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Posts Tagged ‘fondamenta degli incurabili’

Nell’uscire dalla cabina ci lasciammo alle spalle il ventesimo, il diciannovesimo e una grossa fetta del diciottesimo secolo. (…)

Poi l’anfitrione girò una maniglia, e vidi la sua silhouette incorniciata da una porta che immetteva in un’infilata di stanze. Sembrava di essere sulla soglia di un liscio e livido infinito. Feci un passo e vi entrai.

Francesco Guardi, Rio dei mendicanti a Venezia, 1780 ca.

Era una lunga successione di stanze vuote. Sapevo, razionalmente, che non poteva essere più lunga della galleria alla quale correva parallela. Eppure era più lunga. Avevo la sensazione di inoltrarmi non tanto in una normale prospettiva quanto in una spirale orizzontale in cui le leggi dell’ottica erano sospese.

Ogni stanza ti faceva scomparire un poco, sempre di più, ti avvicinava di un altro passo alla non esistenza. Tutto dipendeva da tre cose: i tendaggi, gli specchi e la polvere. Anche se in qualche caso potevi indovinarne la destinazione – sala da pranzo, salotto, forse una stanza per bambini -, le stanze quasi sempre si somigliavano per la mancanza di una funzione apparente. Avevano press’a poco le stesse dimensioni, o almeno non sembravano granché diverse da questo punto di vista. E in ognuna le finestre erano nascoste da tendaggi e due o tre specchi adornavano le pareti.

Qualunque fosse stato in origine il colore e il disegno dei tendaggi, adesso restava soltanto un giallo pallido, estenuato, fragile. Se un dito li avesse toccati, se un refolo li avesse sfiorati, non ne sarebbe rimasto più nulla, e i brandelli di tessuto sparsi sul parquet erano il preannuncio di questa distruzione imminente. Stavano perdendo la pelle, quei tendaggi, e alcune pieghe lasciavano vedere larghe chiazze nude e consunte, come se il tessuto sentisse di aver concluso un ciclo e stesse ritornando allo stadio pre-telaio. Il nostro respiro, forse, era già un eccesso di familiarità, ma era sempre meglio dell’ossigeno fresco, di cui quel tessuto, come la storia, non aveva bisogno. Non era tabe, non era decomposizione; era un dissiparsi retrogrado, verso un tempo remoto in cui il colore e la struttura non contano, dove forse le cose, avendo imparato quale può essere la loro sorte, si ricomporranno per ritornare, qui o altrove, con un aspetto diverso. (…)

Poi c’erano quegli specchi, due o tre in ogni stanza, di varia grandezza ma quasi sempre rettangolari. Tutti avevano delicate cornici d’oro, con eleganti ghirlande floreali o scene idilliche che attiravano l’attenzione più delle superfici lisce, perché l’amalgama era invariabilmente in pessime condizioni. In un certo senso le cornici erano più coerenti del loro contenuto e quasi si sforzavano di trattenerlo per impedire che si riversasse sul muro e per terra. Abituati da secoli a non riflettere altro che la parete di fronte, gli specchi non si decidevano a restituirti il tuo viso, erano riluttanti, per avarizia o per impotenza; e quando ci provavano, le tue sembianze tornavano indietro incomplete. Comincio a capire de Régnier, pensai. Di stanza in stanza, a mano a mano che avanzavamo in quell’infilata, mi vedevo sempre meno, entro quelle cornici, vedevo sempre meno me stesso e sempre più il buio. Sottrazione progressiva, dicevo tra me; come andrà a finire? E finì nella decima stanza, o nell’undicesima. Ero vicino alla porta che dava nella stanza successiva, con gli occhi fissi su un rettangolo piuttosto grande, un metro per sessanta centimetri, e non vidi più me stesso, ma un nulla nero come la pece. Un nulla fondo e invitante che pareva racchiudere un’altra prospettiva, diversa – forse un’altra infilata. Per un istante ebbi le vertigini; ma poi, non essendo un romanziere, saltai il fosso e varcai la soglia.

Lucio Fontana, Concetto spaziale, 1952

Fin dall’inizio l’avventura era stata discretamente sinistra; adesso lo divenne ancora di più. L’anfitrione e i miei due compagni erano rimasti indietro, non so dove, e non potevo contare su di loro. C’era una gran quantità di polvere dappertutto; le tinte e le forme di ogni cosa sfumavano sotto il grigio della polvere. Tavoli di marmo intarsiato, figurine di porcellana, divani, sedie, il parquet stesso, tutto ne era incipriato, e qualche volta, specialmente per i busti e le figurine, l’effetto era stranamente benefico, accentuando i loro lineamenti, le pieghe, la vivacità di un gruppo. Ma era quasi sempre uno strato spesso e compatto; in più, aveva qualcosa di definitivo un’aria ultimativa, come se non si potesse aggiungere polvere nuova. Ogni superficie desidera e invoca la polvere, perché la polvere è la carne del tempo, come ha detto un poeta, e il sangue del tempo; ma qui il desiderio sembrava ormai spento. Adesso, pensai, la polvere filtrerà dentro gli oggetti, si fonderà con gli oggetti, e alla fine ne prenderà il posto. Dipende dalla natura dei materiali, pensai; alcuni sono molto resistenti; può anche darsi che non si disintegrino; semplicemente, diventeranno più grigi, perché il tempo potrebbe assumere le loro forme, non avrebbe niente in contrario, e anzi l’ha già fatto in questa successione di stanze vuote in cui stava prendendo il sopravvento sulla materia.

(Iosif Brodskij, da Fondamenta degli Incurabili, Adelphi, Milano, 1991)

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