni tipo durante il fascismo, caduto il regime, aveva semplicemente svestito l’orbace e continuato, indossato altro abito, a occuparsi impunemente e impudentemente dei propri affari. Forse noi siamo ancora giovani e ingenui, però, riteniamo che egli avrebbe potuto rappresentare quella parte del Paese, e riteniamo sia la maggioranza, composta da persone le quali, nella libertà, si adoperano con semplicità e onestà per la realizzazione del bene comune, ciascuna attraverso la propria occupazione e secondo la propria capacità (…)
Ferruccio e Francesca Parri, Milano

Caro Montanelli,
Ahimè, povera Resistenza! Come può accadere che nella «stanza» di uno dei più autorevoli testimoni del ventesimo secolo appaia, a proposito di Ferruccio Parri, un’affermazione tanto grossolana: Parri presidente del CLN?
Parri (Maurizio) aveva la responsabilità del CVL (Corpo Volontari della Libertà).
La carica più «pericolosa», quella di presidente del CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) fu occupata da mio padre, Alfredo Pizzoni (Pietro Longhi).
Mi rattrista vedere trasmessa ai suoi numerosi lettori un’informazione errata circa quelli che ancora e soprattutto oggi restano i momenti più belli della nostra storia recente, quando un folto gruppo di cittadini – numerosi dei quali senza alcun secondo fine – si ribellò alla dittatura rischiando la vita propria e dei propri cari, semplicemente per amore della Libertà.
E lei dovrebbe saperne qualcosa…
Le accludo le memorie di mio Padre, raccolte nel volume «Alla guida del CLNAI», con la bella prefazione di Renzo De Felice, nell’edizione fuori commercio pubblicata da Einaudi. L’edizione corrente fu pubblicata dalla casa editrice Il Mulino di Bologna. Mi auguro che possa interessarle e mi auguro che possa interessare anche i giovani per una più puntuale informazione.
Emma Pizzoni, Milano

Caro Montanelli,
Ho letto recentemente un libro autobiografico di Alfredo Pizzoni, l’ex capo del CLNAI defenestrato dai partiti di allora subito dopo la Liberazione.
Il suo nome è stato dimenticato anche nei libri di storia (in effetti non ne avevo mai sentito parlare), con l’unica eccezione di Renzo De Felice.
Perché mai in questo Paese uomini di tal tempra vengono dimenticati anche dagli storici?
Marco Vitali

Cari lettori,
Sì, è vero, il Presidente del CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) fu Alfredo Pizzoni, personaggio di altissimo rilievo personale e civile, ma afflitto da un grave difetto: quello di essere il rappresentante di un partito liberale a cui quelli di sinistra non intendevano riconoscere primati resistenziali. Ecco perché nella memoria di quegli avvenimenti il nome che finì per emergere sugli altri fu quello di Parri, e non per volontà o per qualche manovra di Parri, incapace di ricorrere a simili astuzie, ma perché, come rappresentante del Partito d’Azione, era più accetto alle sinistre, e fu su di lui e sulla sua pelle che si svolsero le trattative per la resa dei tedeschi (con la complicazione del colpo di Sogno sull’Hotel Regina). Chiedo scusa della mia imprecisione a tutti gl’interessati, e agli altri lettori che me l’hanno rimproverata, ma la mia era la risposta alla lettera di un giovane che mi chiedeva qualche lume sulla figura dell’uomo e del politico Parri e sul perché della sua precoce eclisse politica. E su questo non ho proprio nulla da rettificare né tanto meno da ritrattare.

Indro Montanelli

Fondazione Montanelli Bassi

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