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Posts Tagged ‘franz marc’

pagnani e battistini a venezia

Premessa: di seguito pubblico il testo che ho scritto per Mattia Battistini in occasione della collettiva veneziana Friends – Free Ends a cura di Robert C. Phillips.

Caleidoscopio Battistini  (di Luca Maggio) 

Ecco rinnovate cose di Mattia Battistini, nate nella sua città d’origine, Ravenna, dov’è tornato a vivere da qualche anno dopo migrazioni varie, ché nel cammino d’un artista la strada è corso d’opera perenne, un farsi-disfarsi continuo come onde sulla bibula harena[1].

Per anni ha abitato, à rebours, Firenze e Roma e i sobborghi maghrebini di Parigi, in un cumulo di volti, immagini, pagine e storie da mutare in colori attraverso le terre sue semplici o cere o pastelli oleosi poi graffiati, ché poco basta a rinnovare l’incanto se si è.

Oggi più che mai è artista maturo, emancipato da quei modelli che pure attraendolo (Marc, Malevič, Luzzati), mai sono stati un limite, al più spunti per solchi-unghiate dirompenti, costruite partendo dal sostrato più o meno inconscio al suo primo agire, il nucleo bizantino dei mosaici ravennati con la bidimensionalità di figure e scansioni spaziali, resa però in movimento dall’approccio con la sua vita delle forme[2].

Mattia Battistini, Senza titolo, 2008

Mattia Battistini, Senza titolo, 2008

E cosa si dicono i personaggi di Mattia?

Una volta mi ha confidato: “A me interessa il racconto”. Facce, dunque, mani, re e pezzenti, avventori misteriosi e quotidiani, pifferai incantatori e bestie, giraffe cavalli lupi gatti e donne, una molte donne e sessi e occhi e frammenti d’umano in collage, e carte, carte, sempre tante per terra nel suo studio, fra le tele che non sempre sono tali ma, appunto, fatte di carta.

Come in un fumetto, non so immaginare Mattia separato dalla sigaretta immancabile e gli occhi allungati da gatto, egli stesso personaggio e dio fuoriuscito dalle sue superfici, fra tutte quelle linee oblique e marcate, angoli acuti, triangolazioni che si compongono come un puzzle che sembra ma non è impazzito, semplicemente è vivo e cambia, assume le metamorfosi che capitano a tutti se solo si fosse più attenti per accorgersene (come tanti poveri Firs nel finale del Giardino čechoviano), ed è un bene che un po’ cada, vada perso quel suo colore di terre pure così delicate e sporche, che è la cosa stessa della vita di cui sono imbevute le cose sue, personaggi come fumi di sigaretta o della mente si staccano nell’aria, sembrano fermarsi sulla carta ma già evadono, ingrandiscono volume e movimenti con gli anni, ma dove mai andranno, vogliono scappare? Quasi gli stesse stretto quel limite che per natura c’è al quadro, al racconto, persino, pare, ai sentimenti, oltre cui si può solo impazzire, lasciarsi andare senza fine.

Mattia Battistini (foto Luca Maggio)

Mattia Battistini (foto Luca Maggio)

[1] Lucrezio, De rerum natura, II, 376.

[2] Questa espressione riprende il celebre saggio di Henri Focillon Vie des Formes (Paris 1943), che si addice al lavoro di Mattia Battistini.

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Paul Klee fotografato da Alexander Eliasberg, 1911

Paul Klee fotografato da Alexander Eliasberg, 1911

A Paul Klee (Münchenbuchsee, 18 dicembre 1879 – Muralto, 29 giugno 1940) non interessava l’esotico come incontro con un’alterità più pura e semplificata dalla soffocante stratificazione europea, come poteva essere stato per il Gauguin tahitiano e prima ancora per il Delacroix maghrebino.

A quasi 35 anni, dunque in età matura (del resto Van Gogh sbocciò e bruciò fra i 32 e i 37 anni), cercava una conferma identitaria,  la propria vocazione di pittore, dopo esser partito dalla pratica musicale, da figlio di due musicisti.

Non che prima non avesse provato a disegnare e dipingere, anzi. Dopo gli studi nell’Accademia di Monaco aveva anche contribuito nella stessa città a fondare nel 1911 Der Blaue Reiter– Il cavaliere azzurro, ovvero una delle principali avanguardie di inizio ‘900, con protagonisti assoluti quali Kandinskij, Franz Marc e August Macke, fra gli altri.

Solo che non aveva ancora trovato la propria voce. Era in cammino. La desiderava più d’ogni altra cosa. L’occasione capitò e lui la colse al volo. Anzi via mare, dacché un amico benestante e pittore dilettante, Louis Moilliet, propose di offrirgli un breve viaggio in Tunisia dal 6 al 19 aprile del fatale 1914. Con loro anche un altro sodale di vita e pittura, August Macke, che mai avrebbe previsto la propria fine sui campi della Grande Guerra il 26 settembre dello stesso anno.

Paul Klee, Veduta verso il porto di Hammamet, 1914

Paul Klee, Veduta verso il porto di Hammamet, 1914

Ma quel viaggio fu benedetto dalla luce del Mediterraneo e dal clima fresco, leggero, che rendeva piacevoli e scherzose le giornate dei tre viaggiatori e che rivelò Klee a se stesso in un crescendo d’illuminazioni di cui è data viva testimonianza nel Diario[1] dell’artista. Dal 7 aprile “in vista della costa della Sardegna” dove “i colori dell’acqua e dell’aria sono ancora più intensi oggi di ieri”, si passa al giorno dopo, a Tunisi, quando scrive: “La testa piena delle impressioni di ieri sera. Arte – Natura – Io. Mi metto subito all’opera e dipingo all’acquarello nel quartiere arabo. Affrontata la sintesi architettura edile – architettura del dipinto. In quella prima pittura, non ancora decantato ma ricco di stimoli, molto dello stato d’animo del viaggio e dell’entusiasmo provato. Appunto, il mio io. Esso diverrà più obiettivo più tardi, quando la bella nuvola sarà dispersa.”

Paul Klee, Case rosse e gialle a Tunisi, 1914

Paul Klee, Case rosse e gialle a Tunisi, 1914

E se “August è subito in vena”, Paul si ferma spesso, osserva, pensa. O resta semplicemente incantato. Così la domenica di Pasqua del 12 aprile a St. Germain, sempre vicino Tunisi: “Sera di un bello indescrivibile. Si leva poi anche la luna piena. Louis mi incita a ritrarre la scena. Gli rispondo che sarebbe tutt’al più un esercizio. È ovvio che di fronte a questa natura io sia incapace. Eppure so qualcosa più di prima. Avverto la distanza fra la mia incapacità e la natura. È un problema interiore, da risolversi nei prossimi anni.”

Paul Klee, Nelle case di St. Germain, 1914

Paul Klee, Nelle case di St. Germain, 1914

Sino a giovedì 16, giorno dell’autorivelazione che avrebbe per sempre cambiato la storia di Klee e quella dell’arte degli anni a venire: “Al mattino, dipinto fuori città; luce delicatamente diffusa, mite e limpida insieme. Non c’è nebbia. Qualche schizzo del paese. Una stupida guida si è interessata del lato comico. August gli ha insegnato qualche parola di tedesco, ma che parole!

Nel pomeriggio ci ha guidato alle moschee. Il sole picchia, su questo non c’è dubbio! (…) Un pomeriggio il cui colore era tanto delicato quanto nitido. Ora felice. Louis adocchia dolcetti colorati e mi spinge a dipingerli, visti che mi riesce bene.

Interrompo il lavoro. Un senso di conforto penetra profondo in me, mi sento sicuro, non provo stanchezza. Il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento. Questo è il senso dell’ora felice: il colore e io siamo una cosa sola. Io sono pittore.”

Paul Klee, Cupole rosse e bianche, 1914

Paul Klee, Cupole rosse e bianche, 1914

 

www.zentrumpaulklee.org

 

[1] Tutte le citazioni sono tratte da Paul Klee – Viaggio in Tunisia, trad. A. Bandinelli, C. Ercolani, Viterbo 1991.

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Mattia Battistini, serie "Il mio nome è rosso", 2003, stoffa, terre su tela

play: “…ogni tanto, per staccare dalla pittura e per riposare gli occhi, ho proprio bisogno di fisicità, anche di fare le cornici, di segare legni, di sudare saldando i vari materiali” (Mattia Battistini).

Fine registrazione.

Leggo una citazione nel catalogo Il mio nome è rosso (Ravenna, 2003: titolo volutamente ripreso dall’omonimo libro dello scrittore turco Orhan Pamuk, ndr.): “Io sono un albero, sono molto solo…stavo per far parte di una storia, ma ne sono caduto a terra come una foglia.” Osservo le immagini: mondi pieni, all’apparenza lontani, eroi di infanzie andate o in attesa di ritorno. Mondi che non lasciano spazio al vuoto, e raccontano di crociati erranti, mori e dame d’oriente, legni e mosaici, gatti e cavalli e cammelli, città in assedio costante di pittura.

Poi Dimenticare Parigi (Ravenna, 2005), con angoli inediti e maghrebini della capitale francese che Mattia Battistini, nato a Ravenna nel 1968, conosce bene per averci vissuto cinque anni. Ancora animali (i suoi gatti) e tetti e polizie e automezzi, navi e volti, squarci di case a colmare ogni triangolo di realtà, a ricucirne stralci privi di pulizia apparente e per ciò stesso finissimi, quasi precari nell’uso convinto delle terre base dei colori: “all’inizio sembrano quasi quadri astratti: uso terre miscelate con acqua, matite colorate, pastelli anche a cera e questi materiali sono forse l’unica costante del mio lavoro.” Battistini ama il collage, riassembla anche legni che sceglie o si fanno trovare sui suoi passi, “raccolgo cose che trovo per strada o sulla spiaggia, ciò che il mare restituisce e io riutilizzo”, e diventano quadri o cornici, entro cui svolgere le figure del suo immaginario. “Se evadono lo fanno nei tuoi occhi”, dice.

Mattia Battistini, serie "Dimenticare Parigi", 2005, terre, collage, stoffa e pizzi su tela

Altre presenze, i gatti: “Ne ho sempre avuti, non ricordo un tempo senza gatti, forse giusto un anno…sono sempre loro che sono venuti da me. Mi piacciono gli occhi dei gatti: una volta pensavo di essere io un gatto o un uccello. Ora ti mostro quest’ultimo lavoro: è un libro che sto preparando. Da una parte la favola del gatto con gli stivali, dall’altra quella del soldatino di piombo. In mezzo restano le pagine bianche perché i personaggi del soldatino si andranno a incrociare con la favola del gatto, e da qui nasce l’idea per la mostra C’era due volte” (Ravenna, 2006). A metà del libro, l’incontro: il gatto, alter ego di Mattia, e il soldato, specchio del Battistini impegnato al fronte delle periferie conosciute.

Mi dice di alcuni suoi maestri ideali: Paul Klee, Franz Marc e i suoi animali, il Malevič figurativo, “meno noto, trovo poi bellissimi i lavori di Emanuele Luzzati”, a conferma di una vocazione ludica di tanti suoi lavori, a cominciare dai giocattoli di legno (cavalli e cigni a dondolo, navi, camionette dei pompieri, scacchi, etc.), quasi a recupero di un’infanzia perduta nell’epoca del virtuale.

Mattia Battistini, serie "Le metamorfosi di Ovidio", 2006, terre e collage su carta e gesso su compensato

Al momento sta preparando una serie di carte per una mostra autunnale, prevista per metà novembre 2006, presso la Galleria Stella di Roma, vicino a S. Maria in Trastevere. Il tema riguarderà Le metamorfosi di Ovidio e sarà svolto oltre che da Battistini, da un artista francese suo amico, che ormai da diversi anni vive e lavora in Italia, Serge Uberti. Per questa occasione, Mattia sta stendendo tracce simili a volti, maschere emerse oltre il palcoscenico ovidiano, colori forti e stracciati, strade e cinema e interni da cui questa nuova galleria di personaggi dirà il proprio racconto e insieme la propria fatica fantastica.

Altre previsioni per il futuro? “Berlino, forse.” E ora? ”Sono qui a Ravenna, purtroppo: nel senso che ho sempre avuto difficoltà a stare nelle città in cui mi trovavo, a Roma o Parigi. Forse sono uno che non sta bene da nessuna parte”, come un gatto randagio, dico e sorride. Alto e magro Mattia, gran fumatore, lungo come il cognome che porta e asciuga nel firmare con la B, prima o dopo la M, ogni cosa fatta sua.

Per ulteriori info: Mattia Battistini, cell. 333.3927144; 366.5399831; e-mail: mattiab68@gmail.com; myspace.com/battistinimattia

Mattia Battistini, serie "Il mio nome è rosso", 2003, ferro, terre su legno

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