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Posts Tagged ‘francesco petrarca’

Premessa: tempo d’estate, tempo di riposo e buone letture. A questo proposito, saluto i miei lettori con un estratto da una bella lettera di Francesco Petrarca (Arezzo, 1304 – Arquà, 1374), uno dei grandi anticipatori dell’età umanistica, che qui (nell’originale in latino) si rivolge ad un suo parente, Giovanni dell’Incisa o Giovanni Anchiseo, teologo e priore del convento di San Marco a Firenze, affinché lo aiuti nella ricerca di nuovi e adorati libri, verso i quali esprime un amore e una riconoscenza totali. E come non capirlo!

Auguro a tutti giornate serene, ci rivediamo a settembre.

Altichiero da Zevio (1330 ca. – 1390 ca.), Ritratto di Francesco Petrarca, Bibliothèque Nationale de France, Parigi

A Giovanni dell’Incisa. Gli affida una ricerca di libri.[1]

Ti parlerò, fratello, di ciò che ti ho finora taciuto per dimenticanza o pigrizia. Se posso farmi un vanto presso di te, mi farò vanto solo per ciò che rende il vanto sicuro: la carità di Dio mi ha strappato, se non tutto almeno in gran parte, dai fervori dell’umana concupiscenza; è infatti dono del cielo che io sia così per indole o lo sia divenuto con l’età. Dopo tanta pratica del mondo e tanto riflettere, mi sono finalmente reso conto di quanto valgano queste ambiziose passioni delle quali ribolle tutta l’umanità.

Ma perché adesso non creda che sia totalmente libero da colpe, ti dirò che mi possiede una passione insaziabile che sino ad oggi non ho saputo né voluto frenare: mi lusingo infatti che non possa essere disonesto il desiderio di cose oneste. Vuoi dunque sapere la mia malattia? Non so saziarmi di libri. Può darsi che ne abbia già più del necessario; ma con i libri succede come in tutto il resto: l’ottenere ciò che si cerca stimola ulteriormente il desiderio. Che anzi nei libri c’è un fascino particolare: l’oro, l’argento, le pietre preziose, le vesti di porpora, i palazzi di marmo, i campi ben coltivati, i dipinti, i palafreni con splendidi finimenti e tutte le altre cose di questo genere danno un piacere muto e superficiale, mentre i libri ci offrono un godimento molto profondo, ci parlano, ci danno consigli e ci congiungono, vorrei dire, di una loro viva e penetrante familiarità. A chi legge non offrono soltanto se stessi, ma suggeriscono anche nomi di altri e ne fanno venire il desiderio.

Francesco Petrarca, Familiarum rerum (Lib. III, 18), Ad Iohannem Anchiseum, cui librorum inquisitio committitur (Epistole di Francesco Petrarca, a cura di U. Dotti, Torino 1978).


[1] La lettera è forse databile al 1346.

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Wisława Szymborska (1923-2012)

 

Preferisco il ridicolo di scrivere poesie/ al ridicolo di non scriverne. W. Szymborska

Ho incontrato Wisława per la prima volta nel 1997, da ragazzo, prima che diventasse una moda radiotelevisiva, attraverso un libretto della Mondadori della serie benemerita I miti poesia: ogni due settimane aspettavo con ansia e gioia ogni pubblicazione nuova che per 4.900 lire mi faceva scoprire tanti poeti stranieri e italiani a me ignoti o riscoprire superclassici come Leopardi finalmente liberati dalle zavorre scolastico-ministeriali e splendenti solo di bellezza propria.

Sulla copertina era riportato l’anno del suo Nobel, il 1996, forse per invogliare i più diffidenti davanti a quello sconosciuto (allora) nome polacco. Ma come ho detto, io ormai acquistavo sulla fiducia, anche perché spesso i Nobel sono stati assegnati ad autori di secondo ordine trascurando giganti come Borges o Proust.

Il “tu” con cui in apertura mi sono rivolto alla poetessa recentemente scomparsa non vuole essere una mancanza di rispetto: intanto ogni scrittore che pubblica dà in qualche modo del tu al suo lettore. Inoltre sempre sul quel libretto mondadoriano che radunava venticinque poesie tratte da due delle sue più belle raccolte, Gente sul ponte (1986) e La fine e l’inizio (1993), avevo annotato come fosse la sua stessa lingua, così diretta, colloquiale, arditamente semplice (come in Billy Collins, Ghiannis Ritsos, Sandro Penna, e invece, come paiono irrimediabilmente invecchiati oggi i ghirigori di tanta neoavanguardia anni’60), a darmene quasi il consenso.

Con lei mi sentivo a casa, come da una vecchia, molto saggia, zia. Anni dopo, quando effettivamente l’ho incontrata di persona a Bologna, il 27 marzo 2009, in occasione di un’onorificenza dell’Alma Mater (una laurea honoris causa? Non ricordo più), ho subito pensato che si presentava come me l’aspettavo, come i suoi versi me l’avevano fatta immaginare. Corrispondeva.

Naturalmente in rete erano disponibili centinaia di foto, ma una cosa è vedere una riproduzione (di qualsivoglia oggetto, edificio, paesaggio o persona), altra è farne esperienza diretta: ed eccola lì, la Szymborska, minuta e grandissima, vestita di chiaro, curata e asciutta con le rughe che sono il racconto, i segni dell’aratro-vita sul terreno di un volto, dolcissima e dura ad un tempo, come la sua lingua a me incomprensibile, fortunatamente tradotta con cura eccellente, con amore direi, dal compianto Pietro Marchesani (1942-2011).

Franco Loi in una bella intervista (Il canto della vita a cura di Marco Manzoni, in Da bambino il cielo, Milano 2010) cita la convinzione di Petrarca sul fatto che la poesia, quando è vera poesia, è sacra come la Scrittura. Anche per Ungaretti la poesia era preghiera e per Patmore l’unica differenza fra un mistico e un poeta stava nel fatto che il primo tace ciò che il secondo dice.

Continua Loi dicendo che la radice indoeuropea della parola sacro vuol dire “distanza”: dunque chi si occupa del sacro tenta di colmare distanze, come il pontifex latino, il pontefice, colui che, stando alla lettera, costruisce ponti (fra noi e il divino). E cosa fa il poeta se non cercare di avvicinarsi all’indicibile, alla verità delle verità insomma? Certo più in là non si può andare: persino Dante di fronte a Dio sospende la parola: “A l’alta fantasia qui mancò possa” (Paradiso, XXXIII, 142).

Nei versi della Szymborska c’è tanta verità ma detta nel più semplice dei modi (questo spiega il suo meritatissimo successo di vendite, oltre al desiderio di poesia più diffuso di quanto non si pensi: ma più che l’opera omnia pubblicata da Adelphi, suggerisco di farsi tentare anche dalle singole perle azzurre Scheiwiller) e con la consapevolezza, da profonda ammiratrice del Qoelet, che “l’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante «non so». (…) Anche il poeta, se è un vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso «non so». Con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma non appena ha finito di scrivere già lo invade il dubbio e comincia a rendersi conto che si tratta di una risposta provvisoria e del tutto insufficiente” (da Il poeta e il mondo, discorso per il Premio Nobel, 1996). Non a caso c’è in lei tanta ironia, salti d’arguzia dove non li aspetti e dove sono in realtà necessari, sapientemente orditi dalla maga poetessa per incantarci, per farci allungare il passo e colmare la distanza fra ciò che neanche sospettavamo fosse già dentro di noi: Sulla morte senza esagerare, Vista con granello di sabbia, Nulla è in regalo, Amore a prima vista, Possibilità, Qualche parola sull’anima, Elenco e decine di altre: leggete, stupite, riconoscetevi.

A proposito, vi lascio con La cipolla, poesia e sorriso con cui mi piaceva chiudere i reading tanti anni fa (posso dire nel secolo scorso!), mosso dalla pura voglia di far sentire a degli sconosciuti ciò che ritenevo importante, perché mi aveva fatto capire “che esiste la vita e l’individuo,/ che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuivi/ con un tuo verso” (Walt Whitman).

Quasi scordavo: quella volta a Bologna sono riuscito a farmi firmare un suo libro e, sebbene di persona avrei preferito darle del lei, mi è scappato in inglese “thank you, for my life”. Non so se abbia capito o forse solo per educazione, ma in una frazione di secondo m’è parso reclinasse leggermente il collo, quasi stupita negli occhi, per allungare gli angoli della bocca in un sottile sorriso.

 

La cipolla 

La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore. 

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.

La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata

l’idiozia della perfezione. 

Wisława Szymborska, da Grande numero (1976), in Vista con granello di sabbia – Poesie 1957-1993 (Milano 1998).


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Guariento da Arpo (notizie dal 1338 1l 1367), Schiera di angeli armati (Arcangeli?), Musei Civici, Museo Bottacin, Padova

Bella giornata mercoledì scorso per visitare la doppia mostra padovana sul tempo dei da Carrara, signori cittadini del XIV secolo (Civici Musei agli Eremitani e Palazzo Zuckermann), e sul Guariento (Palazzo del Monte), pittore che nel rispondere alle loro esigenze diede stile ad una corte e a un’epoca in terra veneta, nel tentativo riuscito di andare oltre il dettato giottesco e radicale degli Scrovegni di inizio ‘300 (espressività dei volti, massa dei corpi, prospettiva intuita, eredità che, toccando poco più che nulla la vicina Serenissima per il tramite di Paolo Veneziano, sarà appieno e per primo colta dal toscano Masaccio cent’anni dopo), eseguendo personaggi bizantineggianti ma dalle linee sempre più eleganti, sinuose e allungate nel tempo, e così anticipando il gusto cortese e fiabesco definito in tempi moderni “gotico internazionale” poiché diffuso in tutte le più raffinate corti europee tra la fine del ‘300 e la metà del ‘400 e oltre in più di qualche caso.

Antonio Vivarini e Giovanni d'Alemagna, Incoronazione della Vergine, 1444, Chiesa di San Pantalon , Venezia

Chi può si affretti a visitare queste due intelligenti ben curate e interconnesse esposizioni ormai in chiusura (il 31 luglio!), non solo per la riscoperta piacevolissima di un autore medievale null’affatto minore ma protagonista vero del suo tempo (a proposito, di Guariento da Arpo si hanno notizie dal 1338 al 1367 circa, con l’ultima grande commissione nota, il Paradiso di Palazzo Ducale a Venezia, sostituito da quello del Tintoretto dopo l’incendio del 1577), qui messo a confronto con altri grandi che lo precedettero, ne furono contemporanei o ne presero il lascito (da Giotto ai riminesi Pietro e Giuliano all’espressionista bolognese Vitale, da Giusto de’ Menabuoi ad Altichiero, dai veneziani Pietro e Lorenzo sino alla sontuosa Incoronazione della Vergine di Antonio Vivarini  e Giovanni d’Alemagna), ma anche per le sezioni ricche di codici miniati e disegni, vasi e sculture, avori, oreficerie religiose, monete, armi e ricostruzioni urbane ottocentesche e odierne dedicate appunto al contesto in cui molti di quegli artisti fiorirono, ovvero l’età carrarese di Padova, dal 1318 al 1405, date dell’ascesa e della caduta di questa famiglia fra gli artigli della Repubblica di San Marco, con relativa incarcerazione e uccisione violenta, per strangolamento, degli ultimi sfortunati da Carrara, Francesco Novello e figli.

Cronaca Carrarese, Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia

Questi signori, come del resto Petrarca che aveva casa a due passi da qui, ad Arquà, e che probabilmente ispirò gli affreschi perduti di alcune sale della loro reggia, furono vero e proprio esempio di intelligenza e avanguardia protorinascimentale, capendo che nel rendere davvero grande la città di cui, sebbene per breve tempo, ressero le sorti, di riflesso anche la loro dinastia, la loro immagine e il loro ricordo ne avrebbero beneficiato per sempre (passatemi l’avverbio, in realtà assai relativo riguardando cose umane): commissionarono architetture e affreschi religiosi e civili, potenziarono l’università e la ricerca, specie gli studi scientifici e un aristotelismo indipendente dai dettami rigidi della Chiesa (indipendenza mantenuta anche sotto Venezia, come si legge nel motto universitario “universa universis patavina libertas”/“la libertà di Padova è totale per tutti”), in generale fecero prosperare l’economia e la cultura, costituendo anche una delle biblioteche più preziose del tempo, poi dispersa: Padova visse un’età d’oro e divenne uno dei centri più illustri e attivi dell’Europa di allora, oltre che incubatrice del tempo a venire, da Donatello al giovane Mantegna, sino a Galilei.

Giovanni Dondi, astrario, sec. XIV (ricostruzione moderna)

E di fatto, dopo sei secoli dalla scomparsa dei carraresi, non solo gli studiosi, ma l’intera città li celebra e ne riconosce i meriti, comuni anche ad altre signorie di cui anticiparono il modello: Medici, Farnese, Gonzaga, Sforza, etc., usurai, tagliagole, predoni ripuliti ma tutti dotati di gusto eccezionale, senza il minimo dubbio sì sul potere dell’immagine, ma anche sull’amore autentico per le proprie terre, che tuttora continuano a risplendere proprio grazie ai loro antichi domini.

Si rifletteva su queste cose con Andrea Picco, l’amico fraterno, quello vero di una vita, che anche in questa passeggiata m’ha accompagnato, e si concludeva su come quella gente, talvolta illetterata ma non rozza o comunque spesso più ferrata di cavalli e guerra che di pennini e inchiostri e con mezzi economici e tecnici infinitamente minori rispetto agli attuali, abbia voluto e saputo lasciare segno indelebile di sé cambiando in bene urbano le proprie scorribande, peraltro figlie delle loro epoche feroci, senza mai dubitare del fatto che economia e potere abbiano il dovere di produrre cultura nuova, altro che svilirla, sentirla estranea o dichiarare che non rendendo moneta sia cosa inutile, anzi sentendola come bene personale e collettivo, sino a far identificare il proprio nome con essa, traccia del presente e via per il futuro, e non caso circondandosi, anzi, contendendosi i migliori talenti d’ogni ambito, senza gerarchie… il paragone col nostro presente è talmente impietoso che conviene fermarsi qui.

Senza pensare di cosa parleranno i cosiddetti posteri, quelli dell’ardua sentenza, in riferimento all’oggi fra sei o sette secoli, in finale di battuta faccio solo notare come l’occhio possa abituarsi alla bellezza delle nostre città e paesaggi, dandola quasi per scontata: errore! Essa è frutto di secoli e di più congiunture fortunate e bastano pochi dissennati anni e qualche criminale politico e cementifero per distruggerla in un lampo.

Palazzo della Ragione, XIII-XV sec., Padova

A Padova, come in tante altre località dal cento storico quasi intatto, è il tessuto connettivo a commuovere, non il singolo benché straordinario monumento, ma l’infilata di strade, case, logge, porticati, piazze, muri medievali, rinascimentali, settecenteschi, che fanno l’armonia diffusa pur nella diversità di stili, epoche ed in assenza totale di piani regolatori (e lo stesso si potrebbe dire dello straordinario paesaggio italiano, coltivato, collinare, boschivo, etc., con villaggi o cascine da presepe, in equilibrio perfetto ma delicato): a questo proposito, passata Piazza delle Erbe col meraviglioso Palazzo della Ragione e infilandoci nel ghetto antico, benché assorbiti dal nostro chiacchierare, sia io che Andrea siamo subito rimasti male nel vedere una discontinuità palese causata da una palazzina anni ’60, con intonaco d’un giallastro tipo maionese scaduta, crepato e con tanto di luminaria natalizia ancora attaccata con babbo natale, si suppone perenne, come l’orrore che causa tale visione.

Cosa può aver spinto a costruire in un luogo così un cesso (anche in senso etimologico, essendo posto indietro rispetto alle abitazioni adiacenti) di tal fatta? Cosa spinge tanti imprenditori veneti (e non ultimi i Marzotto, come mi è stato confermato) a cementificare a “capannonizzare” una campagna bellissima, ora palladiana ora selvatica, a quanto pare inutilmente difesa da fior di poeti, non ultimo il grandissimo Zanzotto?

La sete di denaro, si dirà… forse però la differenza fra i signori spietati del passato e quelli attuali non è nella brama di ricchezze, comune ad entrambi, ma è nel sentirsi davvero e profondamente parte di un territorio, amarlo non solo come cosa da sfruttare, vendere e dimenticare, ma essendone depositari e responsabili: di là si viene, da lì partiranno anche i discendenti: meglio che lo trovino al meglio. Così, semplicemente, dovevano ragionare in tempi andati, spero non del tutto perduti in favore di un disamore e di un disinteresse apparentemente verso ciò che non è nostro possesso, in realtà verso la vita tout court, poiché si è sempre parte di un contesto, per quanto grande è bello ci si illuda possa essere il nostro giardino chiuso con villone annesso.

Omar Galliani, Blu Oltremare, 1995 (foto Luca Trascinelli)

Meglio consolarsi col finale di mostra, in Piazza Duomo: dopo le tavole angeliche del Guariento al Monte di Pietà, già parte della decorazione della cappella privata nella reggia dei da Carrara, tempere su tavola che mi hanno indotto a rileggere con piacere il paragrafo dedicato da Chiara Frugoni alle nove schiere angeliche descritte dallo pseudo-Dionigi l’Aeropagita nel suo bellissimo e recente La voce delle immagini. Pillole iconografiche dal Medioevo (Torino 2010), si è proceduti verso l’antistante Museo Diocesano, dove, sempre in tema d’angeli, nello splendido Salone dei Vescovi è l’omaggio al Guariento di Omar Galliani, grazia preraffaellita e delicatezze ora in punta di grafite ora di blu, come il primo angelo al book-shop, colore che, ricordano gli antichi, è quello del sogno, dell’oltremondo, degli dei: se appare essi ti vogliono parlare.

A questo proposito, non si può che concludere con l’immagine paradisiaca della cupola del vicinissimo Battistero, altra commissione carrarese e capolavoro totale del fiorentino Giusto de’ Menabuoi (1376-78), vero e proprio mandala cristiano, vortice di colore, ali e nimbi verso l’assoluto aperto, il Cristo col libro su cui è scritto: “Ego sum ΑΩ”.

Ps. Caro Andrea, va da sé, questo post è dedicato a te.

Giusto de' Menabuoi, Cupola del Battistero, 1376-78, Padova

Guariento e la Padova Carrarese – sito ufficiale

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Piero della Francesca, Battesimo di Cristo, metà del XV secolo ca., National Gallery, Londra

Dedicare un post a Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 1899 – Ginevra, 1986) è per me quasi impossibile, tanto trovo immenso questo autore che mi accompagna da tempo (nel tempo), dall’adolescenza. Come molti fui folgorato sulla via dell’Aleph e soprattutto di Finzioni nella splendida traduzione di Franco Lucentini, anche se li precedettero i versi di La cifra (“La notte impone a noi la sua fatica/ magica. Disfare l’universo,/ le ramificazioni senza fine/ di effetti e di cause che si perdono/ in quell’abisso senza fondo, il tempo.”), nell’edizione tascabile ed economica dei “Miti Poesia Mondadori” di metà anni ’90, a 3.900 lire, una raccolta purtroppo non più proposta, ma che ha significato per la mia generazione la possibilità di scoprire una quantità di poeti contemporanei oltre i soliti quattro che impartivano negli stantii programmi scolastici patri (senza scordare gli altrettanto mitici romanzi, racconti e testi teatrali della Newton Compton a 1000 lire cadauno!).

Proseguii con l’Elogio dell’ombra, L’oro delle tigri, Il libro di sabbia, Storia dell’eternità, L’invenzione della poesia, etc., sino a comperare i due Meridiani dedicati a Borges con quasi tutta l’opera omnia, ad eccezione del Manuale di zoologia fantastica (in collaborazione con Margarita Guerrero), del Libro dei sogni e poche altre cose.

Scrive Calvino in Perché leggere i classici (postumo, Milano, 1991): “Borges è un maestro dello scrivere breve. Egli riesce a condensare in testi sempre di pochissime pagine una ricchezza straordinaria di suggestioni poetiche e di pensiero: fatti narrati o suggeriti, aperture vertiginose sull’infinito, e idee, idee, idee. Come questa densità si realizzi senza la minima congestione, nel periodare più cristallino e sobrio e arioso; come il raccontare sinteticamente e di scorcio porti a un linguaggio tutto precisione e concretezza, la cui inventiva si manifesta nella varietà dei ritmi, delle movenze sintattiche, degli aggettivi sempre inaspettati e sorprendenti, questo è il miracolo stilistico, senza uguali nella lingua spagnola, di cui solo Borges ha il segreto.”

Miracolo stilistico che, mi permetto di aggiungere, ho riscontrato solo rarissimamente altrove, ad esempio nella meravigliosa Wisława Szymborska.

A me Borges ricorda Piero della Francesca, altro autore da me amato alla follia, o meglio l’ipotesi di equivalenza che mi sono fatto delle loro strutture mentali, rette dall’idea che un ordine (e dunque un senso) al caos sia possibile, addirittura auspicabile, e nel caso di Borges si chiama scrittura, libro, testimonianza redatta, segno lasciato nei secoli, ai secoli, attraverso la sabbia dei secoli, complice il moltiplicarsi degli eventi (e degli esiti) negli universi paralleli (e letterari) immaginabili e dunque per ciò stesso esistenti, come nelle forme di Piero, solidi geometrici e curve ripetute, un’eco infinitamente replicabile (variabile) sotto un sole perennemente zenitale.

Borges ha influenzato una quantità di scrittori anche italiani, non ultimo Sciascia, autore del seguente aneddoto, di sapore appunto borgesiano: “Petrarca morì nella notte tra il 18 e il 19 luglio del 1374 (…). Stroncato da una sincope improvvisa, reclinò la testa sul libro che stava leggendo. Accorso a sollevarlo, il fedele discepolo Lombardo della Seta vide «come una nuvoletta in su salire» l’anima del maestro. La sera del I marzo 1938, Gabriele D’Annunzio moriva allo stesso modo. Nessuno vide la sua anima in su salire. Ma stava leggendo Petrarca. Se non sapessimo che cosa Petrarca stava leggendo quando la morte lo colse, diremmo che – nel labirinto del tempo o nella siderale circolarità fuori del tempo – stava leggendo D’Annunzio.” (da Nero su nero, Torino, 1979).

Non resta che dare spazio diretto alle sue parole, al verso-prosa borgesiano: mesi fa ho riportato I giusti in spagnolo e italiano, stavolta tocca all’Altra poesia dei doni (data la lunghezza solo in traduzione), facente parte della raccolta L’altro, lo stesso (1964), successiva a L’artefice (1960), in cui era inclusa la prima Poesia dei doni.

Prima però desidero citare un ricordo di Alberto Manguel, noto saggista e scrittore che da ragazzo fu gli occhi di Borges, essendo stato fra i lettori del grande cieco. Ho avuto modo di incontrarlo qualche settimana fa, dopo una bella conferenza sul senso delle biblioteche oggi, e gli ho chiesto di descrivermi il suono della voce del maestro, notando come, col tempo, la memoria delle voci pare sbiadirsi, ma appena suscitata torni fresca. Infatti alla mia domanda, seguita da qualche secondo per richiamare alla mente quel timbro particolare, mi risponde: “Era lenta, calma, cadenzata, apposta anche per sorprendere l’interlocutore. Una volta un giornalista gli ha chiesto cosa gli piacesse del nostro eroe nazionale José de San Martín, una specie di Garibaldi argentino. E lui con quella voce solenne e lenta, gli ha risposto: “La sua effigie sulle banconote, il suo nome nelle canzoni dei bambini prima di iniziare scuola e nei discorsi ufficiali dei politici.” Il giornalista si è sorpreso della non risposta e allora Borges: “Bueno, così ci siamo allontanati dall’eroe.””

Clara Peeters, Natura morta, 1622 ca., Museo del Prado, Madrid

Ringraziare desidero il divino
Labirinto delle cause e degli effetti
Per la diversità delle creature
Che compongono questo universo singolare,
Per la ragione, che non cesserà di sognare
Un qualche disegno del labirinto,
Per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
Per l’amore, che ci fa vedere gli altri
Come li vede la divinità,
Per il saldo diamante e l’acqua libera,
Per l’algebra, palazzo di cristalli esatti,
Per le mistiche monete di Angelus Silesius,
Per Schopenhauer,
Che forse decifrò l’universo,
Per lo splendore del fuoco
Che nessun umano può guardare senza uno stupore antico

Per il mogano, il cedro e il sandalo,
Per il pane e il sale,
Per il mistero della rosa
Che dona il suo colore e non lo vede,
Per certe vigilie e giorni del 1955,
Per i duri mandriani che nella pianura
Aizzano le bestie e l’alba,
Per il mattino a Montevideo,
Per l’arte dell’amicizia,
Per l’ultimo giorno di Socrate,
Per le parole che in un crepuscolo furono dette
Da una croce all’altra,
Per quel sogno dell’Islam che abbracciò
Mille notti e una,
Per quell’altro sogno dell’inferno,
Della torre di fuoco che purifica,
E delle sfere gloriose,
Per Swedenborg,
Che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
Per i fiumi segreti e immemorabili
Che convergono in me,
Per la lingua che, secoli fa, parlai nella Northumbria,
Per la spada e l’arpa dei sassoni,
Per il mare, che è un deserto risplendente
E un simbolo di cose che non sappiamo,
Per la musica verbale d’Inghilterra,
Per la musica verbale della Germania,
Per l’oro, che riluce nei versi,
Per l’epico inverno,
Per il nome di un libro che non ho letto: “Gesta Dei per Francos”,

Per Verlaine, innocente come gli uccelli,
Per il prisma di cristallo e il peso del bronzo,
Per le strisce della tigre,
Per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan,
Per il mattino nel Texas,
Per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale,
E il cui nome, com’egli avrebbe preferito, ignoriamo,
Per Seneca e Lucano, di Cordova,
Che prima dello spagnolo scrissero

Tutta la letteratura spagnola,
Per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
Per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
Per l’odore medicinale degli eucalipti,
Per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
Per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
Per l’abitudine,
Che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
Per il mattino, che ci dà l’illusione di un principio,

Per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
Per il coraggio e la felicità degli altri,
Per la patria, sentita nei gelsomini
O in una vecchia spada,
Per Whitman e Francesco d’Assisi che già scrissero questa poesia,
Per il fatto che questa poesia è inesauribile
E si confonde con la somma delle creature
E non arriverà mai all’ultimo verso
E cambia secondo gli uomini,
Per Frances Haslam[1], che chiese perdono ai suoi figli
Perché moriva così lentamente,
Per i minuti che precedono il sonno,
Per il sonno e la morte,
Quei due tesori segreti,
Per gli intimi doni che non elenco,
Per la musica, misteriosa forma del tempo.

 

Jorge Luis BorgesAltra poesia dei doni, da L’altro, lo stesso (1964), traduzione di Luca Maggio sulla base della precedente di Francesco Tentori Montalto.


[1] Frances Haslam: nonna dell’autore.

Internetaleph – sito dedicato a Jorge Luis Borges

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