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Capire i difetti come qualità intimamente legate ai pregi di qualsiasi cosa è di grande importanza per sopportare la vita.” Aldo Buzzi, 1954

26 gennaio, la giornata parte bene: sciopero generale di bus, tram e metro e alle 10.30 ho appuntamento prenotato a Palazzo Farnese. Mi ero però già informato e ho messo per tempo la sveglietta del telefonino. A dire il vero qualche bus pare ci sia, ma preferisco farmela a piedi da Termini.

Ricominciamo: la giornata parte bene, col verduraio, pardon, fruttarolo filosofo del mercatino sotto l’hotel:

una cliente: “che posso prende’ da sola?”

il filosofo: “certo signo’, che chi fa da sé…”

cliente: “… fa pe’ tre.”

filosofo: “no, fa lavora’ de meno a me.”

Palazzo Farnese, Roma: facciata principale opera di Antonio da Sangallo il Giovane e Michelangelo Buonarroti

Arrivo prima del dovuto a destinazione e chiedo se è possibile rimborsare il secondo biglietto, dato che mia moglie non è potuta venire: impossibile. Immaginavo. Ma posso venderlo da me, fuori: “Tipo bagarino?”, “Eh, tipo.” Inutile far notare che in due secondi loro potrebbero venderlo ai non prenotati: a proposito, scopro che la prenotazione non è obbligatoria come specificato sul sito. “Però così entra prima.”, mi guardo dietro, il vuoto. “Ha ragione”, dico ed entro. Ti danno l’audioguida inclusa nel biglietto (nei miei due biglietti) e si comincia. Meraviglia. Non l’avevo mai visitato. In quanto ambasciata di Francia non è di facile accesso. Ed è uno di quei casi in cui il contenitore è il contenuto della mostra. Poi, per l’occasione, arricchito da qualche bellissimo dipinto rinascimentale e marmo antico proveniente da Capodimonte o dall’Archeologico di Napoli, in quanto i Borbone per via materna ereditarono nel XVIII secolo la collezione e i beni dei Farnese. A questo proposito scopro che l’ultimo re di Napoli, Francesco II, quando il cugino savoiardo gli soffiò (ga)ribaldescamente il regno, si ritirò proprio in questo palazzo a finire malinconicamente i suoi giorni. E scopro anche, contrariamente a quanto pensavo, che la proprietà è tuttora italiana, non francese: venduto dagli eredi Borbone alla Francia nel 1911, tornò allo Stato italiano nel 1936, poiché il governo Mussolini esercitò un diritto di prelazione contenuto in una clausola contrattuale che scadeva proprio in quell’anno. Così le due nazioni si misero reciprocamente d’accordo per un affitto simbolico e per la durata di 99 anni: ai francesi l’uso di Palazzo Farnese, all’Italia l’Hôtel de La Rochefoucauld-Doudeauville a Parigi.

Galleria Farnese, opera di Annibale Carracci (1597-1600), Palazzo Farnese, Roma

Ciò che più mi sorprende è la dimensione della celeberrima Galleria affrescata dai Carracci (Annibale per lo più) a fine ‘500: dà su via Giulia, dunque è sul retro del palazzo ed è almeno due terzi più piccola di come me l’ero immaginata, pur restando stupenda. Non è la prima volta, né sono il solo cui è capitata una sensazione simile e scommetto che da qualche parte dev’esserci un saggio al riguardo di tre-quattrocento pagine di media. È che certe opere creano una suggestione, un’attesa tali da ingigantirle nella mente: prendete la Gioconda, non piccola coi sui 77×53 cm, ma uno se l’aspetta più grande, e ancor più i ritratti virili del genio Van Eyck, tavolette così minute, comprese fra i 19 e i 25 cm, al massimo 30, eppure capolavori assoluti, degni del gigante che fu il padre della scuola fiamminga.

All’uscita riesco addirittura a piazzare il biglietto avanzato, con un piccolo sconto: non faccio pagare al mio gentile acquirente la prenotazione, ci mancherebbe. Si tratta di un ragazzo, è lì in fila con la sua ragazza e mi dà fiducia: questo mi rincuora, dato che il capofila cui per primo l’avevo proposto, un vecchiaccio incravattato regimental, con pappagorgia e cappotto blu d’ordinanza e annesso sguardo sprezzante, non mi degna di una risposta comprensibile, ma d’una sorta di rutto-grugnito che dovrebbe corrispondere ad una negazione. Ah, se l’Italia non fosse il paese per vecchi che in effetti è!

Panino ai Fori da un pakistano, pensiero cupo: non vedo i gatti tradizionali fra le rovine, non vorrei che fossero parte della mia cotoletta.

Galata morente (copia d'età cesariana o originale pergameno?), Musei Capitolini, Roma

I Capitolini sono immensi: Palazzo dei Conservatori, il corridoio sotterraneo o Tabularium con affaccio sui Fori e Palazzo Nuovo. Traboccano di meraviglie: affreschi del Cavalier d’Arpino, busti e marmi e bronzi antichi (lasciate giusto ricordare il Marco Aurelio a cavallo, quello originale, non la copia in piazza, la Lupa simbolo della città, la Venere capitolina e il Galata morente, un Marsia scorticato impressionante e un cane in marmo verde egizio già negli Horti di Mecenate: fosse vivo sarebbe la gioia di Anna, mia amica berlinese), micro mosaici adrianei di qualità impareggiabile, cammei, monete e monili d’oro e la celebre Pinacoteca, costruita principalmente sulle raccolte dei Sacchetti e dei Pio, oltre che su varie donazioni papali e nobiliari.

Davanti alla Buona ventura del Caravaggio noto due signore non a torto incantate: finiscono col parlare del Manzoni, di ombre e luci e prendiamo a chiacchierare. Si stupiscono che trovi I Promessi densi di ironia e non sono convinte anche quando dico loro che del medesimo parere erano Gadda, Testori e, naturalmente, il Trio. Del resto la descrizione e la caratterizzazione di un Don Abbondio parlano da sé e certo non è l’unico caso.

Mi chiedono di cosa mi occupo (qual è la risposta giusta e possibile che un precario può dare?) e si presentano: una è pittrice, l’altra dice: “Sono la nipote di Socrate.”

Attimo di sbigottimento, forse non ho capito bene. Effettivamente è un po’ âgeé, ma fino a quel punto… poi l’illuminazione: chiedo: “Carlo Socrate, il pittore della prima Scuola Romana?”. “Sì, proprio lui”. “Complimenti!”, de che?, una battuta più fessa non poteva uscirmi. Mi riprendo su Caravaggio: curiosità che non sapevano, i genitori del Merisi si chiamavano Fermo e Lucia.

– “Ma va!”,

– “Ma dai…”

– “Ma sì.”

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Buona ventura, 1595 ca., Musei Capitolini, Roma

Poi la Socrate dice una cosa che condivido: se è possibile capire gli artisti di oggi osservando quelli di ieri, è anche vero il contrario: talvolta un contemporaneo può illuminare un antico, che in fondo, in quanto classico (specie se della levatura di Caravaggio) è sempre contemporaneo. A lei, ad esempio, è successo guardando Hopper e poi lo sfondo giallo ocra di questa Buona ventura. Che è lo stesso dietro la Fiscella dell’Ambrosiana o dietro I bari o, ancora, ma più scurito, tendente al marrone, dietro i vari giovanetti e bacchini precedenti. Poi con la maturità, tutto si rabbuia (vedi il San Giovanni ignudo accanto).

Certo, dico, bisogna sempre contestualizzare: Merisi era un lombardo intriso di cattolicesimo borromaico, poi si raffina e si confronta con l’ambiente coltissimo del Del Monte, etc., ma parlando di valori cromatici in sé, è anche vero che si possono trovare soluzioni analoghe a distanza di secoli e senza necessariamente conoscere i modelli anteriori: non accade solo in pittura, vale per tutti i linguaggi espressivi, se sei nella corrente e te ne lasci pervadere, senza compromessi.

Un’ultima battuta sul chiaroscuro di Caravaggio: cito un’osservazione di un pittore che amo e stimo molto, anche come persona, Claudio Olivieri: Merisi è anzitutto pittore di luce e le sue scene appaiono in forza della luce. Non sono figure disegnate dall’oscurità, che non può non esserci poiché completa il suo opposto, ma dalla luce (intimamente desiderose di luce), come ci fosse una lampadina in una stanza: accesa lascia sempre in ombra qualcosa, spenta tutto dispare.

Prima di salutarci, mi fanno presente un richiamo che gli è appena stato fatto dai guardasala: per disposizioni superiori (la direzione, la Soprintendenza? Qualche maligno deus ex machina?) non è possibile schizzare a matita sul proprio blocco, forse temendo ingorghi di pubblico che peraltro non ci sono. Però si possono fare foto senza flash. Una cosa tipicamente all’italiana.

Santa Maria in Aracoeli, Roma: facciata e scalinata principale

Accanto a questo complesso museale sorge una delle chiese più belle e antiche di Roma, Santa Maria in Aracoeli, sin dal 1250 affidata ai francescani: la scalinata, inaugurata nel 1348 da Cola di Rienzo quale ringraziamento alla Vergine per la fine della peste, è ardua: 124 gradini (122 sul lato destro). Molti ignorano che c’è un ingresso laterale, facilmente raggiungibile se si è già in piazza del Campidoglio. Fra l’altro, sulla lunetta di questa porta secondaria è un bel mosaico medievale con Madonna e Bambino fra due angeli del Torriti. Dunque i visitatori spesso sono pochi e ogni volta amo perdermi nel suo silenzio, circondato da tanta storia, da tanto ingegno umano, da tanta pulizia e armonia di secoli, nella commistione perfetta di cristianesimo e paganesimo, del paganesimo divenuto cristiano e cattolico in particolare (la sua versione italica e mediterranea), con le statue di dèi e dee metamorfizzate in quelle di martiri e sante: alcune colonne provengono dalla camera da letto degli imperatori (a cubiculo Augustorum è inciso sulla terza a sinistra), poi i lacerti di affreschi medievali del Cavallini e quelli completi di fine ‘400 del Pinturicchio, la tomba medievale del cardinale d’Acquasparta e l’altra attribuita ad Arnolfo di Cambio, il pavimento e i mosaici cosmateschi degli amboni di qualità eccelsa, l’icona bizantineggiante della Vergine advocata di mille e forse più anni fa sull’altare maggiore, il Santo Bambino in legno d’olivo del Getsemani nella cappelletta dietro la sagrestia e mill’altre mirabilia.

A proposito della scalinata: nei secoli passati era spesso affollata da straccioni che dormivano sui suoi gradini. Nel XVII secolo, il principe Caffarelli, vicino di casa offeso da tale squallida vista, decise di dare soluzione radicale al problema, ordinando ai servi di riempire alcune botti con pietre che fece rotolare dalle scale sui poveracci. Noblesse oblige.

Stasera pizza: e mi ricreo. A Roma quella che in altre parti è la romana (cioè una margherita con le acciughe) si chiama più correttamente napoletana. La romana ha in più i capperi, sorride il proprietario del ristorante, che è gentilissimo, va detto. Chiamatela come volete, ma più si scende giù e più certi cibi, semplici fra l’altro, diventano squisiti. Sarà la pasta, l’aria, l’acqua, la qualità della mozzarella (filante) e dei pomodori freschissimi, oltre al forno a legna e al pizzaiolo bravo, ma una pizza così, soffice e croccante insieme, che si scioglie con lentezza e fa godere il palato, su non la sanno fare.

La TV annuncia: muore a 91 anni l’attore Mario Scaccia.

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C’è del marcio tra le file dei denti dipinti da Annibale Carracci, (1560-1609), dei tre bolognesi il più geniale, fin dagli esordi: si prenda Il mangiafagioli (1584-85 ca.) della Galleria Colonna, che guarda al Leonardo caricaturale come ad un Van Gogh ante litteram.

Il mangiafagioli, 1584-85 ca., Roma, Galleria Colonna

Un ragazzo che beve, 1583-84 ca., Zurigo, Nathan Fine Art

A fine ‘500, egli vuole raggiungere il vero contro ogni esercizio vacuo dell’ultima Maniera: non a caso è stimato da Caravaggio, a lui contrapposto solo dalla critica posteriore.

Ed è nella Bologna nativa che il giovane Annibale affina l’estro nell’incontro col quotidiano, coi volti della povera gente e le fattezze proprie, lui, figlio umile di un sarto, elevato post mortem all’onore della sepoltura nel Pantheon romano, accanto all’amato Raffaello, cui già in vita fu paragonato per grazia e versatilità nella bellezza e nell’eccellenza dei generi.

Eppure, tanta gloria non deve trarre in inganno: gli anni ultimi a Roma, successivi agli affreschi (1595-1600) commessi dal cardinale ”avido e avaro” Odoardo Farnese (1573-1626) per il Camerino e la Galleria del suo Palazzo, sono caratterizzati da una depressione crescente, melancholia si diceva allora: si ridurrà a non dipingere più, fino a morirne.

Galleria Farnese, 1597-1600, Roma, Palazzo Farnese

Perché, pur essendo all’apice della fama? Si sentì forse solo, nelle mani di una committenza ingrata, dopo i dissapori non sanati col fratello Agostino (1557-1602) e la morte di questi a Parma nel 1602? E, sempre nello stesso anno, il fatto di non essere capito neanche dal più vecchio cugino Ludovico (1555-1619) in visita a Roma?

Trionfo di Bacco e Arianna, Galleria Farnese, 1597-1600, Roma, Palazzo Farnese

E la pittura? Quanto a tecnica, quasi non aveva rivali: nel 1595 si stabilisce nella città eterna, dove amplia la conoscenza del classico grazie ai modelli antichi, oltre alla visione di Michelangelo e Raffaello, avendo già alle spalle un’esperienza considerevole, maturata non solo in Emilia, studiando Correggio, ma anche a Venezia, nutrendosi del colore di Veronese e Tiziano, ossessione e sostanza,  e arrivando così, nel capolavoro di una vita, l’affresco della Galleria Farnese, a gettare i semi del prossimo futuro, la grande illusione del Barocco romano (in parallelo al percorso più esplicito di Rubens).

La pietà con due angeli, 1601-02 ca., Vienna, Kunsthistorisches Museum

Ma forse, proprio la cura nell’esecuzione di questo progetto, testimoniata da numerosi quanto splendidi disegni, lo svuota, anche perché priva di riconoscimenti sia dal suo ingeneroso committente, sia da parte degli affetti familiari più cari. Così, a partire da questo momento (1603-04), qualcosa si incrina: le richieste aumentano, sempre più demandate agli allievi. E lui tace. Riesce (e forse si sente) vivo nei bozzetti, negli schizzi caricaturali o nella pace che rifonda il paesaggio classico della Fuga in Egitto (1602-03 o 1603-04), uno degli ultimi immensi capolavori completamente autografi.

Paesaggio con la fuga in Egitto, 1602-03 o 1603-04 ca., Roma, Galleria Doria Pamphilj

Un giovane che gioca con una scimmia, 1588-90 ca., Firenze, Galleria degli Uffizi

Pur avendo capito e dimostrato che la pittura può tutto (il reale e l’illusorio, l’anatomia e la caricatura, il paesaggio e la quadratura architettonica, la pietà e la gioia di corpi volti e scene), Annibale sembra ormai spegnersi al suo mestiere, quasi si domandi se sia lecito aver forzato la mano per compiacere i padroni, allontanando le ricerche degli esordi, quel vero portato avanti dall’altro grande dell’epoca, Caravaggio, fino alle estreme conseguenze, in una sorta di iperrealismo tragico e teatrale, spesso osteggiato, come lo fu in vita il maledetto lombardo.

Il buffone, 1585 ca., Roma, Galleria Borghese

Sicché, nei suoi inizi, nel giallume dei denti, nelle facce arrossate, nelle unghie annerite, nelle forme e negli umori della plebe che si fa spulciare da una scimmia e ride o ha fame ed espone carni macellate (che poi Rembrandt e Soutine renderanno paradigma a sé stante), in questi incipit è già presente tutta l’intensità degli anni a venire. Forse anche a questo pensava nel silenzio della fine, a conclusione di un percorso pittorico e umano grande ed infelice al contempo, ricordando gli anni bolognesi e i miti dipinti nei Palazzi Fava, Magnani e Sampieri, quando da ragazzo stava sui ponteggi con Agostino e Ludovico, riguardandosi ora le mani (stando alle sue parole, l’unico vero mezzo dei dipintori per parlare) capaci di tanto e meditando sulle sue vene di genio triste.

Autoritratto col cappello, 1593, Parma, Galleria Nazionale

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