Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘françois truffaut’

Premessa: con questo post saluto i lettori e auguro a tutti un buen retiro, in attesa di riaprire questo mio “orto” verso metà settembre. Di nuovo, buona estate.

giochi d'estate

“Giocare è sperimentare con il caso.” Novalis

I cuccioli giocano per scoprire il mondo e imparare a vivere. E i cuccioli umani non fanno eccezione. A ogni età, poi, giochi diversi, corrispondenti.

Il film di Rolando Colla Giochi d’estate, presentato fuori concorso al Festival di Venezia del 2011, narra le storie parallele di due mondi opposti e non comunicanti: quello di un gruppo di preadolescenti e dei loro rispettivi genitori, sullo sfondo di un campeggio estivo nel grossetano.

L’ambientazione spazio-temporale non è irrilevante: le vacanze al mare e vicino alla natura solo luogo d’elezione per esplorazioni e libertà altrimenti limitate in città o a scuola.

E la pellicola, girata con cura specie nei primi piani sempre intensi e motivati, e altrettanto ben sceneggiata, porta lo spettatore a riscoprire sentimenti provati secoli prima e messi, forse inevitabilmente, in ombra negli anni: provate a leggere Pomeriggio d’agosto, racconto brevissimo di José Emilio Pacheco contenuto nella raccolta capolavoro Il vento distante: gli odî e gli amori a quell’età sono totali, devastanti. Tanto più unici se irrealizzabili.

In questo caso i cinque ragazzi protagonisti sono di provenienza ed estrazione sociale differente, ma questo non rappresenta alcun problema a differenza degli adulti dove certe cose contano, eccome. I ragazzi sono curiosi perché non sanno, anzi tutti i loro sforzi, inclusi quelli dei giochi più “pericolosi”, sono in realtà tesi a vincere il cinismo di facciata (l’essere dei duri che non provano dolore), che è uno degli standard degli adulti. I ragazzi alfine sono dei puri, o bianco o nero, perché le sfumature appartengono ancora una volta agli adulti, come sapeva bene il ribelle Antoine Doinel: ricordate lo sguardo smarrito e consapevole al contempo, in una parola vero sino al midollo, del finale cult de I 400 colpi, ripreso non a caso dopo una corsa liberatoria verso il mare?

 

 

I ragazzi di questa narrazione, partiti da un iniziale scontro fisico, scoprono spesso attraverso il corpo, esperienza concreta e che non sa mentire, amicizia, amore, morte, delusione, fragilità, consolazione, tutta una gamma emotiva che loro possono provare, e soprattutto la verità su alcune questioni davvero importanti che gli adulti, per proteggerli dalle proprie paure e dalla paura del confronto con i fantasmi del proprio passato, celano con caparbietà, quasi a pretendere di bloccare nell’immobilità loro peculiare l’esplodere di vita dei figli (si veda la madre di Marie che vorrebbe cancellare dalla ragazza persino il nome del padre mai conosciuto).

Gli adulti peccano d’egoismo, di cecità e neanche si rendono conto di ripetere stancamente ritmi usurati cui si sono costretti come Sisifo alla sua pietra (si vedano i genitori di Nic, intrappolati in un circolo di violenze fisiche e verbali). Gli adulti insomma sembrano privi di capacità effettiva di reagire e dunque di cambiare e, forse, dovrebbero vedere (per la prima volta?) i loro ragazzi, quella piccola parte di futuro che ognuno di loro rappresenta e porta avanti con difficoltà, certo, ma anche con coraggio e forza per tutti esemplari. Buona vita.

 

Annunci

Read Full Post »

la migliore offerta

Giuseppe Tornatore è regista discontinuo capace di opere geniali, colme di poesia struggente e dai ritmi coinvolgenti quanto di lungaggini manieristiche capaci di annullare la sua forza creativa: una su tutte Baarìa (2009), forse il prodotto peggiore del regista, inutilmente prolisso, anzi interminabile, inutilmente zeppo di divi e divetti siculi e non, inconcludente, trama già vista e pure mal recitata dai protagonisti, dove persino le musiche di un genio come Morricone sono sprecate.

Altra la levatura di Nuovo Cinema Paradiso, partenza altissima nel 1988, con una narrazione potente, con degli attori al massimo della forma e una meta-riflessione sulla natura stessa del fare cinema se non unica al pari di capolavori assoluti come Effetto notte di Truffaut.

L’ultimo suo lavoro, La migliore offerta (2012, ma uscito nel 2013), è un meccanismo cinematografico esemplare, in altre parole un gran film, degno della tensione di La sconosciuta (2006) e ancor più in linea con quella sua perla indimenticata e metafisica del 1994, ovvero Una pura formalità, a dimostrazione del fatto che Tornatore sa essere grande, a tratti perfetto, senza dover ricorrere esplicitamente alla sicilianità più didascalica. Anzi.

Sin dall’inizio la pellicola prende subito lo spettatore perché Virgil Oldman, ossia il personaggio interpretato da un sempre più brillante e calzante Geoffey Rush, è figura che non si scorda: antiquario e connoisseur espertissimo, battitore d’asta così preciso da essere richiesto in tutto il mondo, maniaco dell’ordine e, a suo modo, misogino, nel senso che ha espunto le donne (come ogni altro contatto e affetto umano) dalla sua vita, accumulando però una quadreria personale strepitosa, gelosamente custodita nel caveau di casa sua e interamente composta di soggetti femminili dei più grandi nomi della pittura universale, che egli accarezza e contempla non appena fa ritorno nella sua impeccabile e algida abitazione. Tale raccolta è il frutto della sua esistenza, di cacce sapienti e pazienti, dovute anche alla complicità del suo socio-galoppino Billy Whistler, un Donald Sutherland sempre splendidamente sulfureo anche quando non lo sembra e difatti, col senno di poi, più che sibillina suona la sua battuta: “I sentimenti umani sono come le opere  d’arte, si possono simulare.”

la-migliore-offerta

Tutto dunque fila come al solito, una routine dorata, quando Virgil, neo sessantatreenne, riceve una commissione da parte di Claire (l’attraente e credibile Sylvia Hoeks), una ragazza tanto bella quanto instabile e agorafobica a livelli patologici, che, rimasta orfana, vuole mettere tutti i beni di famiglia all’asta. Il rapporto fra i due non è facile, fatto di sfuriate da parte dell’uomo e ritiri dell’incarico da parte della donna, anche se, poco alla volta, sembra nascere un’alchimia strana fra i due, nonostante la differenza d’età, fino al punto in cui lui non può più fare a meno di prendersi cura di lei, anzi non può più fare a meno di lei, che fra l’altro sembra condividere appieno la cosa, l’amore.

In tutto questo va sottolineato il ruolo non di poco conto di Robert (il giovane e bravo Jim Sturgess), l’abile restauratore di Oldman, che qui diviene anche suo consulente in materia di cuore, ambito di cui il nostro è totalmente all’oscuro. Così ogni cosa pare procedere verso un happy end garantito quand’ecco il finale raggelante, talmente shockante da essere l’unico difetto (ma non lo è) semmai uno è da trovarne in questo sicuro gioiello filmico: non si scorda più. E spiace doverlo in parte svelare per esigenze critiche, ché è peccato per chi ancora non l’ha visto, l’epilogo e il film tutto, che davvero vale per intero.

A questo proposito invito a considerare il gioco dei rimandi, simmetrici come in una partita di biliardo, ad esempio fra  la “nana” del bar che inascoltata come una cassandra dice sempre la verità e l’automa antico, anch’esso vaticinatore esatto, che Robert ricostruisce pezzo dopo pezzo per Virgil e che pronuncia una frase che passa di bocca in bocca per più personaggi: “In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”, a mio avviso intrisa di echi zeriani, nel senso del grande e compianto Federico Zeri (fra gli altri titoli si vedano Diari di lavoro 1, la quarta conversazione in Dietro l’immagine, gli innumerevoli articoli spesso apparsi su La Stampa parzialmente leggibili nell’antologia Il cannocchiale del critico, e postumi Cos’è un falso e La costellazione del falso).

Resta lo sgomento, alfine, dello spettatore per la crudeltà umana visto l’annichilimento completo e irrecuperabile cui è ridotto il protagonista, vittima inconsapevole di una tela di ragno millimetrica, non tanto o non solo per la perdita del suo tesoro (al di là del valore economico, era lo specchio stesso della sua identità), quanto soprattutto per la dissoluzione definitiva del suo essere intimamente umano che aveva ceduto e creduto all’amicizia e all’amore per trovarsi invece prigioniero d’un incubo infinito, automa di se stesso (a proposito dei rimandi fra cose e persone, tra sfera oggettuale e sfera animata), laddove persino la macchina terapeutica che dovrebbe in qualche modo aiutarlo a riaversi sembra una gabbia, una trappola parodica e terribile dell’uomo vitruviano leonardesco.

Torna alla mente la risposta di un assistente del povero Virgil, forse uno dei pochi se non l’unico veramente affezionatogli viste le visite in clinica successive al tracollo (ma quanto spesso si è ciechi nel non vedere le facce semplici e amiche), alla domanda “com’è vivere con una donna?”: “Esattamente come partecipare a un’asta: non sai mai se la tua offerta sarà la migliore”. E viene voglia di sprofondarsi in un madrigale eterno di Gesualdo da Venosa: Ahi, disperata vita,/ che fuggendo il mio bene,/ miseramente cade in mille pene./ Deh, torna alla tua luce alma e gradita/ che ti vuol dar aita.”

 

 

Read Full Post »

Premessa: il testo seguente è stato appena pubblicato su Mosaïque Magazine n.5 (gennaio 2013), quale commento alla collettiva Ti desidero – I long for you da me curata presso la Musivum Gallery di Mosca (24 ottobre – 2 dicembre 2012). Per visualizzare il testo in catalogo e le opere esposte cliccare qui.

une_MM5

Ti desidero è il titolo della collettiva di giovani mosaicisti da me curata presso la Musivum Gallery di Mosca col supporto dell’ottimo staff organizzativo della Ismail Akhmetov Foundation.

CaCO3, Roberta Grasso, Samantha Holmes, Vadzim Kamisarau, Silvia Naddeo, Matylda Tracewska e Aleksey Zhuchkov: sette proposte artistiche assai differenti fra loro sia dal punto di vista delle costruzioni tecniche delle opere, sia a livello di significato.

CaCO3 e Tracewska sono impegnati in ricerche astratte, i primi ragionando sui campi energetici, sul moto delle particelle che compongono il tessuto di ogni frammento dell’universo reso attraverso l’uso particolare e tridimensionale del vermiculatum antico, mentre l’artista polacca con un omaggio singolare a Malevič, propone una riflessione sui colori-non colori assoluti, il bianco e il nero, a cui unisce ricordi personali della sua permanenza in Russia, lo splendore lucente di Pietroburgo e la visione della casa della poetessa Anna Achmatova, con la fotografia di lei bambina e il suo cane nella neve.

Viceversa sembra poggiarsi su un’evidenza (o apparenza?) figurativa il lavoro degli altri protagonisti: Grasso col suo mosaico morbido in “tessuto” di silicone cita la dimensione del sogno, dell’incanto e della musica di Tchaïkovski (ma dietro il sogno si nasconde forse l’inquietudine inconfessabile di un incubo? L’ultimo Truffaut e ancor più Hitchcock ne sarebbero certamente ispirati), Naddeo gioca col cibo ingrandendolo quasi iperrealisticamente, in questo caso con un piatto russo tipico, il blin, ma se da una parte il suo lavoro per il soggetto trattato e per l’uso costante di linee curve celebra la vita, la gioia e per certi versi la fertilità, dall’altra i suoi iper-volumi potrebbero schiacciare l’osservatore (lo stesso che si ciba di ciò che sta osservando) quasi approdando al grottesco (qui i riferimenti, sempre stando in ambito cinematografico, potrebbero andare da Fellini ai Monty Python), mentre Zhuchkov fa un’operazione parallela e opposta alle nature morte dell’italiano Giorgio Morandi, suo punto di partenza, per smaterializzare quegli oggetti (brocche e bicchieri), tessera dopo tessera, scavandone l’essenza sino al solo profilo ridotto su una griglia cartesiana per giungere talvolta ad uno spazio teorico e analitico tanto quanto era concreto e unitario quello del suo modello di partenza.

Infine se il bielorusso Kamisarau realizza una contraddizione, fermare su pietra frame televisivi di avvenimenti effimeri e leggeri o più gravi ma sempre fugaci (dalle partite sportive allo scoppio di una bomba) per capire il valore del tempo nel nostro tempo liquido e, si potrebbe aggiungere, per capire anche se quelle cose esistono o sono solo frutto di fiction, inclusi gli eventi dolorosi (non a caso nei suoi quadri ci sono sempre dei non finiti, dei buchi come fossero recuperi archeologici impossibili da vedere per intero o dietro i quali si cela il vuoto, il nulla), l’americana Holmes torna a parlare della memoria stavolta in senso intimo e spirituale: piccoli foglietti-tessera cartacei e quadrati legati e impilati fra di loro, sospesi grazie ad una struttura metallica, come tante preghiere non scritte, vertice mistico o al suo opposto assenza divina, come nel grande mosaico che prevede l’evidente cancellazione di una figura di santo antico (oggi all’uomo manca credere o gli è semplicemente impossibile?).

Dunque cosa lega artisti così differenti fra loro? Il fatto che insieme, in mostra, grazie alla ritrovata modernità e attualità di questo linguaggio, il mosaico, oggi davvero in grado di esprimere qualunque idea, siano sollecitati i cinque sensi attraverso il denominatore comune del sesto senso, quello dell’intuizione. Ma intuizione di cosa? Del desiderio.

Desiderare significa etimologicamente assenza di stelle (in latino, de-sidera): come i soldati di Giulio Cesare, i desiderantes, aspettavano fiduciosi nelle notti senza stelle i propri compagni per proseguire insieme il cammino[1], così il desiderio indica un’assenza, una mancanza ma anche la speranza di superare la difficoltà momentanea, o meglio, come direbbe Jacques Lacan[2], l’esigenza dell’incontro con l’Altro da sé che completa il senso altrimenti sterile dell’io, ovvero la ricerca e il raggiungimento del piacere che ha fatto la fortuna evolutiva della specie umana[3], e nel caso di questi artisti la ricerca delle domande che sono i loro desideri di trovare più che risposte ferme, vie nuove da indagare, certo attraverso il piacere della bellezza, del loro saper fare pensando: stupore di mente, mani e occhi, i loro, i nostri.

Mosaïque Magazine

Musivum Gallery Mosca – Ti desidero/I long for you


[1] Massimo Recalcati, Ritratti del desiderio (Milano 2012).

[2] Jacques Lacan, Scritti (ediz. ital. Torino 1974).

[3] David J. Linden, The Compass of Pleasure (New York 2011); The Accidental Mind: How Brain Evolution Has Given Us Love, Memory, Dreams and God (Cambridge, MA, 2007).

 

Read Full Post »