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Gabriele Basilico, Le Tréport, Francia 1985

Gabriele Basilico, Le Tréport, Francia 1985

Contemplare significa spendere più tempo rispetto al mero atto dell’osservazione, dimenticare il tempo, lasciarsi alle spalle la rapidità e le acrobazie della fotografia ad alta velocità, concedersi l’opportunità di immergersi, quasi in meditazione, nella bellezza della natura e dissolversi in essa. Gabriele Basilico[1]

È un lirico, alfine, Gabriele Basilico. Il che non vuol dire commozione a prezzo facile, anzi rigore nella scelta compositiva, ma cuore in ciò che si sta inquadrando. E tanto più è difficile (e tanto più è capace Basilico) nel farlo attraverso scene urbane spesso prive della presenza umana. Anche se questo non è del tutto esatto: “Non sono d’accordo con chi sostiene che nelle mie fotografie non ci sia presenza umana. Secondo me le persone ci sono sempre, in un modo o nell’altro, anche se non si vedono. Sono nascoste e protette, magari presenti secondo un diverso registro temporale”[2].

Insomma un prima e un dopo e talvolta un durante in lontananza, come raramente accade di vedere, lontane appunto, le minuscole formiche umane bianco-cancellate dal loro stesso movimento, in genere in cammino, o ombre piccole e nere e di spalle sul fondo di una via o lungo una spiaggia del nord.

Gabriele Basilico, Dal tetto del Duomo, Milano 2011

Gabriele Basilico, Dal tetto del Duomo, Milano 2011

Gabriele Basilico, Milano, 1978

Gabriele Basilico, Milano, 1978

Ecco perché De Chirico può essere citato ma solo di primo acchito, poco centrando con la radice poetica di questo autore, tutta volta a parlare dell’uomo grazie alle cose-case reali, mai isolate (“se i Becher sembrano decontestualizzare l’immagine” in Basilico “l’opera è sempre un frammento di un “altro” più vasto, il veicolo di un contenuto più ampio”[3]) e sempre colte nel quadro urbanistico d’insieme (a volte con automobili, lampioni, indicazioni stradali e insegne, coi giochi simmetrici-asimmetrici conseguenti, tutti particolari, parti degli organi-edifici dell’organismo-quartiere-città vivo colto dal sentire del fotografo) e meravigliose anche quando rovine di guerra (storico il servizio del ’91 sul corpo aperto di Beirut, con le facciate devastate dai colpi feroci dei combattimenti: “Il silenzio, la mancanza di vita o di traffico, permettevano di concentrare l’attenzione sul disegno degli edifici, sulle facciate straziate dalla guerra. Mi sentivo un archeologo del presente e la fotografia mi aiutava a svelare e ricostruire un equilibrio che sembrava perduto, distrutto dalle angosciose vicende della guerra”[4]) o desolazione periferica con cui arrabbiarsi, anche, nel confronto fra un nord europeo civile (la Francia atlantica, l’amata Berlino, città-scommessa della neo-ricostruzione, scommessa spesso vinta) e un’assenza d’amore architettonico italiana e contemporanea nonostante l’Italia sia una delle culle architettoniche d’occidente (e paradigma di ciò è proprio la Milano di Basilico, città di disordini di masse caotiche e brutte costruzioni che non danno respiro, specie negli ultimi decenni).

Gabriele Basilico, Beirut, Libano 1991

Gabriele Basilico, Beirut, Libano 1991

Gabriele Basilico, Berlino, Germania 2000

Gabriele Basilico, Berlino, Germania 2000

Basilico insomma ritrae l’uomo d’oggi attraverso angoli delle sue città, spesso organizzando i suoi teatri visivi con una via centrale (stradale o fluviale) affiancata dalle abitazioni laterali con i loro mille occhi-finestra, oppure invitandoci nella scena attraverso un ponte o una strada in primo piano, “tipica zona di confine, dove l’informe e mutevole tessuto urbano ci ricorda che siamo sulla linea che separa ciò che sta dietro gli edifici dal vuoto su cui si affacciano. Questa terra di confine (che mi fa pensare al modo in cui le acque si mescolano alla foce di un fiume) è uno dei soggetti che preferisco indagare nei miei lavori”[5].

Gabriele Basilico, Mosca, Russia 2008

Gabriele Basilico, Mosca, Russia 2008

Gabriele Basilico, Le Touquet, Francia 1985

Gabriele Basilico, Le Touquet, Francia 1985

Gabriele Basilico, Oporto, Portogallo 1995

Gabriele Basilico, Oporto, Portogallo 1995

Dunque questo fotografo usa il mezzo “per documentare e rappresentare la società, per esprimere la verità. L’estetica è secondaria.”[6] Alla fine c’è anche l’elemento bellezza, ma non è questo il punto dal momento che “l’architettura in Basilico evoca un miraggio che appare all’orizzonte, non il frutto di una ricerca sistematica bensì una rivelazione improvvisa”[7]. Così ecco la verità, per intuizione oculare, ma d’un occhio le cui terminazioni sono ancorate bene addentro alla domanda “cosa è l’uomo?”.

Quest’articolo è stato scritto al presente (per definizione il tempo della fotografia), anche se Basilico è scomparso oltre un mese fa, il 13 febbraio 2013. Ma ciò è parte dei contrattempi del vivere, questione di cellule che si consumano: resta il molto e l’attuale che attraverso quegli occhi è passato aiutandoci meglio a comprendere chi noi siamo, grazie ai suoi passaggi nei nostri paesaggi.

www.gabrielebasilico.com


[1] Gabriele Basilico, Le Tréport, Francia 1985, figura 16, in Gabriele Basilico di Francesco Bonami, Phaidon Press 2005.

[2] G. Basilico, Trieste, Italia 1985, fig. 19, in op. cit., 2005.

[3] Francesco Bonami, in op. cit., 2005.

[4] G. Basilico, Beirut, Libano 1991, fig. 32, in op. cit., 2005.

[5] G. Basilico, Barcellona, Spagna 1990, fig. 29, in op. cit., 2005.

[6] F. Bonami, in op. cit., 2005.

[7] F. Bonami, in op. cit., 2005.

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