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Adriano Olivetti (1901-1960)

Adriano Olivetti (1901-1960)

“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti?

Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?

Possiamo rispondere: c’è un fine nella nostra azione di tutti i giorni, a Ivrea, come a Pozzuoli. E senza la prima consapevolezza di questo fine è vano sperare il successo dell’opera che abbiamo intrapresa.

Perché una trama, una trama ideale al di là dei principi dell’organizzazione aziendale ha informato per molti anni, ispirata dal pensiero del suo fondatore, l’opera della nostra Società.

Il tentativo sociale della fabbrica di Ivrea, tentativo che non esito a dire ancor del tutto incompiuto, risponde ad una semplice idea: creare un’impresa di tipo nuovo al di là del socialismo e del capitalismo giacché i tempi avvertono con urgenza che nelle forme estreme in cui i due termini della questione sociale sono posti, l’uno contro l’altro, non riescono a risolvere i problemi dell’uomo e della società moderna.

La fabbrica di Ivrea, pur agendo in un mezzo economico e accettandone le regole, ha rivolto i suoi fini e le sue maggiori preoccupazioni all’elevazione materiale, culturale, sociale del luogo ove fu chiamata ad operare, avviando quella regione verso un tipo di comunità nuova ove non sia più differenza sostanziale di fini tra i protagonisti delle sue umane vicende, della storia che si fa giorno per giorno per garantire ai figli di quella terra un avvenire, una vita più degna di essere vissuta.

La nostra Società crede perciò nei valori spirituali, nei valori della scienza, crede nei valori dell’arte, crede nei valori della cultura, crede, infine, che gli ideali di giustizia non possano essere estraniati dalle contese ancora in eliminate tra capitale e lavoro. Crede soprattutto nell’uomo, nella sua fiamma divina, nella sua possibilità di elevazione e di riscatto.” Adriano Olivetti, Discorso ai lavoratori di Pozzuoli, 23 aprile 1955, da Ai lavoratori, Edizioni di Comunità, 2012[1]

Olivetti fra i suoi operai

Olivetti fra i suoi operai

In questi giorni d’elezioni e di miserrime promesse elettorali, meglio rileggersi i discorsi di Adriano Olivetti (1901-1960), faro non raro ma unico della storia non solo imprenditoriale italiana.

Una vicenda incredibile la sua, d’un’utopia realizzata (“La luce della verità, usava dirmi mio padre, risplende soltanto negli atti, non nelle parole”) e dissoltasi con la sua scomparsa prematura per trombosi celebrale su un treno diretto in Svizzera.

Nato a Ivrea, figlio d’un ebreo, Camillo, e una valdese, Luisa Revel, sin da ragazzo crebbe in una famiglia di straordinaria apertura socio-pedagogico-culturale. Nel ’25 ebbe a viaggiare in America dove studiò il sistema produttivo più avanzato del mondo, poi tornato nell’Italia mussoliniana, frequentò Gobetti, casa Levi, Carlo Rosselli e Ferruccio Parri coi quali collaborò per organizzare la fuga di Turati in Francia.

Quando all’inizio degli anni ’30 il padre gli passò il testimone dell’azienda di macchine da scrivere da lui fondata e peraltro già ben avviata, Adriano cominciò quella rivoluzione progressiva e totale che portò allo stile Olivetti  noto nel mondo. E non senza difficoltà, dovute al fascismo prima (nel ’43 fu anche incarcerato a Regina Coeli) e ai partiti repubblicani poi, oltre alla totale miopia e grettezza degli industriali suoi colleghi: “se teorizzo qualcosa di irrealizzabile, incontrerò sicuramente consenso in qualche salotto, se vado oltre, spiegando come realizzarlo tecnicamente, nel dettaglio, rischio di rendermi immediatamente ridicolo, se poi lo realizzo, quel qualcosa, vengo trattato con ostilità.”

Olivetti Lettera 22

Olivetti Lettera 22

E cosa realizzò Adriano Olivetti è ormai storia: all’apice della sua ascesa, negli anni ’50, i suoi dipendenti in Italia e nel mondo toccarono le 36.000 unità complessive, oltre all’acquisizione dell’americana Underwood con la sua strategica rete commerciale, senza contare le nuove frontiere che si stavano studiando, l’Europa dell’Est e la Cina, a proposito di lungimiranza.

Nel frattempo ai vertici dell’azienda erano stati posti intellettuali, poeti e scrittori come Geno Pampaloni, Volponi, Fortini, Ottieri, oltre alle collaborazioni culturali a vario titolo con Moravia, Pasolini, Chagall, Eduardo de Filippo, De Sica, Gassman etc., ben prima dello slogan sessantottino la fantasia al potere.

Agli operai erano date buste paga più alte della media nazionale, mense, biblioteche, quartieri abitativi, trasporti, asili, il tutto con un’architettura davvero in relazione al circostante e all’individuo. Dal ’57, in anticipo pure sui sindacati, alla Olivetti la settimana lavorativa era di 45 ore con tutti i sabati liberi.

Tutto questo era possibile perché Adriano davvero usava i profitti per reinvestirli in servizi e ricerca ai fini di migliorare la stessa produttività aziendale sempre nel rispetto dell’uomo (e come stridono al confronto i casi degli ultimi anni, da Parmalat all’Ilva, alla stessa Fiat). Certo, nessun dirigente avrebbe mai avuto stipendi centinaia e centinaia di volte superiori a quello di un operaio. Il fine era più elevato del profitto per il profitto. Oltre ogni ideologia, alla Olivetti stavano realizzando un sogno chiamato Comunità. Era questo il fine e il motore ideale che muoveva fondatore e collaboratori: al centro l’uomo da non abbandonare alla solitudine individualistica o alla massa indistinta, due facce della stessa medaglia, ma da inserire in un contesto migliore, farlo sentire parte di un  gruppo di suoi simili in un territorio, insomma una comunità. Anzi la Comunità, concetto nato durante la guerra (si veda il testo olivettiano fondamentale L’ordine politico delle Comunità, 1945) che porterà a fondare una casa editrice e un movimento che però non incontrerà l’affermazione sperata, prendendo nel ’58 solo l’1% dei consensi.

Olivetti Programma 101

Olivetti Programma 101

Il successo e il denaro per costruire quest’utopia nella realtà veniva dalle favolose macchine Olivetti, eleganti e sempre all’avanguardia tecnica e di design: si ricordino la calcolatrice meccanica Divisumma di Nicola Capellaro del ’48, la mitica Lettera 22 del ’50, sino alla svolta nella ricerca elettronica con l’assunzione dal ’54 di una delle migliori menti esistenti nel campo, l’italo cinese Mario Tchou, accanto a cui Adriano mise suo figlio Roberto. I risultati arrivarono qualche anno dopo, nel’60, col primo calcolatore Elea 9003, cui seguì l’Elea 6001. Purtroppo anche Tchou morirà troppo presto, nel ’61, in un incidente stradale.

Da lì in poi il disastro. Crollo delle azioni nel ’62 e cordata di banche e avvoltoi (tra cui Cuccia di Mediobanca e Valletta della Fiat) che rilevarono il tutto decidendo in primis di eliminare il settore più dispendioso in quanto a ricerca (e ovviamente il più carico di futuro), l’elettronica, ceduta all’americana General Electric. E dire che l’ultimo frutto nato pochissimi anni dopo fu il primo personal computer al mondo, Programma 101 ideato da Pier Giorgio Perotto. Così l’Italia si giocò per sempre il suo ruolo di leader in ciò che più tardi riusciranno a fare Jobs, Gates e altri protagonisti della scena contemporanea. Viene rabbia, vero?

Il fatto è che stavolta non me la sento di concludere speranzosamente, almeno non a breve termine: non credo che neanche queste elezioni cambieranno molto il mio Paese, che amo disperatamente e che vedo sfinito, ingovernabile, intrappolato nel marciume. Chissà, forse ha ragione Marco Peroni che insieme al disegnatore Riccardo Cecchetti ha dedicato alla figura del leggendario imprenditore di Ivrea uno stupendo libro disegnato, Adriano Olivetti, un secolo troppo presto (BeccoGiallo, 2011), in cui s’immagina un’intervista impossibile fra Olivetti (fra l’altro usando le parole tratte dai suoi discorsi per le risposte), proprio a poche ore dalla morte su quell’ultimo fatale treno, e una laureanda dell’anno accademico 2060-2061, ovvero cento anni dopo, quando le sue idee sono ormai diventate realtà, anzi patrimonio comune, in una parola Comunità.

Fondazione Adriano Olivetti.it

Olivetti beccogiallo


[1] A questo proposito, faccio notare che a differenza di qualsiasi altro testo abbia mai letto, col divieto di pubblicare qualsiasi riga nel presunto rispetto del diritto d’autore, qui, coerentemente al pensiero del fondatore, a pag. 2 si legge “Condividiamo la conoscenza: i testi contenuti in questo libro sono rilasciati con licenza Creative Commons. Puoi condividere e diffondere quest’opera riportandone sempre l’origine e senza fini di lucro.”

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Antonio Gramsci (Ales, Cagliari 1891 – Roma 1937)

“Gli operai della Fiat sono ritornati al lavoro. Tradimento? Rinnegamento delle idealità rivoluzionarie? Gli operai della Fiat sono uomini in carne e ossa. Hanno resistito un mese. Sapevano di lottare e resistere non solo per sé, non solo per la restante massa operaia torinese, ma per tutta la classe operaia italiana.

Hanno resistito per un mese. Erano estenuati fisicamente perché da molte settimane e da molti mesi i loro salari erano ridotti e non erano più sufficienti al sostentamento familiare, eppure hanno resistito per un mese. Erano completamente isolati dalla nazione, immersi in un ambiente generale di stanchezza, di indifferenza, di ostilità, eppure hanno resistito un mese.

Sapevano di non poter sperare aiuto alcuno dal di fuori: sapevano che ormai alla classe operaia italiana erano stati recisi i tendini, sapevano di essere condannati alla sconfitta, eppure hanno resistito per un mese. Non c’è vergogna nella sconfitta degli operai della Fiat. Non si può domandare a una massa di uomini che è aggredita dalle più dure necessità dell’esistenza, che ha la responsabilità dell’esistenza di una popolazione di 40.000 persone, non si può domandare più di quanto hanno dato questi compagni che sono ritornati al lavoro, tristemente, accoratamente, consapevoli della immediata impossibilità di resistere più oltre o di reagire. (…)

Gli operai della Fiat per anni e anni hanno lottato strenuamente, hanno bagnato del loro sangue le strade, hanno sofferto la fame e il freddo; essi rimangono, per questo loro passato glorioso, all’avanguardia del proletariato italiano, essi rimangono militi fedeli e devoti della rivoluzione. Hanno fatto quanto è dato fare a uomini di carne e ossa; togliamoci il cappello dinanzi alla loro umiliazione, perché anche in essa è qualcosa di grande che si impone ai sinceri e agli onesti.”

Antonio Gramsci, 8 maggio 1921, da Odio gli indifferenti, ed. Chiarelettere, Milano 2011.

Sito della Fondazione Istituto Gramsci – Roma

Ps. In questo ennesimo week-end elettorale, consiglio vivamente la lettura del libro appena citato, non perché io sia comunista o post comunista nostalgico o tanto meno berlusconiano: per motivi diversi da sempre rifiuto questi schieramenti che in modi e tempi differenti si sono dimostrati arroganti, corrotti, non propositivi e fallimentari (a Ravenna il PD ex PCI-PDS-DS in 41 anni ininterrotti di feudo bulgaro-coreano non si è certo comportato in maniera migliore del PDL ex FI-AN, già ex DC-PSI-MSI, a livello sia locale che nazionale. Giusto la facciata. Ma neanche ormai. Basta vedere la cementificazione selvaggia della costa nell’ultimo decennio. Per non parlare della lottizzazione di dirigenze pubbliche e private importanti o degli ammanchi milionari in coop. sociali. Naturalmente ogni città fa storia a sé: fossi a Firenze ad esempio darei fiducia a Renzi, a Bari a Emiliano o alle regionali a Vendola, mentre in Veneto all’ottima Puppato. Per la verità, anche l’attuale sindaco uscente di Ravenna, Fabrizio Matteucci, ha cercato di lavorare meno malvagiamente del suo predecessore… ma altri membri riciclati della sua giunta, altri volti immarcescibili del PD locale… insomma, se qualcuno volesse saperlo, visto anche il lavoro di controllo e denuncia svolto in Regione dai consiglieri “grillini” Favia e Defranceschi, quest’anno proverò a votare l’ultima ratio, il Movimento 5 stelle).

Il testo di cui sopra è una formidabile raccolta di articoli gramsciani, lucidi, profetici e ancora colmi di ideali, tutto ciò che si è ormai estinto nella politica più che mai miope di questo Paese. Forse l’aspetto più penoso e sorprendente a un tempo di questo pezzo è proprio il suo essere profetico, perché fa venire il sospetto che da noi la storia si ripeta instancabilmente, in questo caso a novant’anni di distanza, come un incubo da cui non si riesce ad uscire. E in tutto questo la politica o meglio i politici, con quelle facce sorridenti bene in mostra in questi giorni, hanno la loro gran parte di responsabilità.

A proposito, cari cittadini, per fare la differenza e ridare dignità alla parola responsabili, non scordiamo il referendum del 12 e 13 giugno, totalmente censurato dalle reti pubbliche e non. Un suggerimento? Votate Sì per dire NO a nucleare, privatizzazione dell’acqua e (il)legittimo impedimento.


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